Cinzia Nalin: Pagine eccentriche 2. Un ricordo di Mario Lavagetto

| 28 Maggio 2021 | Comments (0)

 

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Cinzia Nalin: Un ricordo di Mario Lavagetto

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Il 29 novembre, esattamente sei mesi fa, ci lasciava Mario Lavagetto. Sentiamo pressante la necessità di raccontare quanto si rimanga più soli e quasi storditi, quando personalità come la sua non ci possono più indicare la strada attraverso nuove opere. Quella di Lavagetto è stata una strada particolare e significativa per tutti coloro che amano la letteratura, come fosse un treno che non può viaggiare senza la compagnia dialettica della politica, della sociologia, della filosofia, soprattutto della psicanalisi. La sua carriera di critico letterario si coniuga profondamente con lo scavo psicologico dei personaggi e gli elementi narratologici sono l’espressione, la derivazione e il rigonfiamento dello scrittore. Quando parliamo di rigonfiamento si intende sottolineare la zona oscura dello scrittore che lievita nella sua essenza di rimosso dalla profondità dell’inconscio.

Mario Lavagetto, parmense, si laureò con Giacomo Debenedetti e attraverso lui e le sue lezioni apprese un metodo che del Novecento risulta un’eccellenza di ermeneutica e di sguardo ampio e nuovo, sia del testo che del ruolo sociale e personale della narrativa. Discusse inoltre una tesi su Dino Campana, dato significativo dell’attrazione che il critico ebbe per la profondità e il mistero delle aree oscure che dormono nel fondo dell’inconscio di ognuno di noi, e in quello di chi scrive nel simmetrico gioco di ruoli. Si interessò di Saba (La gallina di Saba), di Svevo (L’impiegato Schmitz e altri saggi su Svevo), di Proust (Stanza 43 lapsus di Proust), di Stendhal. Soprattutto di quest’ultimo, Lavagetto sottolinea il paziente e ossessivo lavoro su ogni virgola della costruzione letteraria, con fatica e sofferenza terribili; di Balzac nel quale ritrova quella lievitazione sotterranea costante dal fondo dell’oscuro rimosso.

La grandezza del critico parmense si incardina nello sguardo rivolto alla politica sociologica connessa all’azione dello scrivere, con l’intento di contenere ciò che di queste scienze pertiene all’uomo e alla sua difficoltà di vivere le proprie ambivalenze strutturali. Lui uomo solitario, dai pochi e sceltissimi amici (tra cui Attilio Bertolucci), amava raccontare di un vecchio contadino che, al caldo della stalla, racconta ad un gruppo di persone in ascolto. Vede in questa azione come la trasmissione orale, e di conseguenza quella scritta, sia il punto nodale in cui il narrare diviene da fatto personale, patrimonio collettivo; vede in ciò la funzione fondamentale della fiaba di cui si interessò a partire dalla raccolta di Italo Calvino. E la fiaba diviene parte di quell’inconscio collettivo junghiano che Lavagetto sentiva creatore della funzione letteraria come fatto sociale e come mezzo terapeutico.

Da critico mai corrivo ma attento analista dell’operazione letteraria, esplorava l’Io e le sue mitopoiesi attraverso le storie di vita dei personaggi come aveva appreso dal maestro Giacomo Debenedetti. Lavagetto interroga i testi, sceglie il metodo di interpretazione lavorando sugli indizi più piccoli per trovare il linguaggio di decodifica simile a quello dell’interpretazione freudiana dei sogni (come si constata nella sua opera Freud, la letteratura e altro, del 1985). Cerca la discontinuità, le lacune, i vuoti che fungono da elementi indicatori del tentativo di emersione di rimossi e oggetti persecutori, in quanto materiale di base della creazione letteraria. L’autore lavora, come Calvino, sui motivi legati a turbamenti degli scrittori, alle dismorfie profonde che ordiscono intreccio e fabula. Come Calvino, Lavagetto intuisce le infinite possibilità combinatorie degli elementi che compongono la struttura della prosa, indaga perciò sul motivo per il quale un particolare autore, nella particolare opera o in tutte le sue opere, faccia agire gli elementi della fabula in un determinato modo. Lo studio del critico parmense è indirizzato su questa strada per indagare il sintomo e il meccanismo creativo che da esso emerge, come segnale indicatore per il lettore, segnale che vuole indicare come il male dell’autore sia il male di tutti e offrire un rimedio.

Infatti l’opera di Lavagetto sugli autori e gli incroci dei loro personaggi, che sono attori sulla scena del principio di contraddizione della fantasia, è tanto profonda e fondamentale da risultare imprescindibile. La formazione letteraria viene perciò dal critico osservata nelle costanti e nelle varianti, dando alle ultime una valenza indiziaria. Lo scatto della creazione artistica infatti non si situa nella continuità monotona di una sequenza sempre uguale ma nella sua contraddittoria spezzatura. Nella disarmonia, nel disordine che crea all’interno di una replicazione di fatti (di cui si può prevedere la logica prosecuzione), proprio lì si apre quella ferita, quel trauma che indica una emersione dal profondo. Una ferita che parla del dolore dell’autore, il quale attraverso quella brusca e assurda inversione dei significati (come nel sogno che è basato sul principio di contraddizione) dà voce al personaggio che diviene una nota universalizzante del trauma collettivo: del disagio del vivere con il sé stesso inconscio mai disgiunto e in contrasto continuo con il Super-Io sociale.

Si sente già la mancanza di questa voce profonda, meditativa, solitaria, che studiava l’urlo muto dell’uomo, che come autore o come lettore, cerca nella creazione artistica di indagare nell’abisso. Questa mancanza tuttavia non è disgiunta dalla riconoscenza per le opere critiche che ci ha lasciato e che rimangono a bostra disposizione con metodologia imprenscindibile.

Category: Arte e Poesia, Editoriali, Libri e librerie, Storia della scienza e filosofia

About Cinzia Nalin: Nasce e vive a Venezia, si diploma al Liceo Classico e si laurea col massimo dei voti in Lettere Moderne a Ca’ Foscari. Si specializza nello studio critico dell’ Otto-Novecento italiano e francese. Segue il metodo critico psicanalitico di Francesco Orlando, che fu colui che la spinse all’applicazione della psicanalisi alla letteratura. Ha scritto saggi critici su Pasolini, Parise e Nievo. Studiosa di Pasolini e di autori che provengono dal nord est e dal confine con l’Austria e la Slovenia, si interessa di cinema e fa parte del collegio di lettura del Festival del Cinema di Trieste “Mattador”. Studiosa anche di Storia e Filosofia, intreccia nei suoi saggi ed articoli una visione trasversale della letteratura che non prescinde da ciò che crea il totale dell’animo umano nella produzione artistica. Ha presentato i suoi saggi in sedi quali l’Ateneo Veneto. Ha gestito a Venezia la libreria Serenissima. Ora gestisce una libreria indipendente a Bologna, La Luce Verde in Piazza Aldovrandi, e agisce da operatrice culturale.

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