Hong Kong, la Cina e il nodo della democrazia. La parola a Maurizio Scarpari

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Hong Kong, e le proteste pro-democrazia di cui è stata protagonista, sono un caso particolarmente interessante per noi di “Inchiesta”. Questo piccolo territorio, abitato da quasi 7 milioni e mezzo di persone per una superficie di appena 1114, 57 chilometri quadrati, rappresenta infatti l’ideale punto di intersezione di alcuni problemi cruciali per capire il mondo sinofono odierno. Innanzi tutto: possiamo considerare l’intero mondo sinofono come un blocco monolitico, culturalmente uniforme, governato da un generale senso di armonia, o esso è invece teatro di istanze e popoli diversi, di complesse dinamiche inter e infraculturali, di una dialettica di pensiero ricchissima di sfumature? Poi: in che modi, in un universo che talora dipingiamo come radicalmente “altro” rispetto all’Occidente, viene tematizzato il concetto di democrazia, quell’attitudine a un riconoscimento reciproco tra Stato e cittadini che, secondo alcuni filosofi contemporanei come Lucio Cortella, è radicata nella nostra stessa identità umana? E infine: che ruolo gioca in tutto questo la dimensione del potere politico, in che modo si esprime la tensione fra ideologia, tradizioni filosofiche e quella speciale tendenza dell’umano a resistere a ogni classificazione, a ogni pensiero identificante?
Sono quesiti difficili e a cui è impossibile rispondere in poche pagine. Ma quel che si può fare è cercare di aprirsi a qualche preliminare indagine di carattere storico, politico e filosofico cominciando appunto dal piccolo, ma fondamentale territorio di Hong Kong. Qui infatti, prima nel 2003, poi nel 2012, poi ancora nel 2014 e infine nel 2019-2020 alcuni dei temi che abbiamo citato sono stati al centro o in sottofondo di proteste ampie e fortemente partecipate, che hanno contribuito a mettere in discussione ogni possibile narrazione essenzialista sulla “cinesità”. La repressione delle proteste del 2019-2020, con l’approvazione della Legge sulla sicurezza nazionale (2020), la successiva ondata di arresti e poi la promulgazione dell’Ordinanza per la salvaguardia della sicurezza nazionale (2024) ci offrono la conferma di quanto i temi che abbiamo sollevato siano in qualche modo un problema per quella narrazione rigida ed egemonica che la Repubblica Popolare Cinese da tempo sta portando avanti. La recente condanna a vent’anni di prigione comminata a Jimmy Lai, imprenditore ed editore del quotidiano hongkonghese pro-democrazia “Apple Daily”, rafforza questa convinzione.
Abbiamo cominciato la nostra indagine su Hong Kong chiedendo a Giulio Laroni di inviare a Maurizio Scarpari alcune domande sull’argomento, con particolare riferimento ai rapporti tra Cina e Hong Kong. Scarpari, noto e autorevole sinologo, già professore di lingua cinese classica all’Università Ca’ Foscari di Venezia, è autore di numerosi volumi dedicati alla storia, alla letteratura e alla filosofia cinese, e da tempo collabora con la nostra rivista, a cui ha offerto molteplici e importanti contributi. Il suo ultimo saggio, “La Cina al centro: ideologia imperiale e disordine mondiale” (Il Mulino, 2023), particolarmente prezioso ai fini della nostra ricerca, si occupa appunto di scoprire quali siano le radici del discorso imperiale di Xi Jinping e del progetto culturale che ne è alla base. Ecco le risposte che il prof. Scarpari ci ha inviato.
Nel suo libro “La Cina al centro” ci sono due interessanti capitoli rispettivamente sulla questione taiwanese e sulle proteste di Hong Kong del 2019-2020. Che cosa rappresenta Hong Kong per la Repubblica Popolare Cinese?
Hong Kong, ex colonia britannica, rappresenta il residuo di un’epoca che Xi Jinping, fin dalla sua nomina a segretario del Partito Comunista Cinese il 15 novembre 2012, ha dichiarato definitivamente conclusa: il cosiddetto “secolo della vergogna e dell’umiliazione nazionale”, il periodo storico che va dal 1839 (prima guerra dell’oppio) al 1949 (fondazione della Repubblica popolare cinese, Rpc), che aveva visto una parte della Cina subordinata agli interessi delle potenze imperialiste straniere, prevalentemente occidentali, attraverso guerre, trattati ineguali e perdite territoriali (come Hong Kong). Nel corso della sua storia recente, Hong Kong ha rivestito un ruolo di primaria importanza sia per l’Occidente sia per la Rpc, essendo stata per decenni la porta d’ingresso privilegiata per ingenti flussi di capitale, anche nei momenti di maggiore chiusura dell’economia cinese.
Sia Hong Kong sia Taiwan sono considerate da Pechino parte integrante del territorio della Repubblica popolare; tuttavia, mentre la prima ha goduto di un’autonomia che fin dall’inizio si sapeva essere temporanea – rendendo prevedibile una progressiva integrazione nel sistema politico della Rpc – la seconda ha sempre mantenuto uno statuto del tutto peculiare, per il quale sarebbe stato necessario individuare una soluzione differente, date le complesse implicazioni giuridiche e geopolitiche, soprattutto dal punto di vista del diritto internazionale. Dal punto di vista politico, Hong Kong costituiva dunque un ulteriore tassello nel processo di riappropriazione, da parte della Cina, del proprio territorio. Va infatti ricordato che l’estensione territoriale oggi controllata dalla Rpc è sensibilmente inferiore – con una differenza di alcuni milioni di chilometri quadrati – rispetto a quella governata dall’Impero cinese durante l’ultima dinastia. Non sorprende quindi che lungo buona parte dei confini della Rpc persistano contenziosi territoriali di rilievo. Si pensi, ad esempio, alla frontiera con l’India, alle dispute marittime nel Mar Cinese Orientale e Meridionale, oppure alla lunghissima frontiera con la Russia, che oggi è politicamente conveniente non mettere in discussione ma che, prima o poi, potrebbe tornare oggetto di rivendicazioni. Analogamente, lungo il confine occidentale – verso il Kazakistan e altri Stati dell’Asia centrale – Pechino ritiene di vantare ancora diritti territoriali, che tuttavia quei Paesi non hanno alcuna intenzione di riconoscere facilmente. In questa prospettiva, il progetto di ricostruzione dei confini dell’antico impero resta ancora incompiuto.
In tale contesto Hong Kong assume un valore politico particolarmente significativo: per lungo tempo è stato baluardo della potenza britannica e, al contempo, snodo finanziario di rilevanza globale. Negli ultimi anni, tuttavia, questo ruolo appare in parte ridimensionato, anche a causa della crescente prevalenza delle priorità politico-ideologiche su quelle economico-finanziarie nelle scelte della leadership cinese. La scadenza del 2047, concordata con la Gran Bretagna nel 1997 per il completo reintegro della sovranità cinese su Hong Kong, è stata di fatto anticipata approfittando della pandemia di COVID-19. Per usare un’espressione ricorrente nel linguaggio politico, si è aperta una vera e propria “finestra di opportunità” che Pechino ha saputo cogliere con tempestività. All’indomani delle proteste del 2019-2020, con un intervento deciso e fortemente repressivo, la Repubblica popolare è riuscita a creare le condizioni per una risoluzione anticipata e definitiva della questione pro-democrazia che considera sostanzialmente indolore. Da una prospettiva diversa, tuttavia, questo passaggio appare assai meno scontato e neutrale: nel compierlo non è stata infatti mantenuta la promessa di preservare quei principi di libertà e di democrazia che a Hong Kong erano ormai consolidati e che sono invece stati brutalmente smantellati, sia per quanto riguarda le organizzazioni politiche e di difesa dei diritti civili sia per quanto concerne la libera stampa; ma soprattutto sono stati arrestati o costretti all’esilio o al silenzio tutti gli attivisti e i politici impegnati a sostenere quei principi e quei valori.
La recente condanna a vent’anni inflitta all’imprenditore ed editore cattolico settantottenne Jimmy Lai – la più severa finora comminata a un dissidente a Hong Kong e, di fatto, equivalente per lui a un ergastolo, data la sua età avanzata – rappresenta l’ultimo episodio di un processo sistematico di repressione e controllo volto a eliminare ogni forma di dissenso politico. Lai, cittadino britannico, è detenuto da oltre cinque anni con l’accusa di frode, nonostante le precarie condizioni di salute che dovrebbero rendere incompatibile la sua permanenza in carcere. Solo di recente l’Alta Corte di Hong Kong, accogliendo un ricorso, ha riconosciuto l’infondatezza delle accuse, annullando il verdetto di primo grado e la condanna a cinque anni e nove mesi. Ciononostante Lai non sarà liberato, poiché dovrà ora scontare una nuova pena per sedizione.
Alla fine di febbraio 2026, in occasione del discorso sullo stato dell’Unione, la figlia di Jimmy Lai, Claire – da anni impegnata nella difesa del padre – è stata invitata a Washington dallo speaker della Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti, Mike Johnson. L’invito è stato interpretato come un segnale dell’intenzione dell’amministrazione Trump di sostenere la causa di Lai, in linea con la promessa del presidente americano di impegnarsi per ottenerne la liberazione e il trasferimento fuori dalla Cina. Resta tuttavia da chiedersi quanto questo impegno sia autentico e quanto invece risponda a logiche di opportunità politica. Quando Trump incontrerà Xi Jinping a Pechino, all’inizio di aprile, sarà possibile verificare se la vicenda personale di Jimmy Lai – e il significato politico che essa incarna – rimarrà realmente tra le priorità dell’agenda statunitense oppure se verrà sacrificata a interessi geopolitici più ampi. Non è da escludere che su questo punto il presidente americano possa cedere, non mostrando particolare interesse a difendere i valori della democrazia; tuttavia, potrebbero esercitare un’influenza significativa sia la pressione degli ambienti cattolici statunitensi, fortemente interessati alla sua liberazione, sia la dimensione umanitaria che il caso ha ormai assunto a livello internazionale.
Un ultimo aspetto merita infine di essere sottolineato. Consentire che una porzione del territorio cinese fosse caratterizzata da un sistema di democrazia attiva e da libertà civili inesistenti nel resto del Paese avrebbe rappresentato, nel lungo periodo, una potenziale minaccia politica per il governo cinese e per lo stesso Partito comunista, di cui il governo è emanazione. Hong Kong avrebbe potuto costituire un modello alternativo capace di esercitare una significativa forza di attrazione simbolica e politica. Per la leadership di Pechino, neutralizzare tale rischio era quindi una necessità strategica ineludibile – e le misure adottate negli ultimi anni sembrano aver perseguito precisamente questo obiettivo.
Si può affermare che la repressione delle proteste abbia la funzione di mantenere intatto il potere della Rpc?
È proprio in questo contesto che si collocano le grandi mobilitazioni popolari che hanno attraversato Hong Kong negli ultimi anni. Per i manifestanti le proteste hanno sempre rappresentato una forma di difesa di fronte a provvedimenti percepiti come minacce dirette alla sopravvivenza dei movimenti democratici e delle libertà civili. Ciò è avvenuto sia durante la cosiddetta Rivoluzione degli ombrelli del 2014, sia nelle mobilitazioni del 2019-2020. In entrambi i casi le proteste furono innescate dalla prospettiva di riforme legislative ritenute gravemente lesive delle libertà politiche, in grado, tra l’altro, di aprire la strada alla repressione sistematica del dissenso, fino alla possibilità di perseguire penalmente oppositori e attivisti anche qualora avessero trovato rifugio all’estero. Per molti dei giovani scesi in piazza, i principi di libertà politica e partecipazione democratica non costituivano un’astrazione teorica, ma facevano parte dell’orizzonte civile e istituzionale nel quale erano nati e cresciuti. La mobilitazione non mirava dunque a introdurre diritti completamente nuovi, bensì a difendere un sistema di garanzie e libertà sempre più minacciato dall’intervento di Pechino.
Da questo punto di vista, il caso di Hong Kong si distingue profondamente da quanto accadde nel 1989 con le manifestazioni di Piazza Tienanmen. In quell’occasione, le richieste di libertà e democrazia rappresentavano una novità quasi assoluta all’interno della società cinese. Coloro che sono scesi in piazza, oltre un milione di persone, non avevano mai conosciuto direttamente né l’una né l’altra: si trattava piuttosto di idee provenienti dall’esterno, percepite come alternative seducenti rispetto al clima politico oppressivo che aveva caratterizzato la Cina nei decenni precedenti. Proprio per questo motivo, quel tentativo di apertura venne giudicato estremamente pericoloso dalla leadership del Partito comunista e fu represso con estrema durezza.
Un meccanismo in parte analogo può essere osservato però anche nel caso di Hong Kong: quando in una porzione del territorio cinese prende forma un forte anelito di libertà e di democrazia – e quando tale aspirazione viene difesa con determinazione dalla popolazione – la leadership di Pechino tende inevitabilmente a considerarla una minaccia politica esistenziale da neutralizzare. Una concessione tale, anche se limitata a un’area particolare e ridotta dal punto di vista territoriale e della popolazione, avrebbe potuto infatti agire come una miccia accesa all’interno della Cina continentale, con il rischio di innescare dinamiche politiche difficili da controllare. Il governo cinese è pienamente consapevole di questo pericolo e tende quindi a intervenire rapidamente per spegnere sul nascere qualsiasi possibile effetto di contagio politico.
Alla luce di questa logica, la richiesta di democrazia e di libere elezioni avanzate dai manifestanti a Hong Kong difficilmente avrebbe potuto trovare accoglienza, anche solo parzialmente. Non sorprende, dunque, che il movimento sia stato represso con durezza. Tale repressione è stata tuttavia presentata da Pechino come un’azione perfettamente legittima dal punto di vista giuridico: attraverso l’introduzione di nuove leggi fortemente restrittive, le autorità hanno sostenuto di voler ristabilire l’ordine pubblico che, nella loro interpretazione, le proteste studentesche avevano compromesso.
Perché, in base alla strategia di Xi Jinping, il principio “Un Paese, due sistemi” non è più accettabile?
L’ascesa di Xi Jinping alla guida della Cina rappresenta un vero e proprio cambiamento di paradigma. Con il suo avvento, infatti, la leadership di Pechino ha maturato la convinzione che il Paese fosse finalmente pronto a confrontarsi apertamente con i propri principali competitori sulla scena internazionale, a cominciare dagli Stati Uniti, su un piano di sostanziale parità – o almeno così riteneva Xi Jinping al momento del suo insediamento. Dopo decenni di crescita economica, di accumulazione di ricchezza e di rafforzamento delle proprie capacità strategiche, la Cina si è sentita nelle condizioni di rivendicare il ruolo che nella propria percezione storica le era da sempre riconosciuto e che si era da tempo preparata a ricoprire nuovamente. Gli enormi investimenti realizzati negli ultimi anni testimoniano questa ambizione. Un esempio emblematico è rappresentato dall’iniziativa della cosiddetta Nuova Via della Seta, un progetto che, pur presentandosi formalmente come un programma di cooperazione economica e infrastrutturale, rivela in realtà una chiara dimensione strategica e geopolitica, volta a rafforzare l’influenza cinese su scala globale e a legare a sé, in un rapporto di dipendenza soprattutto economica, un numero crescente di Paesi.
È in questo quadro che si colloca l’obiettivo di riportare “la Cina al centro” dello scacchiere internazionale. Si tratta di una visione profondamente radicata nella tradizione politica e culturale cinese. Per secoli, infatti, l’Impero ha concepito sé stesso come il fulcro della civiltà, il punto di riferimento attorno al quale si organizzava l’ordine del mondo. È vero che nell’epoca imperiale non esisteva una piena consapevolezza dell’estensione geografica del sistema internazionale né della presenza di altri grandi imperi lontani con cui confrontarsi; ciò nonostante, la Cina ha sempre coltivato l’idea di rappresentare la culla e il centro naturale della civiltà.
Oggi la leadership di Pechino ritiene che siano maturate le condizioni per rivendicare nuovamente questo primato e per ambire al ruolo che considera spettarle nel sistema internazionale: non quello di potenza subordinata o di comprimario, ma quello di attore guida. Un ruolo che, almeno a partire dal 1945, è stato riconosciuto principalmente agli Stati Uniti. Nella lettura cinese, tuttavia, quella fase storica sarebbe ormai giunta al termine, rendendo necessario un processo di ridefinizione dell’ordine internazionale. Fin dalla sua fondazione la Cina ha assunto anche il ruolo di portavoce dei Paesi emergenti e delle economie in via di sviluppo. Pechino si presenta così con una duplice identità sulla scena globale: da un lato come seconda potenza economica mondiale, dall’altro come Paese emergente e in quanto tale titolato a rappresentare gli interessi del cosiddetto Sud globale. Questa doppia veste costituisce uno strumento diplomatico e strategico particolarmente flessibile, che la leadership cinese mobilita in funzione dei diversi contesti negoziali e dei differenti tavoli internazionali con cui si trova a confrontarsi.
Nel suo libro viene anche tematizzata la nozione di “democrazia con caratteristiche cinesi”, che Xi Jinping in qualche modo contrappone all’idea di democrazia voluta dai manifestanti di Hong Kong. Ci può spiegare questo concetto?
Tra le molteplici questioni che sono alla base di queste dinamiche un ruolo di primo piano assumono il valore e la funzione dello stato di diritto. In termini essenziali, il problema può essere formulato in questo modo: è il diritto che deve regolare il comportamento dei governi, degli individui e degli Stati, oppure sono i governi e gli Stati a stabilire di volta in volta i confini e il significato del diritto stesso?
Si tratta di una tensione che attraversa da secoli la tradizione politica cinese e che era già ben presente nella Cina imperiale. Da un lato vi era l’idea di un governo fondato sulla legge, su norme e codici capaci di disciplinare in modo rigido e chiaro la vita politica e sociale; dall’altro quella di un governo fondato sulla virtù, nel quale il comportamento dei governanti avrebbe dovuto ispirarsi principalmente a principi etici e morali codificati non tanto e non solo nei codici di legge, ma soprattutto nei Classici della tradizione. Quest’ultima concezione, promossa soprattutto dal confucianesimo più idealista, attribuiva un ruolo centrale alla qualità morale dell’autorità politica e delle concezioni che regolavano la struttura gerarchica familiare e sociale, mentre altre correnti di pensiero insistevano maggiormente sulla necessità di regole rigide e vincolanti chiaramente delineati nei codici legislativi. All’interno di questo dibattito si inseriva inoltre la questione, tutt’altro che marginale, del grado di interpretabilità delle norme: se cioè le leggi dovessero essere applicate in modo flessibile oppure in maniera rigorosa e letterale.
Nel contesto contemporaneo, quando si parla di diritto “con caratteristiche cinesi”, l’espressione tende a indicare essenzialmente una cosa: un sistema giuridico coerente con le linee guida stabilite dal Partito comunista cinese, di cui il governo rappresenta l’espressione istituzionale. In questa prospettiva, il diritto viene inevitabilmente adattato – o, per così dire, addomesticato – alle esigenze politiche e alle direttive del Partito e del governo. Un atteggiamento che emerge con una certa frequenza anche nella proiezione internazionale della Cina.
Va tuttavia osservato che la Cina non è l’unica grande potenza a ricorrere a un uso selettivo o strumentale del diritto. Dinamiche analoghe possono essere riscontrate anche in altri attori del sistema globale. Il diritto internazionale, in particolare, viene spesso invocato come principio di riferimento, ma la sua validità tende a essere riconosciuta soprattutto quando coincide con gli interessi strategici di chi lo richiama; quando invece produce risultati indesiderati, la sua applicazione viene contestata o reinterpretata o, semplicemente, disattesa. La questione di Taiwan rappresenta un esempio significativo di questa logica interpretativa. Qualora il diritto internazionale stabilisca determinati limiti o confini – ad esempio in materia di sovranità o di delimitazione delle acque – ma la leadership cinese ritenga tali definizioni incompatibili con la propria posizione politica, tali norme vengono rimesse in discussione o semplicemente ignorate.
Un ulteriore esempio di questo uso strumentale del diritto internazionale può essere individuato nel ruolo assunto dalla Cina nel contesto della guerra in Ucraina. Nel documento in dodici punti pubblicato da Pechino un anno dopo l’invasione russa – da alcuni presentato come un possibile “piano di pace” – comparivano, tra gli altri, i principi della inviolabilità della sovranità degli Stati e il rispetto dell’autodeterminazione dei popoli. Tuttavia, nell’interpretazione proposta sia da Pechino sia da Mosca, l’aggressione all’Ucraina non verrebbe riconosciuta come tale. L’invasione verrebbe piuttosto descritta come una reazione difensiva preventiva a una presunta pressione occidentale: le sanzioni economiche contro la Russia e l’eventualità di un ulteriore allargamento della Nato verrebbero interpretate come forme di accerchiamento strategico tali da giustificare un’azione preventiva. Una simile argomentazione apre evidentemente la strada a un uso estremamente elastico del principio di autodifesa, che potrebbe essere invocato da qualsiasi Stato per legittimare iniziative militari presentate come preventive o necessarie alla propria sicurezza. In questo senso, il richiamo al diritto internazionale rischia di trasformarsi non tanto in un vincolo normativo condiviso, quanto piuttosto in uno strumento retorico da mobilitare selettivamente all’interno del confronto geopolitico.
L’espressione “con caratteristiche cinesi”, così formulata, viene impiegata in modo sistematico per qualificare e adattare una vasta gamma di concetti e pratiche all’interno del contesto cinese. Essa è applicabile e costantemente applicata a numerosi ambiti della vita intellettuale e politica del Paese, arrivando a includere anche nozioni di origine esterna, come quella stessa di democrazia, che viene quindi reinterpretata e ridefinita alla luce delle specificità storiche, culturali e politiche della Cina e alle direttive del Partito comunista.
In che modo la Cina si serve del confucianesimo per mettere a punto il concetto di “democrazia con caratteristiche cinesi”?
Per comprendere il ruolo che il confucianesimo continua a svolgere nella Cina contemporanea è necessario innanzitutto operare alcune distinzioni tra le diverse correnti di pensiero e tra le varie epoche storiche in cui esso si è sviluppato. Trattandosi di una tradizione intellettuale che attraversa oltre due millenni di storia, non può essere considerata come un sistema dottrinale compatto e immutabile. Al contrario, una delle principali ragioni della sua straordinaria longevità risiede proprio nella capacità di adattarsi alle trasformazioni politiche e sociali.
Nel periodo maoista, il confucianesimo veniva apertamente condannato come retaggio del passato feudale e indicato come una delle cause principali dell’arretratezza della Cina. In quella fase esso era considerato un sistema di pensiero da estirpare, incompatibile con il progetto rivoluzionario del Partito Comunista. Negli ultimi decenni, tuttavia, e in modo ancora più evidente sotto la leadership di Xi Jinping – anche se la tendenza era iniziata già in precedenza – il confucianesimo è stato progressivamente recuperato e reinserito nel discorso politico ufficiale come elemento identitario della civiltà cinese.
Questo ritorno è reso possibile proprio dalla pluralità interna alla tradizione confuciana. Non esiste, infatti, un solo “confucianesimo”, ma diverse interpretazioni e declinazioni. Tra queste, una delle più note è quella associata al pensiero di Mencio (ca. IV secolo a.C.), caratterizzata da un’impostazione fortemente idealista e da una visione della natura umana intrinsecamente orientata al bene. Questa corrente ha esercitato una notevole influenza anche sul neoconfucianesimo sviluppatosi a partire dal X-XI secolo, che ne ha in larga parte ereditato i presupposti filosofici, rielaborandoli in termini più attuali.
Accanto a questa tradizione più idealistica, esiste però anche un altro filone del pensiero confuciano, molto più pragmatico e autoritario. In questa prospettiva i principi confuciani non vengono tanto utilizzati per delineare un ideale quasi utopico di armonia sociale e di benessere universale, quanto piuttosto come strumenti efficaci di governo e soprattutto di controllo sociale. La struttura gerarchica propria dell’etica confuciana – fondata sulla centralità delle relazioni di autorità e subordinazione, a partire dal nucleo familiare fino all’intera organizzazione della società – possiede infatti una forte capacità di disciplinamento sociale, che può funzionare anche indipendentemente da un sistema legislativo particolarmente articolato.
Nel corso della storia cinese, queste diverse interpretazioni del confucianesimo sono state spesso utilizzate in modo complementare. Nel mio ultimo libro ho cercato di mostrare come, soprattutto durante il primo periodo imperiale, si sia progressivamente affermata una sintesi tra il legismo – corrente di pensiero caratterizzata da una concezione dello Stato di tipo totalitario, fondata su un sistema fortemente autoritario basato su un rigido sistema di leggi, punizioni e ricompense – e il confucianesimo più pragmatico e disciplinare. Su questa struttura politico-istituzionale venivano poi sovrapposti, almeno a livello retorico, gli elementi più idealistici della tradizione confuciana. I governanti parlavano di armonia, solidarietà, stabilità sociale e pacifismo, mentre nella pratica amministrativa e nel funzionamento concreto dello Stato continuavano a prevalere logiche di controllo e di disciplina riconducibili alla tradizione legista e militarista.
Questa dinamica non è del tutto scomparsa nella Cina contemporanea. Ancora oggi la leadership di Pechino propone con frequenza l’immagine della Cina come di un Paese intrinsecamente pacifico, orientato alla promozione dell’armonia non solo all’interno della propria società ma anche nell’ordine internazionale. I principali progetti di politica estera promossi da Xi Jinping vengono presentati attraverso questa retorica, che insiste sull’idea di cooperazione, sviluppo condiviso e beneficio reciproco per l’intera umanità. Salvo poi agire in tutt’altro modo se necessario a soddisfare i propri interessi e i propri obiettivi.
Gli sviluppi più recenti della politica internazionale hanno indirettamente favorito questa rappresentazione. Il conflitto in Ucraina ha concentrato gran parte dell’attenzione mondiale sul confronto tra Russia, Europa e Stati Uniti; successivamente, gli interventi a Gaza e contro l’Iran hanno spostato ulteriormente il baricentro dell’attenzione verso il Vicino Oriente. In questo contesto la Cina ha potuto mantenere una posizione apparentemente defilata, restando sullo sfondo delle principali crisi internazionali. Ciò non significa tuttavia che sia rimasta inattiva: Pechino ha continuato a sostenere politicamente ed economicamente la Russia e l’Iran (e quindi indirettamente le organizzazioni militari finanziate dalla Repubblica Islamica) intensificando il supporto all’attività bellica russa e le esercitazioni militari congiunte con Russia e Iran, per trarne insegnamenti utili per l’aggiornamento e la modernizzazione dell’Esercito popolare di liberazione.
È quindi necessario distinguere tra la retorica confuciana dell’armonia, concetto ripreso e valorizzato nell’attuale discorso politico ufficiale, e le effettive ambizioni strategiche ed egemoniche perseguite dalla leadership cinese. Tra ciò che viene dichiarato e ciò che viene concretamente programmato esiste spesso uno scarto significativo. Sul piano globale, la questione centrale rimane infatti la competizione strategica con gli Stati Uniti; le altre crisi internazionali possono essere interpretate, almeno in parte, come episodi o momenti particolari all’interno di questo confronto più ampio.
In questo quadro, la strategia cinese tende spesso a privilegiare un approccio indiretto: lasciare che altri attori sostengano il peso immediato di determinati conflitti o tensioni internazionali, osservare l’evoluzione degli equilibri e, nel frattempo, rafforzare le proprie capacità economiche, tecnologiche e militari. Si tratta di una logica coerente con alcune tradizioni della strategia militare cinese, che privilegiano l’indebolimento progressivo dell’avversario e l’accumulazione graduale di vantaggi prima di un eventuale confronto diretto.
In quest’ottica, il concetto di armonia, spesso richiamato nel linguaggio politico contemporaneo, deve essere interpretato con attenzione. Si parla frequentemente di “armonia nelle diversità”, ma tale armonia è concepita anch’essa “con caratteristiche cinesi”. In altre parole, il riconoscimento delle differenze è ammesso solo entro i limiti di un quadro definito dal Partito Comunista. L’armonia evocata dal discorso ufficiale non implica dunque un pluralismo pienamente aperto, ma piuttosto l’adesione a un progetto politico che non può essere messo in discussione. In questo senso, l’armonia diventa una formula che invita all’integrazione e alla cooperazione, ma sempre all’interno di una cornice stabilita dall’autorità politica e difficilmente negoziabile.
Colpisce il ruolo svolto dai cristiani a Hong Kong, sia durante la Rivoluzione degli Ombrelli del 2014 – si pensi al reverendo battista Chu Yiu-ming – e sia nelle proteste del 2019-2020 – in cui si è distinto, ad esempio, il cardinale Joseph Zen. Tutto ciò ha preoccupato ulteriormente il governo cinese?
La questione si colloca nel quadro dei rapporti complessi tra il Vaticano e Pechino e, più in generale, nel modo in cui la Rpc guarda al fenomeno religioso. Al centro vi è il tentativo di mantenere aperto un dialogo riguardo alla condizione della Chiesa cattolica nel Paese e, in particolare, alla nomina dei vescovi e all’autonomia della comunità ecclesiale. Tuttavia, per comprendere la portata di questo dialogo è necessario partire da un presupposto fondamentale: nella Cina continentale contemporanea le religioni non sono considerate positivamente dal potere politico, pur essendo formalmente riconosciute e/o tollerate.
Lo Stato cinese continua infatti a definirsi laico e ammette ufficialmente alcune religioni, sia di origine autoctona – come il taoismo e il buddhismo – sia di provenienza esterna. Proprio su queste ultime, però, pesa un sospetto particolare, legato alla loro origine straniera. In un contesto politico e ideologico in cui l’“occidentalismo” è spesso utilizzato come categoria polemica per indicare interferenze e influenze indesiderate, il cristianesimo viene facilmente associato all’Occidente e quindi guardato con grande diffidenza.
La Santa Sede, dal canto suo, cerca di mantenere aperto un canale di comunicazione con le autorità cinesi, come avviene in molte altre parti del mondo dove la libertà religiosa incontra limiti o restrizioni. L’obiettivo è tutelare sia i fedeli sia il clero, cercando di garantire uno spazio di vita per la comunità cattolica. Questa linea di dialogo, tuttavia, è stata spesso oggetto di critiche, soprattutto in ambito occidentale, dove non pochi osservatori dubitano della sua efficacia e temono che il compromesso con Pechino possa tradursi in concessioni eccessive. A mio avviso le possibilità di cambiamento restano limitate. Finché il Partito comunista cinese manterrà il controllo del Paese difficilmente accetterà l’esistenza di un’autorità organizzata che possa presentarsi, anche solo simbolicamente, come un’alternativa alla propria legittimità. Nella storia della Cina imperiale non sono mancate situazioni in cui movimenti religiosi o spirituali hanno dato origine a rivolte capaci di mettere in discussione l’ordine politico esistente e, in alcuni casi, di contribuire al rovesciamento di una dinastia. I dirigenti cinesi conoscono bene questa tradizione storica e ne tengono conto nella gestione delle comunità religiose. Per questa ragione lo Stato mantiene un controllo molto stretto su tutte le organizzazioni religiose. Se esse dovessero acquisire un’influenza troppo ampia sulla società o proporre un sistema di valori percepito come alternativo a quello promosso dal Partito, verrebbero rapidamente considerate una minaccia alla stabilità politica e sottoposte a misure di repressione.
In questo quadro si inserisce anche la situazione di Hong Kong. Qui la presenza cristiana – sia cattolica sia protestante – è storicamente significativa e ha avuto un certo peso nelle mobilitazioni civili degli ultimi anni. Una parte dei movimenti di protesta ha trovato proprio nelle comunità religiose luoghi di aggregazione e di sostegno morale. Nella difesa delle libertà civili e delle istituzioni democratiche molti hanno visto anche la difesa di valori che, nella percezione di diversi attori locali, si intrecciano con la tradizione cristiana.
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