Alberto Cini: Pensieri sulla parola “abile” e i suoi opposti

| 19 Febbraio 2014 | Comments (0)

 

 

 

I quadri che illustrano questo articolo sono di Alberto Cini

 

Abile ed arruolato… si diceva un tempo. Cominciamo da una definizione

“La definizione comune che la nostra società dà di disabilità è di una condizione che comporta una qualsiasi limitazione alla capacità di svolgere un’attività nel modo e nei limiti ritenuti “normali” per un essere umano. La nostra società assume come valori fondamentali l’efficientismo, la competitività e la produttività, ed è tramite questi criteri che l’uomo stabilisce il giudizio di “normalità”. Gli individui che per qualsiasi motivo non aderiscono a questi modelli vengono emarginati; in tal senso i disabili costituiscono un esempio di “gruppo marginale” perché fuori o al limite dell’apparato produttivo”(1).

Ho scelto questa definizione perché la dimensione professionale nella quale mi trovo ad operare come educatore, è impregnata in tutti i livelli del concetto di norma e normalità, sia che si lavori in ambito sociale e culturale o nei servizi rivolti ai vari “disagi” .

Più che un punto di partenza, questa definizione rappresenta il punto di arrivo, perchè la mia digressione percorre più che altro riflessioni sulla parola “abilità”.

Trovandomi in accordo con le parole sopra citate, sottolineo, oltre al concetto di normalità, l’aspetto “produttivo” come luogo dell’espressione delle “abilità”, e sia da considerare come parte di quel modello che non investe solo i processi delle merci e della mercificazione dei vari processi della vita, ma definisce inoltre, il valore di riferimento dei tratti simbolici delle relazione interpersonali.

Il mio lavoro, che è una professione atta a trattare valori convergenti e spesso divergenti tra persone ed istituzioni, mi ha fatto incontrare con molta frequenza la parola “abilità” con le relative accezioni di “disabilità” o “diversamente abile”.

I miei interessi culturali, le mie curiosità sui giochi di parole prima, l’incontro casuale con le lingue orientali e con i loro significati, poi, mi hanno abituato a non sottovalutare la forza e la rilevanza che una parola agisce e più spesso nasconde, anche nella quotidianità. Proprio quella quotidianità, nella quale, le parole divengono spesso luoghi comuni, comunicazioni formali di scambio, perdendo la possibilità di soffermarsi a guardare dietro a quelle forme oggettive di significante e significato che utilizziamo.

Accettare e utilizzare una parola che definisce qualcuno, una parola importante che identifica un aspetto sociale complesso, come sono appunto, le così chiamate “abilità differenti”; subisce dinamiche ambivalenti. Le parole che se da un lato identificano, e con il riconoscimento del nome, danno dignità sociale a una categoria di persone definite “svantaggiate” e la leggitimizzano, dall’altro, senza troppo accorgersene, si attua un forte riduzionismo culturale sull’identificazione dell’essere umano. Aspetto che in ambito soprattutto formativo ed educativo, andrebbe invece smantellato. Anzi, sarebbero proprio i processi educativi sociali, che come qualificatori di senso dell’evoluzione negli individui e della comunità, a dover farsi garanti del pericolo stigmatizzante delle definizioni e dei concetti culturali.

“Abile” è una parola comune, anche se un po’ fuori uso, non tanto in ambito letterario ma nelle conversazioni quotidiane e sia nel lessico amicale che lavorativo. Lavorando, prevalentemente in interventi educativi, con adolescenti e preadolescenti, mi capita rarissimamente di sentire o utilizzare questo temine. Sostenere che Zorro sia un abile spadaccino è comprensibile, ma gridare dagli spalti di uno stadio, ad un calciatore “Tu sei un abile giocatore di calcio!” farebbe ridere anche il più anziano dei tifosi.

Per questa ragione ho iniziato le mie riflessioni, da una frase comune, che sentivo utilizzare quando ero io stesso un ragazzo, dove il servizio militare di leva era obbligatorio. “Abile ed arruolato” era una frase usata metaforicamente in molti ambiti, anche civili, per definire che una persona era in grado di svolgere un compito specifico ed era in grado, quindi, di divenire operativo.

A parte queste osservazioni ingenue, entriamo maggiormente nei significati e nelle associazioni più o meno libere sulla la parola “Abilità”.

 

 

In qualsiasi dizionario etimologico, si nota che la parola “abilità” è una parola di possesso, poiché deriva dal latino “habilem”, da “habere”, avere, colui che “ha”, quindi possiede. letterariamente “tenere saldo in mano”. L’atto dell’avere come un pugno chiuso che stringe l’oggetto posseduto. Ma l’abile possiede cosa? le abilità stesse che gli servono? La parola si concentra solo sull’avere, come se le qualità necessarie fossero “cose”, in quanto siamo sul versante appunto, di cio che si “ha” e non ciò che si “è”. Appare evidente che questa parola “abilità”, ci porta subito all’antitesi del binomio “Avere/Essere”.

Non possiamo che disturbare Erich Fromm col suo noto libro sull’essere e l’avere, per accennare a come si può intendere il rapporto tra queste due diverse istanze umane, e soprattutto come qualificare l’”essere”.

Fromm rileva nella storia della filosofia che “essere” è definito in relazione ad un cambiamento continuo, un processo. Definisce questo attraverso le parole di Simmel; scrive Fromm: -“Come ha sottolineato Georg Simmel, l’idea che l’essere implica mutamento, vale a dire che è divenire, ha avuto i suoi massimi e decisi assertori agli esordi e al culmine della filosofia occidentale: in Eraclito e in Hegel”.(2)

Chi frequenta ambiti formativi ed educartivi non può che vivere sulla propria pelle la difficoltà e il conflitto culturale che questi concetti rappresentano nelle scelte quotidiane, tra scelte metodologiche, dinamiche relazionali e anche progettuali. Occuparsi di servizi alla persona significa occuparsi prevalentemente della sfera dell’essere, anche se rivestita dei suoi “averi”. Occuparsi di Educazione significa occuparsi, volente o nolente di persone in cambiamento, fisico, psichico, normale o deviante, ma sempre la trasformazione è il centro tematico dell’educazione.

 

 

Ho imparato nel mio lavoro a operare sempre su tre aree che si manifestano contemporaneamente e si intrecciano in tutto il percorso della vita. L’area biologica, l’area psicologica e l’area sociale. Il cambiamento agisce sulle tre aree costantemente, ma necessita di abilità sempre più raffinate e diverse, sia per agire sulla qualità nella linea del tempo, dalla nascita alla morte, sia sulla qualità della profondità che si osa toccare nei singoli momenti della vita. In altre parole siamo costretti a cambiare, ma non siamo costretti a conocere il processo, ne subiamo gli effetti e basta. Anzi, dei tre piani citati, spesso ne privilegiamo uno a discapito degli altri, tentenzialmente ci opponiamo alle forze del cambiamento e ogniuno agisce, integra, i tre livelli con i propri riferimenti culturali come ricette per rapportarsi a ciò che si è.

Però esiste una naturale difficoltà a mantenersi sul piano dell’essere. Proprio perché è un piano di trasformazione costante, nel quale il soggetto deve ridefinirsi al contatto con gli oggetti esterni con cui interagisce e che quindi, inevitabilmente, interiorizza. Anche se è un piano che può scongiurare il pericolo di alienazione, resta la difficoltà creata dallo sforzo e dalla fatica di rompere costantemente processi di cristallizzazione, che vanno dall’io dei singoli, ai gruppi di lavoro, alle dinamiche istituzionali.

L’abilità di gestire il cambiamento è una abilità dell’essere fondamentale, ma che, ad esempio, non trova ancora nel mondo della formazione (pensando alla scuola e dell’educazione diffusa, non solo in casi di trattamento del disagio) la possibilità di essere riconosciuta come competenza specifica da acquisire, quindi anche “abilità”, insegnata o meglio esperita, in luoghi formativi istituzionali, ma è ancora rilegata all’innatismo o al solo contesto famigliare.

Questo sforzo e questa tecnica del cambiamento, che rappresenta un’igiene esistenziale e professionale costante, non sempre riesce a mantenersi attivo nell’essere umano, rappresentativo nei vari ruoli sociali, dall’operatore all’utente, dal dirigente al formatore.

Questo tende a ridursi, con il diminuire delle motivazioni, delle tecniche, delle metodologie, delle condizioni di lavoro, sia in ambito personale che istituzionale.

Ma procedendo sul gioco delle parole, continuando la linea delle associazioni, la parola “abile”, quella utilizzata soprattutto in ambito militare, è sempre vicina alla parola “arruolato” e cioè essere incluso nelle file di un “esercito” come esempio di qualsiasi ambito istituzionale, (la parola “esercitare”, “esercizio” contiene la dinamica della ripetizione, per affinare o solo perpetuare, una determinata abilità, prevalentemente meccanica, corporea o cognitiva che sia). Le classi degli studenti, il modello di lavoro di fabbrica, sono irregimentati con non troppa differenza dagli eserciti. Arruolare significa dare un ruolo, e sappiamo che il ruolo dipende dal contesto, la stessa persona può avere tanti ruoli secondo i vari contesti che frequenta, il ruolo è un vestito per l’identità personale, la quale lo interpreta in base alle proprie abilità. Ma chi viene arruolato se non le reclute?

La parola che segue e caratterizza chi viene arruolato, è quella di “recluta”. Recluta deriva da “Re – Claudere” che definisce anche la parola “rinchiuso”.

Le reclute dovevano sostituire chi non era più abile alla vita militare, per morte, vecchiaia, ferita o malattia, chi era appunto non più abile, divenuto disabile per la produzione, in ambito militare come nel mercato del lavoro. Anche in questo caso mi piace notare, come si crei un binomio contrastante, tra il mondo dell’educazione nella cultura umanista e il termine recluta, cioè il contrasto tra inclusione e reclusione.

Non è sufficiente quindi essere abili, per essere inclusi, per porsi alla vita in un processo di crescita ed evoluzione della personalità. Se colui che è abile viene considerato come oggetto funzionale, possessore di abilità che sono solo di utilità meccanica, è un abile che viene stigmatizzato nello stesso modo definito da Goffman, come “identità negata”(3), abilità che rinchiudono la persona e non sono funzionali al proprio cambiamento.

Quindi se non è data all’individuo la sua naturale possibilità di cambiamento verso stati di realizzazione personale, utilizzando le sue abilità come strumenti di espansione e integrazione del Sé, anche se inserito in un contesto produttivo, si può considerare un essere “recluso” e non “incluso” nella società. Quindi ci possiamo riconoscere in tre settori, quello degli esclusi, quello dei reclusi e quello degli inclusi. Credo che se le estremità della sfera sociale fosse solo nell’antitesi del bipolarismo, tra esclusione ed inclusione, la comunicazione tra le parti sarebbe più dinamica e attiva. Mentre il fatto che questa opposizione culturale sia immersa in un grande mare di reclusione, o di reclusi, non permetta un vero rinnovamento degli attegiamenti verso le categorie marginali. Ma cosa sono i “reclusi” se non persone e istituzioni che pur avendo “abilità” anche eccelse, le concepiscono come accumulo di beni, e non come possibilità di essere.

 

 

Quindi possiamo vedere che disabili e abili hanno molto in comune perchè un concetto di abilità esclusivamente oggettivista, funzionalista, meccanica, lontano dalla realizzazione del sè, penalizza entrambi.

Con queste affermazioni e col fatto che mi occupo anche di inserimento professionale, non posso negare il grande valore che l’attività lavorativa agisce sul consolidamento ed il potenziamento della autostima e nella personalità. Ma questo accade proprio per il significato simbolico che concerne la produzione di beni e il relativo consumo degli stessi e come è noto la resistenza del sistema produttivo all’inserimento di persone svantaggiate è un dato di fatto pienamente documentabile.

Questo è il problema atavico delle pratiche educative. Pratiche che hanno sempre due estremi, da una parte contribuire a formare le abilità nella persona, adattandola al sistema sociale e ai suoi valori, in opposto esercitare sullo stesso sistema una riflessione e azione di cambiamento, spesso queste due vie si trovano in contrasto, ed è quel contrasto che fa variare il percorso educativo, quello dichiarato e quello agito, tra gli aspetti, appunto di inclusività e reclusività.

Per rimanere sul tema delle abilità, mi piace osservare, al di là del fatto di avere o non avere abilità, come queste, giocano i loro valori per costruire dinamiche e avvenimenti sociali, anche minimi. Pensiamo quello che è stato la riforma psichiatrica con Basaglia, il bisogno di partecipazione di democrazia istituzionale che soffocava abilità dei pazienti e degli operatori stessi, quindi la loro salute corpore, psichica e sociale. Non era in questo caso, un problema di tipologie o livelli di abilità, era il problema generale dell’ambiente e dei valori dove queste persone erano inserite, indipendentemente dal ruolo. La riforma Basaglia era un’operazione “gridata” dall’aspetto dell’essere della persona e non dalla distribuzione della quantità dell’avere, per usare i termini di Fromm.

Lottare per i diritti umani significa “avere” dei diritti, ma “essere” riconosciuti come soggetti di diritto.

Ma il concetto di “qualità”, qualità di servizio, qualità della vita, non nasce forse dalla composizione della miscela tra questi due componenti? ma quali sono le regole, i principi e le sensibilità, diciamo quindi le abilità, dell’alchimista che mescola queste due sostanze?

Perché le abilità possono essere innate in parte, coltivate, formate, ma sostanzialmente sono il frutto dell’esperienza che mescola ad arte ciò che si possiede e ciò che si è.

Ora penso simbolicamente a Van Gogh, che dipinge gli “Iris” nelle mattine di tempo libero dalle cure, nel 1889, presso l’ospedale di Saint Remy in Provenza. Allora un paziente come tanti, che dipingeva. Un tipo d’artista strano, sicuramente, per molti, come lo sono quelli che hanno, possiamo chiamarle, al suo tempo, abilità indifferenti, quanti artisti sono stati definiti persone borderline, l’arte entra facilmente nei manicomi come attività espressiva per i degenti. La caratteropatia dell’artista viene prima del mito, poi la costruzione del personaggio. Apprezzamento e notorietà si sovrappongono, notorietà e stigma spesso si affiancano. Gertrude Stein, amica di Picasso, sul quale ha scritto un libro che ha come titolo il nome dell’artista, sostiene che Picasso lamentava spesso che quando era sconosciuto, solo una cinquantina di persone capivano il suo lavoro, ora che era giunto alla notorietà erano sempre una cinquantina e per giunta erano quasi tutte le stesse persone di un tempo (6)

Van Gogh dipinge gli “Iris”, l’opera non gli frutta che qualche ora di piacere e di contemplazione, immerso nell’espressione delle sue abilità, in quel momento indifferenti ai più. L’opera verrà venduta quasi cento anni dopo a 49 milioni di dollari (53,9 con le spese) a New York.

Questo avvenimento è fenomeno di abilità sicuramente “differenti”, quella artistica, non solo tecnica, ma di sensibilità empatica (Come insegna il critico bolognese Francesco Arcangeli, è l’artista che con la sua abilità di empatia verso il mondo lo restituisce nell’opera). Van Gogh, paziente psichiatrico, totalmente piegato sulla dimensione dell’essere e delle sue abilità tecniche pittoriche. Poi c’è l’abilità mercantile, degli abili faccendieri dell’arte e di altre ricchezze, abilità totalmente ripiegate sull’avere.

Fenomeni come questi, molto frequenti, non solo nell’arte contemporanea ma aspetti che cominciano a comparire dal rinascimento Italiano che ha fatto scuola nella cultura commerciale europea. Già il Vasari, con la pubblicazione delle vite degli artisti fece alzare il prezzo dei lavori degli autori trattati.

Queste abilità così polarizzate e totalmente non in dialogo tra loro.

Cosa avvilisce la ricchezza culturale? Non le abilità diverse che caratterizzano chi produce e chi commercia, ma come per Picasso, sopracitato, la distanza nelle abilità tra prezzo e valore simbolico, che l’artista vedeva nella comprensione della sua poetica.

Spesso mi capita di sentire citare Oscar Wilde nel Ritratto di Dorian Gray: “Oggi si conosce il prezzo di tutto ma non si conosce il valore di niente”. Questo è un contrasto atavico nel rapporto tra artista e pubblico. Dove per Valore si intende l’aspetto dinamico del rapporto tra la propria abilità, col suo significato etico e vitale, e il mondo che lo circonda. Il valore identifica l’opera come punto simbolico di comunicazione tra una persona e la sua comunità. Il prezzo invece, è nemmeno un gioco economico e finanziario, anch’esso fluttuante, lontano dal valore, opera artistica è trattata da “oggetto prezioso” come una reliquia iconografica, testimone di un soggetto idealizzato, quindi non di tutti ne per tutti, se non nel desiderio di identificarsi col possessore. Poiché è il possesso dell’oggetto che trasfigura nel valore stesso, solo per chi ha le possibilità economiche per farlo proprio e togliere agli altri il piacere di goderne. Quello che si paga non è il valore dell’opera ma il prezzo del proprio privilegio.

L’identificazione tra prezzo commerciale e valore in sé dell’opera, porta a essere protagonista la quantità di ricchezza rappresentata, dove l’autore, il possessore, l’opera stessa vive il riflesso della luce della quantità di denaro dichiarata. La quale è la vera protagonista dell’evento, riducendo gli altri componenti a vivere solo del prestigio riflesso, privi di esperienza personale, privi di “essere” quindi anch’essi definiti ad essere “cose”.

Ho citato questo episodio della storia dell’arte, come curiosità evidente sulla riflessione di abilità estreme ma polarizzate che nel caso specifico, non davano la giusta evoluzione all’artista che ha vissuto una vita breve e difficile, come nel caso di Van Gogh, ma nemmeno la sua estremizzazione in denaro dell’opera che si manifesta come mito dell’artista sacrificato sulla croce del suo genio, una trovata troppo comoda per una stigmate, necessaria cristallizzazione culturale, nella creazione del personaggio alla Stars System che fa aumentare l’offerta economica di un’opera, centrando il suo successo sulla proprietà, neutralizzandone la storia e il contenuto, quindi il possibile messaggio intrinseco, sostituendolo con quello del valore di mercato e con tutti i relativi riferimenti valoriali e simbolici annessi.

Affermo quindi, che la capacità, e quindi l’abilità, di mettere in dialogo e in collaborazione le abilità è un aspetto primario nella relazione tra individui, indipendentemente dal numero e dal livello delle abilità stesse. La creazione di sistemi organizzativi sostenibili sono possibili creando un campo dove abilità differenti in tutte le persone, quindi eliminando la dicotomia tra disabile e normodotato, si organizzano per un risultato migliore per tutti, eliminando la soglia di quella parola chiamata tolleranza, che a mio avviso pare molto ambigua.

Vi sono università nate per persone sorde, che hanno creato programmi talmente particolari, potenziando la lettura sensoriale non uditiva, che ha permesso un approccio formativo, dove hanno trovato miglior beneficio didattico molte persone udenti, e attualmente vi è richiesta di frequentazione sia di persone non udenti, sia di persone udenti.

Non voglio trattare questi concetti, solo come aspetti di astrazione teorica. Nelle possibilità a me concesse dal mio lavoro, posso dire di essere riuscito a sperimentarle, in alcuni interventi formativi ed educativi, non in tutti.

Dove questo è riuscito, si sono raggiunte eccellenze di obbiettivi preposti sia in senso qualitativo, che quantitativo. L’aspetto dell’usura dell’operatore allo sforzo relazionale e degli oneri lavorativi è assente, proprio perché il campo d’azione, il gruppo, l’ambito, restituisce quello che l’operatore cede, lo restituisce in altra forma, con le abilità in gioco che l’operatore non avrebbe di suo. Le abilità degli utenti, dei colleghi, divengono per il singolo, funzionali all’essere di tutti, accettando la trasformazione del sé come fluire del tutto, in ciò che accade. Normalmente i ragazzi che seguo, il personale in formazione che frequenta il centro, volontari, chiamano o meglio percepiscono, questo equilibrio di abilità tra “avere” ed “essere”, come “affettività”.

 


E’ vero, nel linguaggio comune, anche un semplice “centro di aggregazione per adolescenti”, dove lavoro come educatorie, che basa la sua cultura sull’essere, anche nella dimensione attivistica e didattica, appare come una situazione di gruppo istituzionale a forte valenza affettiva, ma non una affettività spontanea, è un’affettività professionale, basata sull’uso delle emozioni con un metodo e progetto specifico e mirato.

Nello psicodramma, il fondatore Moreno, parlava di una abilità importante nell’allenamento del “muscolo affettivo”(6), cioè riuscire ad accettare la propria autenticità emotiva, come un “esercizio costante”, per questo il suo teatro era chiamato “teatro della spontaneità”. Questa abilità conferiva svariati benefici alla persona, proprio sul piano dell’essere. Particolare il fatto è che per indagare la spontaneità bisognasse creare un luogo di rappresentazione, come per denunciare la totale rinuncia ad essere “naturali” nella vita reale. Negli interventi educativi, si crea un palcoscenico che non è rappresentazione scenica in totus, in quanto anche il gruppo istituzionale è parte della realtà, come lo è il gruppo spontaneo aggregativo. Ambito educativo come un contesto chiuso, ma non recluso, dove le abilità affettive vengono allenate per il cambiamento in corso di chi partecipa, utenti, operatori, volontari, studenti, chiunque salga il palco di quella relazione specifica.

A questo punto, le abilità di utilizzare le “abilità affettive” ed emotive sono importanti. Perchè nelle nostre relazioni generali, le connessioni affettive ed emotive dominano i rapporti, aldilà dei ruoli, anzi, sapendole utilizzare in modo costrutivo, queste connessioni sono la base della crescita evolutiva dei giovani e della relazione tra le persone. ma ancora si sottolineano grossolanamente solo le difficoltà emotive eclatanti che si possono classificare come patologie. Se guardassimo le dinamiche sociali quotidiane, in ambito naturale o istituzionale, ad esempio, con la lettura delle variabili relazionali basate sulle “abilità emotive”, quanti “disabili emotivi e affettivi” troveremmo? Tantissime sono le persone in difficoltà a questo livello. Ma il fatto di considerare l’affettività come un’abilità, e quindi come uno strumento da utilizzare, ancora fatica a trovare uno sbocco fortemente accettato nella cultura attuale e domina ancora l’approccio della formazione sull’avere rispetto a quella sull’essere, l’educazione emotiva è ancora troppo affidata alla sola istituzione familiare, oppure delegata all’esperto, come lo psicologo o lo psichiatra. Ma anche ricorrendo agli esperti, la connotazione sulla patologia del singolo, l’intervento su qualcosa che non funziona nell’individuo, che di solito è l’anello più debole della catena dei conflitti sociali, identifica la sofferenza non nella dichiarazione di stato dell’essere, che identifica il mondo nel quale il soggetto è inserito, ma di una mancanza di una ablità da acquisire per rientrare nella funzionalità richiesta, quindi nel mondo dei “reclusi”.

Voglio arrivare alle conclusioni ponendo, nello scorrere di questi pensieri, la riflessione sui vari significati che il binomio abilità/disabilità ci fa incontrare sia nel nostro pensiero e sia nella nostra esperienza quotidiana, professionale e non.

Personalmente, dopo tanti anni di lavoro educativo ho trovato ristoro proprio nell’equilibrio tra queste due parole, che nella loro antinomia convergono verso il diritto della persona ad essere se stessa e contemporaneamente a non essere sola, e questo pone una grande mole di impegno esistenziale, un impegno che va oltre ai concetti e ai ruoli, oltre alla professionalità, ma pure include ogni aspetto, fino ai confini dei processi sociali.

Attualmente, come si diceva propriamente nella citazione iniziale, rispetto alle cause socioeconomiche, si rischia di associare il concetto di abilità a quello di utilità. Questo dannoso e pericoloso fraintendimento porta alla valutazione, che, “chi non è abile” “non è utile”, “e chi non è utile diviene inutile”. Oltre alla deprecabile abitudine educativa di scoraggiare i ragazzi nello svolgere e sviluppare talenti che non abbiano una traduzione possibile in utilità, spesso economica; come se il benessere, l’espressione di sé, la felicità come elementi non quantificabili economicamente, non abbiano rilevanza e siano perdite di tempo rubate all’efficenza produttiva di beni materiali.

Ma anche in questo caso bisogna riflettere su cosa si nasconde dietro al concetto di “inutilità” per noi, perché nei miei interventi educativi ho notato che tante volte, mi veniva da pensare che quello che stavo facendo era inutile, oppure altre volte erano altri a valutare inutile quello che stava accadendo o che stavo facendo. Dietro a questo mondo apparentemente e spesso inutile, pieno di fallimenti, quello che si nasconde nella relazione educativa, che non produce beni e a volte nemmeno nuove abilità, nuove possibilità, si trova una porta. Quando si fanno azioni inutili, bisogna guardare i paradigmi di questa inutilità, in questa inutilità si sta toccando un mondo un poco più universale di quello funzionale che il contesto culturale limitato e dominante ci rispecchia.

Questa caratteristica delle attività educative, soprattutto quelle di prevenzione o diminuzione del forte disagio dei giovani, trova difficoltà a documentarsi in ciò che ha evitato che accadesse, o anche a quantificare l’accrescimento di benessere socioaffettivo. Quindi ritrova nei numeri la sua ossessione e nel solito tormentone che mi segue da anni. Nessuno metterebbe in dubbio l’utilità dei servizi educativi, eppure esiste un “motivetto” che fa da sigla, che è sempre un tormentone “quantitativo”, oltre a quello del “non ci sono abbastanza risorse”, abbiamo che servizi valgono se i numeri di utenti serviti sono alti, il benessere di pochi non vale la spesa. Valori amministrativi comprensibili, ma non alla luce della vita di un adolescente e al suo a volte mancato a volte riuscito tentativo di suicidio, per fare un esempio, poiché i drammi sono sempre segnalazioni estreme dell’indifferenza.

Il problema è che le risorse sono sempre poche e i numeri sono sempre bassi rispetto al bisogno, perchè i bisogni sono soprattutto qualitativi e non quantitativi, i sistemi didattici ed educativi, interventi sociali, quando sono cristallizzati, consumano quantità di risorse ingenti. Come un’auto che per risparmiare risorse sulla revisone, alza il consumo del carburante.

Un problema che affronto e che si ripete incessantemente, è quantificare il numero sempre crescente di utenti, per servizi costantemente simili a se stessi, nella loro organizzione strutturale, servizio che rispetto alla cifra di costo serve sempre troppe pochi utenti da ciò che potrebbe essere quella quantità “giusta” idealizzata, mai quantificata. Questo di cui parlo è uno spaccato di criticità dei servizi educativi e didattici, che nasce da quello che sopra chiamavamo “cristallizzazione dei processi” nella concezione del “avere”, quando i servizi si caratterizzano come “oggetti funzionali” tendono a non entrare in relazione tra loro, dividendo ambiti e scopi in modo rigido e distante, questi aspetti che salvano le persone e i loro ruoli istituzionali dalla contaminazione di “abilità differenti” e non sto parlando di disabili, ma di equipes pluriprofessionali, portano a dimenticare il lavoro sul cambiamento e nella routin tutto diventa quantitativo.

Il numero, quindi la quantità, ha valore solo nell’ottica del possesso, e di mercato, quando le persone sono “cose”, meglio se “cose produttrici e consumatrici di altre cose”, allora sono anche “cose utili”. Non ci sono basi oggettive per quantificare l’utilità personale di qualcosa, tantomeno un’abilità. L’interazione delle proprie abilità dverse, anche nella stessa persona, sono più importanti per il proprio equilibrio psicofisico, che una sola ipertroficizzata. Ogni abilità è utile ad un’altra ma non utile in se stessa, l’utilità e una istanza sempre in relazione a qualcosa o qualcuno. Possiamo però pensare di non poter gestire o conoscere tutto e quindi ci potrebbero essere aspetti di utilità, che sfuggono ai nostri principi coscienti, questa non conoscenza, in termini Socratici andrebbe rispettata.

Inoltre la vita stessa, di una persona, può anche non essere utile ai più, ma sicuramente è qualcosa di prezioso, le sue abilità e le sue inabilità sono le sue caratteristiche di partecipazione al mondo.

Esiste nella cultura Zen un esempio dei valori oggettuali tra utilità funzionale per l’uomo e l’uomo in rapporto a valori naturali. Vorrei omaggiare questa apparente abilità inutile, con una storia orientale che definisce bene la qualità un po’ estrema di questo pensiero. Ovvero l’abilità di essere un’albero.

La novella del bosco………….

C’erano una volta, tanti contadini che alla fine del lavoro andavano a riposarsi sotto ai rami degli alberi di un bosco, vicino ai campi che lavoravano. Un giorno arrivò un uomo, il quale disse che alcuni di quegli alberi erano utili per fare navi e li tagliarono. Un altro giorno, un altro uomo giunse a dire che altri alberi erano utili per costruire armi e ponti e così li tagliarono. Questo andò avanti nel tempo fino che non restò solo un vecchio albero, molto grande ma con un legno così inutile per fare ogni cosa che non venne tagliato. E ancora oggi, si dice, che molta gente vada a riposarsi alla sua ombra.(7)

 


 

 

bibliografia

 

(1) Causin P., De Pieri S., Disabili e società, Franco Angeli, Milano, 1999

(2) Erich Fromm , Avere o essere, Ed Oscar Mondadori

(3) Ervin Goffman, Stigma o l’identità negata, Ed Ombre Corte

(4) Pichon Riviere, Il processo Gruppale, Ed Lauretana 1985

(5) Gertrude Stein, Picasso, Adelphi

(6)Jacob Levi Moreno, Il profeta dello psicodramma, Di Renzo Editore

(7) 101 sorie zen. Adelphi

 

Category: Arte e Poesia, Culture e Religioni, Welfare e Salute

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About Alberto Cini: Alberto Cini nasce a Bologna nel 1960, lavora come Educatore Professionale e Formatore, presso la cooperativa C.S.A.P.S.A in servizi rivolti all’handicap e all’adolescenza. Specializzato in Psicodramma con i terapeuti argentini Prof. Roberto Losso e Prof.ssa Ana Packciarz de Losso, è conduttore di laboratori espressivo teatrali, di scrittura creativa e grafico pittorici. Diplomato in massaggio tradizionale, shiatzu e massaggio aiurvedico, si specializza sull’approccio solistico alla persona. Ha pubblicato due raccolte di poesie, “Il fiore d’acqua” e “Le tre sfere”, stralci delle sue opere inedite si trovano sulla rivista di poesia “Versante Ripido”, per la quale disegna vignette satiriche e opere di contatto tra poesia e disegno grafico. Artisticamente viene educato all’arte dalla pittrice Bianca Arcangeli, sua insegnante e con la quale ha mantenuto un costante rapporto di condivisione e di confronto. Questo primo approccio lo influenza particolarmente sul rapporto tra parola e segno, tra la poesia e la pittura. Sensibile agli aspetti formativi e pedagogici dell’espressione artistica approfondisce il simbolismo della forma e del colore, l’arte terapia, terapie non convenzionali e tecniche di sviluppo della persona con il filosofo indiano Baba Bedi che frequenta per vari anni nella sua casa milanese. Non percorrendo formazioni accademiche approda alla scuola dello scultore Alcide Fontanesi, col quale comincia un lungo apprendistato formativo sull’espressionismo astratto. Le sue opere sono presso la galleria d'arte Terre Rare di Bologna

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