Laura Corradi: Corpo, salute e tecnologie riproduttive

| 11 Gennaio 2026 | Comments (0)

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Laura Corradi

 

Corpo, Salute e Tecnologie Riproduttive*

 

 

Introduzione

Come sociologa del corpo e ricercatrice femminista, mi sono occupata di salute occupazionale in fabbrica negli anni ’80, e di salute ambientale fin dall’inizio degli anni ’90 – facendo ricerca sulle cause ambientali di cancro in California per la mia tesi di dottorato con il sociologo eco-marxista James O’Connor.  In quegli anni oltreoceano era già disponibile la tecnologia per la selezione del  sesso dei nascituri – che avevo considerato per avere una bambina – ma ho incontrato perplessità scientifiche legate proprio alle modalità di selezione degli spermatozoi: il  rischio di danneggiamento del Dna, anche se non quantificato, mi fece desistere. Un chiaro limite alla onnipotenza scientifica, che apriva anche una serie di problemi sociali legati all’applicazione del ‘principio di precauzione’ – poi abbandonato nel clima di tecno-entusiasmo che ha investito anche il campo femminista.**

Da allora ho continuato ad occuparmi di cause ambientali di cancro, ma ho mantenuto un interesse secondario verso le tecnologie riproduttive – rispetto alle quali ho pubblicato alcuni studi dal 2001 fino al periodo pre-Covid: articoli in lingua inglese e due libri in italiano.  Il primo ‘Nel ventre di un’altra. Una prospettiva femminista sulle tecnologie riproduttive’ – poi tradotto in spagnolo – ha aperto il dibattito su questi temi Infine ho curato ‘Odissea Embrionale’ un testo interdisciplinare con colleghe/i e attivisti/e LgbtQ+ che guarda alle varie problematiche sociali e di salute insite nelle tecnologie riproduttive.

Una delle mie maggiori ispirazioni è stata la filosofa femminista Barbara Duden con il suo libro ‘Il corpo della donna come luogo pubblico’ che 30 anni or sono ha squarciato il velo su questi temi – a lei sono molto grata, così come a Carla Bertolo, sociologa della Università di Padova che per prima ha parlato di questi temi in Italia, quaranta anni fa.

Purtroppo oggi abbiamo imboccato una strada che sul piano antropologico ci porta verso la de-corporeizzazione delle relazioni sociali, ancor più dopo la pandemia Covid che ha accelerato i processi di distanziamento sociale, di digitalizzazione, ed ha aumentato anche le dipendenze dai dispositivi digitali mobili, specie nelle persone adolescenti – ma non solo. 

Una fede diffusa nelle tecnologie in generale, e riproduttive in particolare, ce le presenta come prive di rischi – tenendo in ombra l’esistenza di problemi correlati alla salute. Ci sono diverse ragioni alla base di tale negligenza, la  prima è economica: le cliniche ‘della fertilità’ non sono certo ansiose di soddisfare requisiti etici, e talvolta nemmeno gli standard di base per il consenso informato, ma sono fortemente orientate al profitto. Inoltre, le leggi differiscono notevolmente da stato a stato – anche negli Usa. La mancanza di norme chiare spesso incoraggia la parte extra-legale del mercato, un fenomeno la cui portata e gravità sono difficili da valutare. Tale opacità si unisce al desiderio dei/delle clienti di avere un figlio “a qualsiasi costo”, il che porta a una sottostima dei pericoli.

Fin dalle sue prime fasi, le tecnologie riproduttive hanno suscitato preoccupazioni nell’arena femminista in relazione ai rischi per la salute oltre che perplessità etico-politiche: infatti la tecnologia non ha certo aumentato la libertà riproduttiva delle donne. Una delle ragioni del silenzio delle femministe in Italia, sui rischi legati alla salute nella procreazione assistita, è la riluttanza ad assumere una posizione che oggettivamente si scontrerebbe con intere categorie di persone che hanno piani di genitorialità ma non possono accedere all’adozione di bambini: maschi gay, persone trans, e donne singole. Inoltre sul mercato del lavoro riproduttivo troviamo coloro che si offrono come madri surroganti o fornitrici di ovociti, solitamente per necessità economiche.  Ma c’è anche una categoria di donne considerate “sterili” o “infertili” – e qui si aprirebbe tutto un capitolo su quanto valore viene dato ad una madre, rispetto ad una non-madre nelle nostre società. Il loro desiderio materno vede oggi la possibilità di acquistare “servizi riproduttivi” se il loro status economico glielo consente. Tale preoccupazione ha giocato un ruolo importante anche nella comunità lesbica con un lungo e imbarazzato silenzio sull’argomento – rilevabile nella occasione referendaria sulla Pma – quando il fronte laico era schierato per la liberalizzazione della gravidanza ‘eterologa’.  Sull’esito contrario credo abbia giocato l’intuito femminile popolare (più degli ostracismi della Chiesa) che ha prodotto una risposta di diffidenza verso le forme di fecondazione eterologa: ‘ma se mettiamo l’ovocita di una donna nel ventre di un’altra, non c’è poi un problema tra i due Dna diversi?’

Mentre nel campo femminista, dopo tanto teorizzare ‘il personale è politico’ un fenomeno sociale rilevante come la commercializzazione della riproduzione, è caduto nel limbo delle “scelte personali” – socialmente rappresentate come si trattasse di una questione di pura libertà, un accordo privato tra due libere donne, uno scambio paritario – il che non è vero, nella quasi totalità dei casi si tratta di uno scambio ineguale. E la confusione tra libertà e liberismo forse si poteva evitare: ci sono delle responsabilità in questo errore.

 L’industria delle tecnologie riproduttive è stata legittimata dalla maggior parte della professione medica, ed ha avuto il plauso dai media per ‘liberare le coppie dal dolore dell’infertilità’. Un altro elemento importante risiede nel processo di istituzionalizzazione di una parte del movimento femminista verso femmocrazie accademiche, manageriali e di stato, per le quali la critica della scienza (in quanto patriarcale, capitalista, androcentrica, coloniale, razzista, abilista, omofoba …) non ha grande importanza rispetto alla ‘rottura del soffitto di cristallo’ ed alle carriere individuali. Le energie politiche delle donne sono state così dirottate verso obiettivi moderati, con la de-radicalizzazione e talvolta l’addomesticamento dell’attivismo e dei progetti femministi. Anche un fenomeno in sé positivo, come la crescita quantitativa della presenza delle donne professioniste in diversi settori scientifici, è stato parzialmente cancellato dal declino dell’attenzione femminista sui meccanismi di potere.

La scienza, un tempo criticata in quanto ‘schiava del sistema’, oggi sembra essere accettata in toto, come un nuovo dogma religioso. In tutto l’Occidente, l’attenzione del movimento delle donne sulla salute era stato centrale nel discorso politico femminista degli anni Settanta. Oggi essa sembra evaporata:  la maggior parte del dibattito femminista sulle tecnologie riproduttive attualmente riguarda questioni etiche, politiche, morali – ma non si parla mai di problemi di salute: una grande omissione.

Mentre credo che oggi un dibattito femminista sincero e laico sugli effetti avversi – scientificamente comprovati – per donatrici di ovuli, madri surroganti e bambini/e può rappresentare un’opportunità per superare le divisioni esistenti nell’arena femminista. C’è bisogno di un terreno comune, come la salute della donne è sempre stata, su cui rifondare una alleanza tra femministe di diversi orientamenti e posture, dall’eco-femminismo all’anti-abilismo, dalle lavoratrici di ogni colore alla galassia LGBT-Queer.

 

  1. Tecnologie riproduttive e rischi per la salute

Di seguito argomenterò brevemente sui rischi per la salute nelle tecnologie riproduttive, la cui letteratura scientifica è in aumento – mentre la consapevolezza sociale resta molto bassa.

I problemi di salute più comunemente citati negli studi pubblicati negli ultimi quindici anni su riviste scientifiche riguardano le gravidanze e le nascite multiple; inoltre sono state sollevate preoccupazioni sui rischi di difetti alla nascita e disturbi genetici. Ci sono seri dubbi sul fatto che le procedure ormonali richieste per le madri, e gli ambienti artificiali per gameti ed embrioni, stiano potenzialmente creando rischi per la salute a breve e lungo termine, interferendo anche con la riprogrammazione epigenetica nei bambini.

L’American Congress of Obstetricians and Gynecologists (ACOG-Women’s Health Care Physicians) ha approvato un documento intitolato Perinatal Risks Associated with Assisted Reproductive Technologies: dopo una revisione degli studi esistenti ha stilato il seguente elenco di rischi associati alle tecniche di procreazione assistita: gravidanze multiple, prematurità, basso peso alla nascita, mortalità perinatale, parto cesareo, distacco di placenta, e difetti alla nascita. Sebbene questi rischi siano molto più elevati nelle gravidanze multiple, anche i parti singoli ottenuti con tecniche di procreazione assistita e induzione dell’ovulazione possono essere a rischio più elevato rispetto ai parti singoli da gravidanze naturali.

 Prima di iniziare le procedure di tecnologie riproduttive o di induzione dell’ovulazione, ostetrici-ginecologi e altri operatori sanitari dovrebbero completare una valutazione medica approfondita per assicurarsi che le pazienti siano in buona salute e dovrebbero informare queste donne sui rischi associati al trattamento. Eventuali problemi di salute materna o condizioni ereditarie dovrebbero essere affrontati. Le coppie a rischio di trasmettere condizioni genetiche alla prole, comprese quelle dovute a condizioni associate all’infertilità, dovrebbero essere consigliate in modo appropriato (The American College of Obstetricians and Gynecologists, 2016).

 

  1. Rischi per la salute delle fornitrici di ovuli

Il primo tipo di rischio riguarda la sindrome da iperstimolazione ovarica (OHSS). Le donne con problemi di infertilità e quelle che vogliono vendere o donare i propri ovuli devono sottoporsi a terapie ormonali, che hanno dimostrato di essere dannose per molte. Soprattutto prima della fecondazione in vitro, è necessario un ‘bombardamento’ ormonale, per far sì che la donna produca 10-20 ovociti invece di 1 o 2 ovociti al mese di cui le donne sono dotate per natura. L’OHSS può verificarsi e si manifesta dopo il prelievo degli ovuli. Le ovaie ingrossate iper-stimolate possono causare forti dolori, distensione addominale, nausea, vomito, diarrea, tromboembolia e persino la morte. Le donne che producono i propri gameti per il mercato della procreazione assistita si sottopongono a trattamenti per la fertilità per stimolare la crescita degli ovuli anche più volte all’anno. Per questo motivo, possono incorrere in OHSS, una condizione che porta a gravi malattie e al rischio di perdere la vita

Il Journal of Law, Medicine & Ethics ha evidenziato questioni etiche pubblicando uno studio incentrato sulla necessità di informare le donne che donano/vendono ovociti dei rischi per la salute. In effetti, possono verificarsi problemi a lungo termine, come vari tipi di cancro alle ovaie, all’utero, al colon o al seno. Alberta, Berry e Levine (2014) hanno anche analizzato più di 400 annunci per il reclutamento di fornitrici di ovuli, scoprendo che la maggior parte non forniva informazioni sui rischi. La questione del denaro (quanto e come, i contratti e le varie clausole) è strettamente collegata a problemi etici – che non affronterò in questa sede, ma alcuni di essi hanno a che vedere proprio con il diritto alla salute delle donne che forniscono ovociti o gestazione per altre persone.

 

  1. Rischi per la salute nella fecondazione in vitro, trasferimento eterologo di embrioni e per le madri surroganti

I problemi sembrano iniziare già con l’uso della fecondazione in vitro, sempre più diffusa: c’è una epidemia di infertilità che ha origini ambientali sulle quali si tace, dal ruolo delle microplastiche e dei composti clorinati (che nel corpo umano mimicano gli estrogeni), alle esposizioni a campi elettromagnetici. Quindi il ricorso alla fecondazione in vitro è destinato ad aumentare, nonostante i rischi per la salute per le donne. Inoltre le gravidanze multiple (dovute all’impianto di più embrioni) sono associate a complicazioni materne e perinatali come diabete gestazionale, restrizione della crescita fetale, e parti prematuri. Anche i gemelli singoli nati tramite fecondazione in vitro hanno dimostrato di avere esiti peggiori rispetto a quelli concepiti naturalmente. Sebbene alcuni paesi abbiano mitigato il rischio di parti multipli richiedendo il trasferimento di un singolo embrione, i trasferimenti multipli sono ancora comuni in molti stati del mondo, compresi gli Stati Uniti e l’Asia, dove i tassi di nascite multiple sono dal 20% al 30%.

Inoltre, gli studi suggeriscono che il trasferimento di un singolo embrione (che comporta una coltura embrionale estesa prima dell’impianto di una blastocisti nell’utero della donna) è associato a un rischio aggiuntivo del 50-70% di parto pre-termine e malformazioni congenite (Kamphuis et al., 2014). Ulteriori problemi si presentano in caso di trasferimento di embrioni eterologhi, ovvero il trasferimento di un embrione geneticamente non correlato nell’utero di una donna. Questa tecnologia viene utilizzata per aiutare le donne che non possono concepire con i propri ovuli, nonché nella maternità surrogata gestazionale.

Le riceventi di embrioni creati con gli ovuli di un’altra donna hanno riscontrato problemi di salute documentati. Si segnala che le gravidanze successive alla donazione di ovuli triplicano il rischio di ipertensione (Science Daily, 1 luglio 2014) e portano ad altri problemi da approfondire, come un livello più elevato di fallimento dell’impianto e tassi di nati vivi inferiori.

Nel 2014 il Journal of Perinatology ha pubblicato uno studio sulle tecnologie riproduttive, inclusa l’inseminazione artificiale, che evidenzia risultati preoccupanti.  Nel 2009, le nascite in California rappresentavano il 12,8% di tutte le nascite dei residenti negli Stati Uniti. Tra le gravidanze c’è stato un aumento di 4-5 volte dei nati morti identificati dal 2009 al 2011 rispetto alle donne la cui gravidanza è avvenuta naturalmente … Le gravidanze concepite tramite tecnologie riproduttive e inseminazione artificiale hanno anche sperimentato tassi più elevati di taglio cesareo con complicazioni e comorbilità associate (41% in media), che sono aumentati di quattro volte rispetto a quelli tra le gravidanze concepite naturalmente (10% in media). … E si riscontra un aumento di 2-3 volte delle anomalie fetali note o sospette tra neonati concepiti con tecnologie riproduttive o con inseminazione artificiale – rispetto ai neonati concepiti naturalmente (Merritt et al., 2014).

Lo studio indica come i costi aggiuntivi per l’assistenza materna attribuibili alle tecnologie riproduttive e le spese ospedaliere sostanzialmente più elevate per i neonati concepiti con tecnologie riproduttive o inseminazione artificiale in California rappresentino una crescente preoccupazione economica medica e anche per i decisori politici sanitari a livello nazionale. Infatti, le tecnologie riproduttive  prolungano notevolmente i tempi di ospedalizzazione per le madri e le cure intensive per i bambini, il che può diventare un peso gravoso per i sistemi sanitari pubblici e per le assicurazioni private (Nicolau et al., 2015) – per non parlare dell’afflizione psicosociale delle donne e delle loro famiglie. che vengono colpite da tali avversità inaspettatamente.

Esistono altri rischi per la salute per le riceventi di embrione eterologo e le madri surroganti, correlati ai farmaci somministrati prima dell’impianto degli embrioni. Alcune ricerche hanno rilevato un aumento del diabete gestazionale (che ha un impatto anche sul feto) e dell’ipertensione intracranica tra le madri surrogate durante la preparazione alla maternità surrogata gestazionale a causa dell’uso di farmaci e ormoni (Alexander e Levi, 2013). Oltre ai normali rischi associati alle gravidanze seriali, le destinatarie di embrio-trapianto e le madri surrogate possono andare incontro a aborti spontanei e parti di bambini morti con maggiore frequenza, con le note conseguenze fisiche e psicologiche per le donne. Qui non entrerò nel merito delle problematiche psico-sociali, sulle quali alcuni studi sono stati portati a termine, sia per uomini e donne che vendono gameti, sia che per bambini/e che nascono con l’eterologa o la surroga di gravidanza. Mentre resta difficile fare ricerca sulle donne che portano avanti gravidanze per altre persone: dopo i primi casi clamorosi, di madri surroganti che volevano tenersi il bebè appena partorito/a – le cliniche della fertilità si sono tutelate fidelizzando legalmente le gestatrici, ovvero garantendosi madri surroganti felici per contratto. (Video www.theothersideofsurrogacy.blogspot.com)

 

  1. Rischi per la salute dei bambini/e

Sebbene studi medici sulla maternità surrogata sostengano la necessità di follow-up dei bambini nati da tecnologie riproduttive, questo ancora non avviene.  Alcuni menzionano il rischio di forme precoci di cancro. Uno studio giapponese pubblicato sul Journal of Human Genetics ha rilevato un’associazione tra l’uso di tecnologie riproduttive e diverse malattie, tra cui tumori infantili (Higashimoto e Soejima, 2013). Uno dei primi studi che ha evidenziato i problemi di salute per i neonati con tecnologie rappresentavano già l’1,3% del totale, secondo i dati ufficiali annuali del Ministero della Salute francese. Sono state riscontrate alterazioni genetiche tra i nati/e con fecondazione in vitro e fecondazione artificiale – e gli scienziati hanno chiesto un attento monitoraggio di questi bambini/e.

L’American Journal of Obstetrics and Gynecology ha pubblicato uno studio sugli effetti sulla salute a lungo termine della prole concepita dopo trattamenti per la fertilità. È stata trovata un’associazione tra la modalità di concepimento (fecondazione in vitro, induzione dell’ovulazione o gravidanza spontanea) e il rischio di neoplasie, che include tipi di tumore benigni e maligni nella prole. Si è trattato di uno studio longitudinale in cui gli scienziati hanno osservato un gran numero di bambini fino a 18 anni, scoprendo che il tasso di neoplasie era più alto tra i bambini concepiti dopo trattamenti di fecondazione in vitro o di induzione dell’ovulazione, rispetto ai bambini concepiti naturalmente. La conclusione è inequivocabile: “I bambini concepiti dopo trattamenti di fertilità sono a maggior rischio di neoplasie pediatriche” (Wainstock et al., 2017). Un articolo di Philip Hunter (2017) sui rischi per la salute a lungo termine nelle tecnologie riproduttive, pubblicato sul Journal of European Molecular Biology Organization ha sottolineato, sulla base di dati epidemiologici e ricerche sugli animali, che la fecondazione in vitro può creare problemi di salute più avanti nella vita. Ci sono condizioni correlate al contesto del corredo genetico dei genitori. Secondo Hunter, la subfertilità “non sembra essere solo una condizione isolata, ma è spesso associata ad altre carenze che sembrano aumentare il rischio di varie malattie per il bambino”. Le procedure di fecondazione in vitro sono controverse anche per ragioni intrinseche: “un fattore che influenza sia i tassi di gravidanza sia i possibili rischi per la salute del bambino che è stato pienamente riconosciuto solo di recente è la concentrazione di ossigeno delle condizioni di coltura dell’embrione”. Philip Hunter sottolinea che dopo 40 anni dalla nascita del primo bambino da fecondazione in vitro, il cospicuo corpo di studi prodotti è ancora considerato una prova inconcludente di ciò che è sotto gli occhi di tutti, ovvero “livelli significativamente aumentati di condizioni gravi, tra cui cancro, malattie cardiache o metaboliche” (Hunter, 2017).

Il World Journal of Clinical Pediatrics ha pubblicato i risultati di un progetto di ricerca medica che conferma quanto emerso in diversi studi precedenti: i bambini concepiti tramite fecondazione in vitro hanno un tasso più elevato di danni cerebrali (Bellieni et al., 2011), spesso associato a gravidanze multiple. Anche per i bambini impiantati come embrioni singoli, il rischio è risultato più elevato, il che mette in discussione le tecniche relative alla fecondazione in vitro e alla coltura degli embrioni, e la bassa qualità degli ovociti solitamente ottenuti tramite farmaci per la fertilità e terapie ormonali.

Anche la sequenza delle procedure relative alla crioconservazione è in qualche modo discutibile. Uno studio comparativo ha rilevato alcuni problemi relativi alla fase in cui gli embrioni vengono impiantati, in termini di determinazione del successo dell’operazione (Pavone 2011). Tuttavia, la fase più delicata è quella in cui gli embrioni vengono scongelati. Questa questione è stata sottoposta a esame scientifico perché potrebbero esserci implicazioni in termini di danno epigenetico:

L’efficienza e la sicurezza dei metodi di crioconservazione vengono solitamente valutate misurando i tassi di sopravvivenza delle cellule immediatamente dopo lo scongelamento, ma questo parametro non misura l’impatto di effetti più sottili sui processi cellulari, e in particolare sui meccanismi epigenetici. Vi sono anche prove crescenti che i marcatori epigenetici possono essere trasmessi attraverso la riproduzione sessuale tramite gameti e possono influenzare il rischio di malattie o addirittura causare malattie nella generazione successiva (Chatterjee et al., 2016).

Una ricerca cinese basata su una meta-analisi quantitativa ha preso in considerazione un gran numero di indagini scientifiche riguardanti i difetti alla nascita tra i bambini concepiti tramite fecondazione in vitro e più specificamente l’iniezione intracitoplasmatica di spermatozoi (ICSI). L’esplorazione ha portato gli scienziati alla creazione di un database di studi e alla formulazione di sei categorie principali di difetti alla nascita ovvero a: sistema nervoso; sistema genitourinario; sistema digerente; sistema circolatorio; sistema muscolo-scheletrico; orecchio, viso e collo. I risultati indicano relazioni significative tra FIV/ICSI e i tipi di difetti alla nascita menzionati (Wen et al., 2012).

Uno studio pubblicato sul Journal of American Medical Association (JAMA Pediatrics) mostra prove che l’uso di tecnologie riproduttive implica un aumento dei difetti alla nascita, in particolare nei sistemi gastrointestinale e muscolo-scheletrico (Boulet et al., 2016). I risultati inquietanti di questa indagine decennale hanno motivato gli scienziati a raccomandare che i rischi vengano divulgati ai pazienti in cerca di consigli. Un nuovo meta-studio pubblicato su Fertility and Sterility, la rivista dell’American Society for Reproductive Medicine (ASRM), ha valutato se i bambini concepiti tramite tecnologia di riproduzione assistita siano a maggior rischio di malattie infantili rispetto ai “bambini concepiti spontaneamente”. … I risultati hanno indicato che i bambini concepiti tramite tecniche di riproduzione assistita potrebbero essere a maggior rischio di malattie infettive e parassitarie non specificate, asma, malattie genitourinarie, epilessia o convulsioni e ricoveri ospedalieri più lunghi (Kettner 2015).

A luglio 2018, la pediatra-oncologa Maura Massimino ha partecipato all’International Symposium on Pediatric Neuro-Oncology (ISPNO) tenutosi a Denver, Colorado, dove un congresso mondiale di scienziati appartenenti a diversi campi medici si è riunito per discutere del cancro al cervello nei bambini. Ha dichiarato: “Sono impressionata dai dati presentati dal Registro europeo sulla patologia riguardante la correlazione tra le tecniche di riproduzione assistita e l’incidenza del tumore rabdoide atipico-teratoide. Si tratta di un tipo di cancro embrionale molto aggressivo, che colpisce bambini molto piccoli, spesso appena nati; in una certa percentuale dei casi tale patologia ha a che fare con una sindrome genetica che colpisce più tumori al momento o durante la vita”.

Da allora, sempre più progetti di ricerca si sono concentrati sui tumori infantili correlati alle tecnologie riproduttive. L’8 novembre 2020, la rivista Bioedge (Bioethics news from around the world) ha pubblicato online i risultati di uno studio condotto in Massachusetts, New York, Texas e North Carolina: “I bambini concepiti con la fecondazione in vitro hanno un rischio maggiore di sviluppare il cancro rispetto a quelli concepiti naturalmente, secondo uno studio pubblicato sulla rivista JAMA Network: “Il rischio aumentato era 2 volte maggiore per i bambini concepiti tramite fecondazione in vitro rispetto ai bambini concepiti naturalmente” affermano gli autori”. (Michael Cook, “High Cancer Risks for IVF Babies” https://www.bioedge.org/bioethics/high-cancer-risk-for-ivf-babies).

 

Conclusioni.

Spero di aver sollecitato un interesse a prendere in considerazione i problemi di salute per donne e nascituri/e nelle tecnologie riproduttive – che sicuramente meritano approfondimenti ulteriori e monitoraggio dei nuovi studi. Sul piano sociologico vorrei indurre una riflessione riguardo la relazione non dicotomica tra corpo e ambiente – tema sul quale mi sono espressa negli ultimi 30 anni. Tale relazione infatti è essenziale sia per capire l’epidemia di infertilità nei paesi cosiddetti sviluppati, sia per trovare soluzioni che rispettino la salute e l’ambiente, in termini di prevenzione primaria. Il ricorso crescente alle tecnologie riproduttive sembra porre una serie di complicazioni a breve termine, e di incognite sulla salute umana nel medio e lungo termine.  Oltre a riconfinare le donne (siano esse ‘infertili’ recipienti di cure, venditrici di ovociti o gestatrici per altri/e) ad un destino biologico rispetto al quale l’autonomia delle donne certo non aumenta.

…………………………….

*Questo è il testo di una conferenza tenuta dall’autrice al Colloque International “Corps féminins et techniques de reproduction. Récits et représentations transnationaux” alla Université Paris Nanterre il 5-6 décembre 2024.

** Inchiesta si è già occupata del tema nel Dossier Speciale “Per una critica della scienza e delle tecnologie: ingegneria genetica, riproduzione artificiale, nanotecnologie e dominio digitale” in Inchiesta n. 202, 2019.

 

 

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Category: Donne, lavoro, femminismi

About Laura Corradi: Laura Corradi, nata a Milano nel 1960, è ricercatrice all'Università della Calabria, dove insegna Studi sulla Costruzione Sociale delle Differenze di Genere e Fondamenti Sociali della Salute e della Malattie.

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