Alberto Cini: Giocare con un rib-asso nella manica

| 30 Marzo 2015 | Comments (0)

 

 

 

 

Il caso dell’ultima gara per l’aggiudicazione di servizi socio-educativi per minori a Bologna

Brevissima storia degli interventi socio-educativi Bolognesi. I disegni sono di Alberto Cini

 

 

1. Scena prima – Introduzione

 

c’era una volta… e c’è ancora oggi, ma molto meno”

Qualche tempo fa, nella Bologna degli anni novanta, nacquero gli interventi socio-educativi a favore di bambini, pre-adolescenti e adolescenti, con la finalità di sostenere la crescita di queste persone in età evolutiva, aiutare le famiglie nella gestione educativa dei figli e delle risorse territoriali, fare prevenzione ai vari tipi di rischio, compresa la dispersione scolastica.

A quei tempi, la gestione dei minori era assegnata al servizio sanitario, qualche anno dopo la delega venne ripresa dal Comune stesso.

La caratteristica sperimentale di quel tempo diede risultati di eccellenza, nei due quartieri nei quali si era utilizzata questa tipologia di intervento socio-educativo, non si verificarono allontanamenti di minori dalle famiglie, nessun abbandono scolastico significativo, buona prevenzione al rischio e tanto altro. Ovviamente siamo sulle verifiche empiriche di aspetti iptetici che hanno ridondanza nell’esperienza, non si possiedono analisi scientifiche che dimostrino una causa-effetto così determinante, ma lo studio di casi individuali potrebbero sicuramente dimostrarlo.

I risultati, in quei casi territoriali era evidenti, come pure il risparmio nella spesa economica comunale, spesa che sarebbe notevolmente cresciuta ricorrendo ad interventi richiesti dall’emergenza dei fenomeni di rischio e danno sociale.

La gestione dei servizi era mista, spettava il coordinamento e controllo all’ente Sanitario o Comunale, mentre l’esecutivo tecnico sul territorio era realizzato dalle cooperative sociali, tutto in uno stretto rapporto di stimolo, confronto e collaborazione.

 

Ma cosa sono questi servizi socio-educativi?

Questi interventi si evidenziano sul territorio come centri per bambini, adolescenti, giovani ed anche unità di educatori che lavorano in strada, centri di aggregazione giovanile gestiti da cooperitave sociali. Operativamente, l’attività diretta era, come oggi è, svolta da educatrici ed educatori che entrano in contatto diretto con questa utenza, e cercano di leggere, sostenere e soddisfare i bisogni psicologici, sociali ed evolutivi sia personali che della comunità. Questo servizio opera anche un controllo ed un monitoraggio diretto della situazione sociale locale nella quale è inserito. Ogni territorio, ogni quartiere, sulla base di un canovaccio univoco, legato al contratto tecnico ed economico, adatta le metodologie e le azioni alla conformazione specifica della realtà locale.

Per i non addetti ai lavori, gli interventi socio-educativi, sono interventi atti a fare “Prevenzione al disagio” e diminuire o contenere, dove il disagio si sia già manifestato.

Il rapporto con la spesa pubblica è analoga a quello che succede a tutti con il nostro dentista. Se non facciamo “Prevenzione”, cioè non ci facciamo mai visitare e niente pulizia semestrale o annuale, ci laviamo male i denti a casa, quando succede un problema… allora sono guai, oltre al dolore, abbiamo a che fare con una spesa altissima, anche se differita nel tempo, una spesa che sarà nettamente maggiore a quella degli usuali controlli annuali e ad una buona igiene orale. Nella società accade la stessa cosa, non investire nella “Prevenzione”, significa consegnare i giovani delle fasce meno difese della popolazione ad una sofferenza personale e collettiva che induce comportamenti compensatori di adattamento disadattivo. Non c’è “niente di male nello star male” od essere in difficoltà evolutiva. Però il disagio evolutivo di bambini e adolescenti è trasversale pur nelle diverse fasce sociali, diviene “sofferenza” quando lo si deve affrontare da soli, quando la tua comunità o famiglia, non ha, ne risposte adeguate, ne strumenti culturali, economici e sociali, da proporti per affrontarlo. Sofferenze sociali non riconosciute, non affrontate in senso globale, lasciate alla piccola gestione delle comunità isolate, o alla persona singola, generano quella cultura della violenza e del disprezzo che caratterizza molta della problematicità attuale di certe fascie metropolitane. Una cultura di valori non inclusivi che tralaltro, non nascono direttamente da quelle fascie di persone individuate ma dai modelli della cultura stereotipata degli strati più abbienti della della società, che fa loro da modello. Modello declinato minuziosamente dai media, soprattutto quelli di impatto a stimolo visivo come la televisione.

Questa sofferenza, questo disagio, creati da una comunità non educante ai valori di un’autostima positiva e di un inclusivo inserimento sociale, sfocia all’estremo, nell’ambito del delinquere, del consumo esasperato di sostanze, nella prostituzione, ed altre forme di azioni negative.

 

Solita considerazione

Però… c è un però… etico e morale, che metto tra parentesi : La questione culturale è determinante, il valore dominante sociale, che si dà alla mercificazione economica e soprattutto finanziaria, rende le persone affiliati ai beni. Consumatori e proprietari di beni, sono identificati con le cose, quasi cose loro stessi… e queste “cose umane” fanno girare moltissimo denaro nei mercati illeciti ed illegali, mercati estremamente tollerati, quasi funzionali ed utili al nostro meno dichiarato equilibrio di sistema economico globale. Quindi il “disagio giovanile” come le altre forme di disagio sociale, è spesso allineato a forti consumi, gioco d’azzardo, alcool e sostanze psicotrofiche, ecc. Questo disagio diviene anche funzionale al mantenimento di questi commerci e possiamo pensare che gli investimenti sulla cosiddetta “Prevenzione”, prevenzione del rischio e del disagio giovanile, siano ridotti al minimo, cioè quel tanto che consente di lavare la coscienza, come accadeva nell’alta borghesia dell’ottocento con i loro generosi gesti di carità. Altrimenti non si giustificherebbero gli altissimi consumi interni a questi mercati illegali. Bisogna intendere il “Mercato” della sostanza più illegale della sostanza stessa. In altre parole, il pensiero ingenuo non è detto che sia un pensiero superficiale, come nella favola “i vestiti dell’imperatore”, il Re è nudo, ed è difficile osservare un panorama di crisi economica e di welfare mentre i partiti di maggioranza votano quasi unanime spese militari astronomiche, vedi l’acquisto dei bombardieri F35. Cosa vede l’ingenua distanza del buon senso, strumenti di morte contro strumenti di vita…

In breve, è un dato ormai risaputo e analizzato dalle analisi sociologiche che questo modello sociale provoca emarginazione e disagio poi si lecca le ferite con residui interventi sociali, nel nostro caso socio-educativi. La posizione corretta è il cercare di non aver bisogno dei servizi di intervento sul disagio, in primis bisogna cercare di non crearlo questo disagio. Questi servizi sono sulla persona, il vero intervento sarebbe sulle strutture sociali che ne provocano la necessità.

 

Bologna ci prova e riesce

A Bologna questa sperimentazione di intervento sociale aveva funzionato, i risultati c’erano, tanto, che dopo qualche anno, quando il Comune si riprese la delega sui minori, questa tipologia di servizio fu estesa a tutti i quartieri. Quindi è da più di venticinque anni che il territorio metropolitano si avvale di queste risorse e ci si può vantare che alcuni utenti di allora, oggi si annoverano addirittura come laureati nelle file degli educatori attuali.

Paradossalmente gli utenti di questi servizi educativi hanno trovato in grande numero, un inserimento professionale soddisfacente, proprio per l’azione degli operatori comunali ed educatori delle cooperative coinvolte sul territorio, i quali hanno potuto dare a questi giovani una visione più obbiettiva del mercato del lavoro, delle loro possibilità reali e la gestione delle risorse formative, a differenza, spesso delle aspettative famigliari.

Nel tempo queste risorse sono state sempre più “grattate”, gli appalti per l’attribuzione del servizio sono avvenuti ogni tre/due anni ed il servizio ha sempre risentito delle fluttuazioni dei budget delle risorse economiche del comune: se inizialmente un educatore riusciva a fare in certi casi anche 36 ore settimanali di lavoro nell’intervento socioeducativo, oggi siamo arrivati a punte massime di 17/18 ore. Il calo è evidente e gli effetti pure.

Queste diminuzione delle ore d’intervento, fenomeno che prosegue tutt’ora, poiché ad ogni rinnovo di contratto vi è sempre poco o molto, una costante diminuzione del budget. Questo modello “a grattugia”continua a creare difficoltà alle cooperative, soprattutto nell’organizzare per gli educatori un monte ore significativo e organico, allo scopo di poter dare a questa categoria uno stipendio adeguato che consenta la spravvivenza. Questo fenomeno è visto come parcellizazione dell’orario di servizio (quando ci si riesce) che cade in una frammentazione di piccoli interventi non organizzati con le loro logiche e organizzazione autoreferenziali, (interventi scolastici, interventi pomeridiani, interventi estivi e non, appartenenti spesso a diverse cooperative) con cui si interfaccia il lavoratore. Aspetti sui quali si tornerà in seguito.

 

 

2. Scena seconda. Torniamo al presente

Il fenomeno” ri-attribuzione “del servizio socio-educativo Febbraio 2015 – Agosto 2016

Comincia la gara d’appalto

 

Attualmente Bologna si trova in una fase cambiamento gestionale delle aree territoriali, dei quartieri e nei modelli partecipativi e di dialogo tra cittadini e organizzazione comunale. Tutta questa ristrutturazione dovrebbe essere completata nel 2016, data del suo avvio. Questo ha fatto sì, che la gara d’appalto, anche tenendo conto delle nuove normative europee in materia, fosse espletata dagli uffici amministrativi, con un raccordo debole con i tecnici di quartiere che si occupano da anni della realtà specifica di quella tipologia d’intervento sui bisogni del territorio.

Questi bandi di gara sono modelli definiti dall’Autorità per la vigilanza di contratti pubblici di lavori, servizi e forniture, in sigla A.V.C.P., i quali nella loro strutturazione devono garantire la più obbiettiva e trasparente valutazione dei punteggi per l’aggiudicazione, attraverso anche formule di algoritmi matematici, con cui si definiscono i punteggi totali e comparativi tra le organizzazioni, cooperative sociali nel nostro caso, partecipanti alla gara.

Però due quartieri, preventivamente a questa gara, si sfilano e potendo ancora avere un minimo di autonomia, aprono la gara d’appalto per questo servizio autonomamente, probabilmente con il rischio di qualche disappunto di servizio, ma con l’audacia di privilegiare il progetto tecnico qualitativo e dare valore al radicamento territoriale e alla rappresentatività di coloro che da anni lavoravano in quell’area metropolitana. Questi due quartieri applicano modelli regolari rispetto ai protocolli europei ma che provedono un modello di aggiudicazione dove il rispetto per la qualità del lavoro non viene subordinata al prezzo. Le cooperative che già gestivano il servizio vincono, con quella tipologia di progetto che invece le vedrà perdenti nella grande gara successiva generale, indetta dall’organo centrale del Comune di Bologna.

Vediamone le ragioni.

Vediamo la nota disciplinare di gara, che definisce la normativa, la procedura, i criteri, scadenza ecc. Sotto la voce “criteri” leggiamo: offerta economicamente più vantaggiosa ai sensi dell’art. 83 del D.Lgs 163/2006.

Qui comincia, ovviamente dal basso, da parte di coloro che guardano i ragazzini negli occhi e che non vedono numeri, ma persone, la lunga e difficile strada di un connubio tra la necessaria organizzazione burocratica amminisrtativa e l’attività umana di avvicinamento, solidarietà, sostegno e aiuto esistenziale. Troppo spesso le competenze decisionali appartengono alle “istituzioni” che come tali sono costruite su “linguaggi”organizzativi, i quali a loro volta si sviluppano in apparati, dove la burocrazia, specie se ci si inoltra negli aspetti amministrativi, diviene cultura diffusa sulle logiche etiche ed a questo punto è facile invertire la natura delle cose. Nasce quindi una normale lontananza tra aspetti amministrativi, politici e operativi.

In teoria, sarebbe l’aspetto burocratico che dovrebbe fare lo sforzo di adattarsi ai reali bisogni sociali e trovare soluzioni adeguate, ma spesso accade l’opposto. Come spiegano i testi di sociologia, ogni organizzazione attiva processi di “istituzionalizzazione” come gli organismi biologici, dove le risorse vengono in primis utilizzate per il proprio fisiologico mantenimento, il rimanente di energia, (quindi anche risorse) per l’azione che comporterebbe la sua costituzione. Difficilmente un’apparato istituzionale toglierebbe risorse interne per dedicarle in favore della “missione” da svolgere, e se accade non è mai in termini di vantaggio proporzionale verso i beneficiari esterni all’oganizzazione.

Questa “offerta più vantaggiosa”, merita un’analisi linguistica e di senso. Dicendo cose banali, questo “Vantaggio” a chi si rivolge, scritto così come se fosse cosa ovvia e consueta, questo vantaggio significa “minor spesa” per le casse comunali, ma siccome è un servizio e al centro ci sono le persone, per gli utenti, una offerta economica minore corrisponde quasi certamente ad un minore servizio, margini di quantità e/o qualità che se ne vanno. Quando un minore servizio sarebbe “Vantaggioso” per i beneficiari? E’ evidente che nell’usare linguaggi, si dichiara cultura, questo è un tratto di cultura prevalentemente economica che fa da riferimento e il resto si adegua.

Questo è il pericolo contabile della burocrazia istituzionale: il servizio erogato, come le persone, divengono effetti secondari, e ci si deve accontentare di quello che ci viene offerto.

Questa ottica vede gli utenti come entità passive, o in attivo come contribuenti ma anche questo è un linguaggio puramente economico.

La totale assenza di un modello “Coprogettuale” insieme all’accanimento sul ribasso economico sono stati i due scivoloni non proprio edificanti di questa gara.

Inoltre costringe chi opera nel sociale, nei servizi alla persone a confinarsi nel ruolo di “fornitore/gestore di servizi” e null’altro. Anche se appare sufficiente amministrativamente, non può bastare, dato che le cooperative sociali, sono state nel tempo anche modelli organizzativi che promulgavano ideali, valori culturali e sistemi di relazione, oltre essere significativi osservatori delle dinamiche sociali, stabilendo quel rapporto di welfare cocostruito tra agenzie pubbiche e private. Entrambe portatatrici di una cultura che era legata alla persona e alla comunità e non puramente gestione di spesa aziendale.

I servizi alla persona, in ambito educativo, non possono venire emanati dai metodi gestionali utilizzati per gli altri tipi di servizi o forniture, altrimenti vengono fortemente contaminati da quel modello strutturale istituzionale che non fa parte invece della loro struttura intrinseca.

In altre parole la fredda definizione “fornitura/gestione di servizi”, anche se servizi educativi e assistenziali, è un termine tecnico che equipara la persona ad un oggetto: la si usa per servizi di pulizia, di lavaggio delle lenzuola negli alberghi, trasporti, locali pubblici ecc.

Nei servizi alla persona non ci sono “consumatori”: solo gli oggetti si consumano, le persone vivono, anche se il rapporto tra di esse è mediato da un bisogno e da una professione. Questa è una delle prime ma sostanziali differenze, che deve portare ad un superamento delle gare d’appalto.

Nessun educatore “fornisce” la sua intelligenza e le sue emozioni, ma le le mette in relazione, in dialogo con l’ambiente, le persone e la comunità. Nessun ragazzino si percepisce “utente”.

Non ci devono essere come ho detto prima “consumi” ma crescita reciproca, che è inclusione e sviluppo sociale e civile. Il mondo della relazione educativa e quello dell’istituzionalità hanno principi diversi che vanno coniugati con un lavoro preventivo e progettuale congiunto, che tenga conto di non attivare processi convenzionali, che portino il prevalere di uno sull’altro, altrimenti la realizzazione di una comunità educante resterà, anche se burocraticamente agita, su un registro formale, quindi illusoria.

Sono consapevole che con il “callo” degli anni di servizio, le abitudini, gli atteggiamenti navigati di chi non ha più illusioni o anche la sola routine, queste puntualizzazioni si possano vivere come ingenui idealismi inattuali, ma preferisco ricordarli ogni tanto.

 

 

3. Scena terza – Il bando o l’illusione della qualità

 

Comincia lo spettacolo, si aprono i sipari algoritmici, appaiono le formule, perchè la matematica non è un’opinione ed è l’unico, illusorio criterio, dell’obbiettività scientifica.

Premetto che queste complesse formule sono state create e imposte a livello europeo, per uno scopo giusto, come intenzione, cioè quello di non affidare l’assegnazione, al giudizio personale e umano dei componenti della commissione, in modo da diminuire il più possibile azioni e tentativi di logiche di tipo clientelare. L’intenzione è buona ma non è detto che una buona intenzione non la si utilizzi a livello strumentale, sempre per diminuire la spesa.

A parte la dichiarazione dei “criteri” come abbiamo visto inizialmente, il bando prevede di dare il 70% alla qualità ed il 30% all’offerta economica.

Viene tutto specificato nell’art.11 dove secondo una suddivisione in settori specifici dell’organizzazione e degli aspetti operativi del servizio, vengono attribuiti i punteggi relativi con la formula disposta dal D.P.R. 207/2010

 

C(a)= Σn [Wi * V(a)i]

dove: C(a) = indice di valutazione dell’offerta (a); n = numero totale dei requisiti; Wi = peso o punteggio attribuito al requisito (i); V(a)i = coefficiente della prestazione dell’offerta (a) rispetto al requisito (i) variabile da zero a uno; Σn = sommatoria.

A modalità di esempio vediamo solo il punto 1

 

 

CRITERI

PUNTEGGIO MASSIMO

1. CONTENUTI DEL PROGETTO SOCIO-EDUCATIVO E DESCRIZIONE DELLE ATTIVITA’

45

– Progetto e organizzazione del servizio; programmazione, coordinamento e metodologia di intervento

– Tipologia delle attività proposte all’interno dei singoli centri

30

Sviluppo del lavoro di rete e modalità di coordinamento tra famiglie, servizi sociali e sanitari, scuola ed agenzie educative del territorio

15

 

 

 

 

 

 

Il primo nodo da chiarire, sarebbe come la commissione traduce le proposte concettuali e operative, e le proposte d’intenti dei punti sopraindicati in valori numerici, che sono espressi spesso in termini discorsivi, ma questo però non è dato a sapere e il giudizio è insindacabile. Un criterio ci sarà sicuramente, non si vuole mettere assolutamente in discussione la buonafede tecnica della commissione, si cerca solo di analizzare quel modello di assegnazione dei criteri che deve essere di difficile gestione per garantirne l’obiettività scientifica.Diciamo che l’aspetto di criticità è che questa prima attribuzione avviene con criteri “segreti”, o meglio “interni”, decisi dalla commissione, ma non dichiarati ai partecipanti, quindi non verificabili. Ma andiamo oltre…

 

Il punto dolente viene dopo, quando si osserva il criterio della formula economica (chi si vuole esercitare si diverta pure, ma non è necessario)

 

PEi=30x Ri:Rmax

PEi=30x Ri: Rmax oig

dove

PEi = punteggio attribuito

Ri= ribasso/sconto in esame Rmax= ribasso/sconto della migliore offerta

In questa formula, facendo delle prove, si nota che l’apparente peso dato alla qualità è solo un’illusione, poiché, chi vince nel ribasso, anche solo di poco, si aggiudica una quantità di punti da rendere inefficace anche un alto punteggio maggioritario nella qualità, questo ai fini dell’aggiudicazione finale. Ed è quello che è accaduto nella gara.

Inoltre una gara dove il ribasso è così determinante, mette in competizione i partecipanti in una sfinente partita di ipotesi e possibilità che assomiglia più ad una partita di poker e la dignità dei servizi alla persona, a mio avviso, si riduce ad una situazione di svilimento partecipativo.

Le realtà cooperative restate in gioco sulla linea d’arrivo erano due, ulteriori partecipanti non avevano caratteristiche che potessero essere competitive a queste prime.

La realtà più corposa era l’A.T.I. o R.T.I, associazione o raggruppamento temporaneo d’impresa, che era una cordata delle cooperative che già gestivano il servizio e che lottavano per il mantenimento, l’altra era una piccola cooperativa marchigiana, quindi altra regione, che aveva esperienza in quella tipologia di servizio.

Precisazione: se non si hanno interventi nella regione coinvolta, non si può partecipare alla gara tanto bastava. Poteva sembrare un Davide contro Golia, e la storia non si smentisce…

Questa piccola cooperativa aveva appena ventidue dipendenti, solo questo servizio ne prevedeva più di quaranta, conseguentemente era in difficoltà gestionale in una realtà territoriale non di appartenenza e con una probabile scarsa liquidità per far fronte ai movimenti di spesa immediati ma cospiqui… ecc… ma incredibilmente vince la gara!

Non ci sono errori, i responsabili delle cooperative con i tecnici amministrativi analizzano gli atti, tutto perfetto, tutto in regola, la piccola cooperativa vince, con una bella fiondata di ribasso!

Comincia un grande subbuglio degli educatori coinvolti, per molti la propria cooperativa è anche una sede identitaria, non sempre si ha voglia di essere traslati in un altra solo come prestatori d’opera, ma questo è un’altro discorso.

L’A.T.I. Ha perso perchè pur svenandosi ha potuto fare un ribasso del 6% oltre non ci sarebbe stato la copertura economica dalle loro analisi, mentre la piccola cooperativa marchigiana aveva ribassato del ben 11% e con un ribasso così non si può competere.

 

 

 

4. Scena quarta – Colpo di scena!

Dopo qualche giorno viene comunicato che la piccola cooperativa marchigiana ha rinunciato alla gestione del servizio, motivando delle difficoltà tecniche ad insediarsi in un territorio nel quale non avevano sedi e conoscenza. L’aggiudicazione passa quindi ai secondi in classifica. L’A.T.I. E e la cordata delle cooperative che gestivano i servizi mantengono il loro posizionamento. L’utenza dei servizi non si è accorta di nulla, a parte qualche giorno di chiusura per adempimenti amministrativi.

Il paradosso di questi fatti è che la matematica della gara d’appalto è molto opinabile, perchè non c’è stato sospetto di criticità nell’offerta della cooperativa marchigiana, se non avesse avuto la maturità di ammettere le proprie difficoltà e fosse andata avanti, e ne aveva diritto, sarebbero avvenuti guai gestionali considerevoli, per il personale e per gli utenti. Tutto questo senza che i criteri parascientifici del modello di aggiudicazione ne desse segnale. Quando un gioielliere ti vende un diamante a pochi euro, matematicamente è un affare, ma il buon senso che non è un algoritmo, ti può suggerire che c’è qualcosa che non va?

Forse, per la piccola cooperativa marchigiana, la vittoria era inattesa, inattesa anche per loro, capita che piccole cooperative si mettano alla prova in progetti per misurare le proprie capacità tecniche, forse stava cercando lavoro, non solo per essere concorrenziale e in espansione, ma solo per cercare di sopravvivere. Chi ha avuto modo di entrare in contatto con questa cooperativa, ha sostenuto di essersi trovato in contatto con dirigenti dal rapporto franco e sincero, impegnati a risolvere quelle problematiche della realtà lavorativa che accomuna chi opera nei servizi alla persona, e che farebbe nascere più il desiderio di una collaborazione rispetto alla competizione.

Curiose sono le parole contraddittorie che questo tipo di organizzazione del mercato dei servizi è riuscito a mettere insieme. La gara d’appalto salda due parole di natura opposta, la “cooperazione competitiva”, una geniale pedagogia nera del paradosso.

 

5. Finale

Questo è un finale aperto, spero di continuare a proporre contributi più competenti del mio sugli argomenti, che questa vicenda ha aperto sul territorio bolognese.

1-Il servizio è ripreso regolarmente ma con un ulteriore calo di risorse, soprattutto per gli aspetti dove non c’è il contatto diretto con gli utenti, tempi di programmazione, confronto e verifica, sia tra gli educatori sia con i referenti di quartiere e scuola. Bisogna capire che i servizi socio-educativi non sono i dopo-scuola organizzati da associazioni e parrocchie, sono azioni educative di comunità, fatta da equipe tecniche professionali e non hanno lo scopo specifico di intrattenimento o didattico, anche se le attuano, ma hanno sopratutto una missione di promuovere cultura delle risorse territoriali, azioni di prevenzione e riduzione del danno nei casi di criticità, aggregazione, stimolo propositivo e protagonismo positivo dei giovani.

2- La reazione degli educatori coinvolti ha portato alla nascita ad una realtà associativa che sta portando avanti un lavoro di riattualizzazione delle tematiche del lavoro dell’educatore. Sensibilizzazione e stimolo di queste tematiche in ambito cittadino, politico e sociale.

Gli educatori coinvolti, hanno dato segnali di protesta (vi sono state azioni di segnalazione da loro fatte durante un consiglio comunale) sia per la tipologia di azione che la gara conferiva alle loro realtà lavorative, sia per la diminuzione orario, eventuale necessità di passare ad altra cooperative, parcellizzazione del lavoro in più cooperative, con orari sempre più ristretti, dispersivi, spesso sovrapponibili…

3-L’analisi istituzionale che questa evento ha fatto scaturire, è stata la segnalazione che gli aspetti amministrativi, quelli politici e la realtà della comunità territoriale (operatori territoriali, utenza), non sono assolutamente in dialogo, e in questa mancanza di confronto, pur rispettando tutte le regole, si rischiano delle distrazioni, se vogliamo chiamarle con un buon termine, che possono influire negativamente in modo significativo nella direzione di un buon welfare partecipativo. Alcuni assessori hanno colto ampiamente questo stimolo e si stanno dedicando all’analisi della situazione.

4- Su gli sviluppi di questa gara c’è stato confronto sia con alcune realtà sindacali, soprattutto la C.G.I.L., la Lega delle cooperative, educatori e tecnici dei servizi territoriali ed educatori delle cooperative, incontri tra realtà politica e cooperativa.

5- Siamo in attesa degli sviluppi, e a questo punto vorrei proporre degli approfondimenti su queste tematiche, con contributi ed interviste future, per questo ho numerato con (1) il titolo dell’articolo, continuerò con altri numeri.

 

 


 

 

Category: Osservatorio Emilia Romagna, Welfare e Salute

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About Alberto Cini: Alberto Cini nasce a Bologna nel 1960, lavora come Educatore Professionale e Formatore, presso la cooperativa C.S.A.P.S.A in servizi rivolti all’handicap e all’adolescenza. Specializzato in Psicodramma con i terapeuti argentini Prof. Roberto Losso e Prof.ssa Ana Packciarz de Losso, è conduttore di laboratori espressivo teatrali, di scrittura creativa e grafico pittorici. Diplomato in massaggio tradizionale, shiatzu e massaggio aiurvedico, si specializza sull’approccio solistico alla persona. Ha pubblicato due raccolte di poesie, “Il fiore d’acqua” e “Le tre sfere”, stralci delle sue opere inedite si trovano sulla rivista di poesia “Versante Ripido”, per la quale disegna vignette satiriche e opere di contatto tra poesia e disegno grafico. Artisticamente viene educato all’arte dalla pittrice Bianca Arcangeli, sua insegnante e con la quale ha mantenuto un costante rapporto di condivisione e di confronto. Questo primo approccio lo influenza particolarmente sul rapporto tra parola e segno, tra la poesia e la pittura. Sensibile agli aspetti formativi e pedagogici dell’espressione artistica approfondisce il simbolismo della forma e del colore, l’arte terapia, terapie non convenzionali e tecniche di sviluppo della persona con il filosofo indiano Baba Bedi che frequenta per vari anni nella sua casa milanese. Non percorrendo formazioni accademiche approda alla scuola dello scultore Alcide Fontanesi, col quale comincia un lungo apprendistato formativo sull’espressionismo astratto. Le sue opere sono presso la galleria d'arte Terre Rare di Bologna

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