José Joaquín Beeme: Gattopoetica di María Zambrano. Pensare l’esilio da Roma

| 19 Marzo 2026 | Comments (0)

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Gattopoetica di María Zambrano

Pensare l’esilio da Roma

 

José Joaquín Beeme

Fundación del Garabato

www.fundaciondelgarabato.eu

 

Cappello a cloche, sguardo penetrante avvolto da nuvolette blu che si arricciano da sigarette turche infilate in lungo bocchino di madreperla, la piccola filosofa medita sulla vita, sulla poesia intrecciata alla mistica, su una religione senza sangue, sul nomadismo del pensiero, sull’immane delirio del destino.

Bambina, da grande voleva diventare un carillon, una sentinella oppure un cavaliere templare; altrimenti, tanto valeva, una filosofa. María Francisca Águeda Araceli Asunción Carolina Magdalena Rafael de la Santísima Trinidad Zambrano Alarcón, andalusa figlia di maestri di grammatica (e di maestri, mediatori di cultura e vedette della storia, scriverà sovente sottolineando la loro capacità di propiziare il dialogo, le domande socratiche), fu un’intellettuale errante, pensatrice apartitica, pacifista espulsa da una dittatura instaurata dalla guerra civile del 1936-39 e intrisa da innumerevoli linfe culturali, tante quanto gli esilii che aveva dovuto patire.

Quando quella guerra era perduta per la Repubblica, e “proprio per quello”, torna dall’ambasciata spagnola in Santiago del Cile —suo marito ne era il primo segretario—, ma dovrà subito sperimentare, assieme a centinaia di migliaia di soldati e civili impegnati per la causa repubblicana, la fuga in Francia per salvare la pelle. Ebbe quindi la fortuna di contarsi tra i “vinti che non hanno avuto la discrezione di morire”, sopravvivendo in una lunghissima diaspora (Morelia-Messico, New York, San Juan de Puerto Rico, La Habana, Parigi, Roma, Ginevra), tra il dramma di Spagna e l’agonia di Europa: “Di esilio in esilio, in ognuno di essi l’esule muore, spossessandosi, sradicandosi (…) rimanendo solo dove può agonizzare liberamente, dondolare sul mare che si rivive, sveglio solo quando l’amore che lo riempie lo permette, in solitudine e libertà.”

Proveniente da Cuba, la vediamo a Roma per la prima volta a cavallo tra il 1949 e il 1950; poi, sempre con sua sorella Araceli, ci si stabilì trascorrendo un intero decennio (1953-1964) di “molto scrivere e poco mangiare”, quasi inabile a mantenersi per fedeltà alla coltivazione del pensiero, con tutte le sue conseguenze.

Abitavano le sorelle Zambrano in un appartamento di Piazza del Popolo, poi nel piazzale Flaminio e via della Mercede, e María passava la vita per lo più nei caffè, dove sedeva lunghe ore ai suoi tavoli prefissati: il Rosati, sotto casa, il Canova o il Greco di via Condotti, teatro dei suoi Quaderni del Caffè Greco. Quindi, parlando molto con gli amici e battendo le strade, da sola o in compagnia, lasciandosi prendere dal fascino capitolino. Senz’altro, scrivendo febbrilmente la notte oppure ballando, a volte, sulle note di una triste pavana rinascimentale di Luis de Milán e Diego Ortiz.

Percorreva spesso la Via Appia Antica, molte volte assieme al pittore Ramón Gaya, già amico delle Missioni Pedagogiche della Repubblica con il suo museo ambulante di pitture ed entrambi artefici del Congresso di Scrittori Antifascisti. Affermava María, sua “fratella massima”, di aver scoperto in un boschetto di cipressi vicino a porta San Sebastiano, in mezzo alla spazzatura, una stele funeraria che rappresentava un adolescente con al collo una ghirlanda di fiori, il pugno alzato e il mantello svolazzante, in verosimile posa da rituale mitraico, e che dopo aver ripulito con sua sorella e bruciato i rifiuti che seppellivano il vestigio, la polizia, d’altronde incurante del patrimonio ferito, non esitò a rimproverare quell’avventata coppia di salvatrici.

Giordano Bruno, in Campo de’ Fiori, la portava a paragonare i roghi di Nerone con quelli celebrati dall’Inquisizione: cambia solo la fede, e si chiedeva se non ci sarà un “bisogno dell’essere umano occidentale di bruciare i corpi vivi, senza mai contentarsi con la fiamma dell’amore, neanche con quella dell’odio”. Bruciare l’eterodosso, il diverso, chi ha osato essere lui stesso, pensare e sentire, scrivere “con il linguaggio più bello e aspro della verità”. E poi, ricordando la chiesa di San Giovanni Decollato, presso la cui Confraternita della Misericordia si conservano le memorie trascritte del filosofo giustiziato, dirà: “Non se ne ha ancora abbastanza di questa fiamma?” Senza quel rogo al libero pensiero, rifletteva provocatoriamente, non ci sarebbe stato poi un Robespierre.

Crudeltà e violenza sacrificale come uno stigma trasversale, inarrestabile fratricidio che affonda in Abele e Caino, in Romolo e Remo, nei fratelli di ogni guerra civile. Pure il circo romano, gioco e rituale, sembra a Zambrano riproporre una sorta di tributo ad un’antica e rancorosa bestia divina: l’animale, madre nutrice, lo esigerebbe all’uomo, sedicente re della terra.

L’affascina Saffo, nell’abside della basilica neopitagorica di Porta Maggiore, che pare sul punto di gettarsi in mare dalla rupe di Leucade. Piuttosto che un suicidio, per María rappresenta la sua consacrazione ad Apollo e le ricorda la triste storia di Camilla, una ragazza romana dai capelli mori come Saffo e come Simone Weil, una giovane filosofa di cui conservò le lettere, che però si sentiva brutta e disamata e fece il salto fatale. Le sorelle Zambrano accolsero qualche mese il fratello che stava per sposarsi, perché non facesse la stessa fine; ma felicemente, poi, ebbe due bambine e le fece battezzare María e Araceli.

Dall’alto del Campidoglio le piaceva la magia del tramonto sul Foro, quel sole radente che carezzava le pietre diroccate. Il Foro incute in lei, alla stregua di Hegel, la malinconia del viaggiatore davanti alla caducità della vita, di quelle vite in frantumi, trafitte dal tempo fugace che non risparmia né potenti né imperi. Ma subito si riscuote, memore della sua bambinaia Alhama che, nei momenti di rabbia o smarrimento, la riportava alle piccole meraviglie della natura che pulsavano tutt’attorno (guarda, bambina!), come quell’edera che trascende le rovine e trionfa sulla morte, ché alla fine resta solo il sogno delle cose: “il sognare bene neanche morendo si perde”, scrive parafrasando La vita è sogno di Calderón (“perfino nei sogni non si perde [la capacità di] far del bene”).

E, sempre, la vita che esulta in Piazza del Popolo e dintorni. Le messe di artisti e i concerti del venerdì in Santa Maria di Montesanto, tra letture di Rilke e Kierkegaard. L’ardente canto dell’Internazionale che la riempiva di emozione, come ricorderà il poeta Gil de Biedma in “Piazza del Popolo”:

 

(Habla María Zambrano)

 

Aquí en la Plaza del Pueblo

se oía latir —y yo,

junto a ese balcón abierto,

era también un latido

escuchando. Del silencio,

por encima de la plaza,

creció de repente un trueno

de voces juntas. Cantaban.

Y yo cantaba con ellos.

Oh sí, cantábamos todos

otra vez, qué movimiento,

qué revolución de soles

en el alma! Sonrieron

rostros de muertos amigos

saludándome a lo lejos

borrosos —pero qué jóvenes,

qué jóvenes sois los muertos!—

(…)

Y vienen luego las noches

interminables, el éxodo

por la derrota adelante

(…)

Cierro

los ojos, pero los ojos

del alma siguen abiertos

hasta el dolor. Y me tapo

los oídos y no puedo

dejar de oír estas voces

que me cantan aquí dentro.

(Parla María Zambrano)

 

Qui in Piazza del Popolo

lo si ascoltava battere —e anch’io,

accanto a questo balcone aperto,

ero un battito

che ascoltava. Dal silenzio,

sopra la piazza,

crebbe all’improvviso un tuono

di voci insieme. Cantavano.

Ed io cantavo con loro.

Oh sì, tutti cantavamo

ancora, che movimento!,

che rivoluzione di soli

nell’anima! Sorrisero

i volti di amici morti

salutandomi da lontano

sfuocati —ma che giovani!,

come siete giovani i morti!—

(…)

E poi vengono le notti

interminabili, l’esodo

lungo la sconfitta

(…)

Cierro

los ojos, pero los ojos

del alma siguen abiertos

hasta el dolor. Y me tapo

los oídos y no puedo

dejar de oír estas voces

que me cantan aquí dentro.

 

(…)

Y vienen luego las noches

interminables, el éxodo

por la derrota adelante

(…)

Cierro

los ojos, pero los ojos

del alma siguen abiertos

hasta el dolor. Y me tapo

los oídos y no puedo

dejar de oír estas voces

que me cantan aquí dentro.

(…)

E poi vengono le notti

interminabili, l’esodo

lungo la sconfitta

(…)

Chiudo

gli occhi, ma gli occhi

dell’anima rimangono aperti

fino al dolore. E mi copro

le orecchie e non posso

smettere di ascoltare quelle voci

che cantano qui dentro.

Si meraviglia dei veri prìncipi che arrivano alle trattorie e parlano in amicizia col popolo, ceto da dove certamente veniva il loro seguito e la loro servitù, i confidenti, i sostenitori dell’antica nobiltà: “Non era Roma allora città proprietaria, cioè proprietà del capitalismo industriale.” Per questo ammira pure il cinema neorealista del dopoguerra, dove chiunque poteva fare il protagonista senza alcun diploma di accademia drammatica, poiché la bellezza, e ricorda vagamente il Trattato di Leonardo, dovrebbe baciare tutti.

Riteneva Roma, che lei nomina pure Amor o Silva, “mi patria”, e le sue rovine “una metafora della speranza”. Era la capitale per lei una città ermetica, aperta ma labirintica, dorata e sensuale, dall’aria commestibile (“ci si sente come dentro a una pesca”), nutrice e divoratrice, che “partorisce se stessa senza sosta”, spazio vitale e al contempo luogo di martirio e catacombe (sotterrate “radici di un campo di grano”…). “Una volta a Roma —ammetterà pregna di amor loci— non volevi andartene: non potevi andartene.”

L’ambasciata franchista però non condivide uno spirito tanto poetico; anzi, tiene d’occhio degli esuli come questa “rossa pericolosa”, sempre in bilico amministrativo e dalla vita precaria, che guadagna appena coi suoi scritti. Conoscono tutti María e Araceli come le “signore spagnuole”, perfino le “principesse”, ma pian piano diverranno “quelle del lungotevere” in bocca di alcuni cittadini perbenisti addirittura xenofobi che, per via dei gatti, le faranno allontanare da Roma.

L’idillio di María coi gatti è un capitolo a sé stante nella sua vita. La grande filosofa, che confessava una disarmante adorazione per i felini, si rimpicciolisce nei loro confronti: “Anche se sono dura di testa, e piuttosto di pochi lumi, [vorrei] imparare dai gatti il sapere più segreto che possa esserci: se in questo mondo occidentale in cui viviamo, così colto, ci fosse qualcuno che sapesse cos’è un gatto, saprebbe tutto. Il gatto è la perfezione di qualcosa; un animale perfetto, deformato unicamente dall’umano rapporto. Li portò Cleopatra, che non era chiunque, e i romani, scemi, credettero che fossero dei tigri. Vennero tutti dall’Egitto, per cui in ogni gatto c’è nientemeno che l’intera saggezza dell’Egitto. Questo spiega bene come a Roma ci sia una guerra civile tra i partigiani e i nemici dei gatti, tra noi che li amiamo e quelli che li detestano, il che prova la loro origine egiziana e misteriosa.”

Accudivano le sorelle una trentina di gatti (Rita, Tigra, Blanquita, Lucía, Pelusa…), creature tra le più sacre per loro, e di conseguenza venivano reputate, come buone gattare, delle tipe eccentriche. Comunque María rideva ricordando che c’erano delle donne a Roma con ancor più gatti di loro, ad esempio la sorella di un noto cantante (Teresa Modugno?) che ne pascolava un centinaio. Oltre ai propri, le Zambrano non trascuravano i gatti di strada, perché degli aristogatti delle rovine, alle Terme di Caracalla o al Campidoglio, si occupavano i turisti, dal momento che in quei posti era permesso cibarli. Loro invece portavano al veterinario i gatti senza storia, curavano le gatte di nessuno dopo che avevano partorito. Mentre, dalle finestre, partivano delle voci: “San Francesco la benedica!”. E non di rado: “Sporcaccione!”

Finché vennero denunciate da ignoti per oltraggio alla decenza e all’ordine pubblico, il che determinò un provvedimento di espulsione col marchio di “indesiderabile”. L’amica Elena Croce, con l’aiuto del consuocero Giolitti, riuscì a bloccarne l’esecuzione, ma loro, dopo aver udito dal questore parole inappellabili (“Il mondo, signora, si divide in due: quelli che amano gli animali e quelli che non li amano”), decisero di andarsene a malincuore e si istallarono ne La Pièce, nel Giura vicino a Ginevra, nella cui sede dell’Onu lavorava un cugino. Un altro esilio; un’altra tappa dell’infinito errare.

La figlia di Benedetto, preside di un comitato di assistenza agli esiliati politici da tutte le tirannie, fu infatti la promotrice e traduttrice di María Zambrano. Entrambe diressero la collana Quaderni di pensiero e di poesia —che si inaugurò con un libro di María, I sogni e il tempo, e poi fu diretta anche da Tullio De Mauro—, e entrambe pubblicarono una antologia di Federico García Lorca. Negli anni 60 Elena promosse per il Terzo Programma della RAI Rassegna di Cultura spagnola, che recensiva le poche riviste che arrivavano da una Spagna sottomessa a ferrea censura. E cercò disperatamente, ma senza successo, di far tornare María in Italia: avrebbe vissuto in un centro per la cultura dell’esilio che si prospettava nella leopardiana villa La Ginestra, a Torre del Greco.

A casa della Croce conosce la poeta Cristina Campo (Vittoria Guerrini), pure lei esiliata a modo suo, isolata a causa di una malformazione al cuore, e tra loro nacque un’amicizia profonda, fatta di attenzione e ammirazione reciproca, di passione per il sufismo e la mistica islamica tramite l’orientalista Massignon, per la poesia di Hofmannsthal e la prosa di Pasternak. Nella memoria cordiale dell’amica, María Zambrano (Chiari del bosco) userà la metafora del cuore (“ciò che proviene veramente dal cuore esce ritmato, in una sorta di pensiero molto vivace … che accorda il proprio cuore col cuore del mondo”) come via di conoscenza per rendere visibile l’ineffabile, per articolare la ragione poetica o sapere dell’anima.

Eh sì, la ragione poetica: fulcro dell’intera sua opera. Dopo i maestri e i compagni di viaggio intellettuale, Ortega y Gasset, Unamuno, Zubiri, san Giovanni della Croce, Bergamín, ma anche Antigone e Diotima di Mantinea (come la rete di donne filosofe dell’Università di Verona), María Zambrano era arrivata da sola alla sua filosofia poetica o poesia filosofica, che poggia su una ragione non dominante, eterodossa, antiaccademica, asistematica, fatta di frammenti, appunti su taccuini, articoli… Un fiume di scrittura squisitamente personale che le valse il premio Cervantes di letteratura spagnola, la prima donna a riceverlo, dove traspare un “logos sommerso” arduamente, austeramente costruito in un’“epoca di catacombe”, quasi nascosto nel grembo del silenzio, nella nuda e sradicata solitudine dell’esilio, “come se vivesse in un sogno” nella molteplicità dei tempi: del mondo, della vita, dell’intimità dei sogni.

Un lavorio con le parole che la portò a un continuo disnascere e rinascere a nuove aurore, sentendo nel profondo la follia donchisciottesca della liberazione, in una ricerca tenace dei “grandes imposibles”. Per questo la filosofia zambraniana è metafora anziché concetto, attenzione amorosa e poetica di fronte alla ragione pratica dominatrice, una corrente intima di religiosità ma di religiosità antropologica, dei chiari del bosco che col puro guardare, in uno stato di grazia, riusciamo a scorgere nell’anima.

André Malraux, corrispondente di guerra nella Madrid assediata, si stupiva perché il poeta-pastore Miguel Hernández cantava sevillanas a María sotto le bombe, presso il Manzanares: “Voi qui, cantando, mentre di là si muore…” E María, pronta nel rimprovero: “Ma Lei come sa che finiremo la canzone?” La generazione del toro, come lei chiamava gli esiliati del 39, sapeva cosa significava resistere, vendere cara la pelle nell’arena: “amo il mio esilio” (Le parole del ritorno), dopo tanti tentativi di abitarlo in giro per il mondo, dichiara in modo agghiacciante una forma di estrema resilienza.

L’opera italiana di María Zambrano comprende L’uomo e il divino, il libro che Albert Camus portava in tasca nel momento in cui si schiantò con la sua macchina, Persone e democrazia, I sogni e il tempo, Delirio e destino, e le meditazioni che fioriranno ne La tomba di Antigone o Il sogno creatore. E poi tante collaborazioni, poi riunite nel volume Per abitare l’esilio, su riviste come L’approdo letterario, Elsinore, Paragone, L’Europa letteraria, Nuova Antologia, Aut Aut e Botteghe oscure (ne fu curatrice, con Diego de Mesa, della sezione spagnola).

Quasi in un ultimo ammiccamento romano, per via del giardino degli aranci in parco Savello all’Aventino, María riposa oggi tra un arancio e un limone a Vélez-Málaga, suo paese natio. Non è raro, dicono sui giornali, che venga salutata dai gatti del cimitero. Sempre le interiora di Spagna nelle proprie interiora, la terra agognata è ormai pienamente sua; come dice la sua alter ego ne La tomba di Antigone: “Grazie al destierro [esilio] abbiamo conosciuto la terra.”

 

 

Per saperne di più:

Cristina CAMPO, Se tu fossi qui. Lettere a Maria Zambrano, 1961-1975, Archinto, Milano, 2009

Elena CROCE e María ZAMBRANO, A presto, dunque, e a sempre. Lettere 1955-1990, Archinto, Milano 2015

Laura DURANTE, “La letteratura come esperienza filosofica nel pensiero di María Zambrano. Il periodo romano (1953-1964)”, Aracne, 2008

Carlo FERRUCCI, “Roma in María Zambrano”, in María Zambrano: los años de Roma, atti del convegno internazionale, Instituto Cervantes, Roma 2004 [cfr. Centro Virtual Cervantes].

Jaime GIL DE BIEDMA, “Piazza del Popolo”, Las personas del verbo, Seix Barral, Barcellona, 1999

Elena LAURENZI, “María Zambrano ed Elena Croce: quando una amicizia fa la politica”, Pensadoras y filósofas, IX Congreso Internacional de Mujeres de Letras, Università e Regione di Murcia, 2016

Francisco José MARTÍN (coord.), María Zambrano: los años de Roma (1953-1964), atti del convegno internazionale, Instituto Cervantes, Roma 2004 [cfr. Centro Virtual Cervantes]

César Antonio MOLINA, “María Zambrano, paseos por Roma”, in María Zambrano: los años de Roma, cit.

Lilith MOSCON, Biografie migranti: María Zambrano, Pensieri Urbani, Rete Toscana Classica, Prato, 5 giugno 2025 (podcast)

Simone PANTALEO, “María Zambrano a Roma. Gli scritti ‘italiani’”, Note, 64, Università di Salento, Lecce 2008

Jaime SALINAS, “Un lazo mágico”, El País, Madrid, 8 febbraio 1991

Ricardo TEJADA, “Roma 1956: Ramón Gaya, puente entre Tomás Segovia y María Zambrano”, Escritura e imagen, 7, Università Complutense, Madrid 2011

José Miguel ULLÁN, “Sueño y verdad de María Zambrano”, intervista a María Zambrano, programma Tatuaje, RTVE, 11 settembre 1985

Maria ZAMBRANO, L’uomo e il divino, a cura di Armando Savignano, Morcelliana, 2022 (1955)

—, Spagna: pensiero, poesia e una città, Quaderni di pensiero e di poesia, 15, Vallecchi, Firenze, 1964, trad. Francesco Tentori

—, Chiari del bosco, Testi e Documenti, SE Studio Editoriale, a cura di Carlo Ferrucci, Milano, 2025 (1977)

—, “Roma, ciudad abierta y secreta”, Diario 16, Culturas, Madrid, 16 giugno 1985

—, “Jaime en Roma”, Diario 16, Culturas, Madrid, 21 aprile 1990

—, All’ombra del dio sconosciuto. Antigone, Eloisa, Diotima, Pratiche Editrice, Milano, 1997

—, “Quasi un’autobiografia”, Aut aut, 279, Firenze, maggio-giugno 1997

—, Fragmentos de los Cuadernos del Café Greco, Inéditos, Instituto Cervantes, Roma, 2004

—, Per abitare l’esilio. Scritti italiani, Piccola Biblioteca Ispanica, a cura di Francisco José Martín, Firenze, Le Lettere, 2006



José Joaquín Beeme

Laureato in Giurisprudenza e master in Storia ed Estetica della Cinematografia, ha lavorato come giornalista culturale (Diario 16) ed editore per diverse case editrici spagnole e italiane (Unaluna, La Torre degli Arabeschi, Altre Latitudini). Ha coordinato durante 24 anni il laboratorio audiovisivo del Joint Research Centre della Commissione Europea.

Creatore, assieme alla storica dell’arte Malena Manrique, della Fundación del Garabato, si propone di studiare e promuovere i processi creativi espressi da artisti di ogni tempo in svariati supporti e tecniche: abbozzi, taccuini, fotografie, filmati, animazioni sperimentali e qualsiasi altra forma di arte visionaria.

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Category: Arte e Poesia

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