Gino Strada: Come si fa medicina? Che tipo di medicina bisogna portare nel mondo?

| 20 Ottobre 2014 | Comments (0)

 


 

Diffondiamo da Inchiesta cartacea  luglio-settembre 2014 la trascrizione dell’intervento di Gino Strada al XXVI Congresso Nazionale della Fiom-Cgil a Rimini

 

Grazie di questo invito che mi ha fatto l’amico Maurizio Landini e che ho accettato per due ragioni. La prima, perché io non ho appartenenze politiche ma sono orgoglioso di avere in tasca due tessere: quella dell’Anpi e quella della Fiom. La seconda ragione è che con la Fiom si è creata una sintonia, una collaborazione, una condivisione d’ideali da ormai molti anni. Un rapporto molto intenso che è cominciato, prima con Claudio Sabattini e poi con Gianni Rinaldini, adesso anche con Maurizio Landini e con tutta la Fiom. Perché abbiamo dei terreni comuni.

Emergency è molto più giovane della Fiom, quest’anno compiamo vent’anni – anche se, come vedete, li portiamo molto male a differenza della Fiom – e però sono stati vent’anni di grande impegno, in cui abbiamo scelto di curare persone in giro per il mondo, senza chiedere appartenenze, senza chiedere per chi votavano o come la pensavano, se erano credenti o no, se erano di destra o di sinistra, di sopra o di sotto. In questi vent’anni nei nostri progetti, che sono oramai tanti – in questo momento abbiamo circa 50 progetti in giro per il mondo – abbiamo curato 6 milioni di persone. Che è molto poco rispetto ai bisogni, ma che è quello che noi siamo riusciti a fare e di cui siamo modestamente orgogliosi.

Il nostro lavoro è stato un lavoro di medicina e ci siamo chiesti – per la verità non da subito, ci abbiamo messo qualche anno, perché siamo un po’ tardi, un po’ lenti – come si fa medicina? Che tipo di medicina bisogna portare nel mondo? Che tipo di medicina bisogna portare nei Paesi del cosiddetto Sud del mondo? Ha senso per noi rivendicare una medicina sofisticata e di qualità e poi andare in Africa o in Asia e portare quattro pastiglie – magari in scadenza – e due vaccini?

Ed è stato un processo di maturazione che ci ha fatto arrivare a una conclusione per noi molto importante: che la medicina e, quindi, anche la pratica sanitaria debba essere impostata sui diritti umani, che il diritto a essere curati è un diritto universale, perché ha a che fare con concetti molto antichi, che si ritrovano perfino nella Dichiarazione d’Indipendenza americana. In cui si dice, molto chiaramente, che uno dei compiti dei Governi e una delle ragioni per cui sono stati formati è quella di proteggere la vita delle persone. E ovviamente la medicina ha molto a che fare col proteggere la vita delle persone.

La medicina basata sui diritti umani è l’unica ricetta che può prevenire il degrado della medicina, che è quello a cui stiamo assistendo ogni giorno. La sanità italiana è oggi in uno stato devastante. Dieci milioni d’italiani, secondo il Censis, non possono più curarsi come dovrebbero, perché non ce la fanno economicamente o perché sono esclusi per altre ragioni dal sistema sanitario. Questo è un fatto di una gravità incredibile!

Qual è la ragione di tutto questo? Qual è la ragione per cui le persone poi non possono più curarsi? Perché anche nella sanità si è introdotto quello che, se si parlasse di economia e di finanza, si chiamerebbe pareggio di bilancio. Cioè a dire non bisogna spendere per i cittadini quel che è necessario perché loro stiano bene ma bisogna che le aziende sanitarie – non più ospedali – siano in pareggio. Quando si spalanca quella porta si arriva poi alla Clinica Santa Rita, alla clinica degli orrori. E si arriva esattamente per quella strada lì, che ha una parola sola, che nessuno vuole pronunciare quando si parla di modificare la sanità: la parola profitto.

Io credo che non ci sia nessun titolo, nessuna liceità morale e neanche nessuna liceità scientifica, perché il profitto faccia parte della sanità. Per questo credo che in un Paese civile, ci possa essere spazio anche per la sanità privata a due condizioni: la prima è che si rispettino le leggi e la seconda è che facciano sanità privata con i loro soldi e non con i nostri!

Invece, quello che succede è esattamente il contrario: si fa sanità o sedicente tale con i soldi nostri, foraggiando e riempendo le tasche di molti nel campo della sanità. Siamo arrivati al punto in cui oggi non c’è nessuna differenza tra un ospedale pubblico e un ospedale privato, perché entrambi funzionano nello stesso modo, cioè con il rimborso a prestazione. Più prestazioni fai, più rimborsi ricevi e più guadagni. Io credo che questo sia un crimine sociale e lo vedo accettato con troppa facilità. Perché se il lavoro del medico – e quanto guadagna un medico o un ospedale – è proporzionale a quante prestazioni fa, l’interesse di quell’ospedale, l’interesse di quel medico sarà che la gente stia male, perché così si possono fare più prestazioni.

Io invece credo che la medicina debba servire per far star bene le persone per quanto possibile, non per farle stare più male possibile.

Quando si parla di profitto nella sanità mi vengono in mente due conti. In questi giorni leggo in questa politica ormai diventata una sorta di grande show, di grande spot elettorale o una specie di carosello, che adesso verranno dati 80 euro in più in busta paga. Poi qualcuno dice che in realtà una parte verrà riassorbita da alcune nuove tasse. Io non so più neanche cosa significano queste tasse, cambiano ogni settimana, non c’è tempo neanche di adeguarsi.

Stavo pensando una cosa: 80 euro per 10 milioni di persone, se non sbaglio, fanno 800 milioni. Sapete quant’è il profitto nella sanità? Sono 2,5 miliardi di euro al mese, cioè 30 miliardi l’anno. Basterebbe togliere il profitto nella sanità che tutti i cittadini italiani – tutti, anche quelli che non ne hanno bisogno – avessero 100/200 euro in più. E invece questo è un tabù, perché coinvolge troppi interessi e molto trasversali.

Bene, noi crediamo che bisognerebbe tornare ad avere la sanità che l’Italia aveva trent’anni fa, uno dei migliori sistemi sanitari del mondo, di buona qualità, in alcuni punti anche di ottima qualità, gratuito per tutti, dove medici e infermieri lavoravano con passione e non per fare prestazioni.

Quando si scardinano certi principi, quando si rompe l’etica, poi la strada è aperta a tutti gli orrori, a tutti gli obbrobri. Questo noi l’abbiamo capito in vent’anni di lavoro: dobbiamo praticare una medicina di alta qualità aperta a tutti e gratuita per tutti.

Questo è possibile e vi assicuro che anche in Italia sarebbe possibile: tornare ad avere una medicina di qualità, gratuita per tutti, senza discriminazioni, spendendo di meno di quanto spediamo adesso. Perché, oggi, il bilancio della sanità italiana è poco sopra i 100 miliardi di euro l’anno – circa 105/110, si oscilla lì – e pensate che di questi, 1/3 sparisce in profitto. Profitto che poi ha varie declinazioni, può essere il guadagno del proprietario della clinica privata, del laboratorio privato o della casa di riposo, ma può anche essere lo spreco, la mazzetta, la corruzione.

Tutto questo finirebbe se si tornasse ad avere qualche principio etico su cui basare la sanità. E lo stesso discorso potrebbe valere per l’istruzione, per il lavoro. Una società è tale se ha dei principi comuni e condivisi su cui si fonda. Oggi io non li vedo questi principi nel nostro Paese!

Devo dire che considero questo modo di praticare la sanità e la medicina come una specie di guerra contro chi sta male. Noi ci rifiutiamo di arricchirci sulle sofferenze altrui, ci sembra disumano, vergognoso.

Poi in questi anni abbiamo visto la guerra – vista sul serio – non come i nostri ministri o ex ministri della Difesa. L’abbiamo vista abbastanza da esserne nauseati, per non poterne più. E poi si torna a casa e ci si trova in un Paese dove la politica – tutta la politica – spende miliardi per comprare armi.

Le spese militari sono sostanzialmente stabili in Italia, a prescindere dal colore politico dei Governi e questo è un dato interessante su cui riflettere. Quello è un altro tabù. Quelle non si toccano.

Ma è possibile che in un Paese civile, nel 2014, non si possa discutere se i cittadini vogliano ancora che il loro Paese spenda soldi per le armi? Ma i cittadini vogliono ancora che in questo Paese si fabbrichino armi? Dobbiamo trovare la capacità di reagire, di imporre questa discussione, che la politica non farà. E non la farà per una ragione molto semplice: perché le grandi lobby di potere vedono tutto il mondo della politica coinvolto, e coinvolto pesantemente.

Il ripudio della guerra per noi non è solo una questione di rispetto della Costituzione – alla quale teniamo molto – ma il ripudio della guerra è una cosa più profonda ancora, che riguarda la coscienza, la morale, l’umanità di ciascuno di noi, il rifiuto di uccidere. E invece no, noi andiamo avanti così in questo Paese. Spendiamo un miliardo di euro l’anno per mantenere 2.500 militari in Afghanistan a fare la guerra.

Una settimana fa è stato approvato nel silenzio, come se fosse una pratica di routine, il rifinanziamento al Decreto missioni all’estero. Si chiama così oggi fare la guerra. Un altro miliardo di euro che verrà speso in un anno, che si finanzia ogni sei mesi e che servirà semplicemente a far contenti i nostri padroni stranieri, che vedranno nell’Italia l’umile servo che partecipa, nelle sue piccole forze, a questo grande sforzo di costruzione della democrazia in Afghanistan.

Uno sforzo che ha dato risultati straordinari! Nei nostri ospedali in Afghanistan il numero di feriti nel 2013 è stato del 40% superiore rispetto al 2012 e del 94% superiore rispetto al 2011. Questo è il risultato della democrazia! E quel miliardo di euro all’anno, che abbiamo buttato lì, non poteva essere usato per sostenere i poveri del nostro Paese, per sostenere i disoccupati, chi è in difficoltà, per sostenere le fasce del disagio, i ceti sociali più deboli?

Questi discorsi non si possono fare. Se non in alcune sedi, appunto, come questa, che è una delle ragioni per cui sono felice di essere qui.

Allora, vorrei chiudere questo mio breve saluto con una riflessione.

Io credo che il problema vero sia quello di una scelta radicale, di un Paese che ad un certo punto deve maturare questa coscienza, che non ha nessun senso e che non porta da nessuna parte continuare ad investire in violenza, continuare a investire nelle armi. Ma chi cambierà questa tendenza? Quando abbiamo i Presidenti stranieri che vengono qui a fare il mercatino, a vendere le loro carrette di seconda mano! Quali sono le forze sociali che oggi potrebbero riprendere in Italia alcune parole d’ordine che non sentiamo più da decenni? Chi parla in questo Pese di disarmo?

Noi abbiamo oggi armi che possono distruggere il pianeta 200 mila volte! E nessuno ne parla. Abbiamo bombardieri atomici che ci girano sulla testa 24 ore al giorno, con rifornimento in volo e non atterrano mai. E nessuno ne parla. Abbiamo basi militari straniere con armi nucleari nel nostro Paese. E nessuno ne parla. Ma dove è finita la nostra coscienza? Non voglio dire dov’è finita la dignità della politica, che quella è finita da decenni. Ma la nostra coscienza civile?

Ecco, io credo che se c’è qualcuno in Italia che possa incominciare a porre o riproporre la questione del disarmo e la questione della riconversione civile delle industrie belliche, questa debba essere la Fiom. Perché è l’unica che ne ha la forza. Il giorno in cui cominceremo questa battaglia, che sembra utopica e impossibile – tutte balle – noi saremo al vostro fianco!

Ricordo quando Emergency era appena nata e portammo all’attenzione del pubblico italiano questo disastro, questo crimine che ci coinvolgeva profondamente, che era la fabbricazione delle mine antiuomo. L’Italia era uno dei tre grandi produttori al mondo.

Ricordo una riunione nel 1994, in una sede della Cgil a Sesto San Giovanni, ricordo in particolare un sindacalista. Quando gli presentammo questo problema, dicendogli: “bisogna fare in modo che questo Paese smetta di produrre questa schifezza, che questo Paese smetta di produrre armi che uccidono e rendono mutilati dei bambini”, la risposta fu:” beh…il problema più importante è il posto di lavoro”. Io allora risposi: “per me, il problema più importante è che non si facciano più queste cose disumane, poi viene il posto di lavoro, ma solo poi”.

Perché non ha senso creare 200 mila posti di lavoro da boia, perché così si danno posti di lavoro. Quante persone ammazzano i boia? Allora, chi può disegnare oggi un progetto di riconversione in senso civile, per coprire i tanti bisogni che abbiamo nel campo sociale?

Di tutti quelli che sono oggi impegnati nel costruire armi, io non mi aspetto che questa cosa venga dalla politica. Proprio no, non verrà dalla politica. Dovrà venire dalla coscienza di ciascuno di noi, singolare e collettiva. E dovrà venire da chi di questa coscienza ha dato prova per anni e anni.

Credo che nel giorno in cui ci si potesse incominciare a sedere intorno ad un tavolo e a discutere su come fare a smettere di produrre armi, ecco…credo che Emergency sarà sicuramente al fianco della Fiom e non saremo i soli ad essere al fianco della Fiom! Vi saluto ringraziandovi.

 

La trascrizione dell’intervento di Gino Strada al XXVI congresso della FIOM Cgil a Rimini il 10 aprile 2014 è stata fatta a cura di Tommaso Cerusici

 

Category: Osservatorio internazionale, Welfare e Salute

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About Gino Strada: Luigi Strada detto Gino (Sesto San Giovanni, 1948) è un chirurgo fondatore, assieme alla moglie Teresa Sarti, dell'ONG italiana Emergency.Viene assunto dal nosocomio di Rho e fa pratica nel campo del trapianto di cuore fino al 1988, quando si indirizza verso la chirurgia traumatologica e la cura delle vittime di guerra. In particolare negli anni Ottanta Strada si specializza in chirurgia cardiopolmonare lavorando negli Stati Uniti, alle università di Stanford e Pittsburgh, all'Harefield Hospital (Regno Unito) ed al Groote Schuur Hospital di Città del Capo (Sudafrica), l'ospedale del primo trapianto di cuore di Christiaan Barnard. Nel periodo 1989-1994 lavora con il Comitato Internazionale della Croce Rossa in varie zone di conflitto: Pakistan, Etiopia, Perù, Afghanistan, Somalia e Bosnia ed Erzegovina. Nel 2014 ha dichiarato di sostenere la lista Tsipras. Ha pubblicato i libri: Pappagalli verdi. Cronache di un chirurgo di guerra, Milano, Feltrinelli, 1999; Introduzione a Giulietto Chiesa e Vauro, Afghanistan anno zero, Milano, Guerini, 2001; Buskashì. Viaggio dentro la guerra, Milano, Feltrinelli, 2002.

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