Alberto Cini: Diderot e il cellulare del Diavolo

| 23 Giugno 2014 | Comments (0)

 

 

 


 

Dring… Dring… Pronto? vorrei parlare col Sig. Denis Diderot… e il telefono cellulare del Diavolo

 

1. Poesia introduttiva: Lacrime di schiavi e di coccodrilli

 

Metterei una nota…

sulla vita degli schiavi sconosciuti

Una malattia di politica coloniale

e anche più antica

e mai debellata definitivamente

Oggi e domani e dopodomani

lontano e molto vicino

l’ipotetica dignità umana

non solo vacilla

si annienta totalmente

Non c’è vaccino per certe infezione

se non si coltiva la lotta utile

come una pianta vitale

per tutti gli innocenti

poiché i colpevoli

non tuonano mai

ma ti sono accanto

e muovono il silenzio

nelle tasche della tua impotenza

il cambiamento è nella voce

che vede e che pensa e che agisce

poiché la giustizia è lontana dalla convenienza

Siamo almeno consapevoli

in questo luogo d’occidente

che ciò che si possiede

per quanto poco sia

è uno scampolo lasciato

un frammento caduto

una scheggia fuggita

o solo un avanzo

di quel grande bottino

che si accusa disumano

in tutti luoghi del mondo

 

 

 

 

2. Introduzione – Dring… Dring… Pronto? vorrei parlare col Sig. Denis Diderot…

 

Un aforisma molto usato sulla rete, che mi capita di leggere sovente, è quella di Denis Diderot, che dice: “Non basta fare il bene, bisogna farlo bene”.

Per chi si rivolge, come me, professionalmente, ai servizi educativi e di sostegno alla persona, questa frase, non è solo un aforisma sul quale riflettere, è il dato basilare dal quale parte il mio lavoro. Peccato poi, che sul concetto di “bene” e di azione realizzatrice del “bene” stesso, si aprono mondi e scenari complessi, tanto da impegnare dibattiti millenari che investono ambiti che vanno dalla politica, alla filosofia, alla religione.

Essendo, nel mio ruolo, un lavoratore atto alla produzione giornaliera di “bene”, (in senso etico, ovviamente, ma sempre di un bene si tratta), devo essere operativamente pratico, pragmatico e possibilmente capace di quantificare il bene fatto. La valutazione dell’impatto positivo per una comunità, dei suoi servizi educativi è sempre difficile, poiché il benessere è soprattutto una variabile qualitativa della vita, e “quantificare la qualità” è di per sé, un’espressione retorica che confonde. Ad esempio, pensando se sia meglio mangiare una mela piccola, deforme, un po’ bacata ma coltivata senza pesticidi, oppure, al suo opposto, nutrirmi di un bellissimo pomo, dal succo gustoso, coltivato nell’altro emisfero, maturato in frigo, è la variabile di una scelta personale che non mi consente un processo molto scientifico nella valutazione.  Etico, ideologico, morale, ma non scientifico.

Quindi abdico all’espressione ingenua ma efficace, del “devo portare a casa il risultato” e non dilungarmi in astrazioni di pensiero, a mio avviso necessarie, ma solo in ambiti ridefiniti apposta per la riflessione. La supremazia del fare sul pensare nei servizi educativi, e non solo, è uno dei grandi rischi che si corre per rendere le azioni poco efficaci al cambiamento e alla trasformazione di quella realtà che potrebbe, se cambiata, dare beneficio a molte persone e al pianeta stesso.

La supremazia del “fare senza pensiero” (intendendo il pensiero come pensiero critico), si chiama “burocrazia operativa”, una volta stabilito lo schema del processo gestionale, lo si ripete all’infinito, come un meccanismo autonomo. Questo modello è molto funzionale alla gestione statica della società. I modelli sociali dell’organizzazione come organismo integrato funzionale e quello basato invece sui conflitti si integrano, dando, a mio avviso, luce alla “società ossimorica” che ci caratterizza attualmente. Cioè una società dove la staticità è data dall’antitesi delle sue qualità, caratteristiche, componenti apparentemente opposte. Vediamo la pace basata sui conflitti, il benessere basato sullo sul disagio, cambiamenti che si ripetono costantemente, democrazie dittatoriali, libertà controllate, desideri indotti, tradizioni rinnovate e così via. Il termine “società ossimorica” me lo sono inventato personalmente per spiegarmi l’apparente contraddittorietà in ciò che vedo, ma in cui non credo.

Questa staticità “ossimorica” è per i livelli amministrativi, ma anche per i lavoratori dei vari ceti sociali, utilissima a limitare la dispendiosità di energia del sistema, molto rassicurante e si chiama routine. (A chi interessa, può cercare il termine “Alienazione” oggi andato in disuso, che si potrebbe sostituire con il termine ossimorico di “Protagonismo allienante”).

Il mio mondo quotidiano di educatore, vive su relazioni massimamente pratiche e quindi gestite da abitudini e consuetudini culturali che fanno capo ad una psicologia ingenua e al senso comune. Nella grande saggezza dell’ingenuità, si capisce che solo pochi “saggi” vogliono il “bene”, quasi tutte le persone, specialmente per se stesse e per i propri cari, desiderano semplicemente liberarsi dalla sofferenza, e “l’assenza della sofferenza” non è quasi mai il “bene”, bensì è quasi sempre è il “male”. Ergo, che quasi tutti noi, desiderando la non sofferenza, utilizziamo naturalmente i sistemi anestetici che la nostra farmaceutica cultura ci offre, quindi desideriamo il “male” che l’elemento più efficace e veloce per stare bene.

Il “male” ha un grande vantaggio sul “bene”, può farti star bene senza produrre nessuna trasformazione dello stato quo, non possiede un’azione globale, ma locale, limitata nello spazio e nel tempo. Il “male” scinde, ti allontana dalla sofferenza, lascia fuori il dolore, ti isola da ciò che può essere pericoloso, fastidioso, lo sposta, lo rinchiude.  Per questa ragione è molto attraente e la soddisfazione è immediata, ma limitata. Come un farmaco in antitesi alla buona salute vissuta.

Per questo l’origine del nome Diavolo, non ha solo caratteristica religiosa, deriva dal greco “dia-ballo” che significa “separare”, “creare fratture”. Qualsiasi potere costituito, istituzionale, che ricorre a questo prezioso alleato, avrà sicuramente un successo definito sul controllo delle situazioni su cui deve dominare. Il “Divide et impera” dell’Impero Romano prima e dell’Imperialismo Britannico poi ha fatto maestro in questa strategia. Il successo di una parte della società dominante è data dalla frammentazione delle altre parti, ma al suo interno questo processo di coesione e frattura si moltiplica come nello sviluppo dei frattali, fino a creare organizzazioni integrate sul principio della disintegrazione.

Ma anche nelle azioni minime quotidiane vige l’opera del “Divisore” che calma il dolore, molti farmaci allopatici funzionano in questo modo.

Azione frazionata e azione globale sono i due nodi su cui riflettere per verificare la qualità del mondo in cui ci muoviamo. Nel microcosmo psicofisico personale avviene la stessa cosa, osserviamo lo stesso modello di scelta per arginare il dolore fisico e psichico. Se prendiamo una pastiglia, ci passa il mal di testa e non dobbiamo cambiare nulla, altrimenti dovremmo scoprirne le cause e cambiare le nostre abitudini alimentari ed esistenziali, se il problema persiste. Senza intervento esterno, chimico, localizzato, l’azione sul dolore deve diventare globale, almeno nella globalità della nostra persona che va anche a coinvolgere l’ambiente.

Per questo “fare il bene” è una azione difficile, a volte impossibile, perché nella mia semplice ed ingenua esperienza quotidiana, ho notato che il “bene” che “fa bene” veramente, deve essere un’azione globale. Se l’azione che ti si prospetta è limitata, e quasi sempre l’azione individuale è limitata, diviene un’azione “Diabolica” eticamente corretta, giusta, rivolta al benessere degli individui di cui ci occupiamo. Il benessere prodotto sarà importante, ma anche parziale e limitato.

Ma credo che il compito primario di chi si rivolge al servizio della persona, sia quello di non scoraggiarsi di fronte alle contraddizioni del proprio lavoro, e di riuscire a metabolizzare l’incoerenza, il senso di impotenza, sostare sull’incertezza, lasciando sciogliere i nodi prima di fuggirli con qualche soluzione ideologica astratta. Soluzioni dettate dall’intolleranza al reale, che hanno come compito, quello di scacciare il dolore, (per non dire ferita narcisistica) di sentirsi parte e artefici di un mondo ingiusto, nel quale è così umano preferire la felicità immediata al “bene”, poiché spesso “stare bene” è il risultato di un’azione responsabilizzante, faticosa, anche dolorosa.

Per questa ragione racconterò un episodio accadutomi al Centro Educativo per adolescenti in cui lavoro.

 

 

 

 

3. Racconto-Il telefono cellulare del Diavolo

 

Le nuove tecnologie, soprattutto in ambito di comunicazione, trovano grande riscontro nelle attività che si rivolgono ai giovani.

Da quando abbiamo i telefoni cellulari, il computer, la rete, il mio lavoro di educatore si è molto dinamicizzato. Posso essere in contatto al bisogno, con i miei ragazzi, quando lo si necessita. Con face book, i contatti, le discussioni, anche il controllo e la voglia di essere controllati si è ingigantita. Quando ci si incontra, al Centro, la prima parte della giornata, è dedicata ad elaborare tutti quei fatti, comportamenti, notizie, che si sono manifestate sui profili del network, poi lentamente si ritorna al quotidiano, al presente, al “qui e ora”.

“…E adesso cosa facciamo?”, ad un certo punto gridano i ragazzi. Finalmente la domanda di demarcazione. Ed ecco che la dipendenza telematica si è sciolta e con lieve angoscia si ritorna al presente.

Se il presente è caratterizzato da proposte positive, e da persone accoglienti, allora l‘angoscia del cellulare perduto, o semplicemente lasciato nello zaino, defluisce nel piacere di stare insieme e nello svolgere i compiti quotidiani.

Ogni giorno alle 15,30 si svolge la riunione organizzativa quotidiana di gruppo. Educatori e ragazzi attorno al tavolo discutono dell’ordine del giorno e delle varie questioni in essere. La “riunione” inizialmente è uno strumento non facile da apprendere, ma è come andare in bicicletta, una volta imparato, ti permette di andare lontano e di divertirti anche. La riunione non è uno strumento di cui puoi abusare, ma piace molto se limitato nel tempo, è il luogo della parola, dove la parola diviene importante, il luogo dove la parola diviene diritto e possibilità di dire ed essere ascoltati. Un momento fondamentale della giornata, e della routine giornaliera.

Quel giorno, mi ero messo prima di tutti gli altri al tavolo, seduto ad aspettare che arrivassero. La mia collega cercava documenti, i soliti tre che non spegnevano la Playstation, le ragazze in bagno… altri si prendevano in giro, tirando cuscini… alcuni seduti sul divano giocavano con il loro cellulare… attesa.

Intanto cerco una notizia sul giornale, da condividere durante la riunione. Questa proposta della “notizia da condividere”, in genere, non è molto gradita, quindi si attua poche volte, ma siccome a me piace molto e la ritengo utile, qualche volta la impongo. Apro il giornale e trovo proprio un servizio sul “Coltan” la sabbia nera, che viene estratta dalle miniere di zone depresse, un nuovo giacimento è stato scoperto in Amazzonia, la si estrae sfruttando persone e facendole vivere in misere condizioni, anche morire spesso. Questo materiale è fondamentale al funzionamento dei telefoni cellulari che utilizziamo attualmente.

Intanto i ragazzi arrivano e si siedono, incredibilmente puntuali, non va sempre così, ovviamente, ma oggi si!

Quasi nessuno abbandona il proprio telefonino, che è un vero ansiolitico tecnologico, non lo si ingerisce dalla bocca ma dagli occhi.

Potete mettere via il telefono, grazie!! anzi appena lo riponete vi spiego questo articolo proprio sui cellulari che abbiamo tutti, io compreso… dato che faccio parte della banda!”

Non avevano voglia di ascoltare, preferivano organizzare in fretta la giornata, finire i compiti scolastici e tornare a giocare. Comunque spiego ugualmente. La drammaticità della cosa alla fine cattura l’attenzione. Qualcuno, afferma che il sapere queste cose fa venire il senso di colpa e basta, poi tutti continuano a comprare cellulari ugualmente. Allora la discussione volge verso la dipendenza dall’oggetto.

Certo”- afferma Giò “se non hai niente da fare, e spesso noi non abbiamo niente da fare, quando sei in casa da solo, o sempre solo da qualche parte, o a scuola se non ti sono simpatici gli altri e così via… allora lo usi e ti diverti, come la musica, l’ascolti e non pensi ai tuoi problemi”.

La mia collega, introduce la riflessione sul come impiegherebbero il tempo, se non stessero al telefono tanto per ingannare la noia. Si fanno ipotesi, poche, è difficile per i ragazzi proiettarsi nel futuro, esprimere desideri, ascoltarsi. Finalmente Klaus si esprime in maniera molto concisa: “io non ho un telefonino come i vostri, ho come quelli di una volta, perché quelli costano troppo! comunque a me piacerebbe andare in palestra ma anche quella costa troppo!”.

Finisce la riunione, si organizza la giornata e arriva la sera.

La mia collega ed io, ci fermiamo a parlare di quello che ci ha detto Klaus.

Klaus è un ragazzo molto mite, simpatico, semplice, con una famiglia numerosa, non manifesta mai desideri tipicamente adolescenziali. Ne gusti musicali, ne imitazione di modelli alla moda, si veste con quello che la famiglia riesce a trovare, non ha grandi esigenze.

Noi non riusciamo a rimanere con le mani in mano, di fronte alla sua richiesta.

Dal giorno dopo cominciamo a fare il possibile per ottenere la palestra gratuita, telefonate all’operatrice del quartiere, all’insegnante della palestra che collabora con noi, si muove il mondo, l’iscrizione, l’assicurazione, i moduli firmati, ecc.ecc.

Klaus da Lunedì può frequentare la palestra gratuitamente per un anno e noi siamo felici.

La settimana dopo che Klaus ha cominciato a frequentare la palestra, si presenta al Centro Educativo con un telefono cellulare gigantesco.

Lo notiamo subito, e ci sembrava veramente strano, vedere quell’oggetto nelle sue mani, anche perché non eravamo proprio abituati, a differenza di altri, a quello sguardo concupiscente sul suo viso, col quale si è presentato.

Ma… Klaus!!!” grido io stupito,” ma hai un mega cellulare, come mai? cosa hai fatto?”, ero stupito ma anche un po’ sgomento, e dal mio tono lo si intuiva.

Bellissimo, vero?” risponde Klaus, “me lo hanno preso i miei, hanno detto che, visto che non pago la palestra, e mi volevano fare un regalo, con quei soldi hanno fatto un finanziamento e mi hanno preso il cellulare, sono felicissimo… è la prima volta che mi fanno un regalo così!”.

La mia collega ed io, e anche la volontaria del servizio civile che quel giorno era in sede, ci guardammo… tutti e tre, a turno, pensando la stessa cosa.

Com’era finita la mia giusta e buona sensibilizzazione sul problema della raccolta del Coltan? Sul favorire che i ragazzi svolgessero attività per non stare sempre su quei telefonini? Sul far risparmiare ad una famiglia i soldi di un abbonamento alla palestra? Sul cercare di realizzare un sogno di un ragazzo?

Tutte le nostre buone azioni erano state genialmente utilizzate dal “Diaballus” per gettare una ulteriore goccia di sfruttamento, di consumismo, di “male” per essere ingenuamente generici, nella società, provocando in Klaus una grande gioia. Una gioia grande, perché ha visto i propri genitori interessarsi a lui, nella maniera più riconoscibile e utilizzata dai più, perché era finalmente come tutti gli altri, perché l’oggetto era veramente un oggetto utile ed interessante, perché gli faceva compagnia e gli permetteva di accedere con internet a dati ed informazioni importanti, e soprattutto di parlare con i suoi amici, amici che abitano lontano dall’Italia, ma non lontano dai giacimenti di Coltan, amici con i quali può finalmente parlare, perché non sono tra quelli che finiscono nelle miniere.

Qui finisce la storia, che rimane aperta, su come fare il bene, fare felice qualcuno, liberare dalla sofferenza, educare e vivere nella complessità e rimanere coerenti, e chiedere allo spazio tempo… se intercedesse per noi verso il grande Diderot, chiedendogli di riscrivere i suoi aforismi in una maniera più realizzabile.

Category: Arte e Poesia, Fumetti, racconti ecc.., Storia della scienza e filosofia, Welfare e Salute

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About Alberto Cini: Alberto Cini nasce a Bologna nel 1960, lavora come Educatore Professionale e Formatore, presso la cooperativa C.S.A.P.S.A in servizi rivolti all’handicap e all’adolescenza. Specializzato in Psicodramma con i terapeuti argentini Prof. Roberto Losso e Prof.ssa Ana Packciarz de Losso, è conduttore di laboratori espressivo teatrali, di scrittura creativa e grafico pittorici. Diplomato in massaggio tradizionale, shiatzu e massaggio aiurvedico, si specializza sull’approccio solistico alla persona. Ha pubblicato due raccolte di poesie, “Il fiore d’acqua” e “Le tre sfere”, stralci delle sue opere inedite si trovano sulla rivista di poesia “Versante Ripido”, per la quale disegna vignette satiriche e opere di contatto tra poesia e disegno grafico. Artisticamente viene educato all’arte dalla pittrice Bianca Arcangeli, sua insegnante e con la quale ha mantenuto un costante rapporto di condivisione e di confronto. Questo primo approccio lo influenza particolarmente sul rapporto tra parola e segno, tra la poesia e la pittura. Sensibile agli aspetti formativi e pedagogici dell’espressione artistica approfondisce il simbolismo della forma e del colore, l’arte terapia, terapie non convenzionali e tecniche di sviluppo della persona con il filosofo indiano Baba Bedi che frequenta per vari anni nella sua casa milanese. Non percorrendo formazioni accademiche approda alla scuola dello scultore Alcide Fontanesi, col quale comincia un lungo apprendistato formativo sull’espressionismo astratto. Le sue opere sono presso la galleria d'arte Terre Rare di Bologna

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