Giulio Laroni: L’identità di Hong Kong e la questione taiwanese. Intervista a Stefano Pelaggi

| 19 Marzo 2026 | Comments (0)

*

Dopo la riflessione di Maurizio Scarpari (“Hong Kong, la Cina e il nodo della democrazia” pubblicata il 12 marzo) proseguiamo la nostra indagine sul caso Hong Kong, intorno a cui si intrecciano una serie di problemi che da sempre stanno a cuore a Inchiesta: il rapporto tra democrazia e mondo sinofono, la scoperta di strade nuove rispetto alle grandi narrazioni essenzializzanti, la ricerca di un universalismo plurale, in cui identità e differenza siano in costante tensione dialettica.

Le osservazioni del prof. Scarpari ci hanno aiutato a interpretare e decodificare il comportamento di Pechino nei confronti di Hong Kong, che si inserisce all’interno di una strategia neoimperiale in cui la conservazione e l’espansione del potere – all’interno e all’esterno della Cina – diventano le sole priorità, in spregio a qualsiasi considerazione di carattere etico.

Cerchiamo ora di esplorare la questione di Hong Kong dal punto di vista dei manifestanti – un discorso in parte anticipato anche dal prof. Scarpari. Che cosa ha spinto almeno un milione di persone, nel 2019-2020, a scendere in piazza per chiedere più democrazia, arrivando a interrompere gli studi, a rischiare il carcere e non di rado la vita stessa? Perché questi attivisti non si riconoscevano nella cosiddetta “democrazia con caratteristiche cinesi” tanto cara a Xi Jinping? Hong Kong è solo una “provincia ribelle” o invece ha maturato nel tempo una propria, complessa identità, dei propri valori fondativi?

A questi temi se ne aggiunge un altro, ad essi strettamente legato, che riguarda il ruolo di Taiwan. Taiwan ha una storia e un assetto politico molto diversi da Hong Kong, eppure la repressione delle proteste nell’ex colonia britannica ha ripercussioni anche nei rapporti tra Cina e Taiwan: è interessante dunque esplorare come ciò avvenga. Per andare a fondo di questi problemi ho parlato con Stefano Pelaggi, docente presso il dipartimento di Storia dell’Università di Roma “La Sapienza” e maggiore esperto italiano di geopolitica taiwanese.

 

Prof. Pelaggi, la condanna dell’editore di Apple Daily Jimmy Lai è il punto terminale di una tendenza che comincia da lontano…

 

Sì, è ormai un percorso molto chiaro. Già alla fine del 2024 erano stati condannati all’incirca 50 attivisti che avevano avuto nella protesta dei ruoli non di primissimo piano, con pene detentive da un minimo di quattro anni a un massimo di dieci. La maggior parte degli attivisti era in quel momento in carcere e vi è rimasta.

È dunque evidente la volontà cinese di colpire quel grande movimento di protesta civile che ha avuto luogo a Hong Kong dalla fine del 2018 e lungo tutto il 2019, gradualmente soffocato a partire dal 2020, in una congiuntura resa favorevole dalla pandemia. Il quadro generale stava cambiando e Pechino usò un momento di grande disattenzione della stampa internazionale, alle prese con un evento del tutto inedito come il COVID-19, per chiudere i conti con quello che certamente è stato il più grande affronto alla leadership del Partito Comunista cinese dai tempi delle proteste di Piazza Tienanmen del 1989.

Nei mesi precedenti all’estate del 2019 sono stato a Hong Kong in due diverse occasioni, una volta per una settimana e un’altra per un weekend, insieme a giornalisti e studiosi. Ho incontrato gli attivisti, abbiamo trovato un clima davvero incredibile.

Alla manifestazione del 16 giugno 2019 partecipò una quantità di persone non ben stimata: c’è chi dice un milione, chi un milione e mezzo, chi quasi due milioni. Ci sono circa sette milioni di abitanti a Hong Kong; da qualunque angolazione osserviamo il fenomeno, un abitante su sette oppure uno su tre è sceso in piazza in quel giorno. Lo ha fatto di fronte a significativi pericoli, in una società che veniva spesso definita come pragmatica, dedita alla ricerca del benessere personale, al mantenimento della stabilità e di una bassa conflittualità in seno alla società e con le istituzioni.

L’impatto di queste proteste nei palazzi del potere di Hong Kong è stato, immagino, grandissimo, e ha avuto una forte risonanza su tutta la stampa internazionale. Le dinamiche attraverso cui tutti gli attivisti, giovani e giovanissimi, hanno sfidato per mesi il potere del Partito Comunista Cinese sono state impressionanti: era nata una vera e propria ossessione, i giovani avevano lasciato l’università, avevano abbandonato le scuole superiori per seguire le manifestazioni, iniziava ad esserci una sorta di venerazione per i martiri delle proteste. Tutti questi elementi, se confrontati con proteste importanti del passato, rimandano a dei turning point legati a dei cambi di regime, o a quelli che nella storia di altre nazioni si sono configurati come scatti significativi.

 

Come rispondere alle insinuazioni di chi considera le proteste eterodirette?

 

Non credo che alcuno stato o agente straniero abbia la capacità di muovere una persona su sette all’interno di una regione, un milione di persone su sette milioni. Va poi ricordato che Hong Kong era una società assolutamente avanzata dal punto di vista culturale. L’idea che delle influenze straniere possano tracciare percorsi di protesta di questo genere a me sembra fantascientifica, anche perché in quell’anno e mezzo di protesta, come ho menzionato poc’anzi, quei giovani e giovanissimi attivisti hanno di fatto sospeso le proprie vite. Chi partecipava ha rischiato il carcere, ci sono stati morti e tantissimi suicidi: tutto ciò non avviene per un’interferenza esterna. La cultura di Hong Kong ha inoltre una tradizione notoriamente autonoma, che non si è mai troppo allineata con la cosiddetta ideologia occidentale. Era dunque l’ultimo posto in cui l’intervento di uno stato estero avrebbe potuto sortire un qualche effetto; era un luogo, nel continente asiatico, in cui si respirava libertà assoluta. Anche Edward Snowden, dopo ricerche durate anni, scelse Hong Kong per il suo esilio e vi restò per mesi. Non la scelse perché cercava o si aspettava il supporto del Partito Comunista Cinese – successivamente si recò in Russia evidentemente con altre dinamiche – ma poiché riteneva che fosse un territorio in cui la libertà di pensiero fosse garantita. Hong Kong, in questi ultimi decenni, ha rappresentato tutto ciò: il luogo per eccellenza della libertà per la libertà, in cui non importa il contenuto di ciò che dici, ma il fatto che venga difesa la tua libertà di parlare.

 

Nel suo libro L’isola sospesa. Taiwan e gli equilibri del mondo (Luiss University Press, 2022) ha ricostruito il percorso attraverso cui l’identità taiwanese è andata plasmandosi nel corso del tempo. Se dovessimo provare a definire l’identità hongkonghese, quali tratti potremmo citare?


Ci sono due libri sull’argomento che ho trovato illuminanti: La città indelebile. Hong Kong tradita e ribelle di Louisa Lim (ADD editore, 2023) e L’eclissi di Hong Kong. Topografia di una città in tumulto di Ilaria Maria Sala (ADD editore, 2022). Sia Lim che Sala ci propongono, come elemento fondante dell’identità hongkonghese, la figura del rifugiato, o di colui che fugge da un altro territorio. Hong Kong è andata popolandosi a fronte di varie  diaspore; vi sono stati dei processi di accettazione, ognuna di tali ondate ha apportato certi strati di questa complessa identità.

C’è poi un altro elemento che mi aveva particolarmente sorpreso ai tempi delle mie due visite nell’ex colonia britannica, e che non è stato molto ripreso né dalla stampa cinese né da quella occidentale: a Hong Kong esiste una vera e propria dicotomia etnica. Nelle strade e nelle case di Hong Kong si parla il cantonese e non il mandarino, il quale viene ovviamente compreso e parlato dalla stragrande maggioranza delle persone, in particolare dai più giovani. Il cantonese è una lingua – non un dialetto – totalmente distinta dal mandarino. Notai che a Hong Kong c’erano tanti messaggi che rimandavano a questa dicotomia etnica: la maggior parte delle insegne erano in cantonese, erano presenti frasi e inni contro i cinesi, si respirava una notevole sfiducia nei confronti dei reporter che parlavano in mandarino. Tutto ciò, per ovvi motivi, non veniva sottolineato dalla stampa cinese ma nemmeno da quella occidentale, alla quale piace trovare, in una protesta, gli elementi che più le stanno a cuore: dalla libertà di pensiero alla democrazia, dal free speech alla rule of law. I conflitti etnici piacciono meno, eppure in quel contesto vi era per così dire anche un innato razzismo, una innata dicotomia fra un “noi” e un “voi”, che trovava espressione nella lingua, nell’idioma a cui facevo prima riferimento, dunque nel luogo da cui si proviene. È questo un tema fondamentale per Pechino, per la quale una rivolta su base etnica sarebbe estremamente pericolosa e minerebbe la narrazione di un’identità nazionale cinese fondata su quell’ideale coacervo di lingue, identità ed etnie che sarebbe l’etnia Han.

Un altro dato importante riguarda la penetrazione cinese a Hong Kong. Fino a pochi anni fa ogni cittadino hongkonghese aveva grandi possibilità di crescita personale ed economica: aveva davanti a sé strade aperte, doveva studiare e lavorare duro, ma poteva arrivare dove voleva. Tutto ciò è cambiato in modo significativo con l’arrivo nell’ex colonia britannica di tantissimi cinesi iperqualificati dalle migliori università della Cina e dalle Ivy League statunitensi. Si è creata una grande competizione professionale, sono giunti numerosi capitali della Cina – c’è chi dice di dubbia provenienza – che hanno ulteriormente alzato il costo della vita ad Hong Kong, già molto elevato. I giovani si sono trovati nella situazione di non riuscire più a trovare lavoro in quelle banche d’affari, in quegli uffici che normalmente riuscivano ad assorbire gran parte delle eccellenze hongkonghesi; le spese essenziali – affitto in primis – sono diventate quasi improponibili. Molti hongkonghesi me ne hanno parlato: la loro generazione, ma anche quella che la ha preceduta, ha dovuto sopportare un deterioramento delle proprie prospettive e delle proprie condizioni generali di vita. Ciò non si deve, ovviamente, a una scelta precisa del governo cinese, ma ha fatto gradualmente venir meno un patto sociale implicito: le opportunità a Hong Kong sono divenute sempre più ristrette.

 

Che ripercussioni sta avendo l’esito repressivo delle proteste di Hong Kong sulla situazione taiwanese?

Le ripercussioni sono enormi. Il patto sociale a cui facevo riferimento si fondava, fino al 2020, sul principio “Un Paese, due sistemi”: Hong Kong faceva cioè parte del progetto della Repubblica Popolare Cinese ma vantava un’autonomia giuridica e costituzionale, non disponeva di un esercito ma aveva una sua propria forza di polizia, e via dicendo. Questo principio era stato ideato alla fine degli anni Settanta per Taiwan, e poi adottato per gestire Hong Kong e Macao. A partire dalla repressione delle proteste di Hong Kong, le menzioni di “Un Paese, due sistemi” da parte cinese sono del tutto cessate anche rispetto a Taiwan. È ormai chiaro a tutti che quel progetto non è più pensabile. Se osserviamo l’ultimo documento strategico pubblicato dal Partito Comunista Cinese, notiamo una netta flessione dei riferimenti alla società taiwanese e a una possibile cooperazione con Taiwan. Nei documenti precedenti la democrazia taiwanese veniva elogiata come un modello, era intensamente presente l’idea di cercare sponde nella società, nella politica, nei cittadini; un elemento dialogico che ora non c’è più. La Repubblica Popolare Cinese non desidera infatti trovare una sintesi, ma inglobare. La fiducia nei confronti di un possibile processo di cooperazione prima economica e poi politica tra Taiwan e Pechino ne esce dunque fortemente ridimensionata, per non dire annullata. A seguito delle leggi speciali di Hong Kong, l’interlocutore cinese non è più considerato credibile agli occhi dei taiwanesi per dare vita a possibili soluzioni intermedie.

 

C’è ora la possibilità concreta di un attacco cinese a Taiwan? Nel suo recente viaggio a Taiwan a gennaio 2026 ha avuto la percezione di uno stato di allarme tra i cittadini?

 

Negli anni scorsi avevo avuto l’impressione che chi vive a Taiwan non prendesse seriamente in considerazione l’opzione di un’azione di forza su Taiwan da parte della Repubblica Popolare Cinese. La situazione è evidentemente cambiata dal 2022 in poi: le esercitazioni sullo stretto di Taiwan si sono intensificate e hanno definito quella che gli analisti chiamano una nuova normalità, che impedisce di rendersi conto di ciò che sta accadendo. Queste esercitazioni, che sono ora assai più intense di quelle dell’estate del 2022, non conquistano ormai nemmeno una pagina di politica estera sui quotidiani italiani, laddove quattro anni fa se ne parlava nelle prime due o tre pagine. Ciascuna esercitazione sviluppa una diversa capability. Vi sono ad esempio quelle dedicate alla prontezza di reazione: sono leggere, richiedono poca preparazione e durano due-tre giorni; vi sono poi quelle che simulano un blocco dell’Isola; altre immaginano un’azione congiunta di forze civili e paramilitari, quindi guardia costiera e/o pescherecci; altre ancora si concentrano sui missili balistici. Sono tutte azioni diverse, ma se lette in un certo ordine delineano uno scenario abbastanza spaventoso, poiché includono chiaramente tutti i tasselli, uno dopo l’altro, utili a definire un piano programmatico per la conquista di Taiwan.

Insomma: la retorica del Partito Comunista Cinese sull’argomento, la situazione di nuova normalità di cui parlavo, la presenza costante, immancabile, di Taiwan in qualsiasi comunicazione ufficiale dovrà, secondo gli analisti, avere un qualche effetto. Rimane ad oggi molto complesso pensare ad un’azione di forza nei confronti di Taiwan, per tantissime ragioni: in particolare per la ben nota mancanza di un banco di prova delle reali capacità dell’Esercito Popolare di Liberazione. Sappiamo infatti che questo esercito non ha mai combattuto una guerra moderna e l’ultima volta che ha combattuto lo ha fatto con dinamiche ottocentesche, potendosi permettere – cosa che oggi non sarebbe possibile – perdite umane di milioni di persone. Si trattava inoltre di guerre terrestri, ben diverse dall’invasione di Taiwan.

Le altre potenze che oggi iniziano guerre (a volte portandole a termine, a volte no), cioè Stati Uniti e Russia, si confrontano da sempre con i quadranti bellici; la Cina, invece, non lo ha fatto nemmeno con operazioni di peacekeeping.

Manca, inoltre, una capacità di comprensione dello scenario interno: come potrà reagire la popolazione cinese di fronte a eventuali perdite per una guerra a Taiwan? Cosa accadrà se i figli unici non torneranno più a casa? Sappiamo che l’opinione pubblica, nei regimi centralizzati o nelle dittature, è un elemento molto importante: molto più che nelle democrazie, vi possono essere alcuni turning point o snodi cruciali che danno il via a situazioni del tutto imprevedibili.

Ormai da tre o quattro anni non sappiamo cosa accada nei palazzi del potere di Pechino, e dell’opinione pubblica cinese sappiamo sempre meno. Certo è che un’azione di forza nei confronti di Taiwan comporterebbe grandissimi sforzi e soprattutto notevoli pericoli. La Repubblica Popolare Cinese – ci dicono gli esperti – sembra ad oggi ancora fortemente avversa al rischio, per tante ragioni, economiche e interne; quindi sembra che non possa portare a termine un’azione di questo genere.

Attualmente per Pechino un avvicinamento di Taiwan verso la Rpc rimane probabilmente l’opzione più semplice. La stessa rappresentazione della Cina all’esterno è poco congrua con l’idea di un’azione di forza nei confronti di Taiwan: il suo approccio nei confronti delle potenze occidentali e di ogni dinamica pseudo-coloniale è ben radicato e ha una grande popolarità tra i Paesi in via di sviluppo. Cambiare nettamente questa politica è possibile, ma richiede un notevole impegno. D’altro canto il problema non è solo il momento bellico o l’uso della violenza, ma anche la gestione di 23 milioni di persone in un territorio estremamente montuoso e complesso: l’idea di una resistenza taiwanese sarebbe infatti per Pechino un vero e proprio incubo.

Il modello ucraino ha inciso in modo forte sulla prospettiva della Rpc. L’invasione russa dell’Ucraina ci ha mostrato che le guerre negli anni 2020 possono essere messe in atto; ma ci ha anche mostrato che queste guerre possono ancora oggi durare tre, quattro, cinque anni.

Infine la Cina non è sinora riuscita nella creazione di un mercato interno ed è dipendente dalle esportazioni, che avvengono per lo più in Europa e negli Stati Uniti; necessita poi, per il proprio fabbisogno energetico e alimentare, di importazioni dall’esterno. Anche solo un decimo delle sanzioni imposte alla Russia sarebbe dunque per Pechino un grave problema.

Il tema di Hong Kong ci riporta però ad un’altra considerazione: abbiamo citato in precedenza la pandemia COVID-19, il fatto che quella coltre di silenzio su Hong Kong abbia notevolmente favorito l’azione repressiva cinese nella città-stato. Pechino resta dunque alla finestra: le occasioni utili potrebbero capitare.

 

 

Tags:

Category: Osservatorio Cina

About Giulio Laroni: Giulio Laroni, critico cinematografico, documentarista, ha scritto per vari quotidiani e riviste, tra cui Il Riformista, L'Avanti!, L'Unità. È autore di un libro-intervista a Roger Corman, "Il cinema secondo Corman" (Ed. Biblion, 2016, con la prefazione di Goffredo Fofi). Ha scritto anche di politica ed è stato curatore di un’antologia di scritti di Riccardo Lombardi (Ed. Biblion, 2009, con la prefazione di Nerio Nesi).

Leave a Reply




If you want a picture to show with your comment, go get a Gravatar.