Due posizioni sul welfare a Bologna: Il Cardinale Caffarra e l’Auser

| 5 Novembre 2011 | Comments (0)

Inchiesta pubblica l’omelia del Cardinale Carlo Caffarra, Arcivescovo Metropolita di Bologna, e la replica del Presidente dell’Auser Regionale dell’Emilia-Romagna Franco Di Giangirolamo.

 

Ambrogio Lorenzetti, Allegoria del Buon Governo

 

 

 

 

 

 

Omelia del Cardinale Caffarra pronunciata nella solennità di San Petronio il 4 ottobre 2011

 

La Solennità del Santo Patrono della nostra città ci riunisce ogni anno nella sua basilica, vanto ed onore di ogni bolognese e delizia dei nostri occhi. Momento grave e solenne questo che stiamo vivendo, poiché offre a noi tutti l’occasione di riflettere sullo “stato di salute” della nostra città. Essa è uscita da poco da una condizione istituzionale straordinaria, e desidero rivolgere il mio augurio più sincero a Lei, Signor Sindaco, alla Giunta municipale, e ai Signori Consiglieri. L’augurio è accompagnato dalla quotidiana preghiera perché il Signore voglia donarvi la sapienza necessaria, memore del precetto dell’Apostolo di elevare preghiere per chi ha pubbliche responsabilità. [cfr. 1 Tim 2, 2]. Dicevo poc’anzi che questa è occasione propizia per riflettere sullo “stato di salute” della nostra città. Ciascuno lo può fare, secondo la sua responsabilità e competenza istituzionale e non. Alla luce della Parola di Dio appena proclamata, anch’io desidero offrire a voi tutti qualche spunto di riflessione.

1. “Come in un solo corpo abbiamo molte membra e queste membra non hanno tutte la medesima funzione, così anche noi, pur essendo molti, siamo un solo corpo in Cristo”. La forza originaria che costituisce la città è la coscienza di essere “ciascuno per la sua parte… membra gli uni degli altri”. È la coscienza di una reciproca appartenenza, la quale genera quella profonda amicizia civile che è il legame più forte di ogni città, come già la sapienza pagana aveva affermato [cfr. Aristotele, La politica 1262 b, 9-14; cfr. anche il commento di S. Tommaso: “tutti comunemente pensiamo che l’amicizia civile è il più grande bene della città”]. Esiste ancora nel cuore di ogni bolognese quell’amore per la sua città che non consente che sia sfregiata e deturpata nella sua bellezza? Se così fosse, non vedremmo la nostra città ridotta ad un degrado tale, quale forse non ha mai conosciuto nella sua storia recente. Sporcizia e conseguente degrado sono il segno di un disinteresse per la propria città; più profondamente, di estraneità al bene comune. Ma non posso non compiacermi e non lodare quanti nei mesi scorsi si sono impegnati perché potessimo vivere in una città semplicemente più pulita. La comunità cittadina è costituita, come dicevo, dall’amicizia civile, poiché essa [l’amicizia civile] è condivisione dei beni umani fondamentali e precede ogni legittima cura degli interessi particolari ed individuali, impedendo al necessario confronto democratico di degenerare in una lotta tra avversari. Ma in che cosa consiste l’amicizia civile intesa come forza di intima coesione sociale? Essa è in primo luogo la consapevolezza che ciascuno di noi è originariamente relazionato agli altri. La relazione fra le persone non è semplicemente il risultato di una contrattazione fra individui naturalmente separati, ma è una dimensione costitutiva della nostra persona: “ciascuno per la sua parte siamo membra gli uni degli altri”, ci ha detto poc’anzi l’Apostolo. Vari secoli di visione individualista della persona umana hanno progressivamente oscurato la coscienza che l’uomo ha di se stesso, del suo essere-in-relazione. Hanno inaridito, di conseguenza, il terreno di cultura della vera amicizia civile. Essa tuttavia non è solamente consapevolezza di una verità circa l’uomo. È anche e soprattutto una modalità di esercitare la propria libertà. Cari fratelli e sorelle: forse questo è il cuore del dramma che anche la nostra città sta attraversando.

Tre sono state le grandi esperienze storiche che hanno generato il nostro modo occidentale di pensare e di esercitare la libertà: la liberazione del popolo ebreo dalla schiavitù egiziana; l’esperienza della polis greca; la costruzione giuridica edificata da Roma. Tutte e tre sono state fatte proprie dalla fede cristiana, poiché in ciascuna di esse la fede cristiana ha intravisto la stessa logica, una sorta di grammatica elementare della libertà. E cioè: la libertà è un bene condiviso; non si è liberi da soli, a prescindere dagli altri. Portando a perfezione l’intuizione comune a quei tre grandi eventi fondatori della nostra libertà, la fede cristiana le ha dato il nome di capacità di donarsi. La corruzione che ha subito l’idea e l’esperienza di libertà è stato ed è il principale fattore di mortificazione dell’amicizia civile, anche nella nostra città. Certamente la municipalità – così come le altre istituzioni pubbliche – non è in grado di far rifiorire l’amicizia civile. In ragione della sua competenza specifica non è in possesso di mezzi adeguati a tale scopo. Ma essa deve riconoscere e promuovere quelle comunità nelle quali il carattere amicale dell’esistenza è favorito. In primo luogo la famiglia. Essa infatti non è solo un luogo di consumo. È sorgente di quei beni umani immateriali senza dei quali è impossibile l’amicizia civile. L’apostolo Paolo, sempre nella seconda lettura, non si limita a dire che “siamo un solo corpo”, ma fa un’aggiunta decisiva: “in Cristo”. Agostino aveva ragione quando scrisse: il genere umano è […] il più incline alla discordia per passione e il più socievole per natura[De civitate Dei 12, 27, 1]. In questo contesto si comprende quale sia il primo servizio che la comunità cristiana può offrire alla città. Esso non consiste principalmente nell’offrire una dottrina morale; nell’essere portatrice di un’etica civile. Il primo servizio è introdurre nella nostra città la realtà di una vera comunione fra le persone; far accadere dentro alla nostra vita cittadina l’evento di una vera fraternità. “Voi non chiamate nessuno “Rabbì”, poiché uno solo è il vostro maestro, e voi siete tutti fratelli” [Si può vedere la mia Omelia della Solennità di Pentecoste, dove ho sviluppato più a lungo questo tema]. Il primo e fondamentale servizio della comunità cristiana è pertanto la celebrazione dell’Eucaristia, sacramento della passione del Signore. “Colui che fu steso sulla croce” infatti “nel momento della morte è colui che unisce a sé ed armonizza ogni cosa, conducendo le diverse nature degli esseri ad un’unica cospirazione ed armonia” [S. Gregorio di Nissa, Oratio catechetica 32,61; GNO III/4,80].

2. L’amicizia civile non basta. Non basta infatti evitare che il bene comune sia avvertito come meno “interessante” del proprio individuale profitto. L’amicizia civile deve generare il coinvolgimento operativo di tutti per il bene comune della nostra città, senza restringerlo dentro gli schemi utilitaristici, della legalità per la legalità, di ideologie astratte e false. Cari fratelli e sorelle, ciò che in questo momento tanto difficile anche per la nostra città è richiesto, è un vero e profondo cambiamento culturale, una vera e profonda trasformazione di mentalità. È a questo che ci invita la Parola di Dio: “Abbiamo… doni diversi secondo la grazia data a ciascuno”. La conversione culturale, la trasformazione di mentalità ha un nome: si chiama sussidiarietà. Cari fratelli e sorelle, se questa conversione accade, è l’architettura stessa della nostra cittadinanza, della nostra civile convivenza, che cambia profondamente. Non abbiamo forse il diritto di sperare che Bologna possa diventare un vero laboratorio sociale della sussidiarietà? Altre volte essa si è mostrata capace di essere un vero laboratorio sociale. Non è certamente questo il luogo ed il contesto per sviluppare come meriterebbe questo tema. Mi limito ad un paio di riflessioni.

La prima. Sussidiarietà significa che “tutte le società di ordine superiore devono porsi in atteggiamento di aiuto […], quindi di sostegno, promozione e sviluppo rispetto alle minori” [Compendio della Dottrina sociale della Chiesa, 186]. Sussidiarietà significa corrispondentemente che il bene comune della nostra città è raggiunto solo mettendo assieme sui contenuti essenziali del medesimo bene municipalità, imprese, e la società civile organizzata nel cosiddetto terzo settore. Questa architettura sociale favorisce la responsabilità delle singole persone e dei gruppi sociali; impone ai tre soggetti suddetti di cooperare secondo la propria natura e la finalità propria. Né la municipalità, né l’impresa, né la società civile nel senso suddetto da sole, ossia considerate separatamente, possono rispondere in modo soddisfacente alle necessità della nostra città. Come dicevo, è una vera conversione culturale che solamente può rigenerarla. Non sarebbe forse utile che si istituisse un “Consiglio permanente per la sussidiarietà” che aiuti a progettare questa nuova architettura sociale di cui la nostra città ha così urgente bisogno?

La seconda. Perché la nostra vita cittadina possa edificarsi secondo questo modello di sussidiarietà, dobbiamo abbandonare definitivamente due pregiudizi. Il primo è costituito dalla contrapposizione tra pubblico e privato. È un vecchio pregiudizio ideologico, falso sul piano di dottrina della società, devastante sul piano pratico, e che la storia stessa si è già incaricata di condannare. Va pienamente riconosciuta la funzione sociale del privato: si pensi alla famiglia. Trattasi di un riconoscimento che non va pensato in termini di una conciliazione fra due ambiti della vita tendenzialmente confliggenti. Ma va pensato in termini di una armonia che vede pubblico e privato nella loro diversità, reciprocità e complementarietà. Il secondo è una concezione ancillare del rapporto della società civile colle istituzioni pubbliche. È una sorta di sussidiarietà rovesciata: imprese, società civile diventano semplicemente funzionali all’amministrazione, alla sua programmazione ed organizzazione. Cari amici, la nostra città non può rassegnarsi a gestire l’eredità passata. Essa sarà capace di costruire il nuovo, solo se vorrà veramente ripensare e riprogettare l’architettura spirituale della sua convivenza. È questo anche un grave dovere verso le nuove generazioni, che non possono essere private del loro diritto di sperare. Non lasciarci, Signore; non abbandonarci: illumina su questa città il tuo volto, e saremo salvi. Amen.

 

Lettera aperta al Card. Caffarra scritta da Franco Di Giangirolamo, Presidente dell’Auser Regionale dell’Emilia-Romagna, il 6 ottobre 2011

 

Sono Presidente di una Associazione laica, che è modesta parte di quel Terzo Settore cui ha fatto riferimento nella sua omelia del 4 ottobre e che la “sussidiarietà” la pratica quotidianamente e contradditoriamente (dato che la parola si presta a diverse interpretazioni, con le inevitabili ambiguità) e la considera una esperienza importante, codificata dalla Carta Costituzionale e, come tanti altri punti della Costituzione, tutt’altro che praticata e, meno che mai nel senso che Lei indica.

Parafrasando Rossini, direi che c’è del bello e del nuovo nella sua omelia: tuttavia il nuovo non mi sembra bello e il bello non mi appare molto nuovo, anche se utile ad aggiornare le riflessioni.

Diversamente da Lei, credo sia più utile partire dalle cause del degrado di Bologna, come di tante altre città italiane, e non dagli effetti secondari (es. la pulizia, e cose del genere).  Tra le cause citerei la disoccupazione, la mancanza di prospettive di intere fasce giovanili, l’aumento della povertà assoluta e relativa, l’assenza quasi totale di diritti di grandi fasce di lavoratori, specialmente se immigrati, l’impossibilità di pesare democraticamente nelle scelte sul futuro del paese ma anche sulla propria condizione lavorativa, il fatto che esista lavoro schiavo e che si muoia per 4 euro l’ora anche a Bologna, e si potrebbe andare avanti per ore, ma Lei conosce il problema forse meglio di tutti noi. La questione di  fondo è un sistema economico che ha prodotto progressivamente diseguaglianze mai conosciute negli ultimi due secoli, sia su scala nazionale che su scala mondiale e che i Governi dei paesi ricchi (da soli e nei famosi ed inutili G8-20-etc) hanno consentito a ristrette minoranze di cittadini di arricchirsi smisuratamente ed indecorosamente rapinando risorse economiche ed ambientali sulle spalle della parte più debole della popolazione. Pensa la Chiesa, che su questi punti manifesta l’udito debole, la vista precaria e la voce tremula, che sia giunto il tempo di chiedere una inversione di tendenza, visto che il comunismo non è più di ostacolo all’espansione della democrazia e della libertà vaticinati in tempi non troppo lontani?  Forse alla fratellanza e alla libertà che Lei ci invita a condividere e promuovere, andrebbe aggiunta una dose non piccola di eguaglianza, se non altro per essere almeno all’altezza dell’anelito della rivoluzione francese. Altrimenti nello scenario di una economia che produce indisturbata esclusione ed emarginazione economica, sociale, democratica,  azzeramento dei diritti, un sistema di governo che privilegia i ricchi e tartassa i poveri e i lavoratori, Lei ci propone di scendere  nel sottoscala tutti uniti nell’arte dell’arrangiarsi,  a rammendare gli strappi e i guasti provocati al tessuto sociale, magari litigando sulla destinazione delle residue risorse pubbliche disponibili. Residue benchè, come insegnano Nomisma, l’Istat, la Banca d’Italia, di risorse economiche l’Italia sia provvista, ma sono in poche mani, che ci si guarda bene dal sottoporre a doveri fiscali e che sono impermeabili anche da sentimenti di carità, che pure garantirebbero alla loro mano di essere sempre “sopra” quella del beneficiario. Tra le varie ideologie da combattere ce n’è una che lei non ha citato: quella del meno Stato e più privato, come se non fosse storicamente consolidato il fatto che in Europa lo sviluppo del terzo settore è “direttamente correlato” alle garanzie e alle tutele offerte dallo Stato. Sono, viceversa, totalmente d’accordo con la Sua sollecitazione alla conversione culturale di cui tutti abbiamo bisogno nel rapporto tra cittadini e articolazioni dello Stato, per produrre beni comuni, innovare il welfare, costruire una società solidale. Condivido che occorra abbattere residui culturali che si oppongono all’idea che i cittadini singoli ed associati non siamo in grado di captare bisogni, progettare risposte adeguate e farli diventare diritti con l’aiuto del pubblico, così come concordo con lo squilibrio tra la capacità di progettazione sociale delle reti associative e  la subordinazione alle esigenze delle istituzioni che, con un gentile eufemismo, lei ha definito ancillarità. È una dura battaglia culturale che riguarda tutti, senza esclusione, sia coloro che sono inchiodati a vecchie ideologie avendo verificato che la sussidarietà è stata troppo spesso strumentalizzata per dare servizi a minor costo tramite la riduzione dei diritti dei lavoratori, sia gli enti locali che del terzo settore hanno troppo spesso una concezione opportunistica con debole  visione di lungo periodo, sia del terzo settore, che non è il luogo delle virtù civiche incontaminate, ma  che vive tutte le contraddizioni della nostra società ed è concentrata sul fare, possibilmente da soli, più che sul progetto innovativo da costruire in rete. Così come riguarda quella ideologia di antico stampo cattolico che assegna al pubblico un ruolo residuale e sussidiario all’azione dei cittadini, che, fortunatamente, non si è affermato per la sua implicita debolezza e che oggi potrebbe rinvigorirsi e tornare a nuocere, alla luce dell’indebolimento della salvaguardia dei diritti dei cittadini da parte dello Stato.

Non è una proposta  nuova ed originale quella che lei avanza, ma sempre bella  ed affascinante e credo che vada accolta con molta chiarezza da parte di tutti come una sfida vera, senza farsi prendere dalla sindrome della genuflessione che obnubila quanti (credenti e non) sono sempre in attesa di un sacro soglio che si trasformi in deus ex machina.  Senza sottacere problemi e contraddizioni e senza farsi eccessive illusioni, è utile convergere sull’ obiettivo fondamentale di promuovere e tutelare i beni comuni, la centralità delle persone, dell’ambiente e delle risorse naturali, per costruire con un trasparente discorso pubblico,  i progetti, le strategie, le risposte più idonee a costruire  una società più sobria, più sostenibile e  più solidale.

A quel tavolo o laboratorio ci piacerebbe partecipare, direttamente o indirettamente, portando il contributo di chi pensa che per migliorare la qualità della vita sociale di tutti ci sia bisogno di più Stato e più Privato, ovvero di un grande salto di qualità nelle politiche pubbliche, sia nel ruolo di “regolatori” che in quello di “gestori” di servizi fondamentali per i cittadini, così come di un salto di qualità nel protagonismo dei cittadini e delle loro organizzazioni per contribuire a captare i bisogni vecchi e nuovi dei cittadini, a trasformarli in diritti dando loro voce, a progettare insieme al pubblico le più appropriate soluzioni, nel quadro di scelte condivise, trasparenti, partecipate.

Se non saremo “tutti” disponibili a convertirci culturalmente, come Lei indica, sarà difficile che il Suo appello vada a buon fine e sarebbe un peccato scoprire tra un anno che tanto scalpore si possa ridurre a competere sulla distribuzione delle poche risorse pubbliche residue tra istituzioni pubbliche e religiose. Non costituirebbe certo una novità e pochi si meraviglierebbero ma sarebbe certamente una delusione, sicura per noi e, forse, anche per Lei.

Mi scuso per le troppe parole e La saluto con un augurio di pronta guarigione.

 

Category: Osservatorio Emilia Romagna, Welfare e Salute

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About Franco Di Giangirolamo: Franco Di Giangirolamo (1946) è il Presidente dell'Auser Regionale dell'Emilia-Romagna.

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