Marco Rondina: Nelle università italiane sempre meno studenti hanno fiducia nel proprio futuro

| 19 febbraio 2017 | Comments (0)

 

 

Diffondiamo da www.roars.it del 17 febbraio 2017

«Il numero di studenti che proseguono gli studi è in costante aumento: l’abolizione del numero chiuso e l’importante programma di reclutamento hanno portato enormi benefici all’intero sistema. Il merito va certamente anche alla gratuità dell’istruzione universitaria e agli importantissimi programmi di welfare per quanto riguarda cultura, trasporto pubblico e residenzialità. Credere nell’Università ha funzionato ed è il paese intero a guadagnarci: la disoccupazione, specialmente quella giovanile, è prossima allo zero e l’ultima riforma del mercato del lavoro ha ridato alla nostra generazione la stabilità necessaria per immaginarsi un futuro.» Fantascienza? No, non è fantascienza. Piuttosto, è sferzante ironia quella che trapela dalle parole di Marco Rondina (nelle due foto), pronunciate nel corso della cerimonia di inaugurazione dell’anno accademico 2016/2017, in cui è intervenuto come rappresentante degli studenti del Politecnico di Torino. In una manciata di minuti, ha tracciato un’analisi lucida e impietosa, raccogliendo applausi a scena aperta. Da chi avrà imparato? Di sicuro non dai vertici accademici italiani. A fronte di un calo di 7.503 posti dal 2010 al 2016, era bastato l’annuncio di 861 posti di ricercatore per raccogliere il plauso di rettori e pro-rettori. «Una vera e propria iniezione di giovani nelle università» aveva esultato il Rettore di Roma Tre, poco meno di un anno fa. E anche lo scorso agosto il Presidente della Conferenza dei Rettori ci informava che i rettori erano «più che soddisfatti» e che scorgevano «opportunità per i nostri giovani studiosi di vedersi aprire la strada per la carriera accademica». Finisce che a dare lezione di dignità e onesta intellettuale devono essere gli studenti. Hanno le idee più chiare, dei loro maestri e anche una memoria migliore, se sono loro a ricordarci che «quasi cento anni fa, nel primo dei suoi “tre compiti”, un giovane Antonio Gramsci scriveva: “Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza”».

 

 

Signor Ministro, Autorità, Magnifico Rettore, Gentili ospiti,

Ci tengo a rivolgere il più caloroso saluto degli studenti a voi e a tutta la nostra comunità accademica: studenti, ricercatori, docenti, tecnici amministrativi e il personale tutto.

Quando mi è stato comunicato il tema della cerimonia, la quarta rivoluzione industriale, non ho potuto fare altro che pensare all’esaltante tempismo con cui è stato avviato quello che mi piace considerare un vero e proprio Rinascimento del sistema universitario italiano:

Il numero di studenti che proseguono gli studi è in costante aumento: l’abolizione del numero chiuso e l’importante programma di reclutamento hanno portato enormi benefici all’intero sistema. Il merito va certamente anche alla gratuità dell’istruzione universitaria e agli importantissimi programmi di welfare per quanto riguarda cultura, trasporto pubblico e residenzialità. Credere nell’Università ha funzionato ed è il paese intero a guadagnarci: la disoccupazione, specialmente quella giovanile, è prossima allo zero e l’ultima riforma del mercato del lavoro ha ridato alla nostra generazione la stabilità necessaria per immaginarsi un futuro.

Questo è il discorso che tutti vorremmo ascoltare. Come ben sapete, però, la situazione che stiamo vivendo è decisamente diversa. Nonostante i dati mostrino un ateneo in crescita e in controtendenza rispetto alle medie nazionali, il Politecnico di Torino è parte integrante del sistema educativo del Paese e specialmente oggi non possiamo rinunciare a riflettere sullo stato di tale sistema.

Nonostante l’Università soffra di una gravissima carenza di risorse, sia per la didattica che per la ricerca, dobbiamo avere il coraggio di denunciare che, nessuno dei governi che si sono susseguiti negli ultimi anni ha realmente voluto invertire la rotta: esistono ancora dei vincoli di turn-over, gli stessi che hanno causato un drastico calo della docenza e che hanno reso il precariato una realtà sempre più stabile. Meno professori significa minor capacità ricettiva e una peggiore qualità di didattica e ricerca.

Il punto forse più grave, però, è che sempre meno studenti hanno fiducia nel proprio futuro: oltre a rimanere l’ultimo paese europeo per percentuale di laureati, le immatricolazioni sono in costante calo da anni. Davanti ad una simile situazione, invece di favorire la transizione dalla scuola superiore all’Università, vediamo spuntare in tutta Italia sempre più restrizioni all’accesso che hanno l’unico effetto di distruggere i sogni di una intera generazione.

Tra le cause dell’abbandono scolastico c’è anche la situazione economica delle nostre famiglie. Occorre rimuovere tutti gli ostacoli che impediscono una concreta libertà di accesso ai saperi: non possiamo continuare ad essere tra i primi paesi europei per tassazione universitaria pubblica. Anziché risolvere il problema sono stati implementati grotteschi meccanismi che mettono gli atenei nella perversa condizione di ottenere più fondi statali aumentando le tasse degli studenti. Il tutto accompagnato da un sistema di Diritto allo Studio zoppicante e capace di creare la figura tutta nostrana dell’idoneo non beneficiario.

Queste sono solo alcune delle miopi politiche intraprese negli ultimi anni che guardavano all’immediato risparmio ignorando totalmente il domani. Dobbiamo cambiare rotta nel più breve tempo possibile perché, in questo preciso momento storico più di ogni altro, l’Università deve essere un elemento fondamentale per la nostra crescita come società. Non parlo di una crescita economica, qui è in gioco la nostra coscienza collettiva, la nostra cultura, la nostra capacità di stare al passo con i tempi e la possibilità della nostra e delle future generazioni, di trovare liberamente il proprio posto nel mondo. Emancipazione collettiva e realizzazione personale. Dobbiamo fare estrema attenzione a questo aspetto, perché impacchettare il precariato come “flessibilità” non eviterà le sempre più crescenti tensioni sociali dovute all’instabilità.

Abbiamo la fortuna di avere un capitale umano di altissimo valore, uno dei migliori, ma per il funzionamento del sistema occorrono importanti investimenti e, come nel nostro caso specifico, spazi adeguati alle necessità. Occorre inoltre scrollarsi di dosso tutte quelle meccaniche escludenti in nome di una meritocrazia che, troppo spesso, viene utilizzata come maschera di un progressivo e costante definanziamento: non dobbiamo mai dimenticarci che la qualità di un sistema universitario non dipende dal numero di premi Nobel o dalle sue ricerche di punta, ma dal livello medio dei suoi studenti, ricercatori, docenti e personale. La valorizzazione delle eccellenze non può e non deve venire a discapito di una diffusione sempre più ampia di conoscenza, requisito fondamentale per una società più democratica e più consapevole.

Senza tutto questo, non possiamo pensare di essere in grado di affrontare con coscienza le sfide che il futuro ci offrirà, a partire proprio dalla quarta rivoluzione industriale che cambierà inevitabilmente il nostro modo di vivere e lavorare. Davanti a noi troveremo due strade: quella positiva in termini di migliorato benessere individuale e collettivo, e quella negativa di chi viene sopraffatto dal non-progresso. Parliamoci chiaro: milioni di posti di lavoro si perderanno nei prossimi anni a causa delle nuove tecnologie. Solo un rilancio culturale dell’intera collettività, con l’Università nel ruolo chiave di locomotiva del paese e del progresso, potrà permetterci di affrontare il futuro con la serenità di chi ha il coraggio di innovarsi.

A questo punto dobbiamo farci la più semplice delle domande, tutti noi: Quale strada vogliamo prendere? Vogliamo una società sempre più divisa e senza giustizia sociale o vogliamo darci la possibilità di crescere attraverso la cultura?

In una giornata così importante per il nostro ateneo, vorrei lasciarvi con la speranza di una suggestione:

Caro Ministro, mi rivolgo a lei in quanto rappresentante del nostro Governo, perché non cogliamo l’occasione che l’evoluzione industriale ci sta offrendo, per lanciare un vero e proprio Rinascimento dell’intera Università e quindi della società italiana?

Quasi cento anni fa, nel primo dei suoi “tre compiti”, un giovane Antonio Gramsci scriveva: “Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza”.

Grazie e Buon Anno Accademico a tutti!

 

 

Maurizio Crosetti ha intervistato lo studente del Politecnico Marco Rondina per repubblica.it del  19 febbraio 2017

Marco Rondina Lui è il ragazzo con la cravatta rossa. Quello che all’inaugurazione dell’anno accademico del Politecnico ha detto che la disoccupazione è a zero, l’università è gratis, il numero chiuso non esiste più e il welfare una meraviglia. Scherzava, provocava. Forse sognava. Si chiama Marco Rondina, ha 22 anni, è pesarese. Segnatevi il nome: un giorno forse lo troverete su una scheda elettorale.

Marco, il suo video è virale.
“Una soddisfazione, non era neanche un video di gattini”.


Ha parlato di rinascimento universitario: pura utopia?
“Non credo. È una cosa possibile, la società e il mondo del lavoro pretendono un’università migliore “.

In cosa, questa, non lo è?
“Abbiamo la seconda tassazione più costosa d’Europa dopo l’Olanda. E la cosiddetta riforma della buona scuola ci ha ignorati del tutto. Oddio, visto com’è andato il resto forse è stato un bene”.

Ma il Politecnico di Torino non è un’eccellenza?
“Lo è, però non può rappresentare l’intero sistema. Il problema dello spazio è drammatico: 11 mila studenti alle pre-iscrizioni, 5 mila ammessi. Non sapevano dove metterli. Forse costruiranno casette prefabbricate nel parcheggio, come per i terremotati. Non esiste neppure un microonde per scaldarci il pranzo, ed è difficilissimo trovare posto in aula studio”.

Il numero chiuso non seleziona verso l’alto?
“No, esclude persone che sarebbero perfettamente in grado di completare il loro percorso. In Italia l’accesso culturale è solo teoricamente libero”.

Lei quanto paga di tasse?
“Non molto, circa 500 euro perché la mia famiglia ha un basso reddito. Papà è un informatico disoccupato, mamma fa la postina a Pesaro. Resta il fatto che l’università è considerata una specie di bancomat alimentato dalla base”.

Voi studenti credete nelle riforme?
“Sempre meno, perché manca una chiara volontà politica. E dire che non sarebbero neppure così complesse”.

Come ha preparato il suo discorso?
“Volevo provocare lo spiazzamento iniziale. In queste cose, il primo minuto è tutto”.

All’inizio sembrava che lei dicesse sul serio, raccontando come reale il migliore dei mondi possibili.
“Infatti mi sono arrivate reazioni del tipo “accidenti che paraculo che sei”, ma il mio era solo uno stratagemma retorico”.

Mica male come comunicatore. A proposito, lei che è di sinistra cosa pensa di Renzi?
“L’ho votato una sola volta, quando ha perso le primarie. Sul comunicatore niente da dire, ma anche Berlusconi lo era. Sul resto, penso abbia perso la grande occasione di un vero cambiamento “.

Perché i giovani lo hanno lasciato?
“Perché il jobs act ha fatto passare il concetto che la precarietà sottopagata sia normale. La maggiore flessibilità non ha certo portato maggiore occupazione, abbiamo solo perduto diritti. Una drammatica asta al ribasso”.

Lei cosa vota?
“A sinistra, certo, ma ho perso il filo su chi possa davvero rappresentarci “.

All’università come siamo messi ad antipolitica?
“Sempre più diffusa, e questo mi rattrista. Ormai è come se l’ideologia fosse sinonimo di faziosità “.

Invece?
“Invece, se cedi sugli ideali sei perduto. La sinistra lo ha fatto, cercando un consenso centrista di voti che non ha tenuto. Eppure quell’elettorato esiste, è vivo, solo che non trova voce. Per questo la sinistra si è allontanata dalla sinistra “.

Ma lei di mestiere farà l’informatico o il politico?
“Cechov diceva: moglie medicina e amante letteratura… La passione politica scalcia e morde da quand’ero alle superiori”.

Ovviamente rappresentante degli studenti.
“Ovviamente”.

Ma ad esami come va?
“Un po’ attardato, il 27 febbraio mi aspetta “sistemi operativi”, un passaggio fondamentale. Mi sa che è meglio se stacco il cellulare “.

Arrivati molti messaggi? Anche di politici?
“Anche, però i nomi non ve li dico. Uno di loro vuole incontrarmi “.

Inviti in tv?
“Qualcuno, ma devo fare attenzione. Non voglio trasformarmi nell’icona dello studente che studia da politico”.

A casa cosa dicono?
“Che sapevano che con le parole me la cavo bene. Mamma lo ha saputo mentre consegnava la posta in un bar: parlavano del mio video diffuso dal sito di Repubblica”.

Marco, non teme che il suo discorso resti la proiezione di un sogno?
“Credo che qualunque studente e moltissimi professori vorrebbero l’Università che ho raccontato io. Non si tratta del solito pistolotto sul bene, non è ottimismo retorico: ci è bastato quello contro i gufi, e non ha funzionato granché”.

 

Category: Ricerca e Innovazione, Scuola e Università

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