6.283 casi di Ebola e 2.917 morti: nazioni più colpite Guinea, Sierra Leone e Liberia

| 26 Settembre 2014 | Comments (0)

 

 

 

Secondo gli ultimi dati (25 settembre 2014) secondo www.cdc.gov il CDC (Centers for Disease Control and Prevention) di Atalanta  il totale dei casi di Ebola in Africa sono 6.263 di cui morti 2.917 e casi confermati da laboratorio 3.487. Le tre nazioni più colpite sono: Guinea (Totale casi 1.022, totale morti 635, casi confermati da laboratorio 3.487), Liberia (Totale casi 1.022, totale morti 635, casi confermati laboratorio 832). La foto del manifesto sopra riportata è stata fatta in Liberia

Secondo Margaret Chan direttore generale dell’OMS (Organizzazione mondiale Sanità) nella sua recente conferenza stampa il 12 settembre 2014 a Ginevra  ci sarebbe bisogno di 1000 operatori sanitari in più per combattere l’epidemia. ”L’Oms ha già impiegato quasi 500 persone nei paesi colpiti – ha sottolineato Chan -. Tutti i paesi stanno dando un supporto, ma la scala dell’epidemia è enorme, e anche lo sforzo deve essere aumentato”. Il governo cubano invierà 165 persone in Sierra Leone. ”Questo è l’impegno maggiore in termini di personale che si è avuto finora – ha spiegato Chan -. Ogni 70-80 letti per il trattamento dei casi abbiamo bisogno di 200 operatori sanitari tra medici, infermieri e pulitori professionali. Abbiamo bisogno di almeno 1000 operatori da impiegare nei centri di trattamento presenti e futuri”

 

Secondo il Rapporto del CDC (diffuso il 23 settembre 2014) entro il 20 gennaio 2015 potrebbero essere contagiate in Africa Occidentale tra 550.000 e 1,4milioni di persone, Una cifra superiore di quella stimata dalla OMS che sottostima i casi di contagio.

 

 

 

Riportiamo dalla rete alcune informazioni base e alcune testimonianze:

 

1. Marco Ferrari: Otto domande e risposte sul virus Ebola

(Focus.it 1 agosto 2014)

 

1. COS’È IL VIRUS EBOLA?

È un virus è estremamente aggressivo, appartenente alla famiglia dei Filoviridae, come il virus Marburg, che causa problemi simili. Ebola provoca una serie complessa e rapidissima di sintomi, dalle febbri emorragiche al dolore ai muscoli e agli arti e numerosi problemi al sistema nervoso centrale.

Il periodo di incubazione (dal momento del contagio all’insorgenza dei primi sintomi) va da 2 a 21 giorni. La morte è fulminante e sopraggiunge nello stesso periodo (2-21 giorni).

Il materiale genetico è RNA, che va incontro a mutazioni non particolarmente rapide e contiene solo sette geni. Sono stati isolati finora cinque ceppi diversi del virus, di cui quattro sono letali per l’uomo. La prima scoperta del virus risale al 1976, in Congo e Sud Sudan. Di solito il virus è molto infettivo e virulento, e quindi se colpisce una o due persone di un villaggio si diffonde con estrema rapidità e “consuma” tutte le persone che colpisce.

 

2. DA DOVE PROVIENE EBOLA?

Il cosiddetto serbatoio naturale del virus sono molto probabilmente le volpi volanti, grossi chirotteri che mangiano frutta e abitano le foreste tropicali; si pensa che il virus “viva” all’interno di questi animali da moltissimo tempo perché non causa in essi nessuna sintomo. Per arrivare all’uomo il virus potrebbe essere passato dalle volpi volanti alle scimmie, o altri animali della foresta, e infine all’uomo attraverso il fenomeno del bush-meat, cioè la carne ricavata da animali selvatici come antilopi o scimpanzé. Il fenomeno si è aggravato da quando compagnie occidentali e cinesi sono penetrate nella giungla per il disboscamento e la ricerca di fonti di minerali. Mangiando la carne di questi animali gli uomini possono essere rapidamente contagiati.

 

3. COME SI TRASMETTE EBOLA?

La trasmissione del virus è molto rapida, attraverso i fluidi corporei, come muco o sangue, ma anche attraverso le lacrime o la saliva, e il contatto con aghi o coltelli usati dall’ammalato. Anche se di solito questi virus non si trasmettono attraverso l’aria, è stata dimostrata nelle scimmie la trasmissione in goccioline contenenti il virus. È probabile che la trasmissione possa avvenire anche attraverso i rapporti sessuali. Nei villaggi o nelle zone più remote i contatti frequenti tra gli ammalati e i parenti aiuta la trasmissione del virus.

 

4. È IL PIÙ PERICOLOSO VIRUS CONOSCIUTO?

Ebola ha una percentuale di fatalità del 68% tra le persone colpite. Pur essendo mortale non è riuscito a diffondersi al di fuori dei villaggi in cui è scoppiata l’epidemia, fermato solo dalla fatto che colpiva regioni e agglomerati remoti e isolati. Qui spesso uccideva la maggior parte della popolazione e l’isolamento e la mancanza di strade rendeva facile iniziare una quarantena. Per questo l’arrivo in una città popolosa e con rapidi collegamenti con l’esterno potrebbe essere molto preoccupante. Le condizioni di una grande città sono ideali per la trasmissione di un virus così aggressivo.

 

5. PERCHÉ COLPISCE SOLO ADESSO?

La scoperta del virus è relativamente recente probabilmente perché è aumentata anche la penetrazione nelle foreste da parte delle grandi compagnie del legname o minerarie, che hanno spinto gli abitanti dei singoli villaggi a nutrirsi del bush-meat (vedi sopra).

 

6. PERCHÉ LA PREOCCUPAZIONE PER LA DIFFUSIONE IN UNA CITTÀ?

Poiché l’infezione è estremamente veloce e la virulenza molto alta, se un virus di questo tipo “conquista” una città potrebbe colpire la popolazione molto rapidamente, prima che le autorità siano in grado di fermarlo.

 

7. C’È UNA CURA O UN VACCINO?

Non esistono cure o vaccini, anche se ci sono stati tentativi con la trasfusione di individui colpiti ma sopravvissuti. Sono alla studio metodi estremamente avanzati, come la cosiddetta tecnologia antisenso o il farmaco sperimentale Zmapp, ma non si hanno ancora risultati clinici. A oggi – quando le vittime vengono immediatamente idratate, nutrite e curate con appositi farmaci antipiretici – c’è comunque una probabilità di sopravvivenza, come è successo a due medici a cui è stato somministrato in via eccezionale il farmaco Zmapp ma soprattutto curati negli Stati Uniti con farmaci antipiretici e reidratati.

 

8. E’ VERO CHE DOPO MOLTO TEMPO I PATOGENI PERDONO LA LORO VIRULENZA ?

È una specie di leggenda urbana, perché si pensava che un virus o un batterio si evolvesse in modo da essere sempre meno virulento più a lungo dura il suo rapporto con l’ospite. Ma il danno che un virus o un batterio infliggono all’ospite dipendono da molti fattori, in particolare la facilità di trasmissione. La cosiddetta “ipotesi del compromesso” suggerisce che il patogeno debba stare in equilibrio tra il tempo in cui è in grado di stare in un ospite e la velocità di trasmissione. In breve, il danno che si crea all’ospite e la trasmissione debbono esser bilanciate per massimizzare la diffusione. Un patogeno che si trasmette attraverso l’aria (sia autonomamente sia attraverso vettori come gli insetti) è molto facile che non divenga affatto più “buono” col tempo, ma rimanga estremamente dannoso; questo perché può spostarsi da un ospite all’altro anche se il colpito è fermo a letto, malato. Le specie che si trasmettono per fluidi corporei o in generale attraverso il contatto diretto hanno bisogno che l’ospite si muova e incontri altri “contagiabili” e quindi non devono creare troppi danni agli ospiti stessi. È stato dimostrato che aumentare la difficoltà di trasmissione diminuisce anche la virulenza di un virus.

 

 

2. Ernestina Repetto (Medici senza frontiere): Storia di Tiranke colpita dall’Ebola in Guinea

WWW.medicisenzafrontiere.it (Antonella La Barina, Repubblica.it 26 settembre 2014)

 

“Tiranke aveva 20 anni e una figlia di pochi mesi quando si è rivolta al centro di Medici senza frontiere per il trattamento dell’Ebola a Guéckédou, in Guinea, un grande villaggio commerciale ai confini con la Liberia e la Sierra Leone: nel cuore dell’epidemia, perché il viavai dei mercanti favorisce i contatti e il contagio. Tiranke sapeva riconoscere l’Ebola: il marito e le sue prime due mogli (lei era la terza) si erano già ammalati con otto dei nove figli. E solo l’uomo e uno dei bambini ce l’avevano fatta. Poi anche Tiranke ha avuto i sintomi. Esami, tuta d’isolamento, mille raccomandazioni di non toccare la figlia nella breve attesa dei risultati… Lei invece l’ha allattata. Abbiamo fatto di tutto per salvare quella donna. Non è bastato. Ma per miracolo la bimba  non è stata contagiata: ora vive con padre e fratello sopravvissuti”.

A raccontare il dramma di questa famiglia devastata dal virus e dal dolore è Ernestina Repetto, 33 anni, infettivologa di Msf: uno di quei coraggiosi che, maschera e tuta integrale, affrontano la peggiore epidemia di Ebola della storia. Lei è appena tornata dalla Guinea, dove la ong ha gli unici due centri di trattamento nel Paese. Altre strutture di Msf sono in Liberia, Nigeria e Sierra Leone, per un totale di 480 posti letto e duemila operatori che effettuano diagnosi e terapie, contengono l’epidemia, sensibilizzano la comunità: l’Ebola è contagiosissima, difficile da diagnosticare, non ha un trattamento specifico e un vaccino. In sei mesi Msf ha ricoverato più di duemila persone, per metà affette dal virus: 241 sono guarite.

“Tra le prime cause di contagio, i riti funebri, quando più persone toccano il defunto, mentre il virus è ancora all’apice dell’aggressività” spiega Repetto. “Più a rischio, le donne giovani, che si prendono cura dei malati: paure e tradizioni ritardano ancora la chiamata al 118 locale”. Così i contagi aumentano a ritmi mai visti. E Msf è ai limiti delle forze. Mancano letti, strutture, kit medici, personale (che ogni 4-6 settimane va ruotato, perché la stanchezza non faccia abbassare la guardia). Si aiuta la ong con un sms da 2 euro al 45507 fino al 4 ottobre (medicisenzafrontiere. it).

 

 

 

3. Testimonianze dall’Ospedale a Pujehun (Sierra Leone) del team del CUAMM diretto da Don Dante Carraro all’interno della Fondazione Opera San Francesco Saverio presieduta dal Vescovo di Padova

www.mediciconafrica.org 7 agosto 2014

 

Testimonianza di Giovanni Putoto, responsabile programmazione di Medici con l’Africa Cuamm:

L’epidemia sta peggiorando. Tutti i distretti, inclusa Freetown hanno casi sospetti e morti certificate di Ebola. L’ultimo bollettino di ieri del MOH riporta un totale di 213 morti su un totale di 613 casi confermati. Dati che sembrano non corrispondere alla realtà che c’è sul campo. Ieri assieme dal DMO di Pujehun, dr. David Bome, Clara e Paolo, abbiamo visitato l’ospedale di Kenema.

Il DMO del posto, dr. Vandi, vecchia conoscenza del Cuamm, ci ha dipinto un quadro pesante, a tratti fosco. Cadaveri di persone vengono trovati lungo le strade e le piazze. Alcuni di questi sono risultati positivi al test della saliva per Ebola. Si tratta di persone o abbandonate dalla famiglie o scappate dalla famiglie. Nonostante una capacità di 50 letti, il reparto di pazienti affetti da Ebola non riesce a far fronte ai nuovi casi. Ci sono stati 81 decessi, mentre solo ieri mattina si sono registrati 17 nuovi casi risultati positivi al test Elisa o al test PCR. I pazienti saranno trasferiti in un reparto più spazioso, mentre al di fuori della città sono iniziati i lavori per la costruzione di un centro di trattamento dell’Ebola. Una decina di esperti OMS fornisce supporto clinico, formativo, laboratoristico e epidemiologico.

Le vie di trasmissione fuori controllo sono le stesse di sempre: quella comunitaria e quella ospedaliera. Gli effetti sono quelli già visti in contesti simili: diminuisce drasticamente l’utilizzazione dei servizi sanitari, dalle vaccinazioni ai parti assisti (una regressione del sistema sanitario!) e si moltiplicano le manifestazioni di rabbia e rigetto con gli operatori sanitari, rei di ” avvelenare ” i pazienti. C’è un grande lavoro da fare per coinvolgere la comunità attraverso l’informazione e la partecipazione attiva e responsabile di tutti.

A Pujehun finora ci sono stati 2 morti per Ebola ricoverati presso l’unità di isolamento e 4 morti probabili avvenute a Zimmi, una località distante circa 4-5 ore dal capoluogo. Forse per la sua posizione geografica il distretto di Pujehun risulta meno colpito di altri. Forse…Importante e apprezzato il lavoro realizzato da Clara e dal team con il DMO per l’allestimento della tenda. IL DMO e il MS hanno molta fiducia nel Cuamm e ci coinvolgono in molte decisioni. Sono fragili ma aperti alla collaborazione.

I problemi più urgenti sono: completare isolamento dei pazienti sospetti di Ebola secondo le procedure richieste, garantire il massimo della protezione al personale (tutto, il nostro e quello locale) secondo i livelli di rischio, formare e motivare il personale locale, sostenere il distretto nel case finding e nel case tracing nel territorio. Con tutte le cautele e le apprensioni del caso, non dobbiamo mollare la presa. Bisogna dare tutti i sostegni necessari .

 

Testimonianza di Clara Frasson, assistente sanitaria esperta di Sanità pubblica e capo progetto Cuamm a Pujehun, dove sta lavorando con lo staff locale al monitoraggio clinico, al rifornimento ed equipaggiamento medico, alla formazione ed educazione della popolazione:

Se una persona adesso arrivasse a Pujehun, ancora vedrebbe una tranquillità apparente. La gente è in attesa. Tutti si guardano tra loro, in silenzio, e aspettano. Pujehun ha visto l’inizio dell’epidemia da un mese, quindi siamo nella fase in cui potrebbe scoppiare da un momento all’altro o potrebbe esaurirsi. Ma temo sia più probabile la prima ipotesi.

Ci spinge un discorso affettivo, perché con il personale qui abbiamo un forte rapporto di collaborazione e amicizia che si è creato e solidificato nel tempo, per cui sappiamo che lasciarli qui da soli per loro sarebbe tremendo. Aleggia una depressione generalizzata indescrivibile. Se andiamo via anche noi, si sentono proprio abbandonati. Tutti noi abbiamo ben presente la nostra responsabilità. Stiamo cercando di prendere tutte le precauzioni possibili per noi e per loro.

A Kenema sono morti 20 operatori sanitari che lavoravano nelle tende, dentro al centro. 20 sono tanti… Con loro è morto anche il dottor Khan, che era il direttore del centro, e per loro è stato un colpo di portata incommensurabile. Sabato siamo andati a Zumi, un piccolo centro rurale dove ci sono state 4 persone decedute sicuramente per ebola, ma essendo morte non sono stati effettuati i prelievi. Si aggiungono ai probabili casi quindi, ma sono quasi sicuri.

Siamo andati lì per sensibilizzare la popolazione, per cercare di evitare che la gente si nasconda. Hanno paura dell’arrivo delle autorità locali, temono di essere prelevati e di essere internati in centro di isolamento. Quindi siamo andati lì e abbiamo organizzato una riunione con la popolazione. Si percepivano il terrore, la paura, ma pian piano siamo riusciti a far capire loro l’importanza del controllo, che la popolazione deve controllarsi reciprocamente, per proteggersi. È stato molto difficile, la gente era timorosa ma cominciavano a capire l’importanza della tutela e di come salvarsi. Qui basta che entri qualcuno che è malato e il contagio è pressoché immediato.

 

Testimonianza di Paolo Setti Carraro, chirurgo Cuamm a Pujehun:

Cari amici, in questa buia giornata, dall’orizzonte basso di nuvole grigie, con l’acqua che scorre a fiumi dal cielo, vogliamo condividere con voi la luce del sorriso di Kadie, che lei stessa ci aveva lungamente e caparbiamente negato per tutto il mese

È arrivata da noi da Pandebu, distretto di Bonthe, confine occidentale di Pujehun, nelle braccia di suo padre dopo un mese di febbri e digiuno. Dieci chili di peso per una bimba di 5 anni, il respiro affannoso degli anemici cronici, le caviglie gonfie dei gravi malnutriti, l’addome disteso dalla peritonite cronica, feci liquide che sgorgavano a fiotti dall’ombelico dopo ogni pasto frugale che riusciva ad ingollare. Lentamente abbiamo corretto l’anemia, combattuto la malaria, guarito la polmonite, cominciato ad alimentarla con latte speciale.

Tuttavia, quanto più si alimentava, tanto maggiore era la portata della fistola intestinale. Un disastro disperante. È toccato a me districarmi un mattino nel suo addome, tra mille aderenze, per trovare il buco che la febbre tifoide vi aveva aperto e chiuderlo con la più azzardata delle suture che ho mai realizzato nella mia vita di chirurgo. Ho trascorso giorni pieni d’ansia e notti tormentate, mentre lei si “nutriva” di acqua e sali per via endovenosa nell’attesa di sapere che i nostri sforzi non erano stati vani. Poi finalmente, dopo tre giorni, la regolare ripresa delle funzioni intestinali ci ha fatto capire che c’era speranza. Poco importava che nel frattempo, come atteso, la ferita addominale si fosse riaperta. Era quel buco che ci terrorizzava, ed ora era sotto controllo.

Piano piano Kadie ha ripreso a mangiare e per tutti noi è cominciato il festival delle uova sode, dei biscotti ipercalorici, la gara ad ingozzarla di ogni leccornia disponibile sul mercato, poche in realtà, ma una continua sorpresa per lei, non usa a tanta ricchezza. Il suo volto imbronciato per settimane, il suo sguardo vuoto e disperato hanno cominciato a rilassarsi ed oggi, finalmente, dopo tante sofferenze ci ha donato il più bello dei sorrisi. Kadie è tornata a casa, lavata e profumata, vestita come una regina.

Di quel sorriso che trasmette gratitudine e gioia oggi abbiamo tutti un grande bisogno. Ebola è qui, tra noi, al nostro fianco. Le certezze con cui si conviveva sino a ieri sono naufragate nel giro di una notte. Finora la distanza dai casi accertati la si misurava in decine di miglia, era la nostra sicurezza, innanzitutto psicologica, sapere quanto lontani rimanevano i focolai di contagio. Da ieri i primi due malati di questo distretto sono sotto la tenda d’isolamento, cento metri dal compound, poche decine di metri dalla maternità e dalla pediatria.

Il primo è morto ieri, la seconda ha passato la notte a lamentarsi ed oggi è deceduta prima di poter essere trasferita al centro di trattamento di Kenema. La griglia del filtro, che prevede come prima domanda la provenienza del paziente, ha improvvisamente perso molto del suo significato. Ebola è qui. Da Kenema giungono notizie tragiche, di morti raccolti per le strade, a Kailahun ogni giorno decine di pazienti entrano il triage nel centro-tendopoli gestito da MSF perché sospetti malati o sintomatici.

Tuttavia regaliamoci una buona notizia: 127 pazienti sono stati dimessi guariti da Kenema, 43 da Kailahun. Pochi, sicuramente, se rapportati ai quasi 500 morti, ma meglio che in altre occasioni. Di suo il virus ci mette la variabilità, che ci spiazza e ci confonde: meno del 30% dei pazienti sanguina, complicando di molto la diagnosi e le difese. Ora sta a noi alzare al massimo la guardia e fare blocco con tutto il personale coinvolto nelle cure. Solo il tempo ci dirà se avremo fatto qualcosa di buono, risparmiando vite e contagi.

Ed ogni giorno ed ogni sera confidiamo in tantissimi altri meravigliosi sorrisi.

 

 

 

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Category: Osservatorio internazionale, Welfare e Salute

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