Alberto Cini: Educare al dolce far niente. La “pausa e il riposo” tra neuroscienza, arte, informatica e cultura ebraica

| 14 Luglio 2025 | Comments (0)

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Alberto Cini

Educare al dolce far niente.

La “pausa e il riposo” come implementazione dell’insight tra neuroscienza, arte, informatica e cultura ebraica.

Ho scritto questo articolo, che forse è un po’ complesso, ma con lo scopo  di evidenziare varie riflessioni e contributi, in un corpo documentale solo. Mi incuriosisce il fatto che le osservazioni di vari campi culturali, spesso vanno nella stessa direzione. Trovo molto interessante, oltre il contenuto stesso dell’argomento, la qualità e l’intreccio dei concetti, la loro sovrapposizione e i loro confini adiacenti. Questi aspetti culturali giungono da contesti di ricerca e del sapere apparentemente distanti tra loro, ma la loro integrazione mi dona il piacere o l’illusione piacevole di una conoscenza più completa. 

Nei giardini Zen ci sono 15 pietre, non puoi entrarci, però girando intorno al sentiero  apposito, puoi vedere contemporaneamente solo 5 pietre alla volta. Mentre una appare, un’altra scompare. Quindi al termine del giro, puoi sapere la quantità di pietre totali e la traccia di prospettiva a loro appartenente, ma sarà un sapere e un’immagine mentale, astratta, perché è voluto dal costruttore il farti fare questa esperienza di saggezza, sintesi e trascendenza dei punti di vista. In questo modo mi piace considerare le mie indagazioni culturali ed esperienziali. Ciò che resta alla fine non è la somma delle parti. La conoscenza può essere cumulativa, il sapere è essenzialità… la poetica dell’insight…

Faccio l’artista.

Quand’ero giovane, qui a Bologna, siccome ero uno sfaccendato ragazzotto, mio nonno mi diceva sempre in dialetto bolognese, “fet l’artesta?” – “fai l’artista?”, che a Bologna significava “non fare niente, bighellonare in giro, passare il tempo così come veniva…” Questo perché era noto e senso comune che l’artista, in attesa dell’intuizione creativa deflagrante e geniale, si concedeva lunghi periodi di sospensione contemplativa e godereccia. Oggi, appunto, lo chiamiamo Insight creativo.

Nella nostra società frenetica ed orientata alla produttività, il valore del tempo vuoto e delle pause viene spesso sottovalutato, oppure considerato come un lusso, e per alcuni, l’inattività può dare anche una perdita di senso esistenziale. Spesso si mitizza il tempo libero come un tempo opposto all’obbligo lavorativo, ma non come un tempo che ha un valore intrinseco. Tanto che il tempo non lavorativo, ritorna ad essere attivamente occupato da altre azioni. Azioni, semmai di tipo catartico o compensatorio, basate soprattutto sull’esasperazione dei consumi. 

Eppure, numerosi studi scientifici e riflessioni culturali, dimostrano che il momento di inattività può essere un potente stimolo per l’intuizione, l’insight e la creatività. 

In questo articolo avremo dati delle neuroscienze, sul come il “fare nulla”, le pause e le pratiche di sospensione non produttive, o anche della solo attenzione non focalizzata, siano importanti. Questo potrebbe essere come “scoprire l’acqua calda”, poiché gli studi sul sonno, ovviamente fanno da scuola sull’argomento della sospensione dei livelli di  vigilanza.

L’importante è valorizzare, come agisce il fenomeno “dell’apparente inattività delle pausa”, rispetto alla “attività mirata ad uno scopo”, e andare oltre al solo livello fisiologico, come nel sonno. 

Successivamente prendere in considerazione come nelle culture tradizionali, l’umanità abbia simbolizzato questo necessario stato dell’essere. Per esempio come avviene nello Shabbat ebraico e come questi concetti trovino radici profonde nel principio femminile della Shekinà e del riorientamento chiamato tikkun, in particolare nelle testimonianze della Cabala Lurianica.

Bergson… tanto per fare un’introduzione

L’intuizione è definita dal filosofo Bergson nel “Saggio sui dati immediati della coscienza”, come “uno sguardo dell’uomo su di sé”.  Sguardo, non in contrasto e in opposizione alla realtà cognitiva della mente, al pensiero logico ed analitico. Per Bergson anche il pensiero astratto resta comunque sulle “cose”. “L’intuizione” per Bergson non è “della persona”, bensì “nella persona”, “un embodied ideativo”. l’incorporazione del fenomeno come  un aspetto unificatore transoggettivo, contenuto nel flusso dinamico dei contenuti mentali. 

L’Intuizione creativa è vista come una dinamica di completezza, che nell’individuo, scaturisce in termini fisiopsicologici. 

L’intuizione si manifesta nel senso di unione fluida, del movimento analitico del pensiero, come percezione ed elaborazione delle sue parti con il senso di universalità, che scorre trasversalmente alla percezione dei fenomeni stessi. 

Queste nozze filosoficamente sacre e archetipicamente simboliche nella metafisica dell’unione mistica, tra piano orizzontale e piano verticale dell’esistenza, ci vengono in qualche modo confermate più concretamente dagli studi neuroscientifici, che negli ultimi anni, hanno influenzato la ricerca sui meccanismi neurali del comportamento umano e delle funzioni specifiche, delle aree cerebrali e della loro connessione.

La neuroscienza che mi appassiona

Numerosi neuroscienziati, tra cui Daniel Levitin, psicologo cognitivista e musicista, autore di “The Organized Mind”, sottolineano che le pause e i momenti di inattività favoriscono il funzionamento delle reti neurali coinvolte nell’intuizione creativa. Quando ci prendiamo un tempo di inattività, il cervello può elaborare, secondo una modalità psicofisiologica, un’attività subcosciente di dati, informazioni e di relativi collegamenti, che altrimenti rimarrebbero nascosti. Questo processo è essenziale per l’insight, cioè quella comprensione improvvisa e profonda, che spesso avviene “quando meno te lo aspetti”, o improvvisamente “quando si è impegnati a fare altro”, come affermano molti artisti e scienziati.

Altri studi che ho incontrato nei miei random appassionati di letture, sono quelli di Leonardo G. Cohen ricercatore e neuroscienziato, presso il National Institutes of Health degli Stati Uniti.

Cohen e i suoi colleghi hanno utilizzato una tecnica di scansione cerebrale altamente sensibile, chiamata magnetoencefalografia. Osservò l’attività neurale di giovani adulti, mentre imparavano a digitare parole con la mano non dominante. Dopo una sessione di pratica, i partecipanti allo studio, fecero una breve pausa e continuarono a esercitarsi, per un totale di 35 sessioni. 

Durante le pause, si è potuto osservare un picco nell’attività cerebrale, che imitava lo schema neurale visto durante la sessione di pratica, ma compresso di venti volte. Questo  particolare, significa che il cervello stava riproducendo la sessione di scrittura agita ripetutamente e ad una velocità molto elevata. I dati  passavano dalla neocorteccia, dove vengono elaborate le abilità sensoriali e motorie, all’ippocampo; che è il centro della memoria del cervello. Questo fenomeno avveniva più di ventiquattro volte nell’arco di 10 secondi. Quindi il momento di inattività, corrispondeva ad un vorticoso impegno di rielaborazione e fissazione dell’esperienza. 

Ugualmente ricordo, le esperienze narrate dalla neuroscienziata Nazareth Castellanos, quando studiavo la neuroscienza della meditazione, nei suoi corsi a Madrid. Lei citava come nei primi studi sul pensiero decisionale, attraverso lo strumento del neuroimaging, i ricercatori si accorsero delle “tempeste di onde cerebrali” dei soggetti, proprio negli attimi di riposo tra un test e l’altro. Successivamente le onde cerebrali si acquietavano, quando le persone si rifocalizzavano sui test cognitivi.

I risultati di Cohen fanno eco a un’altra scoperta, piuttosto rivoluzionaria nel settore della neuroscienza, compiuta da un team di ricercatori del Massachusetts Institute of Technology (MIT), negli Stati Uniti. Nel 2001 il team ha scoperto che i ratti, dopo aver percorso con successo un labirinto, riproducevano ripetutamente quei ricordi durante il sonno. Durante la fase REM i ricercatori sono stati in grado di vedere che gli stessi circuiti nel cervello che si animavano nel trovare una via di uscita dal labirinto, si animavano anche durante il sonno. 

Cohen spiega, che quando impariamo una nuova abilità, il nostro cervello deve collegare ai ricordi precedenti, attivando un processo chiamato “legame neurale”. Finora gli scienziati non erano riusciti a capire, come il cervello collegasse queste due azioni diverse, in un’abilità ben strutturata ed esecutiva. La tesi è spiegata con il nome di ‘neural replay, che in termini scientifici, viene definito come la “riattivazione temporalmente compressa di schemi di attività neurale, che rappresentano sequenze comportamentali durante il riposo”. In altre parole, dopo aver esercitato un’abilità, il nostro cervello ripercorre rapidamente l’esperienza, comprimendo il materiale per ottimizzare la memorizzazione e il ricordo. 

Questi meccanismi di rielaborazione, che sono stimolo del fenomeno degli insight e delle idee intuitive, sono inseriti e definiti all’interno della struttura epigenetica dell’individuo. Quindi fanno riferimento non ad una “volontà” e determinazione umana legata al libero arbitrio cognitivo culturale, ma sono dati da un presunto logos filogenetico presoggettivo e aculturale. Questa apparente mancanza di simbolizzazione consapevole, che scorre unificante (alla Bergson) è sullo stesso piano di quelle informazioni, che gli animali possiedono, per costruirsi, anche in maniera estremamente elaborata, i loro ripari, i riti di accoppiamento e le differenziazioni della tipologia dei legami nelle strutture parentali. Presso le culture tradizionali antiche, analizzate dal un punto di vista antropologico dei tratti culturali, che riguardano prevalentemente le pratiche rituali del cambiamento soggettivo interiore, riti di passaggio evolutivo e sul piano esistenziale spirituale, si denota un richiamo a dimensioni esperienziali di sospensione delle attività comuni e quotidiane. Ritiri, esperienze ascetiche, uso di sostanze psicotropiche, spesso sono pratiche di anestetizzazione del pensiero logico e soggettivo, dove si evidenzia il richiamo ad una volontà superiore e non individuale. Questo fenomeno culturale potrebbe essere un modo antico di ricontattare una dinamica di ristrutturazione del Sé, un aggiornamento del sistema cognitivo e sensomotorio. Proprio come sosteneva lo psicologo dello sviluppo G.Piaget nella dinamica di “assimilazione e accomodamento” dell’esperienza, dove l’effetto della dinamica psicologica ha la funzione di costruire la cognizione nell’individuo, ma il processo non lo è. Pensiamo alla pratica rituale come ad un’esperienza di “assimilazione ed accomodamento” inconscio o addirittura ancestrale.

Abbiamo visto finora come l’aspetto della “pausa inattiva” sia importante per la ristrutturazione delle dinamiche intrapsichiche, e quindi anche rispetto alla programmazione delle azioni future. Dobbiamo sottolineare, però, che questa assimilazione e rielaborazione naturale, è una “assimilazione” di dati percettivi e percepiti dall’individuo. La parola Cabala, significa appunto “ricevere”, quindi “luogo dove avviene la ricezione dei dati”. La differenziazione antropologica nasce dai diversi modi di intendere quali siano i dati che possiamo ricevere, e quali siano piani psichici, che entrano in gioco come strumenti della percezione. Successivamente come (e anche perchè) li organizziamo e li simbolizziamo in un certo modo. Pensiamo come culturalmente possiamo valutare il livello percettivo dei fenomeni nei diversi piani e riferimenti culturali: i messaggi delle forze ambientali e della natura come nello sciamanesimo, i messaggi divinatori e spirituali delle tradizioni religiose, i messaggi stimolo della percezione sensoriale come nella psicologia della Gestalt, gli studi su percezione e inferenza della psicologia sociale, infine pensiamo agli aspetti attuali su l’importanza in ambito psicologico ed educativo della capacità della “Enterocezione” e della “Neurocezione” del tono vagale di Porges, ecc. ecc.

Ogni modello culturale di ogni epoca, codifica le percezioni in significati, ma anche seleziona, a livello educativo le percezioni da validare, ed in quale modo farlo, cambiando ed influendo sulla soggettività dell’educando.

Nel contesto culturale attuale, non abbiamo una sola cultura con la quale rapportarci, ma un intreccio di culture, che si innestano nelle nostre vite. Spesso sono contaminazioni culturali, che l’adattamento al contemporaneo e l’influenza reciproca, sfasano i significati delle stesse, rispetto alla formazione originaria delle proprie radici storiche. Pensiamo al classico fenomeno della new age, ad esempio, e posso citare, per chi interessa, il saggio di religioni comparate di Mircea Eliade “Occultismo, stregoneria e mode culturali”. Ricordo che nell’introduzione del libro “La continuità dell’essere” di Mark Epstein, psichiatra, psicoterapeuta americano e anche insegnante di meditazione buddista, diceva così: “al mattino entro in aula universitaria e insegno delle cose, poi alla sera entro nella sala di meditazione e insegno l’opposto!” . Solo apparenti contraddizioni culturali.

Ho un ricordo indelebile delle testimonianze sulle ritualità degli indiani d’America, dove ho trovato parole di estrema intelligenza e saggezza, di uno sciamano che recitavano in questo modo: “Chiedo che mi venga dato il dono della visione, ma anche la capacità di capire ciò che vedo, e soprattutto il coraggio di mettere in pratica quello che ho capito”.

Informatica: Riavvio, Reset, Aggiornamento

Cosa ci può insegnare il mondo dell’informatica per analogia con i processi mentali e cerebrali dell’essere umano? Vediamo la differenza che esiste tra processo di riavvio e resettaggio del sistema operativo. Durante il percorso d’uso dei programmi che usiamo, la nostra soggettività specifica, fatta di interessi personali e professionali, creano notevoli percorsi di comunicazione e contatti con vari device, con network, con un numero di dati e processi considerevoli. Tutto questo lavoro di interazione crea nel tempo problematiche e contrasti, accumuli, e non solo, pensiamo ai bags, virus, ai salti di corrente ecc ecc. più o meno quello che accade normalmente anche al nostro sistema psicocorporeo quotidianamente. A questo punto l’ambito informatico ha la possibilità di agire in due modi rispetto all’ambito del “riposo” di cui stiamo parlando: abbiamo il famoso “riavvio” del sistema, che è come sospendere l’attività, come nel sonno forse, e risvegliarsi e riattivare tutte le facoltà che ci servono per la giornata. Purtroppo spesso questo non basta, problematiche profonde, diciamo non strutturali ma entrate molto nel sistema, al risveglio si ripresentano ancora. Quindi, più raramente è comunque necessario fare un reset del sistema che ristabilisca la funzionalità operativa. Questo reset è necessario per cancellare le incrostazioni soggettive del percorso d’uso dello strumento. 

L’analogia del processo informatico con quello umano ci può servire per capire che non è soltanto necessario creare momenti di un nuovo inizio, come nei ritmi di riavvio (sonno/veglia), bisogna anche resettare, quindi venire in contatto col processo originario del sistema (riorientamento ancestrale), ed eventualmente fare un aggiornamento aggiungendo risorse rispetto a nuovi bisogni e funzioni che il ciclo della vita ci mette davanti (trasformazione). Educare al riposo quindi potrebbe significare, paradossalmente, trattare le persone con la stessa cura con cui trattiamo le macchine. Trovare un modello umanizzato di riavvio, resettaggio, aggiornamento. Ciò che si dovrebbe fare professionalmente attraverso il confronto delle equipes professionali, supervisione psicologica individuale e di gruppo, formazione ed aggiornamento. Aspetti che andrebbero trattati non solo professionalmente ma soggettivamente nella vita quotidiana di chiunque, per una buona rigenerazione dell’esistenza.

Le intelligenze multiple e il modello educativo

Nell’ultimo periodo di ricerche fisioneurologiche, si è passati da una precedente focalizzazione di analisi e determinismi della funzione del cervello, chiamata fase di “cerebrocentrismo”, alla nascita delle intelligenze multiple.

L’armonizzazione delle intelligenze multiple, legate al corpo, rappresenta un approccio innovativo e integrato nel campo della neuroscienza.  la quale, riconosce la complessità e la multidimensionalità dell’essere umano. In particolare, l’asse: intestino, cuore e cervello, emerge come un sistema interconnesso, in cui le diverse intelligenze – emotiva, cognitiva, somatica – si influenzano reciprocamente. 

A mio avviso chiamarle intelligenze, potrebbe essere fuorviante, se si pensa ad un tipo di intelligenza basata sul processo logico. Possiamo dire che ogni area corporea arreca percezioni e segnalazioni, che andrebbero tenute in considerazione, nell’ambito dell’inferenza cognitiva del processo decisionale e della formazione della rappresentazione della realtà.

Attraverso la consapevolezza delle frequenze Hertz, della coerenza cardiaca e della comunicazione tra intestino, cuore e cervello, possiamo sviluppare strategie pratiche per migliorare il benessere esistenziale e cognitivo. Riconoscere che siamo sistemi complessi in sincrono, ci invita a coltivare pratiche quotidiane di auto-regolazione, promuovendo una vita più equilibrata, resiliente e consapevole. Attraverso l’apprendimento e l’educazione al sentire enterocettivo, che ci permette di integrare i segnali delle aree suddette (intestino-cuore-cervello), diviene molto importante inserirlo nel sistema educativo dei giovani. Poiché queste informazioni agiscono direttamente sulla segnalazione, di aree multidimensionali, che vanno dalla sicurezza personale e sociale percepita, alle scelte esistenziali e delle strategie di coping (il come fare fronte alle situazioni), perfino ad influenzare l’aspetto ormonale della persona. 

L’equilibrio e l’integrazione di queste aree, compartecipano ad attivare quella sensazione del famoso e storico “Eureka!” che si manifesta, con quel conosciuto fenomeno psichico che definiamo “Insight”.

Quindi educare al riposo è soprattutto educare all’ascolto. Non spingere alla distrazione per non sentirsi, il fare compulsivo per non ascoltarsi. Educare al percepire e percepirsi nella “passività”, nel “silenzio” che spesso fanno paura. Educare al riposo è anche educare alla percezione di sé. Non ci si riesce ad ascoltarsi profondamente se si temono pericoli o disagi, sia esteriormente che interiormente. Educare al riposo significa educare alla sicurezza. In modo biologico lo viviamo tutti, nessuno dormirebbe in un luogo che ci trasmette paura e insicurezza.  Creare contesti educativi che puntano principalmente sul senso di accettazione di sé e di sicurezza, soprattutto intra ed infra psichica è fondamentale. Il silenzio ed il riposo è apprendimento di quella sensibilità che è anche intelligenza, dove l’intelligenza è al servizio dell’armonizzazione e della coerenza di tutte le nostre parti, corresponsabili della nostra qualità di vita.

Affermato quindi che dopo un periodo esperienziale di attività performativa, di impegno lavorativo, di processo produttivo, di apprendimenti vari, le nostre tre zone cerebrali e mnestiche, sono state estremamente sovraeccitate, stimolate. Quindi diviene necessaria una pratica di sincronizzazione. Un periodo di passività esterna in favore di un istintuale riaggiornamento del Sé.

Sarà così, che tutto questo rinnovamento e aggiornamento, a livello psichico, ideativo e corporeo, avrà bisogno di un periodo di incubazione. Questa incubazione, valorizza il distacco dalle attività, non solo come un mero momento di recupero delle forze, ma come aspetto di natura trasformativa. 

Il riposo e i momenti di inattività mentale non sono quindi semplici pause, ma stati fondamentali per il funzionamento creativo e risolutivo del cervello, permettendo di rielaborare le informazioni e di approdare a nuove intuizioni. Il terrore della passività e il disvalore della non produttività però, sono ormai un tratto culturale, che contraddistingue gli aspetti dell’attuale società occidentale. Va da sé, che questo aspetto della vita, non può essere esente sia da un’analisi dei modelli educativi e formativi per i giovani e da proposte operative e progettuali, che la possono favorire. 

Per onore di completezza su un piano culturale maggiormente ampio, voglio fare i doverosi riferimenti alle tradizioni culturali, che trasportano nelle loro radici profonde, conoscenze sapienziali inestimabili. Dove la simbolizzazione e l’astrazione analogica, comunicano informazioni fondamentali all’educazione dell’essere umano e al suo percorso evolutivo, del corso della vita e anche oltre. 

Ritengo inoltre, che le culture di antica tradizione, siano un patrimonio dell’umanità, in senso lato e ogni persona la può studiare e praticare in base alla propria coscienza, e non sia legittimato a farlo solo dall’appartenenza a determinate categorie, in base alla genetica, categorie di pensiero, di religione o di territorialità.


Relativismo della traduzione del concetto di riposo nello Shabbat

Utilizzerò in qualche modo la parola “riposo” dato che viene comunemente definito così nelle varie traduzioni e interpretazioni della Genesi, sia nella Torà, sia nelle versioni della Bibbia. Shabbat però, letterariamente significa “cessazione” e che si interpreti lo stato dopo la “Creazione” uno stato di “riposo” potrebbe essere molto fuorviante, se inteso nell’uso comune del termine. Associare il processo di “Creazione della manifestazione universale” ad un “lavoro”, è una riduzione e semplificazione talmente estrema che depista dal senso profondo del suo simbolismo. Se non c’è un “lavoro” allora non ci sarebbe nemmeno un “riposo”. Come scrive Byung-Chul Han nel bellissimo libro “Vita contemplativa o dell’inazione” : – “Il senso profondo dello shabbat è che la storia viene superata tramite l’inazione latrice di gioia. La creazione dell’uomo non è l’ultimo atto creativo: solo la quiete dello Shabbat porta a compimento la creazione”.

Il concetto di “quiete” e quello di “stasi contemplativa”, a mio avviso si implementano reciprocamente, poiché la quiete è un prerequisito degli stati contemplativi nelle pratiche induiste e orientali, stato di sospensione per giungere ad una percezione olistica e non duale dei fenomeni. Stato psicologico dove si interrompe la biporarità indicate dalla percezione soggettive e quella utopicamente oggettiva.

Nella Bibbia della prima versione C.E.I. aderente alla versione Talmudica si parla di “sospensione”: Genesi 2:2-3 

2- Allora Dio, nel settimo giorno portò a termine il lavoro che aveva fatto e cessò nel settimo giorno da ogni suo lavoro. 3- Dio benedisse il settimo giorno e lo consacrò, perché in esso aveva cessato da ogni lavoro che egli creando aveva fatto. 

Solo nelle versioni successive, Nuova Riveduta, Nuova Diodati, fino alla Riveduta del 2020 si insiste sul termine riposo: 2 Il settimo giorno, Dio compì l’opera che aveva fatta, e si riposò il settimo giorno da tutta l’opera che aveva fatta. 3 E Dio benedisse il settimo giorno e lo santificò, perché in esso si riposò da tutta l’opera che aveva creata e fatta. 

Sarebbe molto divertente pensare ad un Dio stanco…

Nel Talmud, come nella bibbia originale, non si parla tanto di riposo, ma di una benedizione dedicata al termine della creazione. Uno stato di meraviglia, soddisfazione, fino ad intuire un’estasi contemplativa. Qualsiasi artista conosce bene questo momento. Non è un riposo nel vero senso passivo del termine. l’artista non si distacca dall’opera, non va a riposare, ma cessa tutte le attività creative e di azione per “rimanere nell’opera”, attraverso la statica contemplazione della sua completezza. La stasi del completamento non ha nulla a che vedere col riposo. Comunque utilizzeremo questa parola, in termini di problematicità critica di una visione sociologica semantica che nell’analisi del particolare, ci permette come contrappunto di capire meglio il suo significato generale e più metafisico.

Il ruolo del riposo e dello Shabbat

Le regolamentazioni ossessive degli ebrei ortodossi, per capire cosa è possibile fare o non fare durante la cessazione delle attività dello Shabbat, è già, a mio avviso, un allontanarsi dal senso profondo dello shabbat stesso. Questo poichè, il “non fare intenzionalmente” qualcosa, è già fare qualcosa”. Lo spazio sacro dello shabbat, è accoglienza vuota, in funzione dello stato psicologico di ristrutturazione e orientamento naturale della persona, è anche la passività che darà senso all’attività futura, inoltre è la contemplazione di un’immersione nella totalità. Quella luce che darà senso e direzione unificante a tutte le realtà “frammentate” delle azione del futuro. 

Un fare senza volontà soggettiva. 

Una posizione estrema in questo senso è quella del tannà Rabbi Shimòn Bar Jochài, per il quale “l’uomo che intendeva cogliere un grappolo d’uva e invece ne ha colto un altro, anche se dal suo punto di vista non c’è alcuna differenza, dal momento che non intendeva fare quello che ha fatto, non ha compiuto un lavoro vero e proprio”

Questo esempio di  Rabbi Shimòn bar Jochài lo trovo estremamente chiaro e logico. L’individuo, sbagliando, ha agito per una forza casuale, che ha un disegno non soggettivo, anche se legato all’individuo. Quindi pur agendo, l’uomo non ha agito, ed è rimasto nella dimensione dello shabbat. Passeggiare a caso, dove ti porta il vento o il destino è nello spirito dello shabbat, andare a trovare un amico, semmai per chiedergli qualcosa, non è nello spirito dello Shabbat (esempio mio).

Le controversie e le discussioni in merito sono talvolta assai acute e le sottili differenze di opinione in materia di kavvanà, conoscenza, conseguenze volontarie e involontarie vengono affrontate estesamente nella letteratura talmudica nel corso dei secoli.

Per capire bene il concetto di “sospensione contemplativa” e di “farsi guidare dal flusso esistenziale sospendendo la propria volontà” bisogna conoscere almeno le definizioni di Tohu e Tikkun, e soprattutto di Shekinà. 

Le culture tradizionali hanno sempre cercato, come accade ad esempio nella “divinazione”, un contatto con una dimensione che sia fuori dalla volontà soggettiva dell’individuo, perché ritenuta, spesso, una volontà che agisce sotto i forti condizionamenti, sia delle esperienze personali, sia di quelle culturali specifiche. Quindi non attendibili, rispetto all’armonia globale dell’interdipendenza dei fenomeni, su di un piano più universale che particolare, delle cause e degli effetti.

Il grande cabalista Isaac Luria (1534-1572) introduce una visione complessa della creazione e del ripristino spirituale. Egli descrive due stati fondamentali: 

Tohu ( caos ) e Tikkun ( riparazione / orientamento ).

  • Tohu rappresenta lo stato primordiale di caos, disordine e potenzialità non ancora strutturata, un momento di grande energia creativa, ma anche di confusione. È la fase in cui l’universo si trova prima di essere organizzato e armonizzato.
  • Tikkun invece si riferisce all’atto di riparare, di orientare e di ripristinare l’ordine originario, portando equilibrio e luce nel mondo e nell’anima umana. È un processo attivo di riparazione che richiede consapevolezza e intervento.

Nel contesto individuale, questo dualismo invita a riconoscere i momenti di caos e confusione come opportunità di crescita, purché si intraprenda il percorso di Tikkun, cioè di orientamento verso l’armonia e la spiritualità.

Lo Shabbat, normalmente, il giorno di riposo settimanale, rappresenta l’atto di fermarsi, di staccare dalla frenesia quotidiana e di dedicarsi al riposo spirituale e alla riflessione. Esso è considerato un momento di Tikkun, di riparazione dell’anima e di rinnovamento interiore. Durante lo Shabbat, si sperimenta un ritorno all’ordine divino, si ricostruisce il senso di connessione con il divino e dinamica esistenziale e con il proprio Sé più profondo.

Il riposo contemplativo, nello Shabbat non è semplice inattività, ma un atto di orientamento: un momento di ascolto, di introspezione e di connessione con il principio femminile divino, cioè la  Shekinà.

La Shekinà: il principio femminile divino

La Shekinà rappresenta la presenza divina immanente, il principio femminile, che accompagna e sostiene l’universo e l’umanità. Nella Cabala, la Shekinà è vista come la manifestazione della misericordia, della comprensione e dell’accoglienza. È attraverso il suo principio, che si realizza il Tikkun, la riparazione dell’ordine divino e dell’anima umana.

Il principio femminile sottolinea l’importanza della relazione, dell’ascolto e dell’accoglienza, aspetti fondamentali anche nel processo di recupero e riposo, come espresso chiaramente dalle testimonianze neuroscientifiche sopra descritte. 

Riconoscere e onorare questa energia permette di instaurare un equilibrio tra azione e ricezione, tra caos e ordine, tra maschile e femminile, tra passività e attività.

L’analisi della tradizione cabalistica, con particolare riferimento a Luria, ci insegna che il riposo e l’orientamento sono elementi imprescindibili nel percorso di crescita spirituale e psicologica. Il ciclo tra Tohu e Tikkun evidenzia come il caos possa diventare un’opportunità di riparazione e di rinnovamento, purché si intraprenda consapevolmente il cammino di ritorno all’ordine naturale e universale. 

Lo Shabbat, è simbolo quindi del riposo, dell’ex-stasi, cioè “dell’uscire fuori” dalle dinamiche  di coinvolgimento attivo personalistico, diviene forza di rinnovamento, per la presenza della Shekinà, principio femminile di accoglienza e pace. Questo ci ricorda, che il vero riposo, è un atto di orientamento verso il senso della completezza e verso il nostro sé più autentico. Solo attraverso questa integrazione tra azione e contemplazione, tra caos e ordine, possiamo sperimentare un equilibrio che favorisce la crescita personale e spirituale in armonia con la nostra interiorità più profonda. 

Arte

Voglio fare un’analogia, rispetto a quello che ho scritto sopra, con il processo di creatività artistica in ambito pittorico. Il mio insegnante d’arte mi diceva sempre, “nella pittura come nella vita bisogna usare il pennello corto e il pennello lungo, e a volte stare dove il pennello non arriva”. Significava questo che bisogna osservare ciò che ci accade come fosse un quadro, ogni giorno ci occupiamo di particolari, pennello corto, ma ogni tanto bisogna allontanarsi, col pennello lungo per correggere la visione d’insieme dell’opera. Infine allontanarsi per guardare tutta l’opera come fosti uno spettatore, chiudere gli occhi e riaprirli, perché la vicinanza (lo sanno bene gli impressionisti) fa abituare l’occhio alle forme e ai colori, la vicinanza ti condiziona al punto che non riesci più a vedere nulla. Devi ritornale “nuovo” di fronte alla tua creazione, per vederla veramente. Solo così puoi rifinirla e andare avanti. Questo procedimento creativo mi richiama molto l’aspetto letterario della Genesi, in rapporto con o Shabbat.

Voglio finire questo articolo citando un importante filosofo che ha avuto una vita intensa sia sul piano culturale che di azione sociopolitica del suo tempo, successore di Martin Buber alla sua cattedra di Berlino.

Il filosofo ebreo Abrham Joshua Heshel (1907 – 1972) scrive dello Shabbat:

«La Creazione, ci insegnano, non è un atto che successe una volta nel tempo, una sola volta e per sempre. L’atto di portare il mondo in essere è un processo continuo.[4] Dio ha chiamato il mondo a esistere, e tale chiamata continua. C’è questo preciso istante perché Dio è presente. Ogni istante è un atto di creazione. Ogni momento non è terminale ma una scintilla, un segnale di Principio. Il tempo è un’innovazione perpetua, un sinonimo di creazione continua. Il tempo è il dono di Dio al mondo dello spazio.

Un mondo senza tempo sarebbe un mondo senza Dio, un mondo che esiste in se stesso, senza rinnovo, senza un Creatore. Un mondo senza tempo sarebbe un mondo staccato da Dio, una cosa per se stessa, realtà senza realizzazione. Un mondo nel tempo è un mondo che continua attraverso Dio; realizzazione di un disegno infinito; non cosa in se stessa ma cosa in Dio.
“Esser testimoni della perpetua meraviglia del mondo che diviene è percepire la presenza del Datore nel dato, comprendere che la fonte del tempo è l’eternità, che il segreto di essere è l’eterno nel tempo”.
Non possiamo risolvere il problema del tempo mediante la conquista dello spazio, con piramidi o fama. Possiamo solo risolvere il problema del tempo mediante la santificazione del tempo. Solo per l’umanità il tempo è elusivo; per l’umanità con Dio il tempo è l’eternità in incognito.
La Creazione è il linguaggio di Dio, il Tempo è la Sua canzone, e le cose dello spazio le consonanti della canzone. Santificare il tempo è cantare le vocali in unisono con Lui.
Questo è il compito degli esseri umani: conquistare lo spazio e santificare il tempo.
Dobbiamo conquistare lo spazio per poter santificare il tempo. Tutta la settimana siamo chiamati a santificare la vita impiegando le cose dello spazio. Nello Shabbat ci è dato di condividere la santità che risiede nel cuore del tempo. Anche quando l’anima è angosciata, anche quando nessuna preghiera può uscirci di gola nel dolore, il puro riposo silente dello Shabbat ci porta nel reame di una pace senza fine, o all’inizio di una consapevolezza di ciò che l’eternità significa. Esistono nel mondo poche idee di pensiero che contengano tanta potenza spirituale quanto l’idea dello Shabbat. Passeranno eoni, quando molte delle nostre amate teorie rimarranno a brandelli, ma quell’arazzo cosmico continuerà a splendere.
L’eternità indica un giorno. Shabbat».

Category: Culture e Religioni

About Alberto Cini: Educatore Professionale e Formatore, per servizi rivolti alla disabilità, all’adolescenza. Orientato all’approccio olistico alla persona, per la continuità educativa evolutiva dell’adulto e sostegno dei care giver. Specializzato in psicodramma psicoanalitico e teatro educativo con Roberto Losso, psichiatra e psicoterapeuta argentino, è conduttore di laboratori espressivo teatrali, di scrittura creativa e grafico pittorici. Si è diplomato in massaggio tradizionale, shiatsu, massaggio ayurvedico e Yoga.Con un passato sportivo agonistico nel nuoto e attualmente ancora praticante di arti marziali, si specializza in tecnica della respirazione in ambito educativo. Insegnante del metodo Metodo "Respira" di Fabio Andrico (Ati Yoga Foundation) e si forma e attualmente è docente della Medical Breath University di Mike Maric. Ha pubblicato raccolte di poesia. Scrive libri per l’infanzia e drammaturgia per “Terra d’ulivi Edizioni“. Altri articoli sul welfare, arte ed educazione, sono pubblicati sulla rivista “inchiesta on line” . Come artista ed illustratore, viene educato all’arte dalla pittrice Bianca Arcangeli. Questo primo approccio lo influenza particolarmente sul rapporto tra parola e segno, tra la poesia e la pittura.Sensibile agli aspetti formativi e pedagogici dell’espressione artistica si forma col pedagogista Antonio Faeti alla facoltà di Pedagogia, nella quale, inoltre, conosce il sociologo Vittorio Capecchi, che avrà un ruolo di suo mentore culturale, col quale condividerà il percorso esistenziale e di ricerca sociale. Artisticamente approda infine alla scuola dello scultore Alcide Fontanesi, col quale approfondisce l’espressionismo astratto, il simbolismo della forma e del colore.Studia arte terapia e tecniche di sviluppo della persona con il filosofo indiano Baba Philar Bedi condividendo ed apprendendo tutti gli aspetti della Filosofia Acquariana espressa da questo grande personaggio della storia indiana.

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