Cristina Biondi: 10. Nuovo dizionario delle parole italiane. Da Cavarsela nonostante l’evoluzione a Figli dei fiori

| 1 Febbraio 2019 | Comments (0)

 

 

 

 

CAVARSELA NONOSTANTE L’EVOLUZIONE

“Tutto scorre” diceva Eraclito, al tempo dei filosofi che osservavano la natura senza enfatizzare l’intervento umano. Tutto cambia, secondo i teorici dell’evoluzione e della rivoluzione, e il perpetuo cambiamento dà molto fastidio a chi impiega il proprio tempo a dividere il giusto dallo sbagliato, il buono dal cattivo. Ci voleva un alunno napoletano delle scuole medie per sintetizzare un pensiero molto utile al giorno d’oggi: “Io, speriamo che me la cavo”. In un mondo che scorre e che cambia c’è solo da augurarsi che tutto vada liscio, prima di approdare al pessimismo senile che si riassume nella massima: niuna nuova, buona nuova. Ogni filosofia è figlia del proprio tempo e la scienza è un serpente che si morde la coda: qualsiasi fenomeno è modificato dalla presenza dell’osservatore, in barba alla neutralità, alle buone e alle cattive in-tenzioni. Chi rimprovera al nostro giovane pensatore gli errori di sintassi occupa una posizio-ne di cinico individualismo, dovremmo invece associarci al suo auspicio dicendo: “Noi anziani, noi adulti speriamo che tu te la cavi”. Il futuro è così incerto che l’augurio vale per l’oggi, nes-suno ha l’ottimismo per dire: “Speriamo che tu te la caverai”. Nell’antica Roma i verbi spero, promitto e iuro reggevano l’infinito futuro; in Italia, dopo Leopardi nessuno si occupa più di infinito e oltre il presente è difficile immaginarsi il futuro.

 

 

GENETICA, UOVA E GALLINE

Nasce prima l’uovo o la gallina? Il quesito fa un po’ ridere ma è stato affrontato in modo serio da filosofi del calibro di Plutarco, Macrobio, Aristotele e Diderot. Il dibattito ha avuto risvolti molto seri, implicando il problema della creazione del mondo e dell’origine di tutte le cose. È simpatica la soluzione basata sulla teoria dell’evoluzione: l’uovo verrebbe per primo, le progenitrici preistoriche delle attuali chiocce deposero le loro uova per un numero incalcolabile di anni prima che ne uscisse la prima gallina (vera sorpresa nell’uovo di Pasqua).

In una prospettiva femminista il paradosso rivela la tendenza maschile al disconoscimento di paternità e alla negazione del valore delle cure materne. Il gallo non viene nemmeno nomina-to, eppure senza di lui l’unica domanda sensata sarebbe: preferite l’uovo alla coque o la frittata? Oggi gli allevatori compiono la crudeltà di separare i vitelli dalle mucche, i maialini dalle scrofe e fanno nascere i poveri pulcini in incubatrice. Ai tempi di Aristotele un uovo di gallina non se la cavava da solo, senza una chioccia che lo covasse, e nessuno può dirci perché per il-lustrare il paradosso non sia stato scelto un uovo più autonomo, di lucertola o di tartaruga.

 

 

PRIMA NOI

“Prima gli Italiani”: certo prima ci siamo stati noi, poi sono arrivati gli extracomunitari. Prima ci sono stati i Romani dopo sono arrivati i Goti: all’inizio vennero ben integrati, poi, quando gli ultimi arrivati furono lasciati senza assistenza e direzione, i contingenti impiegati nell’esercito romano si ricordarono delle proprie origini e dal prima si passò al dopo (indietro non si torna).

“Prima io” non implica che io sia capace di primeggiare, non è detto che io abbia le capacità per arrivare primo, non presuppone che io sia disponibile ad affrontare le fatiche e il rischio di una gara, a reggere un confronto. Quando c’è la necessità di mettersi in salvo, gli uomini coraggiosi si danno come regola: “Prima le donne e i bambini”.

Per avere una priorità in fase d’imbarco bisogna pagare un supplemento, però nessuno arriva a destinazione prima degli altri passeggeri, allo scoppio delle guerre c’era chi si arruolava vo-lontario prima di ricevere la cartolina precetto, ma la vita al fronte molto spesso si è rivelata tragicamente deludente.

Chi proclama “prima gli Italiani” a mio parere dovrebbe preoccuparsi per il dopo, che è molto, ma molto, più problematico del prima. Edipo ha voluto a tutti costi passare per primo e si sa bene cosa gli è successo.

 

 

EVOLUZIONE

Geova è “Colui che fa divenire”, ed è forse per questo che ai suoi testimoni viene spesso sbattuta la porta in faccia. Non che abbiano ufficialmente preso posizione a vantaggio della teoria dell’evoluzione, ma associare Dio al divenire è sempre stata un’operazione teologicamente sospetta. Tra i Gesuiti, che in campo cattolico sono sempre stati un passo avanti, ci ha provato Teilhard de Chardin mescolando fede, poesia e amore per la natura con la famigerata teoria dell’evoluzione. I suoi scritti, più che un’accoglienza positiva, hanno suscitato dure reazioni che, come suggerisce il termine stesso, si sono dimostrate decisamente reazionarie. Molti seguono una religione che definirei un monoteismo radicale e geocentrico, che non ammette la complessità del creato: Uno il Dio, Uno il Padre, Uno il Figlio, uno Adamo, una Eva. Nell’arca di Noè gli animali erano due per ogni specie per garantire una discendenza nel mondo a venire, mentre è probabile che per colonizzare il pianeta sia bastato avere a bordo un solo battere per specie, che a tempo debito si sarebbe scisso dando vita a nuovi individui (forse molte creature unicellulari sono sopravvissute al diluvio standosene nell’acqua, come hanno fatto i pesci). Tutti pensiamo a Dio come a un buon Padre, ma ci voleva un evoluzionista per notare che lo immaginiamo troppo semplice, mentre se Lui è in grado di ascoltare contemporaneamente le preghiere di miliardi di figli e fare tante altre cose, deve essere dotato di un grado di complessità tale che è impossibile immaginare di avere un qualsiasi rapporto di parentela con lui. Anche la scienza, che ha una vera passione per le complicazioni, ha avuto la sua Eva: si chiamava Marie Curie e la radioattività è stata la sua mela, colta per amore della conoscenza dall’albero del bene e del male.

 

 

COMPORTAMENTI EVOLUTI

Quando la vita è dura, per avere una certa probabilità di trasmettere i vostri geni dovete esse-re forti, capaci di procurarvi il cibo costi quel che costi e soprattutto occuparvi con sollecitu-dine della prole, che crescerà tosta, in grado in futuro di difendere sé e i propri figli.

Oggi le cose non stanno più così, sopravvivere è facile, i bimbi bevono latte artificiale, a segui-re mangiano merendine e patatine in sacchetto e si guardano bene dal morire in età prepubere. Dopo c’è una seppur lieve pressione selettiva che elimina parte di quei curiosi che si drogano, parte di quegli audaci che si schiantano col motorino.

C’è chi teme la sovrappopolazione del pianeta ed evita di riprodursi e di essere povero, fa studiare le figlie sino alla menopausa e rende così egocentrico l’unico nipotino da essere sicuro che non si occuperà mai di altri che di sé stesso.

In Occidente le donne praticano la contraccezione e i giovani maschi si tengono alla larga da situazioni coinvolgenti; le prime mirano all’autosufficienza e i secondi scoprono che nessuno li forza più a prendersi una qualsiasi responsabilità verso Dio, Patria e soprattutto famiglia.

Forse il futuro sarà nelle mani di chi ha ancora una vita dura, forse l’evoluzione cederà il passo a un’involuzione, se è vero (circostanza non ancora scientificamente documentata) che la mamma dei cretini è sempre incinta.

 

 

DONNE INDIPENDENTI

In Italia abbiamo fatto le guerre d’indipendenza e abbiamo ottenuto la vittoria, anche se, fatta eccezione per Garibaldi, sul campo di battaglia ce la siamo sempre cavata maluccio.

Noi donne abbiamo voluto l’indipendenza economica, ma il conflitto più sanguinoso l’abbiamo combattuto e perso sul terreno dell’indipendenza affettiva. Geneticamente predisposte al prenderci cura, all’allattare e al cambiare pannolini abbiamo fronteggiato chi è geneticamente preparato ad affrontare ambienti ostili, a competere e a uccidere. Nella fase utopica, naive, del conflitto abbiamo cercato un terreno d’intesa tra le lenzuola, e mentre i militari continuavano a potenziare le loro armi di distruzione di massa, noi mettevamo fiori nei nostri cannoni, avendo però a disposizione solo quei cimeli storici che abbelliscono i giardinetti pubblici in-sieme ai proiettili degli obici, usati come colonnine per delimitare le aiuole.

Nella teoria dell’evoluzione i conti tornano sempre: chi è attrezzato per vivere vive, chi ha ar-mi inefficaci o superate si estingue. A la guerre comme à la guerre: l’aiuto ci viene da un disertore, nemico del proprio genere (Giulio Cesare Giacobbe) che ha scritto un manuale prezioso: Come diventare bella, ricca e stronza. Giulio Cesare ci ricorda che la nostra strategia vincente è la seduzione: non dobbiamo mettere i fiori nei nostri cannoni, ma tramare per riceverli a ogni compleanno, a ogni anniversario. Lasciando ai militari di professione i calcoli sulla traiettoria, la gittata dei loro proiettili, dobbiamo tornare a una verità ben conosciuta dalle più avvertite tra le nostre nonne: “Tira più un pelo di … (inserite il termine dialettale che meglio indica voi-sapete-cosa) che un carro di buoi”. Scusate la volgarità da caserma, ma invece di deprimerci e piangere inseguendo amori impossibili, noi lavoratrici dovremmo valorizzare quel realismo che ha sempre caratterizzato l’esercizio del mestiere più vecchio del mondo. Detto questo, per mantenerci brave ragazze è importante coltivare le migliori intenzioni, quindi bisogna sce-gliere con onestà i nostri obiettivi: non fiori, ma opere di bene.

 

 

MANTENUTE

“Mantenuta” viene dal latino manu tenere e significa “tenuta in mano”, eppure la mantenuta è colei che vive alle spalle dell’uomo, non è la compagna che sta al suo fianco (dal fianco di Adamo venne estratta la sua compagna, Eva). L’uomo ha sempre pensato che fosse giusto che la donna occupasse il posto che le veniva assegnato e la donna, per mantenersi onesta e stargli accanto nelle occasioni ufficiali, avrebbe dovuto non comparire mai dove lui dava il peggio di sé, come succedeva nei bordelli, in guerra, nella curva nord o sud dello stadio, nei possedi-menti coloniali e nei bagni penali. Oggi le donne si mantengono da sole, più o meno onestamente, e hanno l’opportunità di associarsi alle imprese maschili, commerciali o di altro genere, e non si dà più, o quasi mai, che vivano alle spalle di qualcuno, padre o marito che sia.

Eppure oggi gli uomini le percepiscono come troppo esigenti, egocentriche, portatrici di quell’infelicità che deriva dal non accontentarsi mai. I maschi sono vittime di una certa confusione, non sanno più se vengono apprezzati quando si comportano bene e sognano con rimpianto contesti dove, in assenza di presenze femminili dotate di eccessiva sensibilità, sia possibile dare il peggio di sé con la complicità e l’amicizia (l’inimicizia funziona altrettanto bene) di chi ha la stessa identica esigenza. Solo dandosi alla fuga e vivendo in solitudine possono sottrarsi allo sguardo delle loro compagne, consapevoli però che oggi nessuno può più eludere l’occhio onnipresente delle telecamere.

 

 

MOGLI

È per noi del tutto ovvio che “moglie” e “marito” non siano il femminile e il maschile di una stessa parola come lo sono “compagna” e “compagno”. La destra ha stabilito poi che “camerata” valga per entrambi i generi, tanto la presenza femminile è solo l’eccezione che conferma la regola.

Le bimbe si preparano a diventare mogli interiorizzando la lezione di due favole decisamente molto, ma molto, istruttive: “La bella e la bestia” e “Barbablù”.

Nessun principe si accompagna a una creatura mostruosa, non lo fa nemmeno per seri motivi familiari. La fanciulla invece deve amare la bestia che c’è in ogni uomo, che vorrebbe essere attraente e carino, ma il più delle volte non ci riesce. Lui cambia se lo si accetta e lo si ama come bestia, se si minaccia di abbandonarlo, ma poi si torna per permettere la sua metamorfosi, rinunciando ai propri affetti familiari. L’allontanamento serve solo perché lui nella solitudine prenda contatto con i propri sentimenti, con il rischio di morte presente in ogni separazione. Se la bestia viene davvero lasciata, l’uomo che è in lei è pronto a uccidere.

Barbablù è invece il marito che parte, va a esplorare il mondo, va in guerra, va in viaggio d’affari o va semplicemente a lavorare. La moglie resta a casa e ha le chiavi delle stanze lumi-nose, di salotti di rappresentanza, di cucine ben fornite e di camere ariose. Però c’è la stanza proibita, che rappresenta il lato oscuro del passato, i misfatti che l’uomo mantiene segreti, basta non esplorarla e tutto andrà per il meglio. Oggi la donna non ha fratelli che possano salvarla e, se il marito ha già liquidato un paio di mogli, ciò è avvenuto alla luce del sole, poiché la legge ha reso anacronistico il divorzio all’italiana. Ovviamente se volete esplorare i lati oscuri, conoscere l’origine dei beni di famiglia e tante altre cosette, contravvenite al principio che la moglie deve custodire la chiave della stanza dei segreti, ma non aprire mai la sua porta. La donna non ha obbedito al Buon Dio ed è stata espulsa dal Paradiso, almeno impari che la cu-riosità è incompatibile con il ruolo di moglie. C’è chi scherza dicendo che oggi come oggi solo i preti e gli omosessuali aspirano al matrimonio e in effetti solo loro ci arrivano con le speranze ancora vergini.

 

 

LA CAMERA DEI SEGRETI

La donna custodisce in sé la camera dei segreti, e in latino così veniva sintetizzato il mistero: mater certa est, pater nunquam. L’affermazione fotografa la situazione alla nascita, infatti il parto, momento di separazione, è anche il momento di maggior certezza per la donna che sta diventando madre. Certezza e dolore sono strettamente collegati, mentre il piacere potrebbe associarsi all’incertezza e, se nunquam vuol dire “mai” presso un popolo di dominatori capaci di reggere le sorti di un immenso impero, figuriamoci cosa poteva significare in casa di chi era costretto a tirare a campare.

La scienza diffida delle certezze e la sua sete di sapere non ha confini, il suo motto è: “Mai dire mai” e in effetti i genetisti hanno cancellato quel nunquam: mater certa est et etiam pater certus est. Etiam nunc (anche ora) esistono padri ignari o ignoti e madri che conservano i propri segreti, ma questo sino a prova contraria, prova certa e certificata. La chiave genetica della camera dei segreti apre anche porte chiuse da centinaia di anni. Lo scienziato non conosce un limite temporale alla facoltà di interferire nelle vicende altrui e non si attiene all’ingiunzione: “Parli ora o taccia per sempre”, che vincola i testimoni a prender parte attiva e responsabile al mistero racchiuso in ogni coscienza.

 

 

UTERI IN AFFITTO

Il materiale genetico maschile zampilla gioiosamente fuori e l’uomo si è sempre prodigato a donarlo con generosità. Il materiale genetico femminile, sferico come un pianeta, è predisposto a un viaggio che dalle ovaie lo porta in utero e va perduto se non si ferma lì per incontrare lo spermatozoo. Un ovulo che abbia raggiunto l’ambiente esterno si chiama mestruazione. Chi vuole utilizzarlo per comporre un nuovo individuo deve prelevarlo prima, al momento giusto, quando è ancora nel suo ambiente naturale, e fecondarlo in vitro. Dal vetro la creatura forzata a esistere viene trasferita in un altro apparato riproduttivo femminile, fino a quel momento ignaro di prelievi e di altre forme di estrazione di materiale genetico, ignaro anche, in quanto organo muscolare privo di consapevolezza, di star nutrendo un perfetto estraneo, un ospite pagante a pensione completa.

Il nascituro, invece di avere un padre e una madre, ha un albergo e due padri che solo alla nascita avranno la possibilità di entrare in contatto fisico con il loro figliolo. Uno dei padri, la donna che ha donato l’ovulo, si eclissa risolvendo così la difficoltà a render conto del proprio ruolo, inedito e ambiguo. Sarà il padre-padre (colui che ha prodotto gli spermatozoi) a occuparsi della creatura e fino a quando il bimbo crederà a Babbo Natale, alla cicogna o sarà persuaso di essere venuto alla luce sotto un cavolo, non ci sarà alcun problema.

 

 

NASCITA: SPIEGAZIONI SCIENTIFICHE E NON

Se c’è qualcuno che potrebbe rimanere turbato dal sapere esattamente come il neonato sia stato concepito è il padre, vero o presunto; a volte, senza l’ausilio della scienza, nemmeno la madre, indubbiamente più vicina alla verità, è in grado di stabilire quale degli antefatti sia sta-to decisivo per il realizzarsi dell’evento.

Anche le coppie più fedeli e sollecite si trovano in imbarazzo a dare spiegazioni a bambini che, dopo scrupolose indagini e fantasiose ipotesi, hanno ridimensionato il ruolo di cavoli e cicogne. Prima della fecondazione in vitro tutti i sospetti del figlio finivano per concentrarsi sulla camera dei genitori, su quel lettone che, a volte ospitale per lui, a volte interdetto, nottetempo era teatro di gesti coperti dal segreto coniugale.

Ora, come dare spiegazione ai figli nati in provetta, concepiti e partoriti in cliniche specializzate? Ognuno è figlio del proprio tempo e invece di parlare di apine e di fessurine, si può raccontare la storia della pecora Dolly. Anche la dolcissima ninna nanna Stella, Stellina può venir geneticamente modificata. Il testo originale è:

Stella, stellina

la notte si avvicina,

la fiamma traballa,

la mucca è nella stalla,

la mucca e il vitello

la pecora e l’agnello,

la chioccia e il suo pulcino

la mamma e il suo bambino.

Ognuno ha il suo piccino,

ognuno ha la sua mamma

e tutti fan la nanna.

Ai figli formatisi in uteri in affitto si può cantare:

Il toro ha il vitello,

il montone ha l’agnello,

il gallo il suo pulcino,

il babbo il suo bambino.

Se poi il piccino ha incubi di notte è meglio cantargli Nella vecchia fattoria, filastrocca tradotta in tutte le lingue: per gli italiani l’azienda agricola è di zio Tobia, per gli ebrei è di zio Moshe, per i portoghesi di zio Manel, per i finlandesi è del nonno. Con buona pace di tutti, i genitori non vengono mai menzionati. Non bisogna sottovalutare la forza delle immagini presenti dell’inconscio collettivo: come può il piccino dormire sonni tranquilli se, menzionando il toro, nel labirinto dei sogni viene risvegliato il Minotauro?

 

 

FIGLI DEI FIORI

I figli dei fiori hanno avuto figli e nipoti, ormai inconsapevoli di discendere dai fiori. Il pacifismo ha stabilito le origini mitiche dell’uomo nel regno vegetale e per coerenza molti sono diventati vegetariani, dimostrando un estremo rispetto per tutti gli appartenenti al regno animale, che andrebbero nutriti e non mangiati. Le carote sono cibo per i conigli, ma non se ne cibano, accettando che vi sia una gerarchia in natura che ha stabilito una catena alimentare in linea di massima unidirezionale.

I figli dei fiori non discendevano quindi da Adamo ed Eva, progenitori altrettanto mitici e anch’essi vegetariani, ma dalla mela stessa e sin dalla nascita hanno portato i segni di un mor-so che ha intaccato il profilo morale dell’intera umanità.

Per fare un tavolo ci vuole un fiore, ma ci vuole anche un falegname armato di sega, pialla e chiodi e un boscaiolo disponibile a disboscare l’Amazzonia.

Sentirsi figli dei fiori è stato bello, come erano belle le fanciulle con i capelli lunghi e il sorriso etereo della primavera del Botticelli, ma guardando le loro nipotine, tatuate e agguerrite, verrebbe da prendersela, non tanto con l’antico serpente, il misterioso tentatore, ma col baco che, perfettamente allineato con le leggi di natura, ha tutte le sue buione ragioni  per mangiarsi la mela

Category: Animali e piante, Dibattiti, Donne, lavoro, femminismi, Libri e librerie, Welfare e Salute

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