Valeria Confalonieri: La povertà educativa in Italia

| 5 Novembre 2014 | Comments (0)

 

 

Diffondiamo da www.saluteinternazionale.info del 5 novembre 2014

 

In Italia, nel 2012, sono oltre 1 milione i bambini e adolescenti in condizioni di povertà assoluta, raddoppiati in cinque anni, a confronto con il 2007. Il dato riguarda il disagio economico, l’impossibilità di accedere a un paniere minimo di beni. Ma altrettanto importante è la povertà educativa, particolarmente insidiosa, perché spesso le istituzioni, l’opinione pubblica e le stesse famiglie tendono a sottovalutarne gli effetti.

Un indice per misurare la povertà educativa dei bambini, per vedere le opportunità che sono loro offerte, nelle diverse regioni d’Italia, per una crescita e sviluppo completo, grazie a stimoli intellettivi, culturali e sociali che permettano loro di avere aperte tutte le strade nel futuro. Un indice per capire quando, chi, dove sono i giovani più svantaggiati, quali le aree dove intervenire e come. Questo l’obiettivo del lavoro svolto da Save the Children illustrato nel Rapporto “La lampada di Aladino” (vedi Risorse), con la proposta di un nuovo indice, da testare, affinare, migliorare, per “misurare le povertà educative e illuminare il futuro dei bambini in Italia”.

 

Povertà economica e povertà educativa

In dati sulla povertà, e in particolare quelli che coinvolgono l’infanzia, riportati dal documento parlano di oltre 1 milione di bambini e adolescenti nel 2012 in condizioni di povertà assoluta (senza accesso a un paniere minimo di beni), raddoppiati in cinque anni, a confronto con il 2007. I numeri sono ancora più alti, arrivando a oltre tre milioni e mezzo, con l’indicatore usato in Europa che considera povertà di reddito, di lavoro e indici di deprivazione: un bambino o adolescente su tre. Ma viene sottolineato come la sola componente economica non basti e sia da includere nella povertà minorile anche il fattore educazione, con il suo ruolo nella possibilità di costruirsi un futuro: “La povertà educativa è particolarmente insidiosa, perché spesso le istituzioni, l’opinione pubblica e le stesse famiglie tendono a sottovalutarne gli effetti”. Nasce così il tentativo di dare una misurazione, un dato obiettivo e confrontabile anche su questo elemento, che comprende non solo la scuola con l’istruzione, ma abbraccia in senso più ampio i diversi stimoli culturali e sociali cui potrebbe, e dovrebbe, essere esposto ogni bambino per sviluppare al massimo le sue potenzialità e prospettive.

 

La parola ai ragazzi

Save the Children ha anche voluto il contributo dei diretti interessati ascoltando il parere di oltre 200 adolescenti fra i 12 e i 18 anni, cui è stato chiesto di analizzare la povertà educativa in base a quattro dimensioni, la cui importanza strategica è stata confermata dai ragazzi: la privazione del comprendere (la dimensione delle competenze cognitive e della soluzione dei problemi, apprendere per comprendere), dell’essere (la dimensione psicologica ed emotiva, apprendere per essere), del vivere assieme (la vita sociale e interpersonale, apprendere per vivere assieme) e del conoscere il mondo (la scoperta dei luoghi dove si nasce e vive, apprendere per conoscere il mondo). Inoltre, gli adolescenti hanno sottolineato due punti critici: l’emergenza abitativa e la discriminazione.

 

IPE: Indice di Povertà Educativa

L’Indice di povertà educativa proposto, primo e sperimentale, è stato costruito utilizzando 14 indicatori, suddivisibili in due grandi gruppi da sette, il primo focalizzato sull’aspetto scuole e istruzione e il secondo su attività culturali e sociali: 1) copertura dei nidi e servizi integrativi pubblici; 2) classi a tempo pieno nella scuola primaria; 3) classi a tempo pieno nella scuola secondaria di primo grado; 4) istituzioni scolastiche principali con servizio mensa; 5) scuole con certificato di agibilità/abitabilità; 6) aule connesse ad internet; 7) dispersione scolastica: 8) bambini che sono andati a teatro; 9) bambini che hanno visitato musei o mostre; 10) bambini che hanno visitato monumenti o siti archeologici; 11) bambini che sono andati a concerti; 12) bambini che praticano sport in modo continuativo; 13) bambini che utilizzano internet; 14) bambini che hanno letto libri.

Per ogni indicatore è stato visto il posizionamento delle regioni sulla base dei dati disponibili. Per esempio, sulla copertura da parte dei servizi per l’infanzia, nessuna regione italiana ha raggiunto l’obiettivo del 33% entro il 2010 posto dall’Unione Europea per i nidi e servizi integrati (bambini da 0 a 2 anni), con l’Emilia Romagna come regione che più si avvicina all’obiettivo, e Puglia, Campania e Calabria le più distanti. È stato invece raggiunto l’altro obiettivo dell’Unione Europea, quello di copertura del 90 per cento per i più grandicelli (3-5 anni, scuole materne). Accanto ai dati noti sulla quantità dei servizi, non vi sono tuttavia informazioni sufficienti sulla loro qualità né sulle diseguaglianza nell’accesso. Rispetto al tempo scuola, in nessuna delle regioni viene superato il 50 per cento di classi con tempo pieno alla primaria e secondaria di primo grado, con all’estremo inferiore il Molise in entrambi i casi, rispettivamente al 5,4 e al 5,1 per cento. Sono maggiori le percentuali rispetto alla presenza del servizio mensa, vicino o nettamente sopra il 50 per cento, sebbene anche in questo caso manchi una valutazione sull’accesso al servizio, se possibile a tutti i bambini. Nonostante la sicurezza rappresenti un diritto fondamentale, una scuola su due (47 per cento) non ha il certificato di agibilità e/o abitabilità, e anche se questo non indica necessariamente una mancanza di sicurezza, di fatto non vi sono stati i controlli per confermarlo. In questo caso si passa da regioni con due terzi delle scuole certificate (come il Friuli Venezia Giulia, con il 73 per cento) a regioni come la Sardegna in cui la percentuale crolla al 27 per cento. Decisamente migliori sono le prestazioni rispetto alla possibilità di connessione a internet, presente in più di due terzi delle aule delle primarie e secondarie nella metà nelle regioni italiane, e svetta la Basilicata con il 77,5 per cento. Infine, sempre in questo primo sottogruppo, la dispersione scolastica presenta risultati ancora molto lontani dagli obiettivi europei per il 2020 (tasso inferiore al 10 per cento), coinvolgendo tra un quarto e un quinto dei giovani in cinque regioni italiane (Valle d’Aosta in ultima posizione con il 19,1 per cento).

Passando alle attività culturali e sociali, solo nella Provincia Autonoma di Bolzano più del 50 per cento dei bambini e adolescenti è andato a teatro, meno di due su dieci in ben sei regioni (Molise, Sardegna, Campania, Puglia, Calabria e Val d’Aosta), mentre due su tre sono andati a mostre o musei nelle Province Autonome del Trentino Alto Adige, ma solo il 16 per cento in Molise. Infine, in nessuna parte d’Italia la percentuale supera il 50 per cento per quanto riguarda visite a monumenti e siti archeologici e meno di un terzo (con l’eccezione della provincia autonoma di Bolzano che raggiunge quasi il 50 per cento) ha partecipato a concerti musicali. Punto dolente resta anche l’attività sportiva, praticata in modo continuativo da meno di un bambino su due in diverse Regioni e con quasi un bambino su tre che non ha svolto alcuna attività fisica nell’anno precedente. Infine, l’utilizzo giornaliero di Internet è appannaggio di meno del 40 per cento di bambini e ragazzi e la lettura registra una media del 52 per cento di bambini e ragazzi fra i 3 e i 17 anni che hanno letto almeno un libro (libri scolastici esclusi) l’anno precedente.

 

Dalla più povera alla meno povera

Mettendo insieme tutti i risultati, e arrivando così a questo nuovo e sperimentale Indice di Povertà Educativa, la regione più povera sulla base dei 14 indicatori (escludendo Valle d’Aosta e le Province Autonome di Trento e Bolzano non essendo disponibili i dati del contesto scolastico) è risultata essere la Campania, seguita da Puglia e Calabria in seconda peggior posizione e Sicilia in terza. Le regioni risultate migliori invece sono state, nell’ordine, Friuli-Venezia Giulia, Lombardia ed Emilia-Romagna. La classifica è stata realizzata considerando la media delle posizioni delle regioni per ognuno degli indicatori e dando quindi lo stesso peso a ciascuno di questi ultimi. Viene ricordato che questo tipo di risultato premia chi ha ottenuto risultati positivi nella maggior parte degli indicatori, e quindi un buon livello su più indicatori. Considerando invece i due sottogruppi, rispetto al contesto scolastico (primi 7 indicatori), la più povera risulta essere la Sicilia, seguita da Puglia e Campania, mentre la migliore è la Lombardia, seguita da Basilicata ed Emilia-Romagna cin Friuli-Venezia Giulia, mentre l’educazione sul territorio sui minori dai tre ai sette anni(secondo gruppo di 7 indicatori) vede ancora una volta la Calabria come la più povera seguita da Campania e Puglia, mentre le meno povere risultano essere Friuli-Venezia Giulia, Lazio ed Emilia-Romagna.

 

La situazione, le proposte

Pur risottolineando tutte le cautele necessarie nell’interpretazione dei dati, il documento riporta alcuni punti conclusivi dell’indagine. L’indice proposto sembrerebbe indicare che in Italia vi sono meno opportunità educative dove vi è il maggior numero di bambini in povertà economica, per esempio in Campania, Puglia, Calabria e Sicilia. Nello stesso tempo però, sono stati rilevate deviazioni che richiedono ulteriori analisi per capirne la spiegazione, come la Sardegna e la Basilicata, che ottengono buoni risultati in più di un indicatore di povertà educativa. Dall’altro lato, anche le regioni che ottengono migliori risultati educativi presentano comunque lacune, come la Lombardia e il Veneto sui servizi per l’infanzia, l’Emilia-Romagna sul tempo pieno o il Friuli-Venezia Giulia sulla connessione a Internet. E così via per altri dati, approfondendo anche l’analisi sui due sottogruppi.

 

L’indice offre quindi spunti di riflessione, ma richiede anche ulteriori passi per avere maggiori informazioni e analisi: spesso i dati non sono completi e mancano alcuni aspetti, come per esempio il versante qualitativo dell’offerta, la sua accessibilità e altri ancora. Ma è un primo passo che pone la questione sul tavolo e che invita a riflettere su quanto offerto, o non offerto, negli importanti anni della crescita e dello sviluppo. E su queste basi il documento formula raccomandazioni pratiche suddivise in quattro filoni di azioni declinati in specifici interventi da mettere in atto: promuovere la conoscenza e la ricerca; programmare interventi strategici e di lungo respiro; intervenire subito a scuola e fuori; agire nei quartieri difficili.

 

Valeria Confalonieri è una giornalista scientifica che scrive per peace reporter e per salute internazionale

 

Category: Dichiariamo illegale la povertà, Scuola e Università, Welfare e Salute

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