Nello Rubattu: Nicola Zamboni e la sua arte di vivere

| 24 Gennaio 2023 | Comments (0)

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Nicola Zamboni ci ha lasciato da poco. Aveva i suoi anni, ma mica tanti: i fatidici ottanta non li aveva raggiunti, per essere chiari. 

Di lui, mi viene l’immagine di uno che aveva una gran voglia di vivere, uno di quelli che a stare fermi non sono per nulla interessati.

Faceva lo scultore, aveva i suoi sogni e le sue fisse: “faccio monumenti sociali”, amava dire e infatti, di sue sculture, in giro per Bologna se ne trovano davvero molte nelle sedi delle grandi cooperative o nei piazzali di fronte alle superfici commerciali. Bologna lo amava e lui, bisogna dire, contraccambiava.

I materiali che utilizzava erano quelli classici per uno scultore, la pietra, il legno e metalli a cominciare dal rame per il quale aveva una predilezione particolare. Aveva una manualità fuori dal comune e una visione artigiana del suo lavoro che ha sempre cozzato con la visione tipicamente concettuale di molti artisti contemporanei, Ma se gli davi un pezzo di rame, farlo diventare qualcosa di tangibile per lui era la cosa più semplice. Un giorno ero nel suo studio e mentre mi parlava lo vedevo che con una forbice da fabbro stava armeggiando con una piccola lastra di rame. In cinque minuti quella lastra la fece diventare una foglia: “Prendi mo – mi disse ironicamente – così quando ritorni a Bruxelles mi pensi”. Io quella foglia la tengo sempre a casa e mi ha seguito in tutti i traslochi che nella mia vita ho dovuto fare.  

Nicola lo chiamavamo “Zambo” e lui alla abbreviazione del suo nome ci teneva. Con Sergio, quando ci si incontrava a casa sua e qualcosa da mangiare ci scappava, insieme alla giusta quantità di vino, veniva normale cantargli la canzone del “negro Zumbon che baila allegro il bajon”. Ovvio che Zumbon diventava Zambon.

A Nicola piacevano le storie di Bologna, di molti personaggi sapeva morte e miracoli e nel suo repertorio non mancava qualche zirudela, il “di ben so fantesma” lo citava condito dell’intera storia, delle canzoni di Quinto Ferrari ne conosceva e cantava molte e di altre canzoni di cantastorie della sua città conosceva il testo e qualche volta (purtroppo) piaceva cantarle.

Nicola amava  i cavalieri, e il fantastico medioevale. I suoi cavalieri e le sue dame di ottone, per mesi hanno affollato Ferrara e visto che il pubblico che non cessava di farci visita, l’amministrazione ha prolungato la mostra.

Lo stesso era capitato nel cortile di palazzo d’Accursio molti anni fa. Alla presentazione del suo Medioevo fantastico, di certo non è mancato il pubblico. Un pubblico che veniva colpito  da quelle grandi statue in rame, e dall’insana voglia di perdersi fra quei cavalieri in corazza, quei cammelli bardati da battaglia e quelle dame con cappe e veli palpitanti per i loro uomini.

Nella penombra del grande cortile di palazzo d’Accursio, l’ottone brillava e gli adulti che arrivavano  a visitare la mostra con i loro figli cercavano di trattenere il loro stupore per non fare brutta figura con i figli. Ma un po’ di fotografie proprio non riuscivano a non scattarle. I bambini, invece, di fronte a quei monumenti frutto dell’immaginario fantastico di Nicola e della sua donna, Sara Bolzani, anche lei scultrice, proprio non si trattenevano e venivano presi dalla frenesia allegra di girare fra quelle sculture: toccare quelle statue, e nascondersi nei sottopancia dei cavalli, aspettando da furbetti che le madri li rimproverassero mentre chiedevano di smetterla di giocare: “Mica vuoi rovinare queste belle sculture!”, sottolineavano con una inutile austerità.

Però, erano i bambini che avevano ragione  non di certo i loro genitori: quelle statue erano così perché Nicola amava che fossero vissute come un gioco, che suscitassero quell’attimo di stupore che poi serve a dare della realtà una lettura diversa. Per farlo ci vogliono gli occhi gioiosi dei bambini, mica le paure di perdere la dignità che tormenta da sempre gli adulti.

Per Nicola la sua interpretazione del Medioevo era un gioco. Un gioco per riflettere quel tanto d cui si ha bisogno per scoprire così il nostro, di mondo: il suo Medioevo è un po’ un viaggio fantastico come quello di Gulliver; è un giro del mondo in ottanta giorni come lo sognava Jules Verne; è il volo di Peter Pan che cerca di combattere contro la fobia degli orologi di capitan Uncino.

Nicola, non ha mai voluto perdere la sua infanzia: come molti che abitano questa parte di mondo padano, aveva un immaginario da contadino “sogno con i piedi ben piantati in terra”, diceva spesso di lui.

Di questa sua terra, ne manteneva i comportamenti e ha coltivato per  tutta la vita una voglia che sapeva di gioia, con quel filo di bellezza malinconica che sa di albe con la nebbia che confondono il cielo con la terra e che tramuta filari di pioppi in soldati a difesa dei torrenti.

Io ne vengo da un’altra parte di mondo. Un mondo dove la luce la fa da padrone  e che per vedere la nebbia devi aspettare anni. “La nebbia è fastidiosa”, gli dicevo. Lui mica se la prendeva ma il fatto che non capissi un cazzo non me lo risparmiava: “Se non ci fosse quella nebbia non ci saremmo neanche noi”. Li amava quei paesaggi di pianura, perlomeno non gli davano nessun fastidio; e devo dire che, a forza di mandarmi a quel paese, ho cominciato ad amarla pure io. Colpa sua se adesso sono anche io un po’ emiliano. Poco però. Non mi piace esagerare.

Quando l’ho incontrato la prima volta, lui abitava e aveva studio in un’ala di una villa di campagna che apparteneva ad una antica famiglia bolognese che di quel cubo di mattoni con un grande faggio che guardava il grande portico d’entrata e qualche secolo sembrava portarselo addosso, proprio non era interessata.

Era un villone con pavimenti di cotto, grandi camini e al primo piano un corridoio così largo e fuori misura che un tavolo di venti metri, costruito anche quello da Nicola, con tutte le sedie di contorno sembrava un’affarino insignificante.

Gli incontri a casa sua erano sempre affollati e allegri. Si mangiava quello che c’era e in buona parte quello che la gente si portava appresso: spuntavano cibi e salami e a lui, padrone di casa, spettava mettere a tavola soltanto un buon piatto di spaghetti. Spesso ad aiutare Tiziana c’eravamo noi. Ma mica si faceva fatica perchè a nessuno interessava farla lunga con l’etichetta. Noi andavamo da lui per stare insieme, parlare, ghignare e cantare. Le discussioni non mancavano mai, come i racconti: tutti ne avevano uno.

Erano tavolate da rito contadino, dove si mangiava quello che si trovava sul tavolo e dove nessuno guardava storto se dopo un brasato ti veniva voglia di mettere nello tesso piatto una porzione di torta. Non c’era nulla che facesse assomigliare quei momenti a delle cene in ristoranti dove si apprezzava la divisione del primo con il secondo. Quelle tavolate sapevano di rito antico, di orgia alimentare da paese di Cuccagna. Per me che sono sardo mi ricordava una delle nostre feste, quelle per qualche santo a cui è stata costruita una chiesetta in suo onore e dove la gente, seduta nelle lunghe tavolate messe in piedi alla buona dal comitato che dirige le celebrazioni, mette a disposizione di tutti le cose da mangiare che ha portato per la festa.

Nicola con il suo modo di fare, riusciva ad abolire la ritualità del bon ton. La gente veniva presa da una voglia impellente di sentirsi catapultare in un mondo immaginario dove stare insieme, risultasse una cosa normale e neanche per sbaglio l’eccezione.

A Nicola, tutto questo piaceva.

Una volta mi è scappato di dirgli che abitando quella casa e preparando quegli incontri, lui si prendeva la voglia  di creare una specie di ipertemisia artistica, un incontro fra strati storici, una specie di confusione fra epoche. Lui mi ha guardato tranquillo e non mi ha mica risposto: mi ha ghignato e mi ha fatto capire chiaramente che scendere dal pero e usare meno fesserie da libro per persone intelligenti, sarebbe stato meglio per tutti: “E la vita dove la metti?” si è premurato di ricordarmi.

Appunto, dove la dovevo mettere la vita?

Ancora una volta aveva ragione lui. 

 

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Category: Arte e Poesia

About Nello Rubattu: Nello Rubattu è nato a Sassari. Dopo gli studi a Bologna ha lavorato come addetto stampa per importanti organizzazioni e aziende italiane. Ha vissuto buona parte della sua vita all'estero ed è presidente di Su Disterru-Onlus che sta dando vita ad Asuni, un piccolo centro della Sardegna, ad un centro di documentazione sulle culture migranti. Ha scritto alcuni romanzi e un libro sul mondo delle cooperative agricole europee. Attualmente vive a Bologna

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