Cristina Biondi: 36 Nuovo dizionario delle parole italiane. Da “Ancora medicina” a “Il mio regno per un cavallo”

| 14 Gennaio 2021 | Comments (0)

 

 

ANCORA MEDICINA

Come medico ho detestato la prevenzione quanto un cacciatore detesta le riserve protette. Mi ero arruolata quando c’era ancora la speranza che qualcuno chiedesse a teatro: “C’è un medico in sala?”, oggi in sala c’è il defibrillatore.

Ho fatto in tempo a vedere ancora sprazzi di eroismo e prosopopea quando i primari facevano il giro visita con il codazzo di giovani medici e spiegavano l’ovvio e il meno ovvio. Ho visto decine di edemi polmonari, quando il paziente aveva un mare dentro da placare e i familiari pregavano, invece di telefonare all’avvocato.

Poi la prevenzione ha migliorato le aspettative di vita di quasi tutti, e i malati si sono avviati a sistemi sempre più sofisticati di autogestione, chi aveva i giorni contati ha potuto contare gli anni e c’era un sacco di tempo per pensare e ripensare, immersi nella cronicità. C’è stato il tempo per soppesare ogni osservazione, tempo per dubitare, per definire parametri, metodologie di ricerca, impostare studi rigorosi e statistiche impeccabili in quell’altrove che era sempre più prossimo alle Case Farmaceutiche che agli ospedali. Noi comuni mortali pedalavamo, pedalavamo, mai sufficientemente aggiornati, sempre meno ascoltati.

Poi quando, dopo la pensione, ho rinunciato all’iscrizione al mio ordine prima che mi sanzionassimo per insufficiente allineamento con le ultime disposizioni in materia di aggiornamento e computerizzazione, è arrivato il Covid. Certo, bisognava prevenirlo, e non è stato prevenuto, avere pronti i piani per le grandi manovre, e i piani non erano pronti. In corsia c’è stato chi ha aperto gli occhi, ha rischiato, ha pensato, ha lanciato l’allarme, ha trasgredito disposizioni che venivano dall’alto. Eroi, martiri, ma soprattutto medici attenti, non inquadrabili nelle statistiche, non arruolabili in studi in doppio cieco.

 

STORIA E LEGGENDE

Sulla parete di fronte al mio letto c’è un drago cinese. Ricamato su seta, è circondato da nove personaggi festanti e danzanti, ancora immersi nel clima della dinastia Qing (trattasi di antiquariato e non di una rievocazione databile a epoche successive). Mi è stato simpatico, con la sua aria sorniona, sino a quando non mi sono accorta che due gambe gli pendono dalla bocca. “Ma come, si fa festa a un mangiatore di uomini?” Esprimo la mia sorpresa al sinologo di famiglia, che per un attimo finge di dar credito alla mia interpretazione. Vedo nei suoi occhi cinismo e crudeltà, ma, quando si mette a ridere, ripongo nel fodero la spada della mia indignazione. “Ma no, le gambe appartengono al personaggio che anima il drago, che nelle feste è solo un lungo nastro di seta abitato da un burattinaio!” Mio marito, nonostante la sua barba da Mangiafuoco, è uomo di cultura e non perde l’occasione di prendersi gioco della mia ignoranza; io però vorrei resistere ai suoi argomenti: “Guarda bene: le gambe penzolano inerti dalla bocca: il poveretto è stato mangiato dal mostro!”

I draghi sono draghi, c’è poco da scherzare, quindi non rinuncio all’idea di star contemplando una delle incarnazioni di quell’antico serpente che mise nei guai tutta l’umanità (ha ancora le sue zampe, ma sono zampe molto corte).

 

TRAUMA

Dovevano occuparsi solo della fascia di rispetto stradale, invece hanno tagliato mezzo bosco e si sono portati via la legna. Hanno lavorato per ordine e in nome del comune, ma non erano impiegati pubblici, erano boscaioli kosovari. Io e mia sorella, comproprietarie del podere, non eravamo state avvisate e siamo arrivate quando gli alberi erano lunghi distesi a terra, compreso il noce che avevo visto diventare grande anno dopo anno. Loro erano lì, tutti giovani, e ci hanno detto di parlare col capo. Lui era più alto degli altri, atletico e molto bello. Ci ha detto che non dovevamo preoccuparci, che avrebbe messo tutto o posto e ha aggiunto di avere cinque figli.

Mi sono sentita vecchia e senza discendenza, ma non triste. Forza e splendore erano arrivate nel nostro modesto podere di collina e presto ci avrebbero lasciate senza tornare per molti anni, la luce avrebbe regnato sui ceppi e l’erba sarebbe di nuovo spuntata dove il sottobosco era stato buio e coperto di foglie. Non avevo l’età per piantare un altro noce, ma ne sarebbero nati altri, seminati dagli scoiattoli come era avvenuto per il primo, il mio prediletto.

Sara aveva riso all’annuncio che nella sua vecchiaia sarebbe diventata madre, io ho sorriso quando ho capito che in modo alquanto misterioso quei cinque figli erano diventati anche un po’ i miei.

 

PEGGIO DI COSÌ

Ho visto momenti peggiori di questo, e di questo momento non ho sperimentato io il peggio.

Il mio peggio ha avuto una dimensione del tutto privata, ed è dipeso anche da me: da illusioni coltivate con ostinazione, da aspirazioni velleitarie, da speranze fragili, da fiducie mal riposte. Allora ero già medico e quando mi presentavo ai miei pazienti loro esclamavano: “Come è giovane, dottoressa!”. Si affidavano alle mie cure: per me era un piccolo miracolo che mi dava coraggio. I miei vecchietti avevano ben chiaro due principi dell’arte medica, talmente ovvi che non s’insegnano all’università: la guarigione che cerchiamo è una dimensione del tutto provvisoria e i salvatori che attendiamo non possono che essere giovani, molto più giovani di noi. Ora amo il collega che mi è subentrato e posso parlare di lui come del mio medico, esercito su di lui un possesso inalienabile, sempre che la Signora con la Falce rispetti le precedenze. È il paziente che deve lasciare il suo medico quando non gli vengono più concesse proroghe, mentre il medico non deve (non dovrebbe, ma non tutto dipende da lui) lasciare il paziente. C’è una perfetta reciprocità, ognuno ha un dovere da compiere.

Quando il mio peggio ha rischiato di portarmi sotto la linea di galleggiamento, i vecchietti mi hanno sostenuto, seguendo la loro sensibilità, affidandosi a un intuito che non aveva bisogno di tante spiegazioni, loro erano cresciuti prima di me, avevano più esperienza di me e confidavano che il mio fosse un banale incidente di percorso e niente di più. Non è stato nel primo né l’ultimo e come paziente sono consapevole che l’ultimo peggioramento deve ancora venire. Spero che il covid non abbia la presunzione di insegnarmi una cosa che so già, che non mi costringa a passare dalla teoria alla pratica, perché è solo in teoria che noi tutti sappiamo di dover morire.

 

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Ho imparato a parlare, a scrivere, mi sono diplomata, laureata e specializzata senza aver mai cliccato, nemmeno una volta. Da quando il verbo cliccare è entrato nell’Oxford English Dictionary nel 1989, i clic hanno invaso il pianeta. Le segretarie che battevano sui tasti delle macchine Olivetti, scrivendo con l’abilità dei pianisti, non producevano un suono armonioso, ma lettere commerciali, duplicate con la carta carbone. Oggi nessuno usa le dieci dita sulla tastiera del computer che è molto veloce e silenzioso, per cui tu puoi prendertela comoda. Con un solo clic puoi inviare (cosa decidi tu), pagare, frodare, hackerare, approvare, disapprovare, iscriverti o cancellarti, prenotare o disdire, accedere e uccidere. Ti riescono anche cose complicate, ma solo se hai completato tutti i campi, inserito tutte le password, generalità, numeri di codice; non vai né avanti né indietro se non conosci le parole chiave (password) e se ignori l’inglese. Io sono rimasta terribilmente indietro e non conosco nessuno che possa guidarmi o almeno rispondere alla mia domanda: “Cui prodest?”

 

AGENTE SEGRETO

La mia generazione ha amato gli agenti segreti, con licenza di uccidere, i ragazzini di oggi amano i supereroi, che non hanno bisogno di nessun permesso e che, non facendo riferimento al Secret Intelligence Service, non hanno mai flirtato con la signorina Moneypenny. Lei forse si chiamava Jane, come la compagna di Tarzan, forse il suo nome era Eva, come l’amante di Diabolik ed era l’ultima donna al servizio (segreto) di un uomo, la sua quasi-fidanzata, dolce, adorante e disarmata. Un tempo la segretaria perfetta era accessibile a ragionieri, commercialisti, avvocati, imprenditori, ministri, purché animati da intenzioni abbastanza oneste, uomini altrove licenziosi, ma che in ufficio non si sarebbero mai sognati di immaginare Moneypenny al lavoro sotto la propria scrivania. I supereroi sono duri e puri e non seducono le fanciulle, al loro fianco, non hanno compagne, ma alter ego, fasciate in tute identiche alle loro, armate sino ai denti, invincibili e impenetrabili. I supereroi non hanno la scrivania e nemmeno i banchi singoli imposti a scuola dal covid, ed è impensabile che le loro tute spaziali, abbiano bottoni e cerniere che diano accesso a ciò che non dovrebbe mai più operare in segreto: prudenza vuole che ogni attività sia preceduta dalla firma di un consenso informato, perché in sede legale anche una cameriera ai piani pretende molto di più di un penny.

 

AGENTI SEGRETI

“Arcana intellego” era il motto del SISMI: Servizio per le informazioni e la sicurezza militare (sicurezza militare è un ossimoro, dal greco oxymoron: acuto e sciocco). È latino anche il secondo motto: “omnia silendo ut audeam nosco”. Il SISMI prima era stato qualcos’altro e anche dopo è stato qualcos’altro, nel qualcos’altro s’inserisce anche “Gladio”. Quello che ora vorrei capire è cosa c’entri il latino. Intelligence è un termine inglese, però la sua etimologia è latina, agent e secret vengono da termini latini. Evidentemente gli antenati di 007 germani, vichinghi e normanni erano poco propensi a infiltrarsi, preferivano invadere alla luce del giorno, senza troppe complicazioni. Dando per scontato che i servizi segreti siano sempre stati deviati, da dove sono partiti? Forse rappresentano la corruzione di un ordine religioso, che ha pensato, letto e scritto nella lingua di Roma, caput mundi, e solo Dio sa cosa facciano, come lo facciano e perché lo facciano.

 

UNO NON VALE UNO

Perché il mio voto dovrebbe valere come il tuo? Io sono più adatto a difendere la nostra terra (più mia che tua), la mia famiglia e anche chi a ben vedere non se lo meriterebbe. Sono più alto, mi sono allenato, sappi che la disciplina e i miei bicipiti ben torniti mi sono costati fatica, sacrificio e sudore. Ho le idee più chiare delle tue, so chi sono i buoni e chi sono i cattivi, non vado a braccetto con i nostri nemici, non mi perdo in ragionamenti contorti che annullano ogni vigore. So conquistarmi il rispetto, non lo imploro come se fossi un passerotto implume nel nido. Sono più bianco, più uomo di te e anche la mia donna, felice di essere mia, onora in me il maschio alfa e sa morire al mio fianco, invece di ritrarsi e inorridire di fronte alla violenza. Quindi il mio voto vale più del tuo, il tuo voto per posta è una lettera anonima, sei delatore, traditore, infido, non ti difenderò più, non condividerai la mia grandezza e nessuno mi può fermare.

 

COMBATTERE COME DANNATI

D’accordo “combattere come dannati!”, ma non bisognerebbe esagerare. I più dannati di tutti sono gli omossessuali, quindi coerenza vuole che l’abbigliamento per compiere l’assalto sia quello adatto a un gay pride. Poi vengono, in un girone infernale contiguo, i cattivi dei cartoni animati, quindi è giusto comparire nelle tute di Lord Fener e nelle divise da Uomo Ragno. Pantaloni militari e camicie hawaiane, perché le forze del male non conoscono confini e, morto uno stereotipo, se ne fa un altro, saccheggiando il camerino dei costumi. Non può mancare, nei panni del dannato più famoso, un Angelo caduto e tatuato, dipinto e cornuto. Non vorrei essere sua madre, ma mi sarebbe piaciuto essere sua nonna, così non avrei dovuto nascondere la mia secreta predilezione per lui, coltivata nella certezza che l’età non mi avrebbe concesso di vederlo adulto e famoso.

 

IL MIO REGNO PER UN CAVALLO

I cavalli in America non mancano, povero re. Lui è l’eroe di chi non ammette la sconfitta, vorrei trovare il coraggio di rileggere Riccardo III, di ritrovare per lui quell’affetto che ne aveva fatto il mio eroe negativo, politicamente scorretto e autodistruttivo. L’affermazione: “La condotta del presidente è un tradimento del suo ufficio e dei suoi sostenitori” viene dai topi che stanno abbandonando la nave, da quelli che non perdono mai, prima complici, poi pronti a tradire e a dichiararsi traditi. La parola d’ordine è prendere le distanze. Il re è nudo e solo i bambini non se ne sono accorti. Chi avrà la tentazione di lasciarli alle proprie iniziative, in quell’isola disertata dal buon senso che è diventata l’America, dovrebbe leggere Il signore delle mosche, ne vale la pena.

Category: Libri e librerie, Osservatorio internazionale, Welfare e Salute

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