Ignazio De Francesco: Nel laboratorio identitario dell’isola sospesa. I mille volti di Taiwan

Vista notturna di Taipei dalla cima dei 500 metri del grattacielo 101, simbolo della città.
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Ignazio De Francesco
Nel laboratorio identitario dell’isola sospesa. I mille volti di Taiwan
La sala ricevimenti del Ministero degli affari esteri (MOFA) a Taipei si riempie di ricercatori provenienti da tutto il mondo, accolti in modo impeccabile dallo staff della Taiwan fellowship e della Taiwan Alumni Association. Dal 2010, anno di inaugurazione della Taiwan fellowship, il Center for Chinese Studies ha erogato borse di studio a 1500 ricercatori, provenienti da 93 paesi. Nella grande sala a pochi passi dalla Memorial Hall di Chiang Kai-shek e della Biblioteca nazionale è presente il ministro degli esteri, Lin Chia-lung, che dopo l’intervento di benvenuto dà spazio all’esibizione di un gruppo di danzatrici aborigene, anteprima dell’escursione nell’area montuosa del Wulai e dell’incontro con la locale tribù indigena. Se si considera che i discendenti della popolazione primitiva di Formosa – come fu battezzata da Portoghesi e Spagnoli per la bellezza sinuosa dell’isola, grande una volta e mezza la nostra Sicilia – sono circa 500 mila persone su circa 24 milioni di abitanti, si potrebbe pensare a un evento di puro folclore, una messinscena esotica per l’intrattenimento di ospiti stranieri. In realtà la cosa ha un significato molto più profondo, collegandosi allo sforzo di elaborazione identitaria di quella che Stefano Pelaggi, specialista dell’area, ha definito L’isola sospesa, facendone il titolo di un recente saggio, pubblicato ds Luiss University Press.
Riavvolgendo il nastro: sconfitto dai comunisti di Mao nella guerra civile cinese, il partito nazionalista di Chiang Kai-shek (Kuomingtan) si installa a Taiwan nel 1945 al posto dei giapponesi, padroni dell’isola per mezzo secolo, e avvia un regime autoritario durato circa un quarantennio, passato alla storia sotto il nome di “terrore bianco”. Il sequestro delle libertà politiche fu compensato da una certa liberalizzazione nelle attività produttive. La redistribuzione delle terre alle famiglie contadine aveva offerto ai locali una prima possibilità di “ragionare in proprio” (negli anni ’60, circa il 90% degli agricoltori possedeva la terra che lavorava). Poi è arrivata la piccola impresa, anche questa a conduzione essenzialmente famigliare e con una parola d’ordine: plastica! Quindi l’elettronica, con lo sbarco dei colossi nipponici e statunitensi, soprattutto i primi decisivi nel salto di qualità dell’imprenditoria locale, che a lungo continuò a essere piccola e media: nei primi anni Ottanta a Taiwan erano attive più di 700 mila imprese, su una popolazione inferiore ai venti milioni, praticamente un’azienda ogni otto cittadini in età lavorativa. Si arriva al boom dei semiconduttori, una svolta strategica (iniziata da un incontro a quattro in un negozio di latte di soia di Taipei, la mattina del 7 febbraio 1974) che fa di Taiwan il leader mondiale del settore: oltre due terzi della produzione mondiale di circuiti integrati, indispensabili per la realizzazione di hardware, viene da qui.
Ma che cos’è Taiwan? Il visto d’ingresso stampato sul passaporto di chi entra nel paese riporta ancora la dizione Republic of China, continuando dunque a evocare il sogno dei nazionalisti di Chiang: “siamo noi la vera Cina e recupereremo l’immenso paese sottrattoci con la forza dagli usurpatori di Mao”. Ma con il tempo, la fine del quarantennale stato d’emergenza e l’apertura a un regime semipresidenziale (elezione diretta) e pluralista (essenzialmente bipolare: Partito Nazionalista e Partito Democratico Progressista) il discorso si è fatto in realtà più sfumato e tormentato. Una sorta di status quo, in equilibrio tra due posizioni estreme: no all’unificazione, no all’indipendenza. Se unificazione significa essere risucchiati da Pechino, com’è stato per Hong Kong, meglio evitare. Ma anche “indipendenza” è problematica: certo, in positivo vorrebbe dire fondare lo stato di Taiwan, aprire ambasciate in tutto il mondo, avere ambasciate straniere sul proprio territorio (oggi solo 16, tra cui lo Stato Vaticano), recuperare un seggio all’Onu, avendo perso il proprio nel 1971, quando la Cina di Mao prese il posto di quella di Chiang, evento tragico per il vecchio leader nazionalista, morto da lì a tre anni (a 88), che definì l’ingresso della RPC «un focolaio del male che porterà alla distruzione delle Nazioni Unite». Indipendenza vorrebbe dire, dunque, essere Taiwan e non essere più Cina: prospettiva inquietante, per tante ragioni geopolitiche ma anche interne, sintetizzate nella domanda: “chi siamo noi?”. Questo è il tema costante del dibattito politico locale, come mostra il recente botta e risposta tra due alti esponenti del Kuomintang: l’ex sindaco di Taipei, Hau Lung-bin ha sottolineato l’importanza di distinguere tra identità culturale cinese e identità politica cinese, rispondendo alle osservazioni della collega Cheng Li-wun, da poco eletta alla presidenza del Kuomintang, la quale ha affermato che, secondo la Costituzione della Repubblica di Cina, tutti i cittadini sono cinesi, e ha promesso di rendere ogni taiwanese “orgoglioso di definirsi cinese”.
Le parole di entrambi sollevano, per contrasto, il problema di un’entità taiwanese ante-cinese, soprattutto la “cinesità” giunta sull’isola dopo il 1945 e che ha tenuto per decenni i locali (aborigeni e coloni delle etnie Hakka e Hokko, giunti soprattutto dalla provincia continentale del Fujian intorno al XVII secolo) in una posizione di sudditanza. La presenza degli aborigeni, valutati oggi in circa mezzo milione di persone, è attestata archeologicamente dal quinto millennio a.C. La si potrebbe equiparare a una “riserva indiana”, che ha lungamente ma vanamente resistito alle ondate di “nuovi venuti” (cinesi, portoghesi, spagnoli, olandesi, giapponesi) ma che è destinata a estinguersi, o a ridursi ad attrazione turistica. Invece il discorso sulla “taiwanesità” dell’isola li ha rimessi al centro, tema cavalcato soprattutto dal Partito Democratico Progressista oggi al potere, che inclina (teoricamente) per l’indipendenza. Si moltiplicano così le iniziative della base per chiedere al governo di istituire scuole per l’insegnamento dell’Hoklo (comunemente noto come taiwanese), renderlo una delle lingue ufficiali della nazione e promuoverne l’uso nelle amministrazioni centrali e locali, nonché nella società in generale. «Chiediamo al governo di contribuire a invertire il declino del Taigi normalizzandone l’uso, implementando politiche e avviando programmi per il Taigi», ha affermato Hsu Hui-ying, coordinatore della Taiwanese Language Policy Promotion Alliance: «È la lingua che meglio rappresenta la cultura taiwanese e la sua gente in tutto il mondo». Il taiwanese e altre lingue native sono state soppresse e discriminate dal regime del Kuomintang per molti decenni, ma nonostante ciò è ancora in uso oggi, ha aggiunto Hsu, citando un sondaggio del 2020, secondo il quale il 31% della popolazione usa il dialetto taiwanese come lingua principale, mentre il 54% lo usa come seconda lingua.
Le più recenti statistiche, presentate in una conferenza alla National Library di Taipei da Dominic Meng-Hsuan Yang, storico di Taiwan e docente all’università del Missouri, confermano l’idea dell’isola sospesa: dal ’92 a oggi la percentuale di chi si definisce esclusivamente “cinese” è crollata al 2% circa, mentre quella di chi si definisce solo “taiwanese” è schizzata al 62%; la doppia identità è invece dichiarata dal 30% (in calo). Per converso, la maggioranza degli intervistati propende per mantenere all’infinito lo status quo, che significa né unificazione né indipendenza. Tra tante testimonianze dirette, che ho raccolto nelle occasioni più disparate della mia presenza nell’isola, mi sembra significativa quella di Yu-Jen Kuo, vicepresidente dell’Institute of National Policy Research, intervenuto come moderatore a “Crossing the Indo-Pacific, Linking the World”, evento conclusivo della Taiwan fellowship del 2025. Commentando la relazione sui movimenti pacifisti taiwanesi di Jeremy Moses, professore associato all’università di Canterbury (Nuova Zelanda), ha manifestato anzitutto una certa sorpresa: «Se guardate la mappa, concentrandovi su Taiwan, negli ultimi 400 anni ogni singolo territorio circostante, inclusi Vietnam, Filippine, Okinawa, Giappone, per non parlare della Cina, ogni singolo territorio ha subito una guerra su larga scala, il che significa migliaia di morti in un singolo evento, ma questo non è mai successo su questo territorio, mai. Taiwan è un paese o un pezzo di terra privo di memoria di guerra. La memoria di guerra non è mai stata radicata nella vita quotidiana dei taiwanesi, mai. Ciò che abbiamo radicato nella nostra vita è l’isolamento, l’isolamento internazionale, la colonizzazione da parte di paesi diversi, ma non la guerra. Quindi questa mancanza di memoria di guerra o di storia di guerra costituisce una parte molto importante dell’identità dei taiwanesi. Questo è anche il motivo per cui tutto diventa così complicato. Non abbiamo un’identità completa. Piuttosto, abbiamo una mezza identità o un’identità dimezzata. Ci chiediamo sempre chi siamo o cosa siamo. Sono taiwanese o cinese? Questa è un’esperienza di vita. Non sono mai stato in Cina fino al 2010 e, in effetti, prima di andarci, credevo di essere per metà taiwanese e per metà cinese. Ma nel momento in cui ho messo piede a Pechino, mi sono reso conto di essere cinese allo 0%, per niente cinese. Ho vissuto a Tokyo per tre anni. Avevo conseguito il dottorato negli Stati Uniti, poi ho fatto il post-dottorato all’Università di Tokyo, per tre anni. Non ho mai provato quel tipo di alienazione a Tokyo, ma mi sono sentito tanto estraneo a Pechino».
È in questo “laboratorio identitario” che si inserisce il ruolo degli aborigeni, come mi spiega Han-Ching Wang, direttore generale del Ministero degli esteri, che si occupa della Taiwan fellowship dall’anno della sua fondazione: «L’importanza dell’antica popolazione indigena risiede anzitutto in un tratto della sua personalità: l’apertura di cuore, lo spirito di accoglienza. Gli indigeni vogliono incontrare gli stranieri e far conoscere le proprie tradizioni. In passato, alcuni missionari europei hanno dedicato tutta la loro vita nelle zone di montagna, a contatto con gli indigeni. È una piccola percentuale della popolazione, e non appartiene all’etnia Han, ma è imparentata con alcune popolazioni del Sud-est asiatico e delle isole del Pacifico meridionale, come le Filippine, le Isole Salomone, Tuvalu e Figi. La nostra legge gli garantisce piena uguaglianza e rappresentatività. Io sono un Han, e mio padre è emigrato nel 1949 a Taiwan da Hunan, che è la stessa provincia di Mao Zedong. La famiglia di mia madre invece è qui da più di cento anni. La nostra cultura e la nostra storia sono dunque Han, ma quando pensiamo a Taiwan, pensiamo a un’identità culturale comune, ma non a un unico stato. Non sono mai stato in Cina, quello non è il mio paese. Taiwan è Taiwan, e la nostra identità è qui a Taiwan, non là». Gli aborigeni rappresentano dunque un’alterità irrinunciabile rispetto alla dimensione propriamente cinese, che in certa misura porta il marchio del “colonialismo”.

Gruppo delle danzatrici aborigene che si sono esibite nell’incontro di cui si parla all’inizio dell’ articolo.
Di questo “puzzle identitario” parlo anche con Francis Yi-Chen Lan, attuale presidente dell’Università cattolica (in cinese Fu Jen) che sta celebrando il suo centesimo anno di fondazione: «Fu Jen nasce nel 1925 a Pechino, a opera dei benedettini, poi seguiti dai missionari della Società del Verbo divino. Nel 1952 le attività cessarono in Cina, a causa delle restrizioni sugli studi di educazione religiosa sotto il Governo comunista. Così, nel 1961, Fu Jen venne rifondata nell’attuale sede di Taipei». L’ateneo comprende attualmente 12 tra facoltà e istituti, alcuni dei quali unici nel paese, come quello di Italianistica, di Museologia e di Studi religiosi. L’ultimo censimento, relativo allo scorso anno accademico, forniva la cifra di circa 25.000 iscritti, di cui 221 studenti cinesi dall’estero, 87 dalla Cina continentale, 335 da Macao e Hong Kong, e 323 di altre nazionalità. Fu Jen è davvero una istituzione accademica a cavallo tra le due sponde dello stretto di Formosa, come tiene a sottolineare il suo presidente, che ha trascorso un trentennio in Australia, dove si è formato accademicamente, prima di rientrare in patria: «A Pechino è la nostra origine. Ora a Taiwan, da oltre 60 anni continuiamo a costruire partendo dalle fondamenta di Pechino. Bisogna capire che le nostre radici sono in quell’università, che nel 1952 fu trasformata nella Beijing Normal University. Loro condividono le stesse radici, e a livello accademico abbiamo una stretta comunicazione. Mentre siamo a Taiwan, impegnati a sviluppare costantemente la nostra eccellenza accademica, dobbiamo sempre riflettere sul viaggio compiuto. È così che possiamo fare in modo che le persone coinvolte nell’università apprezzino il fatto che le origini dell’istituzione risalgono a Pechino, 100 anni fa».

Taipei, tempio buddhista di Long Shan.
Se il nodo politico appare inestricabile, anche per l’interferenza americana, per l’intensificarsi di manovre navali e aeree cinesi “a tenaglia”, che per reazione stimolano la corsa taiwanese al riarmo (il presidente Lai Ching-te ha appena presentato un budget di spese da 40 miliardi di dollari), l’orizzonte economico lascia stupefatti: ci si aspetterebbe la guerra fredda e l’embargo reciproco, invece le relazioni commerciali vanno a gonfie vele. Gli imprenditori taiwanesi sono stati tra i fattori decisivi del boom economico della Cina, anzitutto per l’avvio di colossali attività produttive. Si pensi che la sola Foxconn (il più grande produttore di elettronica nel mondo) ha oltre un milione di dipendenti, la quasi totalità dei quali nella Repubblica Popolare Cinese. Questa apertura di Pechino ai capitali/imprese dei “fratelli separati” ha ovviamente un significato politico: dalla fine degli anni ’80 la leadership cinese era certa che le élite economiche taiwanesi avrebbero favorito l’unificazione. Ma non è solo questo: c’è anche il trasferimento sul continente delle avanzatissime tecnologie dell’isola, che includono fatalmente apporti dei committenti USA. La cosa è estremamente delicata, dal momento che Taiwan diventa paradossalmente il punto di passaggio di tecnologie americane nelle catene produttive cinesi.

Taipei, tempio buddhista di Long Shan.
L’economia dell’isola va a gonfie vele: le ultime valutazioni degli analisti di Academia Sinica, l’istituto nazionale di ricerca di Taiwan, hanno corretto al rialzo l’incremento annuo della crescita economica, portandola al 7,41%, con un balzo di quasi il 3% rispetto alle previsioni iniziali, sulla spinta della richiesta globale di elettronica a servizio dell’Intelligenza Artificiale, e un calo della disoccupazione al 3,33% (il minimo nel 1993, con 1,36%, il massimo nel 2009, con il 6,4%). Ma già si guarda al mercato dei droni, che in molti considerano la possibile terza fase del miracolo industriale taiwanese, dopo plastica e microchip. Una scelta strategica che non nasconde, ovviamente, i risvolti militari di questa nuova tecnologia, un altro modo per dire al gigantesco e minaccioso vicino di casa: “attenti, ché sappiamo difenderci”.

Taipei, tempio buddhista di Long Shan.
In una società così ipertecnologica, che produce 24 ore su 24, che nel Taipei 101 ha uno dei suoi simboli più famosi (undicesimo nella top list dei grattacieli), che ha appena trionfato al festival di Roma con La mia famiglia a Taipei (titolo originale The left-handed girl), un film tutto al femminile, dalla regista alle interpreti, che è all’avanguardia nel riconoscimento dei diritti di genere, sembrerebbe non esserci più spazio per le antiche tradizioni religiose, destinate a essere ingoiate dal futuro che avanza e non lascia nulla dietro di sé. È allora un altro motivo di stupore scoprire che l’isola ospita circa dodicimila templi buddhisti e taoisti, ai quali si aggiungono alcune centinaia tra chiese e moschee. Frequentando per esempio i templi Longshang e Dalongdong Baoan, assisto al passaggio quotidiano di folle di devoti, moltissimi i giovani, che accendono bastoncini di incenso, lanciano i sassolini rituali per interrogare il futuro, bruciano biglietti per propiziare il benessere ultramondano dei loro antenati, perpetuando così pratiche religiose che hanno migliaia di anni di vita.

Taipei, tempio di Confucio.
Tra questi spazi di contemplazione, nel quartiere di Datong sorge il tempio di Confucio, il grande saggio della tradizione cinese, mai oscurato nella storia di Taiwan, e che nella Cina continentale conosce oggi un impressionante revival. Ogni sabato e domenica, alle 10,30 del mattino, si celebra qui una magnifica liturgia: una trentina, tra uomini e donne, con passi di danza e musica materializzano “Armonia”, che è l’idea chiave del confucianesimo. Ne parlo con Sun Ruijin, professore al dipartimento di musica della National Taiwan University of Arts, lui stesso musicista (flauto di bambù cinese), dal 1987 direttore musicale del tempio di Confucio. Tiene anzitutto a sottolineare che, da una prospettiva moderna, la filosofia educativa di Confucio può essere vista come un’educazione olistica che combina moralità, intelligenza, forma fisica, abilità sociali ed estetica. In questo quadro, la ritualità unita alla musica svolge un ruolo fondamentale: «La musica ha la funzione di educare le persone, coltivare l’armonia e l’apprezzamento estetico, cose estremamente importanti. La musica ha influenzato il cuore e la natura delle persone fin dall’antichità: le sue regole, stabilite dal Duca di Zhou, sono state tramandate per tremila anni. Confucio ha posto grande enfasi su riti e musica, che rappresentano il cosiddetto principio di armonia». Dal 2009 il prof. Sun promuove l’educazione alla musica e alla danza, mosso da un’intuizione di tipo sociale: avendo avuto origine nella corte imperiale, l’arte dei rituali confuciani non era mai stata accessibile alla gente comune. La sfida è dunque quella di fare partecipe ogni cittadino/a a questa eredità ultramillenaria, nell’era dei semiconduttori: «Quando la musica è delicata e rilassante, e i passi di danza sono eleganti e ordinati, emerge tutta la bellezza della nostra tradizione confuciana. È un invito a visitare il tempio di Confucio, ad ascoltare e a immergersi nel potere trasformativo della musica rituale».

Taipei, tempio di Confucio.
(tutte le foto che corredano quest’articolo sono dell’Autore).
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Ignazio De Francesco è monaco della Piccola Famiglia dell’Annunziata, insegna islamologia all’Istituto Superiore di Scienze Religiose della Toscana. Da anni impegnato nel dialogo interreligioso, a livello locale e nazionale, ha ottenuto una borsa di studio della Taiwan fellowship per una progetto di ricerca sui riti di passaggio dalla vita alla morte nel confucianesimo, islam e cristianesimo (cattolico). Ha trascorso per questo tre mesi a Taipei (ottobre-dicembre 2025).
Category: Osservatorio Cina

