Emilio Rebecchi: Un vecchio in ospedale: morire nel freddo

| 5 Aprile 2013 | Comments (0)

 

 

 

 

 

Lo psichiatra bolognese Emilio Rebecchi dopo aver denunciato su “Inchiesta” luglio-settembre 2012 l’uccisione di un disabile psichico nella struttura Casa Dolce di Casalecchio analizza in “Inchiesta” gennaio-marzo 2013  il caso dell’anziano Devid Berghi  trovato morto, il 4 gennaio 2013, dimenticato al freddo sulle scale dell’Ospedale S. Orsola di Bologna

 

D.B., un signore di 86 anni, durante la notte esce dal reparto ospedaliero dove è ricoverato e si perde. Verrà ritrovato dal figlio, due giorni dopo, già cadavere, sulla scala di sicurezza, attigua al reparto ove era stato ricoverato.

La ricostruzione dei fatti ci parla di una crisi di agitazione, di ricerche infruttuose condotte dal personale curante, di un problema che si apre.

L’episodio non accade infatti in un ospedale qualsiasi, ma in un policlinico prestigioso, all’avanguardia per le prestazioni fornite. Come può accadere che un signore anziano si allontani e non venga più ritrovato? Si risponde: accade sovente che degenti si autodimettano, per molteplici ragioni. Ma in questo caso il paziente, poco prima di allontanarsi e scomparire alla vista del personale curante, ha una crisi di agitazione. Non è quindi in grado di decidere una autodimissione. Al contrario, richiede cure immediate e attenzione continua.

In un precedente articolo ho ricordato la vicenda di un giovane handicappato tragicamente ucciso per eccesso di contenzione. Qui si tratta di tutt’altro. Ma un sottile legame collega gli episodi, se ben si riflette. In entrambi i casi si tratta di persone in difficoltà, sia per l’età, sia per i disturbi fisici e psichici che li colpiscono. Hanno bisogno di cure, ma anche di assistenza, di accudimento. Di un accudimento adeguato, umano, degno di esseri umani.

Viceversa le strutture che dovrebbero curarli si mostrano inadeguate. Abbiamo visto nel precedente articolo le manchevolezze della comunità che ospitava il giovane. Qui siamo di fronte a un grande ospedale, e a problemi molto frequenti: la cura e l’assistenza dei nostri anziani dovrebbe ricevere tutta la nostra attenzione, ma presenta drammatiche difficoltà. Perché?

Dice il Primario del reparto ove il sig. D.B. era ricoverato , in un’intervista a un giornale :” Ho guardato oltre i vetri. Ho salito e sceso le scale. Ho studiato le luci, ho immaginato quale fosse il percorso da seguire nel buio della notte, se sei solo e disorientato” ; e ancora:” Mi sono immedesimato in mio padre, quando era ricoverato qui, e ho pensato a cosa avrebbe fatto lui se si fosse trovato nelle condizioni di D.B…..”; e ancora:” dopo trent’anni di professione ne ho viste tante, ma sto davvero malissimo. Quest’episodio dimostra che gli ospedali sono una struttura complessa, con variabili imprevedibili. Medici e infermieri hanno fatto ciò che era possibile e adeguato a fronteggiare la situazione”. “Secondo me, continua, sono stati correttamente attivati i sistemi di ricerca. Capita sempre più spesso, con l’aumento dell’età della popolazione e dei pazienti con deficit cognitivi, che ci siano episodi simili”. “E infine, conclude il Primario, sia il medico di guardia che gli infermieri hanno fatto ciò che dovevano. Il medico di guardia ha chiamato il posto di polizia, coopservice e i familiari, oltre a parlare con i colleghi. E il personale ha cercato il paziente in reparto e nelle aree limitrofe. “Questa è la nostra giurisdizione”.

Nella realtà il paziente era vicinissimo. Ha aperto la porta della scala di sicurezza ed è uscito all’esterno. Le porte,una volta usciti, si richiudono e non vi è modo di aprirle dall’esterno. Né esiste un segnale acustico. D.B. si è quindi ritrovato all’esterno del reparto, a pochi metri dal suo letto, separato dallo stesso per la presenza della porta di sicurezza. All’esterno la temperatura invernale è sotto lo zero. A un certo punto, possiamo supporre, D.B., dopo avere cercato disperatamente di rientrare, si è lasciato andare ed è morto.

Al di là dei risvolti giudiziari, che, come nel caso del giovane handicappato, saranno compito dei magistrati, e qui non interessano, e al di là delle capacità del personale curante, che, in questo caso, paiono di buono o ottimo livello, una domanda si pone. Perché ciò si è potuto verificare? Perché episodi di cosiddetta malasanità si susseguono con frequenza crescente? E purtroppo i più numerosi proprio nei confronti della popolazione più indifesa? Bambini, handicappati, anziani sono sempre più di sovente coinvolti in episodi pericolosi, talora viene minacciata o colpita la loro stessa vita.

L’intreccio fra medicina clinica ed assistenziale e l’innovazione tecnica e scientifica è sempre più intenso. Ogni specialità medica e chirurgica si rinnova, introduce nuove conoscenze, nuove tecniche. La medicina tradizionale è sconvolta da questo processo continuo di rinnovamento. Le vecchie patologie vengono affrontate con mezzi molto potenti ed efficaci. Le nuove patologie, purtroppo in costante aumento e spesso figlie della stessa innovazione, vengono diagnosticate e curate con mezzi raffinati ed efficaci. Dovremmo aspettarci quindi un miglioramento delle condizioni di vita ed un prolungamento molto consistente della vita stessa.

Purtroppo non è così. All’innovazione tecnico- scientifica non si affianca quella tecnico-organizzativa. Come ricordava il Primario dove D.B. è morto:” gli ospedali sono una struttura complessa, con variabili imprevedibili”. In verità le variabili potrebbero essere tutte prevedibili. Ma per realizzare la prevedibilità, occorrerebbe affrontare e risolvere problemi di fondo, spesso scarsamente considerati. Il primo di questi deriva dallo stesso processo di specializzazione e di intensa divisione del lavoro. Il vecchio atto medico, figlio del cervello del sanitario, non esiste quasi più. Le indagini diagnostiche radiologiche e di laboratorio, gli interventi curativi e riabilitativi richiedono la partecipazione di numerose persone, di diverse competenze, di un lavoro di gruppo. Il risultato finale, la diagnosi, la cura, l’intervento riabilitativo sono il frutto di questo lavoro di èquipe. Ma siamo scarsamente educati, poco formati per questo tipo di lavoro nuovo,un lavoro che richiede una formazione specifica, e, per così dire, di tipo classico : filosofia, sociologia e psicologia sono un passaggio obbligato, unitamente a conoscenze storiche, per acquisire una forma mentis atta a superare gli steccati della specializzazione, della tecnologia, della separatezza della conoscenza. La collaborazione con i colleghi di lavoro, la consapevolezza che il lavoro di tutti è ugualmente indispensabile, che una falla qualsiasi può mettere in grave pericolo la barca, non è innata. La si conquista col tempo e col lavoro. La consapevolezza che il lavoro di pulizia,quello logistico, quello di accudimento sono fondamentali è frutto di una riflessione sulla complessità del lavoro stesso, sulla sua intelaiatura : dove era una persona sola, ora sono tante e tutte insieme realizzano quel singolo, specifico risultato.

E ancora: è importante conoscere tutto della sonda che introdurrò nel corpo del mio paziente, ma è indispensabile anche il rapportarsi con lui, l’informarlo, e , perché no?, consolarlo e sospingerlo verso il miglioramento, quando possibile. E quando impossibile, aiutarlo ad affrontare quei passi che conducono verso l’ignoto. Non applico infatti una tecnica su un oggetto inanimato, ma su una persona, su un mio fratello o compagno, amico o nemico, come vi pare, su un altro essere umano.

E dell’essere umano conosciamo molto, ma anche niente, e dobbiamo avere rispetto. Potrebbe essere nostro padre, come dice sempre il primario, o nostra madre e, perché no?, noi stessi.

Il processo d’identificazione dovrebbe essere alla base dell’intervento clinico assistenziale : quella persona lì potrei essere io. Ma anche questo non solo ad opera di un singolo, bensì di un gruppo di lavoro : tutto il gruppo deve rapportarsi col degente, avere una linea di condotta. Sono considerazioni eccessive, impossibili da realizzare? Non credo. Penso viceversa che siano realistiche, ma poco di moda. Dobbiamo presentarci con un volto duro, tecnico, a imitazione quasi di quelle macchine che usiamo con sempre maggiore disinvoltura, dobbiamo essere degli uomini “tecnologici”, piloti che non si scompongono di fronte ai rischi più gravi. Senz’altro. Ma non dobbiamo, aggiungo, dimenticarci della nostra umanità.

Il secondo problema riguarda la stessa organizzazione dei servizi sanitari. Si è via via sempre più affermato il modello aziendale puro : il servizio sanitario, l’ospedale, sono luoghi di lavoro come altri, e devono essere organizzati secondo un criterio aziendale ; i fattori umani devono essere posti sotto controllo, ingabbiati, impedite le punte, portato tutto ad un livello medio ; l’efficienza, non sempre rapportata all’efficacia, messa al primo posto, davanti a tutto. ; il lavoro spezzettato, parte di esso appaltato e subappaltato; le regole , molto complicate, finalizzate esclusivamente all’organizzazione.

Questo tipo di organizzazione non facilita il lavoro di gruppo; al contrario, può impedirlo . La frammentazione del lavoro clinico, accentuata dalla specializzazione, rischia di non trovare momenti di sintesi, indispensabili alla realizzazione del compito. Diventa necessario promuovere attivamente il lavoro di gruppo; lavorare per comunicare. Da una parte quindi un’organizzazione piramidale, verticistica, tesa all’ottimizzazione dei fattori produttivi, dall’altra il tentativo di organizzare, all’interno di questa, dei momenti orizzontali, dei gruppi di lavoro temporanei o permanenti. Mi si obietterà che non è esatto, che l’organizzazione aziendale contiene in sé i momenti orizzontali. Chi l’ha sperimentata sa che purtroppo non è così!

Nel nostro piccolo esempio, chi doveva cercare la persona che si era allontanata dal reparto? Di chi la competenza? Chi avvisare? Quali informazioni dare ai familiari? (“Il babbo non è in reparto perché sta facendo gli esami” n.d.r.: era già defunto!). E ancora: perché le porte di sicurezza chiuse dall’esterno? Perché? Perché?

Inutile proseguire con le singole domande. Facciamocene invece una più generale: è possibile riconsiderare l’organizzazione dei presidi sanitari, degli ospedali, delle residenze protette? È possibile potenziare i criteri umani e psicologici, accanto (o al posto di) quelli puramente economici? E’ possibile rivedere la formazione del personale? E l’organizzazione stessa del lavoro, tendendo al superamento del modello economicistico?

Una risposta affermativa a queste domande può aprire una strada per il futuro.

 

 

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Category: Psicologia, psicoanalisi, terapie, Welfare e Salute

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About Emilio Rebecchi: 
Specilalista in clinica delle malattie nervose e mentali - psicoterapeuta Da dopo la laurea, conseguita a Bologna nel 1965, ha svolto attività clinica e di ricerca presso la clinica delle Malattie Nervose e Mentali dell’Università di Bologna. Dal 1965 al 2000 ha lavorato presso i Servizi Psichiatrici del Servizio Sanitario Nazionale, in Ospedale e nel territorio. Dal 1983 al 2000 è stato Primario del Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura dell’Ospedale S. Orsola Malpighi. Dal 1993 al 1998 ha diretto il Dipartimento di Psichiatria dell’Azienda USL città di Bologna. Dal 2000 svolge l’attività clinica presso l’ambulatorio di Via S. VITTORE 13 a Bologna e attività di consulenza presso la Casa di Cura “Ai Colli”, Villa Bellombra e “Santa Viola”. Ha svolto insegnamenti di Psichiatria Sociale e Psicoterapia presso le Scuole di varie Università: Bologna, Chieti, Ferrara e presso la struttura del Servizio Sanitario Nazionale.
Attualmente ha incarichi presso scuole di specializzazione di Bologna e Teramo.

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