Francesco Campione: Gentilezza e apertura umana nel confronto con la sofferenza

| 10 Ottobre 2012 | Comments (0)

 

 

 

Quando mi è stato dato questo compito ho pensato: “ma io non sono affatto gentile. Come faccio a parlarne, della gentilezza?”. Poi ho cominciato a pensare che fosse la buona occasione per cominciare ad esserlo un pochino di più. Studiando cos’è la gentilezza e parlandone ad altri si diventa un po’ più gentili, o almeno lo spero.

Ma cosa vuol dire essere gentili? Vuol dire due cose: anzitutto vuol dire accorgersi degli altri e tener conto dei loro bisogni e dei loro desideri. Quando una persona non viene ascoltata e vuole farsi notare spesso usa locuzioni come “per favore, sii gentile” o “per favore, fermati un attimo, ci sono anche io”. E chi ascolta questo appello se ne sente, di conseguenza, responsabile, perchè, attenzione, se uno si accorge dei bisogni e desideri di un altro, ed è gentile c’è un pericolo: poi deve rispondere, poi è responsabile. D’altra parte gentiluomo è chi appartiene, secondo i latini , a una gens, a una schiatta, ad una stirpe, oggi diremmo ad una cultura, da cui viene nobilitato: perchè gentilezza vuol dire nobiltà, appartenere a una cultura vuol dire essere da essa nobilitati, ed è proprio in ragione di tale appartenenza che si viene educati e ci si comporta in modo non volgare, cioè diversamente dal volgo, dal popolo bue. La gentilezza in sostanza può essere considerata al contempo una forma di apertura umana, verso l’altro, e anche l’atteggiamento tipico dell’uomo civilizzato che è stato abituato ad interagire con l’altro usando buone maniere.

Abbiamo dunque individuato i due grandi aspetti della gentilezza: da un lato “apertura umana” ed attenzione all’altro, dall’altro “buone maniere”. Alzarsi per far sedere un vecchio o un disabile è un esempio della prima accezione del termine: si pensa all’altro, ci si accorge dell’altro, ci si accorge che ha più bisogno di noi di star seduto, ci si alza e lo si fa sedere. Non alzare la voce e dare il passo ad una signora sono invece esempi della seconda accezione. Quando si dà il passo ad una signora non è detto che la signora meriti di passare per prima, certe volte quello che gli dà il passo lo meriterebbe di più, però se il signore ha buone maniere, è gentile appunto, la fa passare.

Entrambi i tipi di gentilezza migliorano il mondo, purtroppo però la nostra epoca diventa sempre meno gentile e sempre più volgare. Per quale ragione?

Per evidenziare le cause di questa situazione e cercare di porvi rimedio bisogna innanzitutto rilevare una cosa palese a tutti. Quand’è che noi assolviamo chi è poco gentile? C’è una situazione in cui se uno è poco gentile diciamo “beh, poverino, soffre, sta male, anche se è poco gentile non fa niente”. Insomma scusiamo la mancanza di gentilezza in chi sta male. C’è una relazione, ed è quella sulla quale vorrei soffermarmi oggi, molto importante fra l’essere gentili e la sofferenza: assolviamo chi non è gentile se soffre. Partiamo da qui per approfondire questo rapporto tra gentilezza e sofferenza. Quando ho dovuto scegliere da quale prospettiva parlare della gentilezza ho pensato alle persone che aiutiamo per il lutto, che spesso sono arrabbiatissime. Arrivano al nostro servizio di aiuto psicologico per elaborare il lutto e ce l’hanno con noi anche se siamo lì per aiutarle, gratuitamente. Allora che rapporto c’è tra gentilezza e sofferenza? Non ci aspettiamo gentilezza da noi stessi né dagli altri quando soffriamo. Allora potremmo concluderne, semplicisticamente, che non siamo gentili quando stiamo male, e di conseguenza se vogliamo aumentare la gentilezza del mondo dobbiamo incrementarne la felicità. Cioè se la ragione del fatto che non siamo gentili è che stiamo male, e siamo quindi giustificati a non esserlo, per esser più gentili dovrebbe esserci più felicità nel mondo. Appare però immediatamente un paradosso disperante: più soffriamo, più avremmo bisogno della gentilezza altrui, ma più soffriamo più facciamo soffrire gli altri rendendoli sempre meno gentili. E’ un circolo vizioso. In altri termini quando soffriamo contagiamo gli altri con la nostra sofferenza, li rendiamo più infelici, e di conseguenza la loro gentilezza nei nostri confronti diminuisce.

Come possiamo biasimarli, avendo detto che li scusiamo? Sembrerebbe esistere un’unica alternativa, e questo richiama un discorso di carattere economico: quella di procurarci nel soffrire qualcosa da dare agli altri in cambio, in modo da renderli un po’ più felici producendo in loro un atteggiamento gentile nei nostri confronti e potendo così ricevere in cambio un po’ di aiuto.

Ad esempio perchè i pazienti dovrebbero fare ai loro medici dei grandi regali a Natale? O perchè li dovrebbero eleggere al comune o al parlamento se non per farsi trattare gentilmente quando avranno bisogno di loro? Gli danno qualcosa in cambio per farli essere gentili, perchè sanno che scocciandoli, eventualmente, in futuro, li renderanno meno gentili. E’ l’alternativa che tende ad essere la più praticata nella nostra cultura, con la conseguenza di trasformare in rapporti di scambio anche le relazioni d’aiuto. E’ quello che si diceva prima: le buone maniere e l’apertura umana, la gentilezza in senso lato di cui abbiamo bisogno quando stiamo male per alleviare il male di vivere, diventano merci che si comprano e si vendono nel mercato globale.

Con l’immediata conseguenza che chi più ha da spendere in apertura umana più gentilezza potrà comprare, poiché la gentilezza diventa il prodotto di procedure tecniche che la realizzano secondo un più o meno oculato calcolo di costi e benefici. La gentilezza come qualsiasi merce non scarseggerà se ci sarà chi la compra sul mercato, e potremo sempre trovarne se avremo le risorse per comprarla.

Ma la gentilezza che troviamo sul mercato è vera gentilezza o è qualcos’altro? La gentilezza, ad esempio, che troviamo allo sportello di un ufficio o in ospedale è vera perchè l’impiegato o il medico sono aperti ai nostri problemi e si curano di noi, o perchè hanno fatto un corso attraverso il quale gli è stato insegnato ad essere gentili per innescare così altra gentilezza? Spesso riscontriamo questo fenomeno: c’è un’ insofferenza molto forte verso le forme di gentilezza più diffuse nella nostra cultura. C’è chi con la gentilezza addirittura ce l’ha: ma contro quali forme di gentilezza si può diventare insofferenti? Contro le gentilezze recitate, impostate e finte di coloro che negli ospedali, nei luoghi di lavoro e in strada si mostrano gentili per educazione, e non perchè abbiano buoni sentimenti nei nostri confronti.

Questa insofferenza deriva dal fatto che quando avremmo bisogno degli altri e desidereremmo essere ascoltati gentilmente per sentire che chi ci ascolta ci attribuisce un valore abbiamo bisogno della vera gentilezza, mentre la gentilezza impostata viene scambiata per ipocrisia. L’affermazione violenta dei propri bisogni e desideri che si fa strada sempre più ai nostri giorni, uccidendo la gentilezza e rendendo il mondo volgare ne può essere il risultato: accade quando qualcuno non trova altro modo per rispondere al fatto che, nonostante la gentilezza degli altri, il sentimento d’impotenza ed umiliazione non diminuisce. Se tutti fossero gentili nel senso di “fare ad essere gentili” il sentimento di impotenza ed umiliazione non diminuirebbe affatto, anzi forse coloro che si sentono umiliati diventerebbero ancora più aggressivi. Finisce così nella nostra epoca che nessuno ascolta più nessuno, ed essere gentili nel senso dell’apertura umana nei confronti degli altri diventa una forma di debolezza che sfavorisce nei rapporti competitivi con gli altri. So di un corso per manager in cui si consiglia di non essere gentili coi sottoposti, perchè la gentilezza può far pensare al sottoposto di esser libero di fare ciò che vuole. Di questo passo resteranno a contendersi il campo solo una gentilezza finta, impostata e senza relazione con ciò che si sente per l’altro, ed una sgarberia programmatica che serve a dire agli altri che incontriamo “non farti illusioni, vincerò io”. Io stesso faccio così: quando non sono gentile le persone mi fanno notare che io gli sto comunicando di essere superiore a loro.

Tutto questo sembrerebbe portare ad un pessimismo totale. Per fortuna c’è ancora la possibilità di far sentire dentro ciascuno la flebile voce dell’umanità, che appare quando di fronte ad un altro non ci chiediamo a cosa potrebbe servirci o se è nostro amico o nemico, ma sentiamo che l’altro è anzitutto la materializzazione del desiderio universale che si ha quando si soffre: che arrivi un altro e ci aiuti, pensando più a noi che a se stesso. Tutti noi lo desidereremmo, quando soffriamo: che arrivasse qualcuno ad aiutarci, “per noi” che stiamo soffrendo e non per trarne un vantaggio personale.

Ero ai giardini Margherita che passeggiavo, meditando sulle cose da fare: mi viene incontro uno che prevedo mi chiederà una moneta. Sto pensando ai cavoli miei ed attraverso la strada per non trovarmelo di fronte. Gentile, vero? Può essere interpretato come un gesto di gentilezza: per non dire di no cambio percorso. Imprevedibilmente l’altro mi corre dietro ed urla disperato: “Ti rendi conto che sono tre giorni che non mangio?”. Con una certa rabbia gli ho dato una moneta, e dopo non ho più potuto pensare ai cavoli miei.

S’incontrano, uno che va per la sua strada ed uno che soffre cercando aiuto. Il primo teme fastidi ed educatamente si fa da parte, ma così tradisce la parte umana della gentilezza. E’ educato ma non ascolta l’altro, non tiene conto dei suoi bisogni e desideri e non se ne assume la responsabilità. Il secondo non accetta di essere scartato e lancia il suo grido di aiuto, dicendo che anche l’altro è responsabile del fatto che lui non mangia da tre giorni. Ma nemmeno lui è stato gentile. Siamo sicuri che quello cui chiedi aiuto per alleviare la tua fame non sia un malato terminale che sta facendo la sua ultima passeggiata? Quella volta era la mia prima passeggiata dopo un intervento in cui mi erano stati applicati 5 bypass. Stavo pensando ai fatti miei. Quando si incontrano due sofferenti che ne è della gentilezza? Eppure l’umanità appare, e costringe chi è stato appellato a dare una moneta, nonostante il modo in cui gli è stata chiesta. Ora, essendo uno dei protagonisti di questa specie di parabola vivente, posso testimoniare quello che ho sentito quando sono stato investito dalla responsabilità di lasciare nella fame un essere umano ,e dopo, cioè quando l’inquietudine per l’accaduto mi ha distolto dai miei pensieri. Ho pensato: “Che straordinaria potenza che ha un altro che ti chiede aiuto, anche se ti aggredisce”. Mentre uno è immerso nei suoi pensieri non si accorge di ciò che accade agli altri attorno a lui, ma se accade una catastrofe e tu non te ne sei accorto, la responsabilità non è forse anche tua? Non ci sono nella vita concreta tante di queste responsabilità che abbiamo ora per allora, pur non essendocene accorti o essendo addirittura assenti? Non sarebbe meglio pensarci prima?

Che significa concretamente?

Ho colto l’occasione di oggi per riflettere un attimo sugli interrogativi di quel giorno. Prima riflessione: quando l’altro soffrendo fa appello a te non solo ti turba e ti fa star male a tua volta tanto da voler fuggire e diventare sgarbato con lui, ma ti costringe anche ad ascoltarlo e ad essere gentile con lui, perché siamo sensibili al dolore altrui anche se non ci appartiene. L’altro ti colpisce, soffre, ti fa soffrire, tu non ne avresti voglia ma l’altro ti costringe. Seconda riflessione: ma perché chi chiede aiuto non può farlo in modo gentile, cioè tenendo conto del destinatario del suo appello? Perché chi chiede aiuto di solito è violento? Perché l’altro ha cercato di svicolare. E’ un rimpallo di responsabilità senza fine. Non sarà perché la sua condizione di bisogno lo disumanizza, facendogli sentire solo la sofferenza propria e non l’altrui? Credo che l’esser chiusi nella propria sofferenza possa essere all’origine della sgarberia, della mancanza di educazione e gentilezza nei confronti degli altri. Terzo: chi chiede aiuto sa tutte queste cose, e certe volte chiede aiuto in modo gentile e in modo da far credere di star pensando all’altro, ma in realtà riesce solo ad essere educato e usa la sensibilità altrui per impietosirlo.

Conclusione: sii gentile con tutti, compresi gli indifferenti cui sei costretto a chiedere aiuto. Anche quando soffri e non ti verrebbe da essere gentile, perché ,se guardi bene in fondo al tuo cuore, anche la sofferenza che non ti appartiene ti riguarda, e ne sei responsabile.

 

Francesco Campione è specialista in Psicologia medica e docente in Psicologia Clinica presso la Facoltà di Medicina dell’Università degli Studi di Bologna. Ha fondato l’Istituto di Tanatologia e Medicina psicologica e lo IATS (International Association of Thanatology and Suicidology). È presidente dell’Associazione Culturale “Rivivere” che ha realizzato il “Progetto Rivivere” (servizio psicosociale gratuito che aiuta le persone e le famiglie in lutto), in collaborazione con l’Università di Bologna e con il sostegno della Fondazione Isabella Seragnoli. Nel 2011 ha inaugurato la libreria “Rivivere”, sede dell’associazione culturale omonima.

Il seguente testo è stato pubblicato in Inchiesta gennaio-marzo 2012 all’interno degli atti del convegno Sulla gentilezza organizzato dall’Auser dell’Emilia Romagna il cui presidente è Franco Di Giangirolamo

 

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Category: Psicologia, psicoanalisi, terapie, Welfare e Salute

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About Francesco Campione: Francesco Campione insegna Psicologia Clinica alla Facoltà di Medicina dell’Università di Bologna. E’ direttore del Master Universitario in «Tanatologia e Psicologia delle situazioni di crisi» e del Corso di Alta Formazione nell’assistenza psicologica di base al lutto traumatico e naturale. Ha fondato e dirige Zeta, la rivista italiana di Tanatologia, ha fondato l’Istituto di Tanatologia e Medicina Psicologica ed è tra i fondatori dell’International Association of Thanatology and Suicidology, di cui è presidente. Coordina inoltre il Servizio di Psicologia degli Hospices di Bologna e il Progetto Rivivere (Servizio di aiuto psico-sociale gratuito alle persone e alle famiglie in lutto). Tra i suoi ultimi libri: Francesco Campione, "Il sospiro degli impotenti", www.clinicacrisi.it, 2011; Francesco Campione, Lutto e Desiderio, Armando Editore, Roma, 2012; Francesco Campione, La domanda che vola ( Educare i bambini alla morte e al lutto), Edizioni Dehoniane Bologna, 2012; Francesco Campione, 10 Regole per guarire le ferite d'amore, Taita Press, Bologna, 2013;Francesco Campione, Per l'Altro, ASMEPA Edizioni, Bentivoglio (Bo), 2014;Francesco Campione, Non Lavoro (Trasformare la disoccupazione in opportunità), Edizioni San Paolo, Milano, 2014;

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