Dimitris Argiropoulus: Campi “nomadi” e la questione “zingara”

| 25 giugno 2018 | Comments (0)

 

La visibilità della popolazione rom in situazione abitativa di campo “nomadi”, e le conseguenti considerazioni, dipende dalla repressione, in tutte le sue forme, che riceve.

Si parla e si scrive di loro, “gli zingari”, ogni volta che rientrano nelle “preoccupazioni” di chi parlando di altre cose e portando avanti altri interessi, indica gli “zingari” come una criticità incancrenita, perenne e da “risolvere” con mezzi drastici e con l’uso di una certa violenza. Una violenza alla quale siamo “costretti”, vista l’impossibilità di risolvere la loro immodificabilità e adeguamento sociale.

Il campo “nomadi” di per sé è violenza. La sua istituzionalizzazione e permanenza è violenza. Si tratta di una particolare ed esclusiva abitazione pubblica che genera esclusione, stigma, separazione, povertà relazionale, razzismo e razzismo istituzionale differenzialista. Il campo “nomadi” in tutte le sue forme rappresenta l’apartheid destinato agli “zingari”, divide e disgiunge persone, famiglie e comunità rom dalle comunità e società circostanti. Scompone e spezza relazioni, possibilità e opportunità di chi ne è collocato, cristallizzando in forme folcloristiche chi, per appartenenza, è indentificato come nomade. Il binomio Zingaro uguale Nomade ha impostato, guidando, le politiche e le politiche sociali per decenni. L’Italia è il Paese dei campi, e con questa caratterizzazione è indentificata a livello internazionale ogni volta che si approcci alla questione “zingara”. Ovviamente si tratta di una caratterizzazione piena di aporie, stupore e in netta contrapposizione con i processi di deistituzionalizzazione, come per esempio quelli avuti luogo in ambito psichiatrico e con le disabilità e che, all’estero (forse più dell’Italia), si conoscono, si studiano e si ripropongono.

I campi “nomadi” sono stati creati in situazione di povertà economica e relazionale da una piccola parte della popolazione romani e successivamente sono stati istituiti e ufficializzati dagli Enti Locali, accompagnati con la costruzione di Leggi Regionali fondate sulla tutela del nomadismo, inteso come caratteristica prioritaria e unica di quella popolazione chiamata “zingara”. Il campo è un terreno alla periferia della città, dotato di opere urbanistiche e servizi igienico-sanitari per poter essere abitato da persone in stato di povertà e di cultura differente. È una situazione abitativa particolare per dare risposte istituzionali di domicilio a un bisogno di tipo abitativo espresso da persone che sono concepite a partire non dalla considerazione delle loro somiglianze ma dalla considerazione delle loro differenze. Nel campo la povertà relazionale ed economica colloca famiglie, gruppi e individui in una condizione di estremo degrado, nonché di estremo bisogno. Condizione che si autoalimenta poiché l’eccezionalità del campo è la sua “eterna provvisorietà”.

Un campo concentra una categoria di persone. Il criterio omologante è quello della categoria etnica: Il campo è omoetnico. Un campo “nomadi” nella sua modalità è di fatto un campo di concentramento. Il campo è una situazione eccezionale, straordinaria ed è concepito per dare risposte a una categoria inventata: i nomadi.
Il campo “nomadi” genera etichettamento per lo “zingaro” e passa soprattutto dal suo risiedere nel campo, stigma al quale si aggiunge l’auto-stigmatizzazione, l’interiorizzazione dello sguardo altrui, che lo giudica e lo fa sentire inadatto, inadeguato al mondo.

Abbiamo un deficit di conoscenza, che non ci permette leggere una situazione difficile e complessa, i campi “nomadi”. Conoscenza intesa come relazione diretta con chi collocato nei campi li abita e come processo di indifferenza che avvolge, travolgendo, le interazioni sociali e si estende, caratterizzandola, all’azione pubblica, alle sue politiche sociali, abitative, occupazionali e scolastiche. Abbiamo un deficit di conoscenza che non affrontiamo e che rafforza un’intenzionale ignoranza, eremica, attorno all’apartheid dei campi.

I termini che usiamo, “aree sosta” “micro aree”, “campi rom”, ecc. e il pensiero, meglio dire il non pensiero, dentro al quale nascono e di cui diventano piena espressione, nascondono abilmente costruzioni sociali e istituzionali prive di riscontro nelle “soluzioni”, che di volta in volta affiorano e che si propongono come la soluzione definitiva, descritte come La Soluzione Finale, di una criticità–problema che si ingrandisce con il passare degli anni, nelle “retoriche” securitariste e del ricercato consenso dei politici. Contribuendo così alla stabilizzazione del problema stesso, il “problema” si istituzionalizza. Il suo perdurare richiede continuamente interventi sugli interventi precedenti, non si risolve, si prolunga e diventa pretesto nonché motto perpetuo di repressioni “giustificate” Il “problema” consolida l’allontanamento dall’idea che si potrà, forse, affrontare anche istituzionalmente le differenze sociali e culturali senza l’apartheid, con proposte di eguaglianza non omologanti, non soffocanti le differenze stesse. Certamente il posizionamento istituzionale sui temi della convivenza interculturale si estende dai campi “nomadi” e diventa proprio delle realtà di “proposta” trattamento e affronto delle migrazioni e delle profuganze, delle migrazioni forzate ovvero verso a tutte le realtà che, con la loro presenza, contribuiscono e di fatto hanno strutturato, in questo Paese, una realtà multi-culturale.

Abbiamo un deficit di conoscenza che non ci permette, e non ci permette pure istituzionalmente, di capire e comprendere che il “problema” è aggrovigliato dentro un paradosso ossimoro: Nomade è chi risiede in un campo “nomadi”. Abbiamo un deficit di conoscenza che diventa arroganza, insolenza, autoreferenzialità che condiziona la conoscenza, spesso è paura e le paure condizionano maggiormente la conoscenza. Gli “zingari” in situazione di campo sono considerati dalle istituzioni come “nomadi” solo quando perdono la capacità e la possibilità di spostarsi, cioè il loro “nomadismo”, esasperando analisi e prassi della contradizione, Nomadismo/Stanzialità che fa cambiare e forse miracola i nomadi, gli “zingari”, silenziando ogni ricerca, segno e sapere che cerca di problematizzarlo, ogni domanda, dubbio e costatazione che potrebbe incrinarlo. Soffermarsi e spiegare La contraddizione si scopre che il nomadismo rom storicamente e attualmente, è prassi di resistenza, della loro resistenza per evitare la violenza subita da parte del bianco, dell’europeo. Violenza estrema, omologatrice e fisica, spesso violenza finalizzata all’eliminazione e allo sterminio. In questo va cercata la prospettiva che, rovesciando le letture ne crea altre reimpostando la contradizione Nomadismo/Stanzialità e trovando significazione in quella di Fuga/Tregua. Ci si ferma se la violenza del bianco è gestibile, di basso profilo oppure nulla, ci si sposta anticipandola, per non subirla. Una resistenza, r-esistenza.

Abbiamo un deficit di conoscenza che non ci permette di affrontare lo straordinario che nasce generando odio e decliniamo spesso questo nostro opporsi in spettacolo, cronaca effimera, dicotomia. Il deficit di conoscenza è un deficit di progettualità, è un andare contro che pur avendo bisogno di trovare le sue forme e risultati, andrebbe rivisto. I riferimenti alla Costituzione, alle Leggi, all’Etica che trovano spazio esclusivo nell’emergenza, limitano gli orizzonti del resistere affaticano di divenire progetto. Non è lo straordinario che certamente combatto che mi preoccupa, ma l’ordinario che lo nutre e lo tesse e che lo porta ad essere una espressione eccezionale, una emergenza, creando quel consenso che permette la devastazione.

Abbiamo un deficit di conoscenza e non siamo in grado di fare politica, affermare la pluralità delle esistenze umane e la progettazione della loro possibile convivenza nelle differenze. Non siamo in grado di fare politica impostando relazioni che disconfermano, non il conflitto, ma la violenza.

Category: Culture e Religioni, Welfare e Salute

About Vittorio Capecchi: Vittorio Capecchi (1938) è professore emerito dell’Università di Bologna. Laureatosi in Economia nel 1961 all’Università Bocconi di Milano con una tesi sperimentale dedicata a “I processi stocastici markoviani per studiare la mobilità sociale”, fu segnalato e ammesso al seminario coordinato da Lazarsfeld (sociologo ebreo viennese, direttore del Bureau of Applied Social Research all'interno del Dipartimento di Sociologia della Columbia University di New York) tenuto a Gosing dal 3 al 27 luglio 1962. Nel 1975 è diventato professore ordinario di Sociologia nella Facoltà di Scienze della Formazione dell'Università di Bologna. Negli ultimi anni ha diretto il Master “Tecnologie per la qualità della vita” dell’Università di Bologna, facendo ricerche comparate in Cina e Vietnam. Gli anni '60 a New York hanno significato per Capecchi non solo i rapporti con Lazarsfeld e la sociologia matematica, ma anche i rapporti con la radical sociology e la Montly Review, che si concretizzarono, nel 1970, in una presa di posizione radicale sulla metodologia sociologica [si veda a questo proposito Il ruolo del sociologo (a cura di P. Rossi), Il Mulino, 1972], e con la decisione di diventare direttore responsabile dell'Ufficio studi della Federazione Lavoratori Metalmeccanici (FLM), carica che manterrà fino allo scioglimento della FLM. La sua lunga e poliedrica storia intellettuale è comunque segnata da due costanti e fondamentali interessi, quello per le discipline economiche e sociali e quello per la matematica, passioni queste che si sono tradotte nella fondazione e direzione di due riviste tuttora attive: «Quality and Quantity» (rivista di modelli matematici fondata nel 1966) e «Inchiesta» (fondata nel 1971, alla quale si è aggiunta più di recente la sua versione online). Tra i suoi ultimi libri: La responsabilità sociale dell'impresa (Carocci, 2005), Valori e competizione (curato insieme a D. Bellotti, Il Mulino, 2007), Applications of Mathematics in Models, Artificial Neural Networks and Arts (con M. Buscema, P.Contucci, B. D'Amore, Springer, 2010).

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