Alberto Cini: A me piace un sacco Jerome Bruner.. ma la poesia che c’entra?

| 15 Marzo 2021 | Comments (0)

 

 

A me piace un sacco Jerome Bruner… ma la poesia, che c’entra?

Sarà perché mi ha fatto riflettere in generale sul linguaggio e sulla poesia… molto sulla poesia… Sarà perché è stato uno psicologo statunitense conosciuto per il suo fondamentale contributo allo sviluppo della psicologia cognitiva, della psicologia culturale, e soprattutto dell’educazione. Sarà perché prende il dottorato e lavora ad Harvard dedicandosi a studi sul pensiero, e successivamente, dopo aver sostenuto duri confronti teorici con Piaget e Lurja, (anche loro pezzi grossi della psico-pedagogia), fonda il Centro di Studi Cognitivi. Sarà per questo che stamattina mi sono svegliato presto, in preda ad un un forte attacco “Brunerale”, cioè un desiderio spasmodico di rileggere, almeno qualche pagina di quel libro bellissimo, a mio avviso, intitolato “Alla ricerca della mente” del caro Jerome.

Un’autobiografia intellettuale. Questo libro l’ho acquistato tanti anni fa, usato, su di una bancarella, in quanto sono appassionato e collezionista di autobiografie non tanto per la mia formazione di educatore, … e qui sta il problema! Mi alzo dal letto e lo cerco, non lo trovo, mi sale l’ansia di averlo perso e dato che ho una libreria per le autobiografie e una per i testi professionali, vago come una pallina da ping-pong da l’una all’altra. Un libro come questo potrebbe trovarsi appunto in entrambe… non solo mi aumenta la paura di averlo perso, comincio a pensare di averlo letto in biblioteca… Inneggio alla divinità della “seriazione e catalogazione” (patrono Piaget), chiedo aiuto. Infine lo ritrovo nello scaffale pedagogico dei nei libri professionali: non sono convinto che sia il posto giusto, lo riporto nell’altra libreria, ma intanto l’ho ritrovato.

A pagina 142, ottavo capitolo, (ho l’edizione Armando Editore), leggo già quella prima parte iniziale del paragrafo che mi manda in brodo di giuggiole, così scrive Jerome, (le sottolineature sono mie): “Il mio interesse per lo sviluppo umano nacque come sottoprodotto di altri interessi e furono questi che mi indussero a riflettere sugli iniziali “poteri” o “funzioni” della mente, e su come l’uomo passi da questi alla maturità. Inizialmente la cosa sembrava riguardare poco i bambini o il modo di migliorare l’istruzione. Dei bambini mi avevano sempre affascinato l’enigmatica abilità artistica, la fantasia e il gioco. Non avevo mai “studiato”, ad esempio, i miei figli. (-corsivo mio- … questa è una bella frecciata a Piaget… per chi è del mestiere! Piaget la prima parte della ricerca la fece osservando i figli e continua…). In quello scorcio degli anni cinquanta, subito dopo aver completato il libro sul pensiero e quando, come altri prima di me, ero giunto alla conclusione che esso fosse il più delle volte muto, sistematico, e soprattutto rapido, mi convinsi (in modo un po’ ingenuo) che studiando i bambini fosse possibile rintracciare le forme più lente o magari più primitive dalle quali trae origine l’esplosione del pensiero stesso”.

– Perché mi piacciono tanto le autobiografie? Mi piacciono, proprio perché dalla formulazione sintattica, da quell’apparente informalità del testo narrativo e dalle parole utilizzate, (come accade di vedere nelle immagini ologrammatiche dove nel tassello è contenuto il tutto), in poche frasi già si nota, analogamente alla programmazione biologica del seme, tutto lo sviluppo della vita del narratore, dei fenomeni esistenziali e della loro qualità, sia prima che dopo la stesura del testo. Nelle scritture autobiografiche, captare alcune parole chiave e disporle in modo tale come ad evidenziare una costellazione di senso significativo e dichiarante, passare così dalla forma lineare del linguaggio a quella bidimensionale della forma. Ciò significa costruire una logos-geometria che dia informazioni attraverso i suoi precisi punti cardinali, definiti qualitativamente da parole chiave che sono maggiormente definite dalla dimensione sincronica della narrazione di sé, quasi caratterizzata da un impatto visivo e astratto. Il forte bisogno di Brumer di individualizzarsi a livello teorico si nota già nella scelta delle parole: “sottoprodotto di altri”; col beneficio d’inventario della traduzione, trovo interessante come questa necessità converga attraverso altre tre parole chiave come: “Interesse”, “riflettere”, “affascinato”.

Pensiamo che gli interessi personali, la capacità di riflettere e la fascinazione, siano caratteristiche dominanti per lo sviluppo della personalità e che la costruzione del pensiero, alla quale Bruner si dedica attivamente, si possa “inconsciamente” già trovare nel suo modo di scrivere , forse anche casualmente ,in poche righe. Per questo anche nella mia vita e nel mio mestiere d’educatore, curare il pensiero, sia il mio sia quello degli altri che è muto, come lo designa successivamente l’autore, emergono, le caratteristiche di ciò che ci affascina, ci interessa, ci fa pensare, e che da questo “mutismo” si formino le matrici fondamentali che dobbiamo considerare in ambito educativo.

Andiamo ancora avanti, portati dalla vela Brumeriana, verso la poesia Come non inoltrarsi in quella direzione apparentemente casuale, che poche parole scritte da Brumer nel vasto bosco di vita e di concetti autobiografici, possono suggerire. Di una intera autobiografia quattro frasi diventano uno strumento prezioso, suggerimenti intuitivi, quasi come simboli lasciandoti intendere un segreto più ampio. Mi chiedo se sia determinante quella dubbia confusione che confonde la ricettività del lettore e la intenzionalità dello scrittore. Oppure, forse, le osservazioni che un autore come Bruner affida alla narrazione e appartenendo questa alla spontanea sfera dell’evocazione e dello stupore, lancino come un poeta entusiasta, quelle verità che tengono a valorizzare più gli aspetti universali che i particolari scientifici. Attraverso queste poche frasi citate e queste descrizioni semplici di pensieri e avvenimenti, si riesce a comporre un approccio metodologico, sufficientemente completo per avvicinarsi alla poesia e alla scrittura, soddisfacendo una costruzione metodologica e una didattica, dove Bruner ci posa come in territorio umano, dandoci una mappa e definendo dei confini in cui muoversi, al fine di dare all’esercizio letterario un’anima profonda.

Dall’autobiografia di J. Bruner (Alla ricerca della mente) da pag 235 Il processo creativo
 da “Il conoscere. Saggi con la mano sinistra” di Jerome Bruner C’è qualcosa di bizzarro nel processo creativo, per quanto il compito che uno si prefigge possa essere serio e vi è qualcosa di ugualmente bizzarro nello scriverne, poiché se è mai esistito un processo totalmente muto, questo è il processo creativo.

Bizzarro, serio e muto. Bizzarro, serio e muto Come valgono queste strane parole? Ripenso all’atteggiamento da suggerire nella dimensione creativa. La bizzarria e la serietà. Una solo una di loro pone l’individuo a contatto con la creatività, poiché la sola bizzarria ,nel suo significato comune, non contiene un punto di equilibrio e suggerisce una dimensione estroversa e catartica. Mentre il solo essere serio, come lo è appunto un compito, una prestazione, un dovere, apporta ad una dimensione maggiormente contenitiva, strutturata e rassicurante. Facile viene il paragone tra Es e super Io, nel definire gli opposti emblematici di tutte le culture, tra le forza centripete e centrifughe, il Solvet et Coagula dell’alchimia medievale. Ma espresse da una sensazione e da un linguaggio poetico, Bruner sembra suggerire, forse non direttamente, che il segreto dell’atto creativo è strofinare, confliggere e far entrare in relazione queste due dimensioni opposte, come un fiammifero sulla superficie ruvida, sprigiona quell’energia che aspetta di essere codificata in un linguaggio. Ci si può chiedere attraverso quale strumento viene imposto il movimento che sprigiona l’atto creativo, se non quello che attraversa quello strano silenzio che è l’esser muto. Muto è chi non emette parola. C’è differenza tra il silenzio che è passivo e l’esser muto che è attivo, a mio avviso. Essere attivi, ma non muoversi.Esser muti nell’atto creativo è quell’esser in ascolto dei suoni interni che promuovono il movimento dell’espressione. Il processo è muto quando è contenitore, regolatore, ampiezza e preludio dell’evento creativo. Quando nel mio lavoro porto i ragazzi ad ascoltare i propri suoni interni, le parole girovaghe nella mente, le emozioni deambulanti, piacevoli e tormentose, accade che loro, molto di frequente, abbiano paura. Non usano la parola “bizzarro” perché è una parola oramai troppo colta per il linguaggio di strada, ma dicono, “paura”, dicono “matto”, dicono “non ha senso”, dicono “è strano”. Sono le mille forme della bizzarria dell’essere, non perché bizzarre in sé, ma bizzarro inteso come igioco caotico senza regole, senza senso apparente, quindi allo stato puro delle pulsioni, emozioni, pensieri, immagini, ricordi, suoni. Il caos… il materiale attuale e arcaico della creatività.

Quindi, alla domanda: come fai ad insegnare a scrivere una poesia ad un ragazzo o ragazza? (insegno a scrivere poesia agli adolescenti, come un poeta educatore, un educatore in modo pratico). Alla domanda rispondo: “Semplice, all’inizio gli tengo la mano, si chiude gli occhi, si va in un rilassamento profondo e si ascolta la mente muta!” Questo fa paura, perché il silenzio è il buio della parola e del pensiero che è narrativo: la paura ha bisogno del contatto fisico. Io non mi allontano mai molto, tengo la mano, piano piano, tolgo la mano, si ascolta insieme il pensiero, il “non pensiero”, e “la prima parola”, finchè, la giovane persona non ha imparato a guardare, ascoltare, toccare e raccogliere le sue “cose interiori ” senza timore. Osservare tutte le sue bizzarrie, vedere che quelle bizzarrie possono essere i mattoni delle costruzioni “molto serie” che si possono inventare, creare. E tutto questo è un processo muto, ma non passivo, muto come è muto il sonno e il primo risveglio, che pure ha il sogno e la prima luce del mattino

Bruner parla di Richarson (poeta inglese) Scrive Bruner -Il suo amore per la poesia era fatto anche di un notevolissimo senso della forma. Ricordo l’attenzione quasi appassionata con la quale lesse a voce alta le poesie di Gerard Manley Hopkins nel corso di un seminario tenuto nel 1975 al mio collegio di Oxford, dove lui e Roman Jacobson si occupavano congiuntamente del linguaggio della poesia. Era suo desiderio verificare la potenzialità delle rime tronche in cui c’è coincidenza fra gli elementi del pensiero e l’enfasi del suono. La sua ricerca che rendeva coincidente la musica e il pensiero nelle poesie di Hopkins fu una cosa di rara bellezza, emblematica dell’uomo.

– Pensiero e sonorità, ovvero le polarità del testo poetico

Avvicinare queste due potenti variabili, alle quali chi si appresta a scrivere o solo ideare un testo poetico, deve forzatamente dare attenzione. Il grande campo del pensiero impaurisce, incontrarlo solo intuitivamente è come partecipare al proprio metabolismo corporeo solo sulle basi della biologia fisiologica. Anche il pensiero può essere solo fisiologico, darti vita, comportamenti meccanici che hanno la natura e lo scopo della sussistenza, della riproduzione, ma un’arte solo inconscia non è arte, è natura. Ci si avvicina al proprio pensiero con la cultura delle rappresentazioni costruite, il lavoro del pensiero non è avere pensieri, ne tanto meno idee, ma acquisire l’arte di trasformare l’energia bassa mentale di tipo associativa e memorizzata, nel pensiero costituzionale in segno culturale, poiché la natura umana è la cultura, come come la produzione dei frutti lo è per le piante. Quindi quale strumento di conoscenza, di espansione e di contatto, il pensiero può avere, se non quell’azione corporea di condensazione vibratoria che è la voce. Toccare inizialmente il pensiero e la sua costituzione, le sue origini sepolte nell’organico e nello psichico. Attivare questo contatto consapevole, come cercare oggetti dentro un contenitore. Fare questo significa osservare, distanziarsi dal pensiero stesso per essere osservatori. Porsi a distanza, e la distanza insegna che cercare il pensiero significa trovare uno spazio oltre il pensiero, in un gioco a ritroso verso il centro della mente. L’avventura che diviene didattica, educazione alla mente, trovare gli oggetti e poterli nominare. Cogliere anche nel corpo dove nasce la voce, quando il pensiero diviene parola, e ancora oltre, come la voce si sente interiormente e suggella la scrittura. Pensiero e parola sono i due binari che sostengono il potere evocativo della poesia, tutto il contenuto e la forma hanno origine da contatto di queste due polarità dell’individuo. Diviene quindi importante nel mio lavoro educare alla parola non solo nei confronti con l’altro, nel gruppo, nella collettività, ma anche educare l’individuo a parlare con se stesso, portare la persona ad agire la propria poetica e non a reagire ai meccanismi automatici del pensiero e dei suoni verbali. Condividere il proprio mondo interno tra voce e parola, i sussurri, le grida, i non detti. Dire “condividere” il mondo psichico interno è un paradosso, perché se lo si condivide non è già più tanto interno, se lo si ascolta, anche stando insieme, non è già più tanto sepolto, se cammini sulla terra fertile del tuo io, sia pur la parte inconscia, subconscia, inconsapevole, negata, evitata, rimossa, ecc. ecc. sai comunque che sotto esiste qualcosa, e quella parte occulta, comincia sentire il peso dei tuoi passi, quel peso delle tue impronte identitarie che lo cominciano a far esistere. Se si aprisse una voragine, il ragazzo sa che qualcuno gli sta tenendo la mano, quella persona che è vicino non permetterà di cadere dentro, o di essere inghiottito da ciò che è sconosciuto, quindi puoi esplorare chi sei. Terapia, educazione, linguaggio, definizioni di esperienze… L’uso della poesia diviene uno strumento significativo nella crescita della personalità.

 

Bruner parla di Jacobson (linguista statunitense)

Secondo Jacobson, dice Bruner, la funzione profonda del linguaggio consiste nel segnalare o nel restare privo di segnali, e questo risultato viene raggiunto tramite una miriade di accorgimenti che forniscono tonalità alla consapevolezza. Il suo saggio su Blake inizia con una analisi della struttura fonologica di “My mather groaned…” E termina con l’affermazione implicita che deve esistere non solo un linguaggio della poesia, ma anche una poesia del linguaggio stesso.

 

Tonalità della Consapevolezza e Poesia del Linguaggio

Questi ultimi due aspetti li trovo di una grande raffinatezza concettuale, soprattutto per un educatore che osserva lo spettacolo quotidiano, attribuito al suo lavoro, cioè il grande spettacolo della differenziazione. Io vedo passare davanti a me costanti individui che si differenziano per sesso, età, ceto sociale, razza, etnia, cultura, carattere, origine, e tanto altro. Cosa mi rimane sapendo che non puoi prescindere da qualsiasi azione educativa, che non abbia in qualche modo affondato le sue radici nel generare anche un minimo di maggior consapevolezza di sé e del mondo. Qualsiasi intervento e rapporto che non guidi le persone alla consapevolezza è un albero senza radici. Diffondere e spargere semi di consapevolezza è il compito più intimo di un educatore, tutto il resto è folclore immediato che cambia a seconda delle stagioni economiche e politiche. La consapevolezza è la costante nel lavoro educativo profondo, la risposta ai bisogni ;è lo strumento, l’azione pedagogica ,è una variabile spesso confusa e oggetto di fraintendimenti.

Parlo di lavoro e di esperienza educativa declinata anche negli aspetti professionali più svariati e diversi, nei quali l’educatore si trova a svolgere azioni. Collocamenti di ruoli e funzioni, spesso gestiti da altre professionalità che vedono nella figura educativa solo un aspetto funzionale e strumentale (aspetto caratteristico delle discipline di specializzazione), confondendo la sua competenza trasversale con la superficialità. Il logos della tecnica degli “esperti” e quello della “globalità sistemica” spesso non dialogano: quante volte si è visto annaspare gli “specialisti” nella fanghiglia istituzionale della complessità di un gioco che non controllano, e quante volte l’educatore si è sentito sguarnito di strumenti e tecniche, di fronte alla gestione dello specifico, del dettaglio operativo, per il quale è chiamato da intervenire… Citiamo invece, il cosiddetto, e poco scientifico “buon senso pedagogico”, al quale Celestin Frenet, padre dell’educazione attiva, ha dedicato un libro, sempre di mirabile narrazione, “Una moderna pedagogia del buon senso. I detti di Matteo”, quel buon senso che Bergson definisce così: “il buon senso è una disposizione attiva dell’intelligenza, è la facoltà che ci consente di distinguere l’essenziale dall’accessorio,è l’autorità che invochiamo quando dobbiamo prendere una decisione senza esitazioni comprendendo l’insieme senza perdere i dettagli, è un adattarsi sempre rinnovato a situazioni sempre nuove: l’attenzione stessa” . Sono queste azioni pensate, sentite, esperite dal “buon senso educativo”, che spesso muovono le metodologie verso la porta della consapevolezza di sé, primo aspetto di quell’alleanza educativa che può portare, solo successivamente, alla formulazione di progettualità esistenziale condivisa. Per questa ragione mi piace scorporare la professione dell’educatore decentrandola dalle sue varie utilizzazioni. L’educatore come operatore di connessioni e agente di consapevolezza, può anche non essere, un consulente pedagogico, un riabilitatore, sociale o psichiatrico che sia, un io ausiliario o un ausilio funzionale umano. Ma così intendendolo, troverebbe poca collocazione nel mondo difficile del lavoro sociale.

Resta, quindi, la restituzione di consapevolezza socio-esistenziale, una competenza funzionale, che l’educatore cercherà di incastrare nelle sue mille dinamiche lavorative, senza farla troppo notare, senza che gli sia riconosciuta come atto meritocratico o almeno meritorio, e scambiata ,quasi sempre, per una propria caratteristica soggettiva. Ripartendo da ciò e restando di fronte a tante tipologie di consapevolezza, viene da chiedersi, come ci si può orientare in questo ambito, se non si vuole definire i criteri quantitativi e qualitativi. Per questo motivo mi ha affascinato il concetto di “tonalità”, perché la “tonalità” contiene una soluzione che non nega i livelli della quantità e qualità, ma li integra in un modello avaloriale, quasi neutro per la dimensione umana. Chiedersi quale tono di consapevolezza un individuo può utilizzare e come descrivergli le cose attraverso quella sonorità, così famigliare,che può essere un orientamento di sensibilità e pensiero che permette di solidificare i rapporti e gli scambi nella relazione educativa. Tuttavia, nel continuo della relazione, variano le tonalità di consapevolezza, le quali si portano dietro tutte le altre varie tonalità emotive, esperienziali, o anche solo sensoriali.

Ciononostante il rapporto risente di una dimensione particolare: la poesia del linguaggio. Mentre tutta questa varietà tonale, costruisce pensieri e azioni che, come poetiche, definiscono la natura dell’individuo.Questa varietà si manifesta però nelle varie diversità e quindi anche nelle differenze del linguaggio e della loro espressione. Il linguaggio offre la parola alle vite delle persone, per descrivere e descriversi. Nascono così poesie diverse, stili differenti, poesie di linguaggi lontani e non solo per cultura o per i sentimenti. Ciò unisce e salva dalla possibile dispersione totale e dalla babele biblica che potrebbe colpire la società multietnica. Penso al gruppo dei ragazzi e ragazze che ho seguito, dove l’Europa prima e la più piccola Italia, diviene un granello rispetto al mondo dal quale provengono, ma quel granello pare immenso. Per abitare quel granello, bisogna conquistarsi una forza di resilienza che è data dall’uso della lingua. Vagano i ragazzi e ragazze che ho conosciuto, tra lingue madri, slang, lingue obbligate, disorientati nella lingua, faticano nel trovare un punto stabile dal quale partire ed ancorarsi, finché infine non si arrendono ad una verità intima, cioè che non c’è nessun paese caotico da abitare, e che bisogna mettere radici nella propria mente muta. Nelle situazioni momentanee o costanti, di smarrimento esistenziale, non si potrebbe avere una comunicazione e scambio, se non esistesse una poesia del linguaggio stesso, alla base del rapporto tra le persone. Una base che guardi verso un senso archetipico della parola e della sua struttura, un’epistemologia poetica che faccia da ponte a tutti i linguaggi in movimento, un ponte che colleghi i silenzi del linguaggio stesso, ampliando la percezione sovrapposta del “diverso nell’uguale” e “dell’uguale nel diverso”. Infine, come possiamo vedere, ogni etnia ha prodotto poeti, cantori, narratori, i quali sollevano dall’invisibile, per dirla secondo la classificazione di Bruner, quella visione della vita nei suoi aspetti “esecutivi”, “iconici” e “simbolici” che in interazione dinamica, rivelano nell’atto creativo, l’intreccio tra ambiente, cultura, ed individualità dell’essere.

Category: Libri e librerie, Psicologia, psicoanalisi, terapie, Storia della scienza e filosofia, Welfare e Salute

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About Alberto Cini: Alberto Cini nasce a Bologna nel 1960, lavora come Educatore Professionale e Formatore, presso la cooperativa C.S.A.P.S.A in servizi rivolti all’handicap e all’adolescenza. Specializzato in Psicodramma con i terapeuti argentini Prof. Roberto Losso e Prof.ssa Ana Packciarz de Losso, è conduttore di laboratori espressivo teatrali, di scrittura creativa e grafico pittorici. Diplomato in massaggio tradizionale, shiatzu e massaggio aiurvedico, si specializza sull’approccio solistico alla persona. Ha pubblicato due raccolte di poesie, “Il fiore d’acqua” e “Le tre sfere”, stralci delle sue opere inedite si trovano sulla rivista di poesia “Versante Ripido”, per la quale disegna vignette satiriche e opere di contatto tra poesia e disegno grafico. Artisticamente viene educato all’arte dalla pittrice Bianca Arcangeli, sua insegnante e con la quale ha mantenuto un costante rapporto di condivisione e di confronto. Questo primo approccio lo influenza particolarmente sul rapporto tra parola e segno, tra la poesia e la pittura. Sensibile agli aspetti formativi e pedagogici dell’espressione artistica approfondisce il simbolismo della forma e del colore, l’arte terapia, terapie non convenzionali e tecniche di sviluppo della persona con il filosofo indiano Baba Bedi che frequenta per vari anni nella sua casa milanese. Non percorrendo formazioni accademiche approda alla scuola dello scultore Alcide Fontanesi, col quale comincia un lungo apprendistato formativo sull’espressionismo astratto. Le sue opere sono presso la galleria d'arte Terre Rare di Bologna

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