Università. Di discordie concordi abisso eterno

| 22 Gennaio 2012 | Comments (1)

Quando c’è una persona nel posto sbagliato una certa quantità di danno è inevitabile. Ma quando il posto sbagliato è, diciamo, di grande importanza, allora la farsa si può trasformare in tragedia, e il fastidio in catastrofe.

Qualche inguaribile ottimista dirà: “ma questo non può succedere in un paese civile e colto come l’Italia!”. A questa affermazione rispondo con la più classica delle figure retoriche, l’ipotiposi: Scilipoti in parlamento, la Gelmini responsabile dell’istruzione, la Minetti nel consiglio regionale della più grande regione d’Italia, Bossi a capo di un partito, Bossino in consiglio regionale, Schettino alla guida di una nave di 112mila tonnellate (con 4200 persone sopra), Previti ministro della Giustizia,… La rivista mi impone dei limiti, userei tutte le battute concessemi per l’elenco, e invece ho un altro paio di cose da dire.

La prima. Quando questo avviene (dài, lettore ipocrita, non fingere di non aver capito cosa), la prima domanda da porsi non dovrebbe essere: “ma chi ti ha dato la patente?”, ossia, nei nostri termini, ma chi ti ha messo lì? A volte è facile rispondere, altre volte molto meno, e allora è tutto il sistema che scricchiola, si inclina da un lato, e diventa difficile persino calare le scialuppe per scapppare.

La seconda. Ma possibile che nessuno di questi personaggi senta mai il disagio di essere  fuori posto? (volendosi qui prescindere dalla pur nutrita schiera dei semplici profittatori, e da quella non meno nutrita di coloro che, per naturale inopia di mezzi intellettuali, non arrivano nemmeno a capire che sono fuori posto? Supponiamo che voi abbiate un amico patron di una squadra di basket della NBA. Supponiamo che, per amicizia, vi arruoli. Come  vi sentireste tra giganti di oltre due metri? (qui l’esperimento mentale mal si adatta a quegli eventuali lettori che fossero giocatori di basket, con i quali mi scuso, e a cui fornisco in contraccambio l’esempio duale dei fantini delle corse al galoppo).

E vengo al dunque. In questi giorni è uscito un appello dei Radicali a liberare l’Università, prontamente e integralmente ripreso da «Il Riformista» del 20 Gennaio. La sintesi di questa liberazione la fanno gli stessi proponenti (e chi meglio di loro?):

 

«Noi pensiamo che oggi la sfida da cogliere con decisione sia quella di realizzare alcune fondamentali riforme:

 

1-    Abolizione del valore legale del titolo di studio universitario

2-    Liberalizzazione delle rette universitarie

3-    Istituzione di un sistema di borse di studio e prestiti d’onore»

 

Ecco sfornato il toccasana, rinvenuta la panacea, trovato lo specifico che Dulcamara per poco, anzi, per niente ci dà. Traducendo: 1) abbassiamo i controlli a favore delle università, private, telematiche, deambulanti; 2) aumentiamo le tasse agli studenti, favorendo i ricchi a danno dei meritevoli; 3) indebitiamo fino al collo i nostri giovani già dai diciott’anni. E via, dopo saremo liberi; magari barbari, sì, ma che conta, barbari liberi.

Ora, in un paese libero e democratico, è pienamente legittimo che ciascuno lanci i suoi appelli, e che abbia le sue opinioni; niente di male. Né intendo entrare nei contenuti: lo ha fatto in modo eccellente, con la solita precisione ed eleganza, Francesca Coin su Il Fatto.

Ma il bello deve ancora venire. Uno legge i firmatari, e che cosa scopre? Che questo schema di intervento,  non è firmato da Milton Friedman, o da Confindustria, bensì da autorevolissimi esponenti del Partito Democratico, come gli Ichino o Gianfranco Pasquino.

Ecco, devo confessare, qui la ragione vacilla. Nessuno vuole negare a Pietro Ichino di propugnare le sue idee (Platone, perdonami, si fa per dire…); ma qualcuno è in grado di spiegare cosa ci fa nel PD? Ma perché non trovarsi una soluzione più acconcia, accanto a Valditara ad esempio, o a Storace? Tanto qui non si butta via niente, mica uno se cambia idea lo mandano a casa: tutt’al più passa al gruppo misto, o ai Responsabili, mica li scegliamo noi i parlamentari.

E subito dopo viene buona l’altra questione di cui sopra: caro Bersani, ma sei sicuro di avere scelto bene per il timone della Concordia? O il PD è, come dice il Poeta, di discordie concordi abisso eterno, paradiso infernal, celeste inferno? Perché non tutti gli scogli sono segnati sulle carte nautiche…

 

Category: Scuola e Università

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About Maurizio Matteuzzi: Maurizio Matteuzzi (1947) insegna Filosofia del linguaggio (Teoria e sistemi dell'Intelligenza Artificiale) e Filosofia della Scienza presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Bologna. Studioso poliedrico, ha rivolto la propria attenzione alla corrente logicista rappresentata da Leibniz e dagli esponenti della tradizione leibniziana, maturando un profondo interesse per gli autori della scuola di logica polacca (in particolare Lukasiewicz, Lesniewski e Tarski). Lo studio delle categorie semantiche e delle grammatiche categoriali rappresenta uno dei temi centrali della sua attività di ricerca. Tra le sue ultime pubblicazioni: L'occhio della mosca e il ponte di Brooklyn – Quali regole per gli oggetti del second'ordine? (in «La regola linguistica», Palermo, 2000), Why Artificial Intelligence is not a science (in Stefano Franchi and Güven Güzeldere, eds., Mechanical Bodies, Computational Minds. Artificial Intelligence from Automata to Cyborgs, M.I.T. Press, 2005). Ha svolto il ruolo di coordinatore di numerosi programmi di ricerca di importanza nazionale con le Università di Pisa, Salerno e Palermo. Fra il 1983 e il 1985 ha collaborato con la IBM e, a partire dal 1997, ha diretto diversi progetti di ricerca per conto della società FST (Fabbrica Servizi Telematici, un polo di ricerca avanzata controllato da BNL e Gruppo Moratti) riguardo alle tecniche di sicurezza in informatica, alla firma digitale e alla tecniche di crittografia. È tra i promotori del gruppo «Docenti Preoccupati» e della raccolta firme per abrogare la riforma Gelmini.

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