Luciano Berselli, Tiziano Rinaldini: Scuole dell’infanzia, la menzogna del paritario

| 24 Maggio 2013 | Comments (0)

 

 

 

Cercando nei diversi dizionari il significato della parola “paritario”, troviamo sempre la stessa definizione.

Paritario vuol dire “fondato su un criterio di parità, di uguaglianza”.

Non è difficile, sembra proprio chiaro e razionale. Si può pensare, di conseguenza, che coloro che svolgono lo stesso lavoro debbano avere condizioni paritarie, fondate su un criterio di uguaglianza.

In un sistema di scuole per l’infanzia, che viene definito integrato e paritario, sarà senza dubbio così che funzionano le cose. Se proviamo a guardare con un poco di attenzione, ecco una sorpresa: le cose funzionano esattamente in modo opposto. Per le insegnanti e le altre figure professionali che lavorano all’interno di queste scuole il trattamento economico, l’orario di lavoro, le normative, la possibilità di intervenire sulla propria condizione e sul processo educativo sono molto diversi, non corrispondono proprio ad un criterio di parità.

Non è possibile? Andiamo a vedere quello che stabiliscono i diversi contratti nazionali (circa dieci) sul salario, sull’orario, sulle normative che differenziano e frammentano il lavoro all’interno delle scuole dell’infanzia. Sono tutti contratti diversi, molto diversi, firmati dallo Stato, dai Comuni, dalla Fism, dalle Coop, dalla Confindustria, da altre associazioni private. Il lavoro viene servito dentro un flessibile e variegato menù. La privatizzazione in corso dei servizi educativi è in tutta evidenza uno strumento che afferma anche in questo settore una logica di mercato fondata sulla riduzione di costi, vincoli del lavoro, frantumazione e divisione. A questo si aggiungono interessi di natura confessionale da sostenere con soldi pubblici. Sulla testa di chi si oppone cade invece l’accusa capitale: si muove spinto dall’ideologia. E l’ideologia, qualcuno l’ha notato, è come l’alitosi: ce l’hanno sempre gli altri. Un lavoro dunque frammentato e messo in concorrenza. Ma non è lo stesso lavoro? Quel lavoro non è forse determinante per la qualità dell’educazione e per la realizzazione dei diritti delle bambine e dei bambini in qualsiasi scuola dove venga esercitato?

Come si fa a dire che il sistema integrato e cosidetto paritario delle scuole dell’infanzia funziona bene e garantisce qualità ed equivalenza per i lavoratori e per i bambini?

Le domande interrogano tutti: ministri, sindaci (ministri che sono anche sindaci), assessori, partiti, cittadini… dovrebbero interrogare senz’altro anche il sindacato.

 

 

 

Tiziano Rinaldini: Perché votare A nel referendum di Bologna

 

Una densa cortina fumogena viene spesso stesa da parte di chi sostiene la posizione B e anche da chi si dichiara neutrale e prende le distanze.Si usano argomenti che nascondono l’unica reale posta in palio come effetto del risultato che vi sarà. Si evita così di rendere chiara ed esplicita la responsabilità che ognuno è chiamato ad assumersi.

Ciò su cui si misura la responsabilità di ognuno di noi è qual è il risultato da perseguire più corrispondente alla propria posizione sul tema pubblico e privato nella scuola (e non solo dell’infanzia). Il prevalere della scelta B favorirebbe in tutta evidenza l’offensiva in pieno svolgimento di riduzione del diritto di esigere che sia garantita la possibilità di mandare in scuole pubbliche i propri figli. Nel mentre si aprirebbe e legittimerebbe ancor più la strada alla pressione per privatizzare con soldi pubblici le strutture scolastiche costringendoci a rivolgerci a loro.

Già arriviamo in ritardo. Non è certo il caso di favorire condizioni per consolidare e accentuare la tendenza sotto la pressione delle ristrettezze finanziarie dei Comuni.

Riusciamo a capire (non a giustificare) l’opposizione da parte delle imprese private di varia natura, tanto più se cooperative o confessionali, qualora ritengano di costruire il loro ruolo sull’arretramento della copertura pubblica accompagnato dal finanziamento pubblico delle loro attività.Riusciamo ancora a capire coloro che esplicitamente sostengono che il diritto alla scuola non deve essere garantito da strutture pubbliche e che condividono le culture neoliberiste.

Ci rivolgiamo a tutti gli altri, a quelli cioè che considerano ancora la Costituzione, un obiettivo da applicare e non un ostacolo per il futuro.

E’ a questi che si chiede responsabilità e coerenza nel determinare un risultato positivo in un referendum che pur essendo consuntivo, anzi anche proprio perché solo consuntivo avrà come effetto certo e inevitabile a seconda del risultato spostare la bilancia in un senso o nell’altro. E nient’altro. In definitiva è questa la reale posta in palio del voto e non argomenti che vengono usati eludendo la reale responsabilità a cui si è richiamati. La stessa condivisione o meno dell’opportunità sull’utilizzo in questo caso dello strumento referendario è a questo punto del tutto secondario.

Ora si vota e non è consentito di non vedere la reale posta in palio.

 


 

 


Category: Osservatorio Emilia Romagna, Scuola e Università

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