Alberto Cini: Resti di una pedagogista sepolti in cantina

| 14 Luglio 2014 | Comments (0)

 

 

 

 

Resti di una pedagogista sepolti in cantina

Questo racconto lo scrissi più di dieci anni fa e lo misi nel cassetto, come promemoria.

E’ la cronaca di un ritrovamento, avvenuto realmente nella prima sede che ospitava il centro per adolescenti, nel quale lavoro. Nella sua scrittura iniziale, mi interessava fermare l’episodio, per ricordare il significato della “casualità”, come strumento singolare della relazione educativa.

Penso che sia comunque una bella testimonianza, anche come racconto in sé, senza fini esclusivamente pedagogici. Essendo il ritrovamento, così inerente all’argomento educativo, però non posso omettere del tutto, scivoloni espressivi e considerazioni personali su questo tema.

Mi piace considerare il lavoro educativo operativo, come un luogo sperimentale da osservare, come un laboratorio esistenziale da cui far emergere riflessioni sulla realtà e sulla vita in generale.

Da ventiquattro anni lavoro in questo centro educativo di cui parlo spesso, con i contratti ballerini, i problemi dei finanziamenti, le gare d’appalto ogni due anni, e così via… Solcando il mare incerto degli interventi educativi questa nave di “centro”, e la sua ciurma variabile di adolescenti, ancora naviga e forse perché “qualcuno da lassù ci ama!” credo, potrebbe essere lo spirito della pedagogista del racconto, e dei suoi resti di testimonianza culturale che ci ha lasciato.

 

 

Una pedagogista di cento anni fa

Se ci sono aspetti divinatori, nella vita di un educatore, questa è una testimonianza.

Il centro sociale per adolescenti che mi riguarda, risiede in un grande palazzo patrizio nel centro di Bologna. Il suo aspetto é monumentale e internamente decadente, come il disinteresse che si incarna nella pietra. Una pietra nata per la bellezza, fattasi abitazione e poi ridotta utilmente a uffici.

La nobiltà decaduta, ha perso il confronto col tempo, ha smesso i propri abiti cangianti, ha venduto la propria adolescenza estetica millenaria, come un oggetto di famiglia, una reliquia di debole memoria,  in un atto giudiziario, forse, dove la Curia ne rimane attualmente il possessore, che cede spazi ad uso comunale, che ospita anche interventi appaltati alle cooperative, e di tutta questa discesa di possesso e di usi, i miei ragazzini non ne sanno nulla, vivono l’ambiente come pesci nell’acquario.

Così appare questo grande palazzo, ed è una fortuna, è piacevole, l’architettura ricca, e un poco sontuosa delle scalinate, compensa la mancanza di verde e di natura del centro città.

Spesso la sera, dopo le cinque, quando gli impiegati se ne sono usciti, andiamo a giocare tra le colonne, sotto i portici dalle grandi volte, su e giù, per le piccole e grandi scalinate. I ragazzi si divertono molto nell’utilizzare tutti quei nascondigli, dati dalla struttura architettonica di porte cieche, anfratti di pietra, nicchie e sottoscala. In questi momenti il corpo e la voce è un fiume che scende, non come il Reno ormai nascosto, che ci passa sotto i pavimenti, questo essere adolescente è un torrente che scende, si fa vortice tra i sassi che non mutano, come la scuola quotidiana, le amicizie necessarie, i conflitti repentini.

La zona che i ragazzi più adorano sono i sotterranei. Nei sotterranei, vi erano fino a poco tempo fa, depositi e cantine immense, piene delle cose più disparate e spesso abbandonate nei corridoi grigi e bui.

Era emozionante scendere con le torce, tutti insieme, ad ascoltare le suggestive paure possibili. Misero le luci elettriche a tempo, e questo ci consentì di fare spedizioni più rassicuranti, utilizzando il luogo per girare films e storie fotografiche dell’orrore.

Il tempo della paura nella gioventù è un tempo incantato, la paura volontaria alla quale i ragazzi si sottopongono con astuzie da autoinganno, sembra un rito sacro, che non cade nel presente, pare di incontrare psicologie di attimi ancestrali, non si confondono con i timori abituali, che sono legate alla realtà e al pericolo subito. Questa esplorazione della paura, dai films vissuti e visti, agli scherzi onerosi, alle avventure cupe e minacciose dei luoghi, è una scoperta disincantata della passione per se stessi… Per la parte esorcizzata, nera, profonda e sconosciuta di se stessi.

Un giorno salì su da noi, poiché stiamo al primo piano, la portinaia dello stabile, una donna simpatica, che ci cullava sempre, con le sue attenzioni da nonna adottiva. Ci chiese un aiuto, perché doveva sgombrare una cantina, dove aveva trovato scatoloni di libri pesanti, e lei non sapeva ne come trasportarli, ne cosa farsene.

I ragazzi erano curiosi, io entusiasta a dismisura. La curiosità è regina nella mia struttura psicologica, la curiosità è anche un riflesso bambino, la curiosità è un arcaico anticipo del sapere, del conoscere, adoro la curiosità che anticipa la vita.

Andammo tutti, come una flotta dello stupore, un evento inatteso, una routine che si spezza.

Allora, ci organizzammo come un vero esercito di facchini, facemmo la spola tra i sotterranei e la sede del gruppo per almeno due ore.

Frequentare i sotterranei per un motivo ufficiale, convenuto, richiesto, per una volta almeno, si perdeva quel valore trasgressivo, che di solito accompagnava le incursioni abituali. Pareva tutto nuovo, ci sentivamo autorizzati, ed era un modo diverso di guardare le cantine, e anche i nostri corpi si muovevano diversamente, perdendo il senso della fretta e non piegandosi più al tono muscolare della furtività.

Lavorammo tutti insieme, con solerzia, abbastanza entusiasti, una continuità temporale adolescenziale, che si attesta mediamente nei sessanta o centoventi minuti di attività continuativa, quando va bene. In un compito difficile da inquadrare come quello, considerando la fatica, mi è sembrato un grande successo.

Cominciarono le prime defezioni all’ora della merenda, nessuno si voleva rialzare dalle sedie, erano stanchi, ma io temevo che qualcun’ altro potesse saccheggiare i sotterranei, prima  che noi avessimo finito lo sgombero.

Io, malignamente, promisi ai ragazzi, che con quei ritrovamenti, una volta venduti, saremmo potuti andare a mangiare la pizza; cosa che mi guardai bene dal fare veramente, ma in quel momento, avevo bisogno di braccia e promettevo qualsiasi cosa. Utilizzai tutti gli strumenti persuasivi in dotazione ad un educatore: gratificazioni, incentivi economici, alimentari, simbolici e ludici, rinforzo dell’autostima, senso di colpa, autorevolezza e anche il ricatto. Insomma, alla fine riuscimmo, tra polvere, sudore e ragnatele, ad avere tutto il materiale sul pavimento dei locali del centro.

Questa esperienza, oltre ai valori pratici, ci consegnò in mano l’esperienza della “polvere”, una polvere veramente diversa da quella conosciuta fino allora. Quella della cantina era una vera polvere antica, nella quale ci si perde, ci si deve difendere, ci si deve pulire, a volte insopportabile. Quella polvere del tempo passato,  non è solo lo sporco comune, che negli ambienti domestici si vive come un invasore di casa propria, no assolutamente! In quel luogo la polvere era di casa ed eravamo noi gli invasori del suo regno, noi eravamo gli infiltrati, tra la coltre che difendeva quelle cose, da coloro che le avrebbero rapite. La polvere una volta sconfitta, ci concesse di depredare i suoi beni e noi ne approfittammo.

Cominciava così una vera esperienza da ricercatori, da archeologi urbani, da antropologi culturali. Dopo il ritrovamento, venne l’organizzazione del trasporto del materiale, successivamente la sua ricomposizione, il riconoscimento, l’ordinamento e la catalogazione.

Continuavo a esaltare a loro, il fatto come grande esperienza educativa, ma non convincevo nessuno poiché, il senso dell’antico, il libro… Tutto echeggiava, dopo l’esaurimento consumistico della curiosità, più di fastidio che di suggestione. Erano stanchi e non capivano il mio entusiasmo. Scatoloni ovunque, materiali sparsi, confusione e ragnatele, carte e brandelli di carte ovunque, e l’ora della chiusura era scoccata, per i ragazzi e le ragazze era ora di tornare a casa.

Per fortuna,  Betta, che oggi ha diciannove anni non mi abbandonò e fu una preziosissima collaboratrice. Ci trattenemmo la sera e riuscimmo a mettere tutto a posto come avevo promesso agli altri che si sentivano invasi. Lei mise tutto il materiale cartaceo, non libresco, in uno scatolone apposito, in modo che durante la settimana, potevamo senza creare confusione,  analizzarlo e sistemarlo.

Questa soluzione, che scavalcava il disagio del caos, riportò l’interesse degli altri componenti del gruppo, sulla lettura dell’affascinante ritrovamento.

Io credo, nella piacevolezza di dilatare l’infanzia e l’adolescenza nell’età adulta, non come aspetti di fissazione involutiva, ma come trasportatore di età già vissute e consumate, messe lì, a disposizione dei ragazzi che segui. Così come la mamma gatta fa con i suoi gattini, la quale, usa un topo moribondo ma vivo per allenarli alla caccia e alla sopravvivenza. Così, cerco di estrarre la mia adolescenza rievocata e la vivifico di nuovo nel corpo di un educatore “esca”, topo malconcio, come vaccino di tempo. E’ così che loro giocano con la mia adolescenza e familiarizzano con la loro che temono. Temono l’adolescenza, come il timore di una grande eredità, che si deve imparare a gestire. Un periodo che cambia l’economia della mente, del corpo, delle relazioni, frammenti di un tutto clessidra, che come granelli, vorrebbero passare tutti insieme, ma sono obbligati ad essere scelti nel tempo, uno alla volta, solo uno alla volta. Io invece posso vivere un’adolescenza senza corpo e senza tempo. Ed é in attività come questa, che cerco di coltivare passione ed entusiasmo, in quel terreno dello scarto, tra un io adulto immaginificamente adolescente e loro, adolescenti immaginificamente adulti. E’ in fondo un discorso di ritrovamenti, nei sotterranei del sé e nei sotterranei del palazzo, contemporaneamente.

Durante la settimana guardammo tutto quel materiale, era incredibile!

Anche per la strana coincidenza, che un gruppo educativo, ritrovasse tutto il materiale personale di una pedagogista, nata nella seconda metà del 1800. C’era tutto, diplomi, libretto universitario, corsi, concorsi, specializzazioni, lettere d’incarico, lettere di raccomandazione e di benemerenza, foto.

Ma la cosa più emozionante, fu il ritrovamento del suo diario autobiografico, la sua storia di vita, storia narrata a pennino, la quale parte dall’ottobre del 1899, cento anni fa esatti, mentre sto scrivendo questo racconto, poiché oggi é il ventotto ottobre 1999, e il diario arriva fino al 1944, descrivendo i bombardamenti su Bologna.

Quando nel gruppo l’interesse era scemato, mi portai a casa il diario, e tutte le sere ne leggevo un poco, era di difficile codificazione, scritto a mano, solo per se stessa, con una calligrafia ordinata e minuscola. Io, che mi interessavo all’autobiografia, come metodo di formazione, ero stupefatto dalla coincidenza e lavorai parecchio, per farmi un quadro della situazione, confrontando un diario intimista, con tutti i documenti che possedevo, per riuscire a collocare quegli scritti emotivi, in un contesto sociale determinato.

Ho capito qualcosa, di quella vita così normale e contemporaneamente diversa dall’attuale.

Lei era insegnante di pedagogia e morale, in cui l’ideologia repubblicana e il passato dell’ottocento italiano, erano sentiti gloriosi e invadevano come innovatori la vita pubblica e privata. Mi colpirono, nei suoi scritti, del come la pedagogista, parlava entusiasta della sua insegnante di inglese, di quando era studentessa, “la miglior donna che avesse conosciuto” e di come l’avesse spronata e stimolata verso i valori repubblicani. La quale, citava con orgoglio, in quelle pagine ingiallite, era la moglie di Alberto Mario, personaggio di spicco del Risorgimento italiano.

La pedagogista ritrovata negli scantinati, citava con ammirazione, questa donna inglese, che era Jessie Withe, che ho avuto il modo di leggere successivamente, per il suo libro sulla vita di Anita Garibaldi. Questa lettura, mi è stata indotta da mia moglie, che essendo restauratrice tessile, stava a quel tempo, restaurando proprio il vestito di Anita, nella sua fuga in Italia, l’ultimo vestito in seta nera, donatogli da una nobildonna ligure, abbandonato, si pensa, poiché era in cinta e forse anche per poter cavalcare e spostarsi più agevolmente attraverso le campagne…

Ho pensato ad una restituzione del materiale, a parenti o conoscenti, ma la portinaia mi disse proprio, che quella “roba” era da buttare, perché lei non aveva più nessuno, ed era rimasta sola, dopo che in vecchiaia era andata a vivere a Roma. Così ho inserito tutti quei libri, una quindicina almeno, antichi baluardi della filosofia e pedagogia, dove ancora appariva la parola “morale” molto spesso, nella mia libreria, in una scatola le sue poesie e documenti, e il diario…

Non dico altro, sono ancora al vaglio delle pagine ingiallite e dei fiori secchi, che vi trovo in mezzo, ma credo possa interessare i lettori, uno scorcio significativo di questa storia.

La pagina del trentuno Dicembre 1899, che è una delle prime, in tal modo rendo omaggio anche a questo fine millennio, ormai prossimo e anche l’ultima pagina,  del 1944 con la quale si conclude questo diario.

 

 

Dal diario ritrovato di Attilia Samale

31 Dicembre 1899

Sera ore  11

 

L’ultimo giorno del 1899!   E’ una sera quieta, ho veduto, affacciandomi alla finestra, brillare le stelle, che hanno veduto il volgere di chi sa quanti secoli. Forse molte di esse brillavano quando Serse, scornato, fuggia per Lepanto, quando fioriva la Grecia ! —-E domani, tra un ora, tra pochi minuti, saremo in una nuova epoca, tutti i fatti che accadranno non apparterranno più al 1800. Quanto cammino ha fatto in soli 100 anni !

Quanta luce di civiltà si é sparsa per l’Europa ! Il vecchio secolo che agonizza ha visto, se non altro, risorgere per

proprio eroismo le due più grandi nazioni: l’Italia e la Grecia.

Sono triste, mi pare che questo secolo che agonizza si porti via la sua luce, la sua poesia, mi pare che quelle sante battaglie che ha dovuto combattere, quei suoi eroi che ha veduto nascere e morire e che mi parevano così vicini alla mia infanzia, si allontanino da me e ad essi quanto nuovo sottentra ! Nel silenzio della mia camera, al frettoloso rumore dell’orologio, li vedo passare dinanzi a me e allontanarsi . . . Addio Giuseppe Garibaldi, Mazzini, Mameli, Manara, Mario . . . . . . . .  Addio splendida epopea della redenzione italiana, tra pochi istanti sarete ricordi di un’altra epoca. Io vorrei avviticchiarmi al colle del vecchio secolo morente e andarmene con lui, con la splendida memoria che si porta seco. . .  . . .

Lenta una campana suona, caro richiamo ad altre promesse. Penso alla mente umana che vola attraverso i secoli; che s’innalza da questa misera terra a Dio, dal fuggente minuto all’ Eternità .

 

 

22  Marzo 1944

Oggi alle due siamo partiti per Bologna per adempiere ai miei doveri di scuola, ma una triste sorpresa ci attendeva

Eravamo in corriera quando ci siamo accorti, passando per i paesi deserti, che era suonato l’allarme. La machina filava quasi parallela alla ferrovia, ed era in tutti un po’ di preoccupazione, andavamo incontro all’ignoto perché l’allarme era stato dato a Bologna.

Fino a quel momento un senso di pace era sceso nel cuore alla vista della campagna, libera ormai dal suo tappeto di neve. I monti spiccavano netti sotto il cielo sereno, il sole era chiaro, sui prati in cui nascevano le prime erbette, pascolavano le pecore. Qua e là dei candidi agnelli saltellavano vicini alle mamme. Un pastore ne aveva preso in braccio uno e guardava estatico il rapido veicolo che correva sulla via maestra. Era quasi un fanciullo anche lui e pareva una personificazione del motivo così caro agli artisti: Ecce agnus dei qui follit pecata mundi . . . Una visione pasquale si delineava dinanzi allo sguardo oscurato da tante visioni di morte e di violenza,  quando la novella dell’allarme ci ha fatto piombare ancora una volta nell’orrore d’imminenti pericoli.

Giunti a Casalecchio durava tuttavia l’allarme perché potenti formazioni aeree bombardavano Bologna! . . . L’ansia di quei momenti non è facilmente descrivibile.

La visione delle rovine, le morti orrende, le ultime sofferenze di quegli infelici che avevano salutato per l’ultima volta, quella mattina stessa, il sole, si spiegava dinanzi alla fantasia di tutti e gemeva nell’anima un senso di ribellione sorda contro questa guerra che pare volere sterminare l’umanità.

Dopo circa due ore una nuvola bianca striata dal riverbero degli incendi si levava su Bologna e dovemmo provare la triste impressione di percorrere le vie della città bombardata, dopo pochi istanti che il flagello si era rovesciato sulla città stessa. Da porta Saragozza le rovine erano immense, tanto che non si passava, e dopo essere stati trascinati da un camion sino a quel punto, abbiamo dovuto fare un lungo cammino per trovare la via di casa. Tracce della rovina erano anche lungo la via S. Isaia, il garage della Veta, un palazzo presso l’intendenza erano ridotti un mucchio di calcinacci e di travi.

Forse la sotto erano ancora i cadaveri palpitanti dei morti o dei morenti. . .

Con queste immagini di dolore siamo giunti a casa, ed è con un senso di sollievo che ho potuto salutarla ancora immune da tanto flagello

 

Category: Fumetti, racconti ecc.., Scuola e Università, Welfare e Salute

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About Alberto Cini: Alberto Cini nasce a Bologna nel 1960, lavora come Educatore Professionale e Formatore, presso la cooperativa C.S.A.P.S.A in servizi rivolti all’handicap e all’adolescenza. Specializzato in Psicodramma con i terapeuti argentini Prof. Roberto Losso e Prof.ssa Ana Packciarz de Losso, è conduttore di laboratori espressivo teatrali, di scrittura creativa e grafico pittorici. Diplomato in massaggio tradizionale, shiatzu e massaggio aiurvedico, si specializza sull’approccio solistico alla persona. Ha pubblicato due raccolte di poesie, “Il fiore d’acqua” e “Le tre sfere”, stralci delle sue opere inedite si trovano sulla rivista di poesia “Versante Ripido”, per la quale disegna vignette satiriche e opere di contatto tra poesia e disegno grafico. Artisticamente viene educato all’arte dalla pittrice Bianca Arcangeli, sua insegnante e con la quale ha mantenuto un costante rapporto di condivisione e di confronto. Questo primo approccio lo influenza particolarmente sul rapporto tra parola e segno, tra la poesia e la pittura. Sensibile agli aspetti formativi e pedagogici dell’espressione artistica approfondisce il simbolismo della forma e del colore, l’arte terapia, terapie non convenzionali e tecniche di sviluppo della persona con il filosofo indiano Baba Bedi che frequenta per vari anni nella sua casa milanese. Non percorrendo formazioni accademiche approda alla scuola dello scultore Alcide Fontanesi, col quale comincia un lungo apprendistato formativo sull’espressionismo astratto. Le sue opere sono presso la galleria d'arte Terre Rare di Bologna

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