Bruno Giorgini: La rivoluzione soft delle città intelligenti

| 5 Aprile 2013 | Comments (0)

 

 

Le città sono certamente i nodi della civiltà umana, gli agglomerati che gli esseri umani hanno costruito per rendere abitabile il pianeta, nel contempo soggetti di cultura e oggetti di natura, dove s’intrecciano l’estetica e la biologia, l’informazione e l’ingegneria, l’economia e la politica, il software e l’hardware della vita associata. Se pensiamo la civiltà umana e le dinamiche della civilizzazione come una rete cognitiva che si estende sulla terra, una sorta di sistema nervoso planetario, allora le città hanno il ruolo di macroneuroni. Macroneuroni perchè a sua volta ogni città è un sistema complesso di flussi (cittadini, popolazioni, merci, denaro, ecc..), di informazioni e comunicazioni, di forme e di reti. E’ quindi del tutto naturale che in una situazione di crisi non solo economica, ma anche sociale, culturale, politica, del rapporto uomo natura e/o crisi ecologica che dir si voglia, le città diventino protagoniste di un possibile salto in avanti che sia insieme risposta alla crisi e creazione/costruzione di un nuovo modello urbano, la città intelligente (e sostenibile), in gergo Smart Cities, coniugate con, e rese possibili da, le nuove tecnologie per l’informazione e la comunicazione, ICT (Information Communication Technologies).

Attorno a questo nocciolo stanno lavorando in sinergia i ricercatori di molte università e centri scientifici europei all’interno di un progetto denominato FuturICT. Per l’Italia il gruppo fondatore vede in campo il CNR, l’ISI (Institute for Scientific Interchange Foundation), il Politecnico di Torino, l’Università di Genova, la Sapienza di Roma. Ai soci fondatori si sono aggiunti i soci sostenitori, circa altre quindici università, tra cui quelle di Bologna, Pisa, Palermo, il Politecnico di Milano ecc.. nonchè tra le istituzioni politiche la Regione Toscana.

Recentemente (Ottobre 2012) in quest’ambito è stato pubblicato on line (www.bartlett.ucl.ac.uk/casa/latest/publications), un documento di lavoro “Smart Cities of the Future” a firma di otto ricercatori guidati da M. Batty (UCL, London), tra cui gli italiani A. Bazzani (Unibo) e F. Giannotti (Unipi), che definisce il programma e gli obiettivi di ricerca, con alcune forti implicazioni sociali.

Per “Smart City” dobbiamo intendere una città in cui ICT è immersa, fusa, con le infrastrutture tradizionali, mentre il tutto è coordinato e integrato usando le tecnologie digitali in funzione di una maggiore efficienza, e assai importante una maggiore equità, concetto molte volte ribadito. Ma non si tratta semplicemente di strutturare una costellazione di strumenti distribuiti su diverse scale, connessi attraverso una molteplicità di reti decisionali in grado di accumulare e analizzare in tempo reale dati sui flussi di cittadini, informazioni, merci, denaro, energia e quant’altro, in sostanza dati e modelli sulla dinamica urbana. Tutto questo deve essere funzionale a uno scopo, quello di incrementare insieme non solo efficienza e equità, ma anche sostenibilità bellezza e qualità della vita, soltanto così la città sarà “ intelligente”.

Quel che si propone è lavorare alla progettazione e costruzione di un ambiente urbano sensibile alle mutazioni, capace di prevedere le crisi e di adattarsi alle nuove condizioni anche le più difficili. Diciamolo in un altro modo. Jared Diamond in “Collasso”, libro dove racconta il collasso fino alla sparizione di alcune società (J. Diamond- Collasso, come le società scelgono di morire o vivere– Einaudi, 2005), a un certo punto scrive che il fallimento di una società in genere avviene perchè “il gruppo non riesce a prevedere il sopraggiungere di un problema; non si accorge che il problema esiste; se ne accorge ma non prova a risolverlo; cerca di risolverlo ma non ci riesce”. Ecco, Smart City dovrebbe essere in grado di prevedere, essere sensibile ai e accorgersi dei, problemi, provando a risolverli anche nei casi più difficili e complessi.

L’intelligenza di questa nuova città non sarà la somma lineare di tutte le intelligenze tecnologiche e umane presenti, ma qualcosa di più, un po’ come accade nel nostro cervello la cui attività non è la somma della dinamica elettrochimica e fisica dei singoli neuroni, bensì produce quel che in genere chiamiamo la mente con le sue facoltà di sintesi e di analisi, nonchè di comprensione e creazione, per esempio scrivere la Divina Commedia o formulare la teoria della Relatività, se si è dei geni, ma anche le più modeste decisioni attività creazioni di ciascuno di noi, leggerla una poesia o comprendere il teorema di Pitagora o avvitare un bullone, vanno ben oltre la somma delle attività dei singoli neuroni.

Non a caso in FuturICT è previsto un complesso sistema di acquisizione e analisi di dati, informazioni, tecniche, modelli, teorie, denominato “acceleratore della conoscenza”. Una conoscenza intrinsicamente pluri, inter e transdisciplinare, sulla via della costituzione di un vera e propria “scienza della città” dove confluiscano tutte le scienze della città, dall’arte alla fisica, dalla computer science alla sociologia, per non dire dell’economia, la psicologia, l’ingegneria, l’ecologia, la matematica, l’elettronica, l’architettura, il design, l’urbanistica, questo collettore e mescolatore di diversi saperi altro non essendo che Smart City. Inoltre questo processo generatore di intelligenza implica una modificazione profonda delle forme di organizzazione sociale urbana, e quindi va commisurato con una accurata governance dei processi che si mettono in moto.

Come si vede da questa premessa siamo di fronte a un programma molto ambizioso con un sguardo lungo sul futuro. Un programma destinato a non rimanere nel chiuso dell’Accademia, sia pure la migliore, ma che fin dall’inizio vuole e cerca dei partner nella società civile e politica, nonchè economica. L’intenzione è, per ogni passo programmato, di trovare intraprese che osino tentare l’innovazione e l’invenzione di nuovi prodotti funzionali alla costruzione di città intelligenti, e coerenti con le attività che Smart City metterà in essere. Se percorriamo il progetto seppure in breve, la prima questione importante che incontriamo è l’esplorazione del concetto di città come laboratorio per l’innovazione connessa all’idea di sviluppare quella che negli S.U. (Stati Uniti) viene chiamata Citizens Science, la scienza dei cittadini (vedi per esempio di M. Nielsen “Reinventing Discovery”, Princeton University Press, 2011), ovvero la città intelligente non può altro che essere un laboratorio permanente e partecipato.

Scrivono gli autori di “Smart Cities of the Future”: Nella nostra visione partecipazione e autorganizzazione sono le pietre miliari per costruire una sorgente di conoscenza globale che rappresenti un bene pubblico, accessibile a ogni cittadino, istituzione o business. Da una parte le persone devono essere completamente coscienti del tipo di infrastruttura della conoscenza pubblica che esse stanno contribuendo a costruire, e dei potenziali benefici che potranno trarne. Dall’altra le persone devono avere il pieno controllo dei loro contributi in termini di dati e profili: quanti dati sono stati acquisiti, trattati, analizzati e usati, quando e per quanto tempo. Solo un sistema pubblico capace di far circolare informazione di alta qualità in un contesto di fiducia ha la possibilità, il potenziale, per raggiungere un alto grado di partecipazione, e soltanto una larga partecipazione democratica può assicurare la creazione di informazione fruibile, tempestiva e attendibile sui fenomeni collettivi (traduzione mia).

In estrema sintesi a questo livello si tratta di misurare quanto gli individui e i gruppi consumano in energia, usano l’informazione, interagiscono con il denaro e le merci, nonchè con l’ambiente e tra loro. A questo proposito nella miriade di sensori e rivelatori che popolano ormai le nostre città, consideriamo i telefoni mobili. Nel Regno Unito circa il 22% della popolazione è dotato di smart phones, telefoni mobili intelligenti che possono connettersi alla rete, con una crescita annua del 38%. Di questo passo nel 2015 pressochè ogni cittadino britannico ne sarà dotato, e nel mondo saranno più o meno 2 (due) miliardi. Si tratta di una tecnologia dell’informazione e comunicazione individuale che permette di tracciare i percorsi del singolo, almeno nel limite delle celle di trasmissione, e di valutare la quantità di connessioni con altri individui, ovvero che accoppia il network, la rete, di mobilità di ciascuno, con la rete delle sue relazioni sociali. Questo intreccio può creare una nuova conoscenza che leghi la mobilità, per definizione osservabile e misurabile, alle dinamiche sociali che, in linea di principio, sono invece non osservabili. Il che testimonia come lo sviluppo delle tecnologie ICT sia un fatto di rilevanza sociale a almeno due livelli: una conoscenza sempre più precisa dei fenomeni sociali e le dinamiche via via più complesse generate dalla crescita delle tecnologie, nel senso della diffusione, dell’uso e delle prestazioni. Insomma l’implementazione di ICT nel tessuto urbano aumenta la complessità del sistema, che a sua volta per essere governata richiede sviluppi tecnologici più performanti, nonchè azioni di governance più intelligenti e consapevolmente partecipate, in un circuito virtuoso che vorrebbe/dovrebbe essere la dinamica soggiacente Smart City.

Un circuito virtuoso che deve sempre essere volto a generare equità e migliore qualità della vita, bellezza e sostenibilità. Quest’ultima particolarmente importante rispetto a problemi come quello energetico, o il cambiamento climatico in corso e le sue conseguenze, si pensi soltanto all’impatto che l’uragano Sandy ha avuto su New York, lasciandola senza energia elettrica, allagandola e semiparalizzandola, per non dire delle vittime umane, e delle distruzioni massive.

Non solo, ma l’informazione che il singolo può ricevere sul suo telefono mobile dalla rete, e/o da altri singoli in contatto con lui, e/o dai social network, lo rende più autonomo e capace di azioni e scelte individuali per quanto attiene la fruizione e l’uso della città, dei suoi servizi, dei suoi sistemi di mobilità, e cognitivi. Insomma il singolo cittadino può, in connessione con le infrastrutture ICT di Smart City, accedere alle conoscenze atte a utilizzare efficacemente il suo libero arbitrio, ovvero per decidere con cognizione di causa tra le diverse opzioni che si presentano, per la mobilità, per il consumo energetico, per visitare un museo, per scegliere un ospedale o una scuola. In altri termini, l’intelligenza del singolo viene incrementata dall’interfaccia con la struttura ICT di Smart City, aumentando quindi i gradi di libertà dell’individuo, il che non è uno dei risultati minori.

Va aggiunto che quando si dice Smart City non si deve pensare a città nuove o nuovissime, di recente edificazione. Anche le città storiche e/o città d’arte possono e debbono essere coinvolte. Basti pensare a Venezia ogni giorno alle prese con flussi turistici in aumento, per esempio la crescita dei paesi una volta sottosviluppati ha incrementato flussi dall’Asia molto consistenti che cumulandosi con quelli tradizionali possono produrre dinamiche di folla del tutto ingovernabili, inoltre entrando in rotta di collisione coi bisogni e desideri degli abitanti, e a volte con le bellezze della città, la sua qualità preziosa. Cioè la globalizzazione sta dando luogo a flussi turistici che possono rapidamente diventare insostenibili, travolgenti per la stessa convivenza civile. Inoltre Venezia deve vedersela col problema della acque, accentuato dal cambiamento climatico globale ormai in atto. Smart City significa metter mano a questi problemi (turismo e acque alte) con paradigmi, studi, ricerche, tecniche, in grado di comprendere e trasformare la situazione, prima di tutto cercando e trovando una razionalità condivisa con la più ampia partecipazione dei cittadini, una intelligenza comune e collettiva, da iniettare nella città costruendo gli strumenti atti a affrontare i problemi e le criticità, senza aspettare che incancreniscano, diventando irrisolvibili.

Infine elenchiamo per titoli le aree tematiche di studio e progettuali, che dovrebbero comporre il programma Smart Cities Futur ICT. Il primo è la costruzione di Database integrati, poi le reti di sensori e l’impatto dei nuovi social media, la modellazione delle reti di mobilità e dei comportamenti di viaggio, lo stesso per l’uso del suolo urbano, le interazioni economiche e il trasporto, le attività lavorative e il mercato delle abitazioni, le strutture di supporto alle decisioni, e last but not least la governance partecipativa e la pianificazione di strutture per Smart City.

 

 

Category: Ambiente, Nuovi media, Ricerca e Innovazione

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About Bruno Giorgini: Bruno Giorgini è attualmente ricercatore senior associato all'INFN (Iatitutp Nazionale di Fisica Nucleare) e direttore resposnsabile di Radio Popolare di Milano in precedenza ha studiato i buchi neri,le onde gravitazionali e il cosmo, scendendo poi dal cielo sulla terra con la teoria delle fratture, i sistemi complessi e la fisica della città. Da giovane ha praticato molti stravizi rivoluzionari, ha scritto per Lotta Continua quotidiano e parlato dai microfoni di Radio Alice e Radio Città. I due arcobaleni - viaggio di un fisico teorico nella costellazione del cancro - Aracne è il suo ultimo libro.

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