Cristina Biondi: 37 Nuovo dizionario delle parole italiane. Da “Andare in pezzi” a “Tra il dire e il fare”

| 14 Febbraio 2021 | Comments (0)

 

 

 

Dal «Nuovo dizionario delle parole italiane»

 

ANDARE IN PEZZI

È un momento ben strano: voi andate in pezzi perché un pezzo importante della vostra vita si è disintegrato: la vostra amante vi ha lasciato, è in coma irreversibile, avrà un figlio da un altro uomo. Vostra moglie, che vedeva nella vostra passata felicità un riflesso del proprio sorriso, s’insospettisce senza possedere la chiave della stanza segreta dove Barbablù tiene i cadaveri di tutti gli amori finiti male. Per la prima volta lei s’interroga, ma imposta la domanda nel modo meno opportuno; essendo arrivata per ultima sulla scena del vostro dramma, privato e personale, si chiede: “Cosa sta succedendo?” invece di immaginare che tutto sia già accaduto e che oggi si sia finalmente (per lei) concluso qualcosa. Mette insieme elementi rivelatori, traccia con una certa esattezza la topografia di un continente che non esiste più e vi mette in croce con i suoi interrogatori. Mai penserebbe che state soffrendo per un dissidio coniugale, nulla è successo tra voi, dunque dovrebbe andare tutto bene, e tale modo di ragionare è in contraddizione col fatto che in passato non si sia mai sognata di supporre che le vostre gioie, altrettanto immotivate valutando l’andamento domestico, siano dipese dai favori di un’altra. Voi e la vostra Atlantide personale sprofondate sempre più in un mare di desolazione, il vostro miglior amico, al corrente di tutto, cerca di aiutarvi nel modo meno opportuno, fornendo a lei spiegazioni goffe, rassicurazioni stupide, alibi non richiesti, senza rendersi conto che l’unica strategia valida è non dire nulla, assolutamente nulla.

Chi vi salva è la vostra segretaria. La fortuna vi ha messo accanto in ufficio una creatura scialba, fedele e non lontana dalla pensione, che approfitta di una delle incursioni di vostra moglie per aprirvi la porta della salvezza. “Poverino, mai avrei immaginato che fosse così legato a zia Giulia, invece ne soffre così tanto!” Già c’è stata la morte di zia Giulia, la tata della vostra infanzia. Quando vostra moglie ve ne parla, finalmente potete piangere: via libera a lacrime sincere nella loro insincerità. Qualcosa non torna, non torna sino in fondo, ma siete comunque salvi, dovete solo accettare una diagnosi di depressione e una cura di sei mesi con antidepressivi. Lo psichiatra avverte che i farmaci causeranno un calo della libido, vostra moglie vi rassicura con affetto materno, voi assentite a occhi bassi, lo sguardo del medico vi imbarazza, ma lui è comunque legato al segreto professionale e si guarda bene dal sorridere delle disgrazie altrui.

 

IL SECONDO UOMO

Se siete il secondo marito, godete di un enorme vantaggio, sempre che il vostro desiderio segreto non sia quello di diventare anche voi un ex (la libertà ha un fascino immutabile). Voi siete stati messi al corrente della mancanza di empatia, delle disattenzioni, delle crudeltà del vostro predecessore. Lui era ed è insensibile, egoista, egocentrico, lei aveva atteso da lui attenzioni, affettuosità, regalini di compleanno, atteso a lungo e invano. Voi avete così modo di capire cosa lei avrebbe voluto e tuttora vuole e, se avete l’umiltà di non considerarvi migliore del vostro predecessore, capite qual è il nocciolo del problema: lei si aspetta da voi tutta una serie di cose senza chiedervele. Nei primi tempi è facile: basta comportarsi come il primo uomo avrebbe dovuto comportarsi, ma poi la figura di lui impallidisce, le orme lasciate dal suo passo pesante sbiadiscono e voi non avete punti di riferimento per soddisfare i desideri inespressi. In alcuni momenti vi sentite come un padre che gioca a mamma casetta con la sua bambina, non vi dispiace l’atmosfera gentile del salotto delle signore, ricevete attenzioni (c’è da augurarvi che lei cucini bene), ma la vostra virilità scalpita.

Impazienza, insofferenza ed esasperazione potrebbero fare di voi un orso solitario, di quelli che a cinquant’anni si massacrano i menischi giocando a calcetto nella squadra dei single: scapoli, divorziati e reduci dalla legion straniera. Se volete tenere la posizione, ascoltate con attenzione le vicende delle amiche di vostra moglie, guardandovi bene dal solidarizzare con l’insensibile di turno. Le sue sono orme fresche e invece di mettervi incautamente il piede, fate l’esatto contrario di quello che lui sta facendo. Se vostra moglie non ha amiche in crisi, approfittare di film, fatti di cronaca che vi illuminino su come, assecondando l’animo gentile di colei che non ammette errori, dovreste e non dovreste comportarvi.

 

LA PRIMA DONNA

Non è vero che il primo amore non si scorda mai, voi, disamorati e separati, avete dimenticato la vostra prima ragazza, senza rimorsi e senza rimpianti. Era goffa, ma con una certa grazia, era ingenua, perché senza esperienza. A sessant’anni v’intenerisce ricordare i concerti di Guccini, il vostro eskimo innocente. Lei era al vostro fianco, rideva molto e quando piangeva a calde lacrime era il momento di tagliare la corda, il mondo era grande e pieno di possibilità. A vent’anni.

Oggi siete il marito di una donna che ha smesso di farvi dono della sua fiducia. È un avvocato affermato, ben pagata, conosce il valore dell’esperienza. Se volete intuire ciò che pensa, dovete osservare le sue sopracciglia, il suo sorriso è sotto stretto controllo, usa il silenzio come se fosse uno scudo in plexiglas. Non dipende da voi, sul lavoro è impeccabile, mentre a casa vi sembra scialba, avete doppi servizi e, da quando russate, dormite in stanze separate. Per voi è il momento di un’altra donna, il Viagra è un demone potente, anche se manca di prudenza.

Per caso incontrate nuovamente la donna dalla risata innocente, e vi raccontate con umorismo le vostre vite: lei Guccini lo ascolta ancora, fa volontariato, è politicamente impegnata a difesa delle vittime di violenza domestica. Quale fascino hanno l’ingenuità e la nostalgia! Per un attimo pensate che sarebbe bello allacciare un’amicizia, cercare insieme i vecchi compagni di studi, ma poi vi limitate a telefonale e lo fate abbastanza spesso, perché vi sentite accolto, vi piace la sua disponibilità ad ascoltarvi. Se foste una donna vi accorgereste che lei si racconta sempre meno e che non vi chiama mai.

 

SEPARAZIONE

A pensarci bene “finché morte non vi separi” vale per tutti i rapporti. La Signora con la Falce impone una separazione definitiva agli amici, il commercialista è separato dai clienti, il medico dai malati, l’avvocato dai criminali e anche le parentele di ogni natura e grado debbono sottostare alla meno gradita delle leggi di natura. Eppure la formula è ritenuta appropriata per il vincolo matrimoniale, senza che venga specificato se sarà la mors mea e la vita tua a posizionarci su diverse sponde o l’esatto contrario. L’uomo e la donna hanno anatomia, sensibilità, compiti diversi e ogni coppia deve tacere sui desideri e timori che legano la propria (eventuale) fedeltà al primo dei Novissimi (l’ultima cosa che succede alla persona in questa vita). L’invito è a essere presenti all’ultima cosa che succede e se non sarete proprio lì (eventualità possibile se non toccherà a voi passare a miglior vita), per lo meno non rinnegherete la vostra scelta (sempre che ci sia stata una scelta) prima che il gallo canti. La luce del nuovo giorno saluterà un vedovo o una vedova, ma non illuminerà i segreti della notte, sui quali chi non ha parlato a tempo debito deve tacere per sempre.

 

CASA NUOVA, VITA VECCHIA

Ho una casa nuova che mi piace molto. Rispecchia il mio gusto per l’artigianato, per i vecchi merletti realizzati con infinita pazienza. Sono testimoni di anni di ricamo e di un antico sfruttamento, ma, dal momento che da molto tempo nessuno sa più realizzarli, non mi chiedo se ho in prima persona una responsabilità verso le lavoratrici più povere, come mi succede quando acquisto cappelli di paglia o cesti di giunco. Da quando ho la consapevolezza che i miei tesori mi sopravviveranno, ben incorniciati, mi sembra di aver allestito un complesso tombale, in stile Primo Imperatore dei Qin e vedo nella mia nuova passione per l’ordine il tentativo di realizzare un ambiente adatto alla sopravvivenza ultraterrena. La mia nuova casa è molto silenziosa.

Non ho mai fatto troppa attenzione alle scadenze dei prodotti alimentari, non di quelli inadatti a ospitare la proliferazione del botulino, unico vero nemico, dal momento che la vendetta di Montezuma mi è sempre sembrata una giusta punizione per i miei eccessi alimentari. Oggi verifico con inquietudine le date sulle etichette, la parola scadenza equivale al memento mori, e traccia un termine che non ha la precisione di un orologio, ma nemmeno quell’indeterminatezza che l’estrema vecchiaia non elimina dal nostro orizzonte. Il parallelismo tra la vita umana e la zuppa di carote è sorprendente: entrambe temono i batteri e durano molto di più da quando esistono gli antibiotici e i conservanti.

 

CASA NUOVA E MULINI

Nella mia nuova casa ho anche due mulini a vento: uno è di cotone stampato sulla tendina del bagno, è di un verde marino come le piastrelle, è olandese ed è circondato da personaggi in costume e zoccoli, l’altro è in corridoio, lavorato a punti lanciati su canovaccio, viene dal Galles ed è immerso nel verde e nel vento, è beige, circondato da una distesa di prati e un cielo di nuvole candide.

L’immaginario è mio e me lo gestisco io: nessuno dei due assomiglia al Mulino Bianco che, avendo la ruota sul fianco per macinare con la forza dell’acqua, non potrebbe ingaggiare battaglia con Don Chisciotte. È passata la mia giovinezza, quando sognavo di girare il mondo senza basi né legami, o di avere cento case nei luoghi dove la natura è troppo bella per non restarci per sempre. Oggi non esco e ricamo.

 

SATANA E LE TOVAGLIE

Stiamo a casa per il covid e il mio istinto mi inchioda a un ruolo atavico: la casalinga attenta esce dai panni della dottoressa che, per quanto pensionata, era incurante e distratta. In una donna le identità femminili sono racchiuse una dentro l’altra come in una matrioska, o più prosaicamente in una cipolla. Ora sono alle lacrime: ho contato le mie tovaglie. Uno è il tavolo, estensibile, quindi è come se fossero tre; le tovaglie sono una trentina, di tutte le dimensioni: bianche candide di cotone pesante, ricamate in colori vivaci, ungheresi e tedesche (le ricamatrici tedesche spesso hanno aggiunto ai fiori e alle ghirlande motti, proverbi, dediche e quant’altro sui banchi dei mercatini oggi rivelano la provenienza del manufatto), ricamate bianco su bianco, stampate, colorate (quasi tutte gialle, di un giallo allegro e squillante), di nailon, chiassose e dozzinali per le sarabande con le amiche. Mancano solo quelle di tessuto antimacchia, molto belle, con le quali Beatrice ha sostituito il suo corredo (lei è un’aristocratica, io una parvenue). Nel mio percorso di espiazione smacchio e stiro, ma non basta, debbo fare autocritica: per anni ho comprato tutto quello che mi è passato per le mani, troppo avida per vedere le macchie e rinunciare ai lini bucherellati.

Mi sono sempre interrogata sul significato di una formula che ho recitato in chiesa meccanicamente: “rinuncio” (a Satana). Adesso ho capito che è meglio non riflettere troppo sull’identità di Satana, mentre bisogna imparare a rinunciare, forse sempre e comunque, perché Satana è dappertutto.

 

TRA IL DIRE E IL FARE

Il mio figlioccio in spiaggia voleva fare una buca. Aveva una paletta solida, la sabbia era a grana grossa, non l’ideale per realizzare una costruzione. Con un materiale così una buca si poteva fare, mentre un castello sarebbe crollato prima di subito. Lui si era accucciato e aveva cominciato un’attività frenetica, facendo schizzare minuscoli sassolini ovunque. Aveva chiesto il mio aiuto e quindi gli avevo spiegato: “Per fare una buca bisogna scavare.” Questo per istruirlo, per educarlo mi è sembrato opportuno stimolare la sua immaginazione, in modo che ogni progetto venisse da lui: “Ma come vuoi farla, la buca, cosa deve diventare?” “Quadrata-rettangolare-tonda-larga-lunga-profonda: il mare, una piscina, una pista da cross, un circuito di formula uno, un parcheggio sotterraneo”. Veloce, sempre più veloce, troppo veloce. Il mio sguardo si era posato sul suo telefonino, appoggiato sulla sdraio, lui se ne era servito per mostrarmi una città fatta da lui: casette in stile nordico che a ogni click si aggiungevano una all’altra, formando rioni in un reticolo di strade; l’agglomerato cresceva dal centro alla periferia. In un minuto lui aveva costruito la sua città e ne era stato fiero e io non avevo trovato nulla di meglio da dirgli che: “Bella! Bellissima! Che bravo!” Non potevo prendere il piccolo oggetto infernale e gettarlo in mare, né potevo illudermi che il miracolo tecnologico costruisse da solo la civitas dei, di certo per fondare la sua Roma il mio piccolo Romolo aveva ucciso il suo gemello, quel bambino che avrebbe portato a termine, col proprio lavoro, la buca, una qualsiasi buca, che fosse nella sabbia-nella terra-nell’acqua-nell’ozono.

Category: Libri e librerie, Osservatorio sulle città, Welfare e Salute

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