Cinzia Nalin: Il virus, il non morto. Una metafora sociale, forse.

| 29 Aprile 2020 | Comments (0)

 

 

 

1.Uno strano racconto

Un virus. Un organismo vivo che per continuare ad esisteredeve cercare e trovare organismi con nuclei di cellule che appartengano ad altri esseri viventi. Deve insinuarsi in essi e fare quello che ogni essere vivente sente come pulsione primaria: sopravvivere e portare avanti la sua specie. Questo virus si mettein cammino e trova un animale prima, poi un uomo: per lui è indifferente, deve essere un ente che sia vivoda fagocitare.Esso trova un nucleo dove accasare il suo RNA (acido ribonucleico, la sua essenza) e riprodursi.E’ testardo come tutti quelli che sono portatori di una forma di vita(primordiale) e pressante e persegue pulsioni imperative.Poco gli importa se l’altro essere saràprivato della sua forza vitale lentamenteecesseràla funzionalità biologica, il virus vivrà e ripeterà la sua funzione finché troverà alimento per le sue necessità.Anche l’essere umano vuole portare avanti la specie e vuole vivere. Perciò guarda con terrore il predatore e ingaggia la lotta per assisterea chi sopravvivrà alla fine. C’è una variabile però. L’uomo ha,o dovrebbe avere, qualcosa che al virus manca, ossia la capacità dei sentimenti e del ragionamentoche lo rendono debole. Sentimenti e ragionamento. Sembra una miscela molto difficile da racchiudere in un unico concetto, infatti sono i termini dell’ambivalenza fondamentale che distingue l’appartenente alla razza umana dal virus. Come il virus, senza percezione di empatie o riconoscimento del diritto alla vita dell’altro, così ogni classe sociale vuole essere riconosciuta nel perpetuare la sua esistenza. Classi sociali contrapposte, nate dalla distopia e dalla forza distruttiva della produzione consumo. Classi contrapposte spinte ad azzannare e sbranare chi si oppone alla reciproca esistenza evisibilità. Tutti non-morti, tutti non-vivi. Il virus è ciò che rende più evidente, che porta a galla la sostanziale impossibilità dell’occidente a modulare con giustizia sociale le varie classigeneratedalla sua stessa dismorfia di base.

 

2. La letteratura contiene molti racconti e una verità sociologica.

La letteratura ha una funzione mimetica della realtà e con i tropi della metafora e soprattutto della metonimia assume un ruolo incisivocon l’irruzione del fantastico e della suaanti logica. Per questo la contesa che appare addirittura epica tra virus e umano,contenuta nel piccolo abbozzo di racconto,diventa una metafora potente di quello che è avvenuto nei secoli che seguirono la prima industrializzazione, a partire pressoché alla metà del diciottesimo secolo. I giorni che si stanno vivendo, condizionati dall’ultimo (in senso cronologico, ma non saràcerto l’ultima apparizione di un virus) esito drammatico di questa guerra millenaria per sopravvivere, sono infatti caratterizzati da un picco di virulenza patologica nelle zone più industrializzate, la dove gli squilibri sono più evidentie la separazionedegli strati socialigià esisteva. Non è questo il luogo dove snocciolare trattati e mappe scientifiche per dimostrare se l’inquinamento o l’ambiente terrestre deturpato siano o meno responsabili. Qui si tenta di gettare un ponte tra letteratura e sociologia. Per sociologia si vuole andare alle sue origini con Durkheim passa l’idea che la sociologia sia un’evoluzione della speculazione filosofica fenomenologica in una disciplina che studi i mutati rapporti umani e il nuovo assetto della società: da filosofia era necessario cambiare e parlare di sociologia. In questo senso proseguendo attraverso Freud, Fromm e Marx, Horkheimer si studianoquelli che sono i rapporti di forza per il dominio sociale della specie interiorizzati dalla società. E’ proprio in questo punto che si vuole situare l’ambivalente e speculare rappresentazione di ciò che è il virus. Si arriva così alla metonimia letteraria:la brevissima e grottesca (molto amara) storia del polemostra virus e uomo e le loro percezioni di potere e volontà diprimeggiare nel diritto alla vita, ricordano la lotta tra le classi sociali dopo la mutazione dovuta alle deformazioni inerenti alsistema consumistico. Si delinea la metafora virus-uomo trasferita nelle dinamiche sociologiche. Una sconvolgente lotta per la sopravvivenza tra chi vuole apparire e magari teme di essere invisibile e chi deve essere considerato invisibile come un virus perché richiede un diritto di vivereed essere vistoed è invece condannato ad essere un’entità vivente indegna e perciò da marginalizzare e metaforicamente da sconfiggere. Non si sconfigge la marginalità: essa ritorna sotto altre molteplici forme a rosicchiare la nostra coscienza e turbare le tranquille riunioni di apparenza,piccolo borghesi che cenano nelle case percepite come protezioni blindate.La paura di un virus è la paura dell’invisibile, del non familiare. E’ un pericolo in sé ma anche laparte oscura, l’oggetto persecutorio delle parti buie e spaventose. Una metonimia. Questo unheimlich perturbante che ha una sua pulsione alla vita e ci contamina può essere letto anche in un modo diverso dal cliché che viene veicolato dai media tutti i giorni. Infatti si assiste in modo drammatico ad una lotta tra essere umano e il contagioche, come visto, viene assunta dalla produzione artistica veicolando attraversolo spostamento disorientantedelgenere fantastico un tropo che rinvia ad altra lotta ditipo sociale. Ecco che come nella produzione letteraria anche i giorni in cui ci troviamo a scrivere,questo polemoscatapulta la percezione in quella che si può riconoscere come dimensione sospesa di ripresa onirica. Questa dance macabredove la morte si contendela vitae cerca il suo sguardo nel grottesco riso,ilsuo doppio terrifico, la sua appartenenza al conflitto interiore che terrorizza e angoscia. L’irruzione dell’ immaginario del fantastico nella realtà è ciò che capovolge la percezione dei fatti contingenti e alla fine riesce a contenerli e farli accettare. Il registro fantastico letterario fa virare il principio di non contraddizione nel “possibile” della contraddizione del sur-reale. Il virus è significante anche di una vasta separazione costitutiva del sistema capitalistico, specie in quello che è andato instaurandosi nel secondo dopoguerra. Le realtà secondedi individui marginalizzati divengono, anche nell’immaginario letterario, quei portatori di virus in quanto non familiari, sconosciuti, spaventosi al presunto covo caldo del piccolo borghese. Il temuto virus ha risvegliato dalla tomba l’uomo trasformato nellastessamacchina alla quale lavora, totalmente privato di possibilità critiche e cognitive ora si aggira alla ricerca dell’oggetto del desiderio,da divorare. Si vogliono citare alcuni spunti artistico letterari che contengono interessati proiezioni metaforiche chemettono in evidenza il pericolo delle dismorfie sociali nella percezione primigenia di un’arcaica lotta per il dominio sociale a cui si è accennato.

 

3. Il virus racconta

Nel libro di Richard Matheson Io sono leggenda(edito da Fanucci, Roma, 2007) uscito negli Stati Uniti nel 1954, un virus richiama dalle tombe i cadaveri e questi divenuti non-morti iniziano a minacciare tutta la popolazione di una cittadinaamericana, mortono e sbrananoipresunti viventi. La elisione del dato di realtà della creazione letteraria permette di evidenziare come i presunti viventi divengono a loro volta non morti. La dinamica sottesa è l’autodistruzione di una società che vuole nutrirsi di ciò che produce per poter vivere, divenendo spietata e violenta. Dimentica nessi cognitivi ed empatici per soddisfare una “fame” malsana, diventa come il virus. Il protagonistadel racconto si auto isola, barricandosi in casa, attuaogni strategia per cercare di sopravviverefacendo scorte di merci delle quali nemmeno lui può fare a meno. Finirà per soccombere perché manterrà una parvenza di sentimenti che lo condanneranno, nella società oramai completamente mutata e volta a divorare il prodotto del capitale.

La metafora emerge chiara dallo scivolamento di piani che rendono possibilealla creazione fantastica contenere terrori rimossi.Si prosegue con il film di George Romero del 1968 “La notte dei morti viventi”e si ritrova ancora un virus che richiama dai sacelli i corpi morti e impadronendosi di questi continua a riprodursi nella ricerca di prede vive.I vivi della provincia americana si rendono conto di essere dei non-morti nella misura in cui sono parte del sistema. La loro fine è segnata in quanto anche loro sonoprivati della parte empatica dal desiderio e dalla merce: coloro che si barricano, come nel racconto precedente non sono diversi. Anch’essi prede del desiderio sonodivisi tra loro, contrapposti, sospettosi; incapaci di allearsi per un bene comune, finiranno come non-morti assetatidi sangue-merce. Uniformati o pasolinianamente mutati antropologicamente.Allo stesso modo la serie televisiva statunitense “The Walking Dead” nel 2010 fa agire il virus per tentare di portare allo sterminio l’intera popolazione globale.E’ stata preceduta dalla grafic novel con gli stessi contenuti già nel 2002.La serie nel 2012diviene, con la stessamodalità narratologica, un video gioco.La fortuna della serie televisiva e ilvideo gioco è incardinata alla sorda paura apocalittica non tanto del virus distruttivo, quantoanchealla presunta minaccia che il “diverso”, colui che ci vuole mangiare, possa mettere a rischio il sistema che si conoscee rassicura.Lo stesso consumismo che rende l’uomo occidentale uno zoombi caraibico: un corpo impossessato da una volontà superiore che lo guida. Un feticcio. Come feticcio è la merce che si desidera. L’assenza di una presenza. Come il virus. Riecheggia il termine pasoliniano già presente negli anni settanta di “dopo storia”, si sente nel fondo come un tuono sordo la fine della storia di Nietzsche. I presunti sopravvissuti inconsapevoli non-morti della società del consumosi ritrovano come primitivi in un complesso sociale da ri-costruire, dove la paura dell’altro da sé la conflittualità interna tra i gruppi che si vanno ricostruendo preannunciano l’arrivo di un altro virus, di altri non-vivi. La causa è la mancata presa di coscienza sociale delle profonde divaricazioni e ingiustizie non emendabili da un orrendo sistema che si autoalimento fino alla distruzione.

 

4. Il virus di oggi (che è quello di ieri)

Due doppie figure intrecciano la metaforae concorrono a formare una struttura di tropi interessante. Essericordanol’alienazione onirica dell’inconscio che pervade le immagini raffiguranti le scaledelle immaginidi Esher o il visionario barocco delle incisioni di Piranesi. Lo slittamento onirico riporta l’alienazione del sistema produzione consumo che trova la sua immagine più oscena nella paura del diverso.Il fantastico della letteratura riesceperciò a contenere e rimandare universalizzando, il messaggio sociologico. Per questo si può fare cenno anche ad opere nel primo ottocento che si fecero carico di far slittare un dato tipico dell’analisi sociale della prima industrializzazione rendendo metaforico attraverso la sua funzione fondante mitogeneticamoderna. Se si pensa al Frankensteindi Mary Shelley, del 1816si ha una metonimia straordinaria di ciò che la scienza e la nascente spinta propulsiva borghese capitalistica andava creando. Un essere costituito di parti disarmoniche e orribili nel loro insieme. Le stesse parti che andavano nascendo all’interno di una società antropologicamente in cambiamento che metteva in luce la abnorme forma sociale con classi sottoproletarie e proletarie che mai l’occidente aveva conosciuto. Il mostro Frankenstein-virus, creato da una giustapposizione improponibile di pezzi che non possono formare un unicum armonico,avrebbe contaminato il sistema con lasua discendenzacosìcome Frankenstein desiderò prima di sparire nei ghiacci e divenire invisibile presenza inquietante di colui a cui la felicità è negata perorrore di definizione.

Attendendo il momento di tornare a distruggere non si può non citare il Dracula di Bram Stoker con il quale già si è alle soglie del novecento. Il vampiro mette la radice della sua filosofia nell’eterna brama di nutrirsi della linfadell’ altro per perpetuare la propria specie. Questa filosofia è quella di far tacere la coscienza del vampirocomedi chi sfrutta il lavoro, l’uomo, e alla finel’uomo e la macchina che dell’uomo è quasi una metamorfosi senza sentimenti, anzi con sentimenti negati, a fine di profitto. La capacità della letteratura di contenere e addirittura anticipare certi tragici esiti anche esistenziali delle vicende fattuali risultacosì, straordinariamente efficace e catartica. Il terrore di questi fatti virali è descritta ed analizzata, contenuta dalla retorica moderna della struttura letteraria, porta alla luce la paura della minaccia di un assimilazione violenta. Verremo tutti divorati, contaminati e trasformati in mostri, vampiri, oggetti, merce: dominati dal feticcio che veicola un virus letale.

Category: Epidemia coronavirus, Libri e librerie, Osservatorio internazionale, Welfare e Salute

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