Tommaso Furlan: Le convergenze parallele di Trump e Xi Jinping

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Tommaso Furlan
Le convergenze parallele di Trump e Xi Jinping
Cina e Stati Uniti contendenti di una competizione globale in realtà si propongono nella propria azione politica con dinamiche simili. C’è da chiedersi se Trump e Xi siano veramente diversi nelle loro ambizioni. Forse non tutti sanno che esiste un MAGA cinese coniato da Xi molti anni prima di Trump. Tutto questo è una novità o è il rifiorire di radici da sempre presenti nelle rispettive culture che ora si rivestono di nuovi inquietanti elementi?
La “convergenza parallela” è una efficace immagine rimbalzata fra Aldo Moro ed Eugenio Scalfari in uso nel politichese anni ’70. Mentre l’Italia bruciava fra terrosimo e trame eversive, il mondo era diviso da una cortina di ferro che dava l’illusione di distinguere sempre i buoni e i cattivi. Oggi molte situazioni continuano ad andare a fuoco, ma in modo diverso, senza più riferimenti valoriali, con molta più precarietà delle persone comuni e spudoratezza dei piromani capaci di nascondersi dietro slogan e disinformazione, abili nel fomentare estremismi e divisioni ancora più esasperate.
Proviamo a sbarazzarci delle visioni semplicitiche e di certe logore narrazioni del secolo scorso. È utile demistificare la santificazione degli Stati Uniti evitando però di caricarli di tutte le colpe, è utile non dipingere la Cina come il nuovo male assoluto senza cadere nelle astute trappole retoriche di Pechino. Cosa resta? L’evidenza, il dato oggettivo, non in termini astratti, ma relazionato alle dinamiche di causa effetto che possiamo constatare e che si riverberano anche su di noi.
L’attuale “convergenza parallela” fra le ambizioni egemoniche di Cina e Stati Uniti disegna un’identica traiettoria neo-imperiale che li accomuna, ma li fa collidere. A tutti gli effetti Trump e Xi si percepiscono e si comportano come due sovrani che nella attuale geopolitica e geoeconomia imponogono sfere di potere ed influenza finanziaria, tecnologica, militare, culturale. Quella americana rende ragione di sé ai fini di un nuovo isolazionismo protezionistico e quella cinese è da anni in espansione grazie a un soft power che si muove sotto traccia con una pervasività globale.
Entrambi si esprimono con una retorica imperialista e per giustificare la propria azione fanno appello con ambizione metastorica a valori assoluti e a un ruolo che affermano essere stato assegnato dal destino, da Dio, dalla storia per andare oltre la storia.
A ogni imperatore è necessario l’indiscutibile consenso del popolo, sostegno che si sottrae a ogni contestazione e divergenza. Per Xi è molto semplice ottenerlo con il Partito Unico grazie al quale ha portato a termine riforme che potenziano il proprio ruolo ed esteso il controllo sociale. Per Trump è più difficile perché la democrazia ha nella sua struttura antidoti e contrappesi affinché questo non avvenga, a iniziare dal limite dei due mandati presidenziali. Proprio per questo assistiamo alla sua insofferenza contro giornalisti e oppositori, al suo agitarsi nel tentativo di attaccare le strutture istituzionali e le parti sociali portatrici di interessi contrapposti, nella volontà mai dissimulata di dare vita a una “democratura”. Il suo cerchio magico se non riuscisse a cambiare la costituzione in vista di un Trump-ter si sta attrezzando per una successione dinastica con un nuovo presidente in linea con queste posizioni illiberali, divisive, di nuovo controllo sociale.
Eppure non sembra che parte degli americani ne sia spaventata considerato il sostegno che ha avuto Trump, seppure oggi in calo. Sono masochisti o hanno una parte di ragione e siamo noi che dall’esterno non comprendiamo le radici della società americana?
Le attuali scelte politiche di Cina e Stati Uniti non sono un’invenzione dei loro leader o una conseguenza delle contingenze globali. Queste istanze di larga parte delle loro società sono di oggi e di ieri e assieme alle aspirazioni neo-imperiali dei loro capi si sintetizzano in alcuni slogan che non sono solo un espediente retorico, ma diventano una cifra sociale autoidentificativa.
L’acronimo MAGA riassume un vero e proprio programma socio-politico che attinge a radici storiche inserendo elementi di novità per rispondere ai problemi attuali e disegnare direzioni future. È così chiaro ed efficace che è diventato esportabile. Xi Jinping non ne ha bisogno perché lui il suo slogan/programma lo aveva già coniato nel 2012 quando è salito al potere, il suo MAGA si chiama Sogno Cinese (Zhongguo meng 中国梦), un chiaro programma socio-politico di rinnovamento per far tornare grande la Cina con il coinvolgimento d tutta la società.
MAGA e Sogno cinese affondano le loro radici nella storia delle rispettive culture affermando in quell’ again una la volontà esplicita di tornare egemonici, dominanti, perché così è stato fino a poco tempo prima e così deve continuare a essere. Non è solo una visione dei leader ma una convinzione sociale diffusa che viaggia di pari passo alla necessità di benessere, realizzazione, felicità. Entrambi i popoli si sentono portatori di una dimensione di presunta superiorità, si sentono investiti di una missione incarnata dai propri valori, pensano di godere di una sorta di franchigia che li rende immuni da responsabilità storiche.
Se partiamo dal sostantivo Make utilizzando la terminologia dell’acronimo MAGA che per noi è linguisticamente più facile, vediamo come USA e Cina convergano nella cultura del “fare concreto”.
Gli Stati Uniti sono sempre stati la società del “fare” dell’ “ottenere conquistando”. In un rifiuto di forme poco concrete persino la loro migliore filosofia si caratterizza in una corrente detta Pragmatismo. Lo spazio fisico ed economico coast to coast ha offerto possibilità a migranti e ad avventurieri, a geni e a disperati, ha esaltato il self made man e reso possibile il sogno americano: un mito e una realtà di affermazione dell’individuo che la cinematografica ha reso universale con una forza superiore a quella della letteratura.
Il Make cinese è altrettanto esplicito: un popolo di indefessi lavoratori, prima di tutto agricoltori e poi commercianti capaci di spianare montagne e deviare fiumi, ma anche di dare vita a una cultura millenaria e raffinata. Il loro cinema ante-litteram è una letteratura di eroi mitici, immagine personificata della collettività che viene prima del singolo. É solo in una società prospera ed armoniosa che l’individuo trova felicità e realizzazione, mai rinviata a un futuro ipotetico, ma da ottenere ora, con pazienza, con costanza con duro, abile e competente lavoro (功夫 gong fu) . È così importante il presente come occasione da non sprecare che quando il Buddhismo arrivò in Cina venne depurato dalle lunghe attese di matrice indiana sulla via della illuminazione per immergersi nell’immanenza. É il destino di tutte la traiettorie politico-culturali, compreso il socialismo reale che arrivano in Cina: vengono “sinizzate” e per questo spesso vi è affiancata la formula certificatrice “con caratteristiche cinesi”. Può sembrare un sincretismo ingenuo, che comunque storicamente ha avuto effetti sociali pervasivi; può essere una espressione di sincera apertura capace di cogliere le occasioni della storia; può anche essere un modo per impossessarsi e controllare qualsiasi novità.
Questo Make cinese che cerca la prosperità e l’armonia collettiva prima che la felicità e l’affermazione individuale fa dire al multimiliardario Jack Ma, il fondatore di Alibaba, che in Cina oggi la politca prevale sul capitale, mentre negli USA, spiega nelle sue interviste, accade il contrario con le conseguenze di autodistruzione che inevitabilmente si generano. É un modo per contrapporre collaborazione a competizione o è una ovvietà poichè in certe situazioni il governo cinese ha il potere di interferire con la libera impresa ?
La Cina negli ultimi due secoli ha vissuto la decadenza interna e l’emarginazione dallo scacchiere geopolitico; ora in pochissimo tempo è diventata uno dei più influenti attori globali, ma la vera sfida per Pechino è stata ridare benessere a tutta la società. Se alcuni imprenditori hanno colto le occasioni in modo esponenziale, in parallelo il governo cinese si è impegnato per una redistribuzione delle ricchezze, un tentativo egualitario soprattutto a favore delle campagne dove viene tuttora fatto arrivare il surplus della produzione interna, surplus che la politica dei dazi di Trump vuole minare così da creare al suo avversario una destabilizzazione sociale.
Le ricette di Trump esasperano quella dimensione iper-competitiva da sempre presente nella storia degli Stati Uniti: che sia lungo la frontiera dell’Ovest o nel libero mercato, sono lo scontro e la pistola al fianco (legittimata persino nella Costituzione) a indicare la via per la felicità individuale parimenti consacrata in Costituzione. Dopo la stagione dei diritti civili e una certa stabilizzazione della società si sta riproponendo una divisività per censo, per appartenenze etniche e religiose, rimarcate persino come elemento distintivo di merito o colpa. Trump sembra ripetere: “Se state male prendetevela con chi sta peggio di voi” in un nuovo “tutti contro tutti” evidenziato da quella sacca imprevista di voto afroamericano e ispanico ottenuto da chi semplicemente non voleva perdere quel poco che aveva ottenuto, sperando di trovare qualcuno di più povero sul quale scaricare i problemi. Oggi una parte dello stesso Partito Repubblicano che non ha mai accettato Trump ritiene che una certa misura sia colma e si è schierando per difendere l’Obama Care contro la volontà del Presidente che vorrebbe cancellarlo a danno dei più poveri, opposizione che ha portato al più lungo shutdown mai affrontato e per ora risolto solo parzialmente. Questi senatori e deputati non sono ribelli estemporanei, ma raccolgono le istanze di quella working e middle class cui Trump aveva fatto promesse di nuovo benessere che non sta arrivando e che con l’erosione del poco welfare esistente vede aumentare l’incertezza e la precarietà.
C’è uno strano inganno linguistico evidenziato anche nello slogan MAGA: tutti, io per primo, utilizziamo il sostantivo “America” come sinonimo di Stati Uniti. Dalle competizioni sportive all’arte chiamiamo “americano” il corridore o il poeta statunitense, ma se quel corridore o poeta fosse messicano o boliviano, lo chiameremmo “messicano” e “boliviano”, non “americano”. Perchè concedere agli USA di essere la parte che prende il tutto? Perché il tutto se lo sono sempre presi!
Si tratta di una volontà di egemonia espressa anche in modo esplicito già nel 1823 con la dottrina Monroe, Presidente in quegli anni. Questa dottrina vieta a chiunque, a iniziare dagli ingordi europei, di interferire con le vicende del continente americano ed è implicitamente una dichiarazione della supremazia degli USA nei confronti di tutti gli altri stati americani. In questo “giardino di casa” gli Stati Uniti si sentono padroni a scapito della indipendenza soprattutto dei popoli latino-americani verso i quali sono state numerose le interferenze a iniziare da quelle non dichiarate della CIA fino a quelle esplicite a Panama, in Cile, Nicaragua, a Cuba, in Messico, e oggi in Venezuela, solo per citare alcuni casi, fino al buco nero di Guantanamo.
Al padrone del giardino è concesso tutto e a sostenere questa investitura ci sono due idee filosofico-politiche teorizzate sempre nel XIX secolo e citate da Trump in alcuni discorsi sulla validità delle quali gran parte della società a stelle e strisce è tutt’oggi convinta, anche senza conoscerle esplicitamente: sono l’idea del “destino manifesto” e quella dell’ “eccezionalismo”.
L’espansione a Ovest e la sua mitizzazione non ha fatto altro che confermare la convinzione che esista un destino che non può fermarsi davanti a nulla: si incontrino nativi da depredare o europei parassiti, entrambi sono solo problemi collaterali. Questo destino è sostenuto da un eccezionalismo che consente tutto perché gli Stati Uniti si sentono esportatori di valori e di verità che siano da insegnare (o imporre?) agli Apaches o a Bagdad, non fa differenza, anzi siamo tutti noi in debito con loro per usufruire del ruolo di poliziotti del mondo che si sono sempre assegnati, non senza interessi diretti o indiretti. Se poi dopo distruzioni e sofferenze c’è da scappare da Saigon o da Kabul, nessuna responsabilità può essere imputata perché l’eccezionalismo spiega che tutto è lecito quando si riveste storicamente un ruolo messianico.
Abbiate pazienza: se alcune affermazioni che non sono opinioni, ma fatti, vi sembrano troppo schierate, non si tratta di un rigurgito anni ’70 che agita il libretto rosso di Mao; tra poco analizzando il Sogno Cinese troveremo tristi convergenze. Il problema è che in Europa abbiamo concesso al modello americano inteso nella sua globalità una franchigia di illusione da cui ci stiamo svegliando adesso mentre ci chiedono di pagare dazio in ogni senso. Abbiamo molti debiti di riconoscenza nei confronti degli Stati Uniti, non si discute, ma un conto è essere su un piano di parità, altro è essere considerati dei parassiti.
Se sentiamo gli Stati Uniti come figli dell’Europa fin dalle prime migrazioni, e ai figli erroneamente spesso si perdona tutto, la Cina è sempre stata il mistero lontano di cui diffidare al di là del fascino. Oggi Pechino ci considera un mercato da invadere, ma bisogna uscire dalle categorizzazioni ingenue e capire per esempio come ci sia una dignità storica e culturale sempre rispettata e valorizzata dai cinesi prima che commerciale che ci permette di metterci su un piano non necessariamente subalterno nei loro confronti.
La Cina chiama se stessa Zhongguo 中国 ovvero Paese di Mezzo, Cina è il sostantivo che noi utilizziamo e che deriva dal nome assunto dal primo imperatore Qin Shi Huangdi. “Paese di Mezzo”…. come dire: “Noi siamo il centro del mondo e tutto deve ruotarci attorno”. È ben vero che in Estremo Oriente tutti hanno un debito culturale nei confronti della Cina, ma è anche vero che questo non la autorizza ad assumere una posizione egemonica. In molte interviste che si trovano in rete gli imprenditori cinesi di successo e la gente comune ribadiscono il peso storico della propria civiltà che esiste da 5000 anni mentre gli Stati Uniti esistono solo da pochi secoli . Ci pongono anche una domanda: “Quanti prodotti cinesi ci sono attorno a voi adesso mentre leggete? E quanti made in USA ?” La Cina si percepisce al centro del mondo e tutto quello che ruota intorno deve essere in sua funzione; non lo hanno capito i primi imprenditori che si sono recati lì alla fine degli anni ’90 convinti di un busines facile, pensando che fossero i cinesi ad aver bisogno di noi e finendo per capire che siamo noi ad aver bisogno del loro mercato e a dipendere dalle loro scelte. Anche il “Paese di mezzo” ha un “giardino di casa” che è sempre stato l’Asia Orientale e l’area del primo Pacifico. La Cina non ha un passato coloniale territoriale come lo intendiamo noi, ma ha sempre espresso la sua grandezza ed egemonia in una dimensione culturale e commerciale. Oggi però assistiamo anche a un espansionismo territoriale esplicito già concretizzato a Ovest con la triste vicenda del Tibet, vediamo tensioni a sud con l’India, fino alle pretese a Est su Taiwan, posto che Hong Kong per una pattuizione stabilita a priori un secolo fa con gli inglesi, è già tornata alla Cina.
C’è poi un’espansione commerciale silente in Africa e in Sudamerica, condotta con una politica di soft power tanto potente quanto pervasiva che utilizza strumenti di efficacia più che di dominio. Una efficacia insegnata già da Sunzi nel V secolo a.C. con il suo classico “L’arte della guerra”: si deve utilizzare il potenziale della situazione che emerge dal basso piuttosto che un piano di battaglia astratto calato dall’alto. Un testo di strategia che negli ultimi 50 anni è stato studiato da tantissimi manager occidentali. Così scopriamo che senza clamore la Cina ha il controllo di porti, rotte commerciali, prodotti e materie prima provenienti dai quattro angoli del mondo. Interessante notare come l’organizzazione di Pechino sia capace di redigere manuali e minivocabolari cartacei di mandarino tradotto nelle varie lingue locali africane per le maestranze e i capi cantiere e poi sia anche la prima nazione al mondo a trasmettere dati quantistici fra le proprie infrastrutture quasi alla velocità della luce.
Tutti gli ultimi presidenti USA si sono preoccupati dell’ascesa del Dragone, ma adesso le distanze si sono ridotte e in molti casi invertite. Il Great Again del Sogno Cinese secondo la terminologia di Xi è la Rinascita (fuxing 复兴). I virgolettati che seguono sono sue parole del 2012 : c’è la necessità di una “grande rinascita della nazione cinese” e di “ricreare lo stato ricco e potente, la nazione vigorosa, e il popolo felice”. Si allinea così ai suoi predecessori Deng Xiaoping e Hu Jintao che avevano individuato due traguardi da raggiungere in occasione di due centenari: il 2021 ovvero i cento anni dalla fondazione del Partito Comunista per ottenere la società del “piccolo benessere, della moderata prosperità (xiaokang小康)” e il 2049, la data che tutti temono di più. Si tratta del centenario della Repubblica Popolare Cinese, anno nel quale la volontà è proclamarsi un “paese socialista modernizzato, ricco e potente, democratico, civile, e armonioso” che fuor di retorica significa affermare in modo definitivo il proprio ruolo egemonico, soprattutto come prima economia del mondo. Restando al presente è evidente come il primo traguardo, quello del 2021, sia stato raggiuto.
Il nuovo piano quinquennale (lo strumento principe di programmazione del governo) inizia nel 2026 e Xi per salire ulteriori gradini verso il secondo traguardo deve spingere sull’economia in un delicato equilibrio che non dimentichi mai le campagne, che tenga sotto controllo l’anarco-capitalismo spesso accompagnato dalla corruzione e limiti l’edonismo senza morale. Un probema che non si risolve solo con controllo e intervento d’autorità. Xi in linea con la tradizione del Partito Unico Comunista usa una retorica che guarda al passato anche con narrazioni deformate, per sostenere il presente e proiettarsi sul futuro, una tipica retorica che vuole mobilitare, unire e prima di tutto educare il popolo.
Da un lato i cinesi vi aderiscono con entusiasmo ipernazionalista, dall’altro si fanno i fatti propri; ne è prova la vicenda dello sgarbo culturale subito da parte di un’azienda di alta moda causa uno spot non gradito. Per questo spot ritenuto offensivo per la Cina i negozi fisici di quella marca nelle città sono stati boicottati, salvo poi verificare un aumento degli acquisti online sul sito della stessa casa di moda, ordini di acquisto tutti cinesi!
Quella del Partito è una propaganda catechizzata che diventa pervasiva fino a interferire pesantemente con la libera espressione, quella americana, che fa della libera espressione senza limiti un baluardo, mitizza se stessa ed esporta un modello di vita consumistica felice. Dagli anni del dopoguerra fino all’edonismo reaganiano la società americana ha sempre vissuto al di sopra delle proprie possibilità, il cittadino medio è perennemente indebitato, ma il primo vero crollo si è avuto con la crisi dei mutui subprime del 2008. Oggi nelle grandi città degli Stati Uniti ho constatato di persona che ci sono inquietanti sacche di povertà e una insostenibile crescita del costo della vita con un welfare sempre troppo limitato. Trump ha bisogno di un Great Again, ma lo propone in modo divisivo e sembra persino dare ai ricchi per togliere ai poveri in una società dove la solidarietà, al di là delle filantropie estemporanee, non è mai stata una cifra sociale distintiva. Eppure il sogno americano è stato ed è reale offrendo possibilità a tutti; per i sostenitori di questa idea si tratterebbe di una giustizia sociale non assistenzialista, “fai e ottieni se sei capace”, laddove le collettivizzazioni maoiste hanno fallito e portato povertà.
Ben consapevole di questo da Deng in poi il nuovo “socialismo con caratteristiche cinesi” della Repubblica Popolare mantiene ben saldo il senso della collettività, ora più per tradizione della società cinese che per ideologia marxista, una armonia sociale che non prescinde dal ruolo dei singoli, ma aspira a un “destino comune” (gongtong mingyun共同命运) di prosperità senza invocare un “destino manifesto”. Nel discorso programmatico sul Sogno cinese Xi afferma: “Solo se lo Stato e la Nazione stanno bene, tutti quanti stanno bene”. È stato naturale riprendere i valori tradizionali che hanno da sempre la radice laica in Confucio e che non sono sostenuti da nessun clero o sanzione divina. Su questa linea in un altro discorso programmatico del 2015 Xi fissa i pilastri del Sogno Cinese per realizzare l’equilibrio di tutte le componenti in gioco. Vengono espressi i “valori fondamentali del socialismo”, quelli che possono garantire la Società Armoniosa (和谐社会héxié shèhuì): prosperità, (富强fùqiáng), democrazia (民主mínzhŭ), civiltà (文明wénmíng), libertà (自由zìyóu), uguaglianza (平等píngděng), giustizia (公正gōngzhèng), stato di diritto (法治 făzhì), Patriottismo (爱国àiguó), devozione (敬业 jìngyè), integrità (诚信chéngxìn), amicizia (友善yŏushàn), armonia (和谐héxié).
Qualcuno sorride leggendo il riferimento a “democrazia” e “stato di diritto”, ma prima dobbiamo tutti riflettere di fronte alla maggiore presenza di principi etici rispetto a quelli economici. È solo retorica?
Non con i cinesi; inoltre l’elenco inizia con “prosperità” e finisce con “armonia”. Ciascuno è invitato a cercare e realizzare la propria prosperità, ma gli viene ricordandato fin dai tempi antichi che non può avvenire senza una radice collettiva e senza coltivazione di sè in senso etico ed energetico, una armonia individuale che si fa moralità e coerenza di vita e si allinea con un ordine superiore armonico, sia esso sociale, naturale, anche attraverso il Qi 气 , o universale nel Dao 道 .
Tutti devono portare il proprio variegato contributo che permette di raggiungere il proprio obiettivo in consonanza con quello collettivo e ciò che fa da collante è l’armonia che è “armonia nella diversità” (和而不同hé ér bùtóng) altrimenti, per citare Mencio, una zuppa con un unico gusto sarebbe squallida mentre devono esserci tutti i gusti. L’individuo egoista, che non rispetta le regole non è solo colpevole, ma destabilizza l’armonia. Per molti di noi è incomprensibile perché partiamo dall’idea che venga coartata la libertà, e infatti il confine è manipolabile, soprattutto se distorcendo la nozione originaria di “armonia” e trasformandola in collettivizzazione o in schema governtivo, si ipotizza di rieducare un individuo che è “fuori dagli schemi armonici”. Queste situazioni sono ancora presenti in Cina ed è una violazione dei diritti fondamentali come lo è la prigione di Guantanamo.
In Confucio però c’è un’idea così profondamente etica che non toglie fiducia all’individuo e alla sua capacità di autoregolazione perché la vera privazione di libertà viene individuata nella catena di istinti, pulsioni, egoismi. La società cinese con la sbornia capitalista ha visto degenerare i propri costumi e il governo ha cercato di ricompattarla eticamente attorno agli insegnamenti di Confucio; lui però afferma in modo esplicito che il primo esempio di moralità deve arrivare proprio da chi governa. Questo ha dato forza a una seria ed efficace guerra alla corruzione, ma qualcuno ha sospettato che fra le maglie dei veri corrotti e corruttori, che possono subire fino alla condanna a morte, ci sia lo strumento per eliminare qualche avversario politico. Più sfumato, per non dire tacitato, è quell’insegnamento di Confucio che invita il popolo a rimuovere il governante moralmente inadeguato sottraendogli il Mandato del Cielo per assegnarlo ad un altro più degno di lui, senza però mettere in discussione la forma del governo. Come dire che si potrebbe sempre sottrarre potere a un capo senza però mettere in discussione la struttura che lo sostiene; Confucio non è un rivoluzionario, e infatti la Cina anche oggi è un impero con un imperatore.
Tornando ai pilastri, notiamo come sia ribadita la centralità del ruolo della cultura, argomento estraneo ai programmi di Trump, da un lato quella classica con la sua lingua esportate con il programma globale, in parte fallito, dei Centri Confucio, dall’altro è la cultura scientifica e tecnologica per creare in Cina, cito ancora il discorso del 2015, “uomini nuovi del ventunesimo secolo”, per diventare “forze produttive … altamente qualificate … di talento” con qualità utili alla crescita economica come “la creatività … la innovatività … la imprenditorialità … la competitività”. Dal 1 ottobre 2025 il nuovo visto di ingresso K è stato pensato e introdotto dal governo cinese per attirare giovani talenti da tutto il mondo, giovani da formare in campus modernissimi di scienza, tecnologia, ingegneria, matematica, con sostegno economico, soggiorni più lunghi e facili ingressi multipli. Negli USA invece il visto H18 è per lavoratori stranieri già altamente specializzati.
La Cina con la sua retorica parla spesso al mondo; infatti nell’ultima parata a Pechino, alla presenza persino di Putin, Xi indossando la divisa di Mao spiega, riprendendo idee e figure del pensiero classico cinese, che il mondo ovvero “tutto ciò che si trova sotto il Cielo” (天下tiānxià) potrebbe vivere in una “Grande Armonia” (大同 Dàtóng), di cui la Cina si farebbe garante; ma gli si può credere al di là della buona fede di alcuni filosofi cinesi? Poco prima erano sfilate truppe e armi fra cui la potentissima bomba a idrogeno capace di raggiungere qualsiasi parte del mondo.
Interessante convergenza, questa, che si esprime in termini di un presunto quanto bizzarro pacifismo, considerato anche che Trump si è autocandidato per il premio Nobel per la pace e che sta proponendo sui teatri di guerra una pax americana distillata secondo interesse proprio o degli alleati e soprattutto grazie alla sua forza militare ed economica. Una pax che non rinuncia al “destino manifesto” poiché il Vicepresidente Vance a una recente conferenza internazionale a Monaco ha ammonito tutti dicendo: “C’è un nuovo sceriffo a Washington !” C’è da chiedersi “sceriffo” per chi, considerando che sembrava ricordarlo più ai suoi alleati come monito che non come garanzia. Intanto i funzionari cinesi spiegano con molta franchezza nei convegni che la Cina non sparerà mai il primo colpo, ma chi lo dovesse fare, per la reazione cinese, non sarà mai in grado di sparare il secondo.
Trump è un affarista e Xi è un abile stratega; incontrandosi a Seul da poco hanno iniziato a trovare punti di accordo economici (già effettivi su Tik Tok, sui dazi e sulle terre rare) e forse in futuro politici perché conviene ad entrambi. In gioco c’è soprattutto l’indipendenza energetica, il futuro della tecnologia fatto di terre rare e di intelligenza artificiale. Altri attori mondiali a iniziare dalla Russia, per andare all’India, ai BRICS, ai paesi medio-orientali e infine all’Europa possono essere ostacoli o occasioni, e i due leader pur vivendo di sospetti e sgambetti reciproci alla fine troveranno gli accordi per primeggiare nelle rispettive sfere di influenza. Di sicuro oggi una parte del debito pubblico americano è in mano alla Cina che però per crescere ha bisogno di mercati ricchi dove vendere i propri prodotti. Mi ha fatto molto sorridere sapere che ben prima dell’incontro di Seul un’azienda cinese ha ricevuto da parte di associazioni e gruppi MAGA un ordine di 100.000 magliette e cappellini sui quali scrivere “Boycott China“. I cinesi non si sono scomposti, hanno evaso l’ordine in modo impeccabile e hanno incassato 450.000 dollari. È assurdo? Perché il governo cinese non proibisce la fabbricazione di questi prodotti che denigrano la Cina ? L’impresa sembra godere di una libertà che non è quella concessa a certi diritti, alla religione, all’associazionismo. Che sia una chiesa o un’altra organizzazione, fino a quelle universitarie, tutte devono avere il marchio “patriottico” che non permette di andare oltre certi confini al di là dei quali si è “clandestini” e perseguibili.
Proviamo una descrizione di alcune azione di un autocrate: rimuovere personaggi televisivi, non concedere contraddittorio giornalistico su certi argomenti o a certe testate, prevedere ritorsione contro i giudici, mentire spudoratemente, prevedere riforme accentratrici a favore del potere esecutivo e della persona che ne è a capo, sostenere la produzione di cibo non controllato con una pretesa di esportazione o senza divulgare informazioni per esempio sulle epidemie di aviaria, interferire nel mercato delle criptovalute, incrementare l’odio contro gli avversari, condizionare le università, ridurre le spese per il welfare, schierare l’esercito in alcune città dove governa un possibile avversario politico, moltiplicare i controlli pretestuosi, generare fonti di gudagno personale approfittando del proprio ruolo.
Qualcuno potrebbe leggere il ritratto di un autocrate con gli occhi a mandorla, e invece è una sintesi del primo anno di Trump, delle sue azioni e dei suoi provvedimenti. Si può verificare tutto sui siti ufficiali delle testate giornalistiche internazionali parimenti per tutti gli altri dettagli che finora ho esposto.
Cosa sta succendo negli Stati Uniti? Trump, al di là delle analisi psicanalitiche sul suo ego, è un affarista meno sprovveduto di quello che sembra quando esibisce ridicole tabelle; partito come underdog ha sbaragliato le logiche interne del Partito Repubblicano proponendosi come antisistema e per i suoi obiettivi al di là degli aspetti economici ha rivestito il credo MAGA di ideologie che lo hanno affascinato e hanno fatto convergere un popolo e un nuovo establishment bianco, ultra-conservatore, che ragiona su base etnica con componenti neo-religiose e si nutre di teorie antiscientifiche, fideistiche, suprematiste, complottiste.
Spesso gli ultra-conservatori sono tali solo per paura di perdere i propri privilegi o per andare contro qualcuno e per isolarsi in una casta e in un mondo isolato, come nella Sun City sudafricana, mentre fuori tutto va a fuoco. Qui però c’è tutta una parte della società americana che condivide questi valori anche in chiave antidemocratica e persino con un marchio religioso di matrice evangelica sul quale Trump e il suo cerchio magico stanno investendo tantissimo, sia per convenienza politica sia perché per molti di essi è un vero postulato di fede cristiana. Si tratta di una convinzione neo-calvinista ben lontana dal Vangelo, una “teologia della prosperità” per la quale i ricchi sono e saranno sempre più ricchi per merito personale e per volontà di Dio e i poveri sempre più poveri per propria colpa e condanna. Nessuna possibilità di invertire la rotta; peccato che gran parte di queste “benedizioni divine” abbiano anche una colorazione etnica, un’esigenza di purezza conosciuta anche dai cinesi. Interessante il video che riprende Trump in visita a Pechino nel 2017 durante il suo primo mandato che riceve spiegazioni da Xi sulla purezza incontaminata da 5000 anni della etnia cinese dominante che è quella Han.
La demagogia del MAGA si serve tantissimo dei social dove si alternano legittime idee conservatrici su cui confrontarsi e fake news che creano disinformazione e conflitto. Alcuni bizzarri influencer hanno libero accesso alla Casa Bianca. Proprio in questi giorni in Italia si sta approvando un albo degli influencer per diminuire i rischi di disinformazione anche a causa della possibilità di creare immegini e video falsi e provocatori grazie all’intelligenza articificiale. Anche in Cina una legge da poco regolarizza la posizione degli influencer a cui verrà chiesto di dimostrare le competenze specifiche sugli argomenti che dibattono e di restare responsabili per quello che dicono assieme ai gestori del sito o del social. Tutela dell’informazione o nuova forma di controllo? Però che dire del rifiuto da parte delle grandi aziende americane che governano i nostri social di verificare certi contenuti ? É tutela della libertà o desiderio di non essere chiamati in correseponsabilità? E dove arriva la libera espressione di chi scrive e pubblica se questa diventa reato o degenerazione etica verso chi è attaccato o offeso in modo diretto e personale dai contenuti stessi?
Sia ben chiaro né la Cina né gli Usa sono la Corea del Nord; per tanti aspetti si può vivere bene in entrambi i luoghi. Di sicuro la recente elezione di Zohran Mamdani a sindaco di New York dimostra che la forza della democrazia, presente in Cina solo nei discorsi e non nella realtà, è tanta.
Però anche Mamdani è un underdog che ha sbaragliato il suo partito; i democratici infatti avevano inizialmente investito su Andrew Cuomo, ma la società civile li ha smentiti, come ha smentito i repubblicani votando Trump alle primarie repubblicane a suo tempo, quella società civile che forse è stanca anche in Europa dei burocrati e delle belle parole, perché deve affrontare la difficile quotidianità.
La democrazia è un valore che non si riferisce solo alla possibilità di votare, ma di rendersi effettiva per una giustizia sociale che sostiene la libertà individuale e le esigenze collettive. La nostra storia ci ha insegnato che la competizione sarebbe distruttiva senza l’argine della collaborazione, della solidarietà, della giusitizia, della separazione dei poteri, della protezione delle minoranze e delle opinioni diverse purché nel rispetto della legge. É inquietante il tentativo di minare i fondamenti della democrazia che può avere molte forme, ma non può abdicare a certe strutture minime e al suo ruolo oggi che in molti ne celebrano il funerale.
È la Cina che può viaggiare verso i nostri modelli giuridici, come ha già fatto per quelli del diritto civile, o siamo noi a farci portare verso forme di democarzia sempre più illiberale, come quelli ispirati da tanti attori del cerchio magico di Trump?
In modo altrettanto torbido di quello che si imputa a certa politica cinese, grandi fondazioni statunitensi stanno finanziando studi, pubblicazioni, convegni, come ha già insegnato Steve Bannon. Per esempio la potentissima Heritage Foundation ha redatto Project 2025 cui Trump sembra ispirarsi, e alla nostre latitudini sono accolte molte idee che arrivano da oltre oceano e puntano alla disgregazione dell’Unione Europea, come per esempio The great reset che sta filtrando in modo pervasivo in molti ambienti attraverso potenti centri studi ungheresi e polacchi.
Anche la Cina con operazioni come la Via della Seta sta tentando di disgregare l’Unione con allettanti trattative individuali, proprio come Trump che minaccia per poi concedere privilegi ai singoli bastonando la loro unione. Divide et impera lo ha insegnato l’Impero Romano un po’ di secoli fa e ha sempre funzionato, ma adesso siamo sicuri di volerlo subire? Sarebbe ancora possibile comportarsi come Craxi a Sigonella? E farlo come Unione?
Ragionare sulle convergenze parallale fra Trump e Xi e sulla competizione Cina-Stati Uniti non è un curioso e sterile esercizio di analisi geopolitica perché, anche se si ha la sensazione di essere impotenti, capire e dare senso a quello che accade, oltre a essere sempre possibile, condiziona il nostro modo di pensare, essere, educare. Anche se sembra lontano dalla nostra problematica quotidianità, capire e dare senso a quello che accade ci permette di non abdicare dalle conquiste di civiltà che abbiamo ottenuto come uomini, società, culture e che ciascuno ha il dovere di proteggere e sviluppare. Ogni dittatore o statista, uomo di pace o assassino non è mai estraneo al contesto che gli ha dato nascita ed educazione: ciascuno di loro è stato un bambino cresciuto in una collettività che ha contribuito a formarlo o deformarlo. Anche nel poco, anche solo boicottando un sito di acquisti o un post di commenti evitando di divulgare idee distruttive e divisive, anche solo dicendo: “Non nel mio nome!” senza girarsi dall’altra parte, si può fare come il colibrì che portava la goccia per spegnere l’incendio ed è stato da esempio per tutti gli altri animali della foresta che sono tornati indietro. Se nella storia dell’uomo non ci fossero stati tanti colibrì assieme alle grandi personalità forse saremmo ancora all’età della pietra.
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Tommaso Furlan si è laureato all’Università di Padova prima in giurisprudenza
con la ex Presidente del Senato prof.sa M.E. Alberti Casellati e poi in filosofia orientale con i proff. G.Pasqualotto e A. Crisma. É studioso ed esperto di intercultura, pensiero cinese, psicologia buddhista. Ha sviluppato le sue conoscenze e competenze anche grazie ai numerosi viaggi in Oriente e al contatto con maestri e monaci. Insegna, tiene corsi, conferenze e seminari per aziende, enti pubblici e singoli individui anche nella forma del coaching sportivo.
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