Il poco democratico Statuto dell’Università di Bologna

| 25 Ottobre 2011 | Comments (1)

L’Associazione Docenti preoccupati dell’Università di Bologna spiega perché il recente statuto di questo ateneo si candidi ad essere lo statuto meno democratico di tutte le università italiane

 

La legge 240 di riorganizzazione dell’Università italiana, drammaticamente approvata alla fine del 2010 poco prima che il Governo Berlusconi respingesse fortunosamente il tentativo di porlo in minoranza alla Camera sulla questione di sfiducia, ha trovato il suo completamento nell’approvazione da parte degli Organi Accademici degli Statuti delle Università, che deve necessariamente essere effettuata entro sei mesi dalla pubblicazione della legge sulla Gazzetta Ufficiale, salvo proroghe che le università possono richiedere al Ministro. In altri termini l’approvazione degli statuti ha rappresentato una tappa fondamentale nel processo di “riforma” dell’università italiana approntato dal Governo Berlusconi, riforma  che costituisce sicuramente uno dei  risultati più incisivi, e soprattutto, permanenti.

ProtestaL’approvazione della legge 240 è stata preceduta da una copiosa campagna di stampa, condotta soprattutto da circoli intellettuali vicini all’Università Bocconi, volta a dimostrare “scientificamente” la scarsa qualità e l’inefficienza dell’Università italiana, in pratica una campagna di delegittimazione. Sulla base teorica di questa campagna il Governo Berlusconi ha costruito appunto  la Legge 240, ideologica in senso deteriore perché basata su una mistificazione dei dati di fatto. Diverse fonti infatti mostrano che la qualità della ricerca svolta nelle università italiane è comparabile a quella svolta nei grandi paesi europei, soprattutto se si tiene conto dell’entità dei finanziamenti, e che i punteggi da “media classifica” ottenuti dalle università italiane nei ranking internazionali sono dovuti soprattutto ad aspetti quali la logistica, la dotazione di infrastrutture ed il numero di docenti per studente che sono direttamente legati al finanziamento statale.

Il rimedio proposto dal Governo a questa situazione (ovvero la L.240) è fondato su una specie di isomorfismo organizzativo, per cui lo schema di governo delle imprese private deve essere necessariamente trasferito agli organismi che hanno natura pubblica. Di qui deriva l’ampliamento dei poteri del Rettore e del Direttore Generale,  ma soprattutto del Consiglio di Amministrazione che assume natura sia esecutiva che di tipo ordinamentale, e il declassamento del Senato Accademico, che rappresenta la comunità universitaria,  a organo pressoché consultivo.

A ben vedere, in ogni modo, il dettato della legge avrebbe permesso alle Università di “temperare” nei propri statuti questa deriva aziendalistica, ad esempio introducendo una maggiore rappresentatività negli organi di governo dell’ateneo. Ed è stato proprio questo il senso della consultazione sulla bozza dello statuto che si è tenuta nell’Università di Bologna alla fine del mese di giugno organizzata in modo autogestito  dai sindacati confederali (CGIL-CISL-UIL), dalle Rappresentanze Sindacali Unitarie del personale tecnico e amministrativo, da diverse associazioni di professori (CNU, SUN, Conpass, il gruppo dei “Docenti Preoccupati”). Lo scopo di questa consultazione, che faceva seguito a diversi documenti precedentemente inoltrati alla Commissione Statuto, era proprio quello di esprimere un appello agli organi Accademici affinché dal nuovo Statuto si originasse un’Università governata secondo i principi della rappresentanza, del bilanciamento dei poteri e della partecipazione attiva di tutte le componenti della Comunità Universitaria alle scelte fondamentali dell’Ateneo.

Questa consultazione, cui hanno partecipato ben 2300 colleghi (professori, ricercatori, assegnisti, tecnici ed amministrativi) rivela la necessità di forme capillari di consultazione che dovrebbero  al giorno d’oggi essere considerate normali, specialmente in un Ateneo così grande, complesso ed articolato come quello di Bologna.

Ma il Rettore e gli Organi Accademici hanno deciso di non ascoltare tale istanza democratica, tanto che si può ben ritenere che il nuovo Statuto costituisca una delle più zelanti applicazioni dello spirito autoritario che informa la legge 240 e a buon titolo si possa denominare come lo Statuto Berlusconi-Gelmini-Dionigi.  Infatti la stesura del nuovo statuto dell’ateneo di Bologna è cominciata male, e, come spesso avviene alle cose che cominciano male, è finita nel modo peggiore.

 

Il primo passo falso è stato fatto nella determinazione dei membri della commissione incaricata dell’istruttoria: nessun processo elettivo, commissione interamente nominata dal Rettore. A fare da pendant a questa prima anomalia, una seconda non meno grave: tutti i docenti prescelti appartenevano al ruolo dei professori ordinari, senza alcuna attenzione per le altre fasce di docenza. La combinazione delle due cose ha rappresentato un unicum nelle università italiane. Questa situazione aberrante è stata più volte e in più modi stigmatizzata dai docenti preoccupati, in diversi documenti indirizzati agli OA e in primis al Rettore, negli interventi nei momenti assembleari (cfr. ad es. nell’assemblea di ateneo in occasione dell’apertura dell’a.a.), sulla stampa cittadina..

 

Una copia completa della nuova versione si è avuta, a circolazione ristretta, soltanto l’11 luglio del corrente anno; i tempi concessi alla diffusione, discussione e socializzazione agli oltre seimila lavoratori dell’università sono facilmente quantificabili di conseguenza.

 

Lo statuto uscito da questo processo presenta due caratteristiche che lo candidano con buone probabilità ad essere, come già detto, il meno democratico d’Italia. La prima caratteristica è che non è previsto alcun passaggio elettivo per la designazione dei membri del massimo organo di governo, secondo l’attuale legge, e cioè il Consiglio di Amministrazione. La seconda, è che esso non prevede alcuna modalità di revoca dei membri del CdA – a parte il Rettore, cosa imposta dalla legge – da parte dell’organismo che li nomina. L’effetto combinato delle due cose determina una posizione di vassallaggio del Senato rispetto al Consiglio.

 

Assunta come accettabile, per pura via ipotetica, la scelta di una designazione del CdA da parte del Senato (ma su una lista chiusa sostanzialmente predesignata, visto che la selezione dei candidati viene effettuata da una Commissione la cui maggioranza è formata da membri nominati dal Rettore), e prescindendo dai vantaggi di altre scelte che la legge pure consentirebbe di percorrere, basati su meccanismi elettorali, si riscontra ugualmente una grave anomalia.

 

Nello spirito della legge risulta evidente, al di là delle formulazioni di dettaglio, che il Senato Accademico assume funzioni di rappresentanza della comunità accademica, e quindi di indirizzo, e il Consiglio di Amministrazione quello di braccio esecutivo con ampie capacità di governo, e quindi di conduzione e di realizzazione. In sintesi, il primo dovrebbe esprimere la visione a cui tendere, il secondo determinarne le modalità di realizzazione. Per esprimersi metaforicamente, potremmo dire che l’uno rappresenta il regno dei fini, l’altro dei mezzi. È altrettanto ben visibile nella legge l’obiettivo di differenziare fortemente i due organi, allontanandosi dall’attuale sistema di sostanziale sovrapposizione di compiti e di equilibrio, sistema in un certo senso “bicamerale”, attraverso una più marcata differenziazione delle competenze.

 

Proprio volendo dare corpo a questo disegno, e assunto come dato incontrovertibile la volontà di non tendere ad un riequilibrio dei poteri e delle funzioni, dobbiamo tuttavia rilevare che la soluzione proposta tradisce in un punto fondamentale il modello teorico. Infatti, se è chiaro il processo di nomina, e quindi di delega, è totalmente assente quello di riprova, o di controllo, del corretto svolgimento del mandato.

 

A volere prendere ispirazione dal mondo della politica, sorge spontanea l’analogia con il nostro ordinamento: allora il Senato Accademico sta al Consiglio di Amministrazione come il Parlamento sta al Governo. Ne viene come logica conseguenza che l’esecutivo governa in modo efficace fino a quando ha la fiducia del Parlamento. Volendo invece, in un’ottica che pure ci è contraggenia, assumere la mentalità aziendalistica dell’impresa, il Senato verrebbe assimilato all’Assemblea dei Soci di una società di capitale. Anche in questo caso è facile trarre le conseguenze dell’analogia: se il Consiglio di Amministrazione esercita pro tempore le sue funzioni in modo del tutto incondizionato, è pur vero che esso può essere in qualsiasi momento revocato, con opportune modalità e maggioranze, dall’organo che lo nomina.

 

Non si può che concludere da quanto precede che la totale assenza di un meccanismo di controllo verso le finalità proprie espresse dalla comunità di riferimento 1) non trovi riscontro fattuale, quale che sia il modello di riferimento che si abbia in mente, 2) sia contraria alla logica e 3) in definitiva tradisca lo spirito stesso della legge.

 

Docenti preoccupati

http://www.docenti-preoccupati.it/

 

Riferimenti

 

Sergio Brasini:

http://www.studiosamo.it/docenti-preoccupati/generale/il-nuovo-statuto-di-unibo-unoccasione-perduta/

http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/08/01/nuovo-statuto-perche-no-sergio-brasini-professore-ordinario-di-statistica-economica/149133/

Maurizio Matteuzzi:

http://www.educationduepuntozero.it/dopo-il-diploma/oggi-l-ateneo-piu-antico-mondo-si-da-nuovo-statuto-4016779142.shtml

http://www.professoriassociati.it/?p=778

http://www.ustation.it/articoli/747-bologna-referendum-contro-lo-statuto-una-partita-piu-nazionale-che-locale

Rete dei ricercatori 29 aprile

http://www.rete29aprile.it/statuti-art.html

 

Category: Scuola e Università

About Maurizio Matteuzzi: Maurizio Matteuzzi (1947) insegna Filosofia del linguaggio (Teoria e sistemi dell'Intelligenza Artificiale) e Filosofia della Scienza presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Bologna. Studioso poliedrico, ha rivolto la propria attenzione alla corrente logicista rappresentata da Leibniz e dagli esponenti della tradizione leibniziana, maturando un profondo interesse per gli autori della scuola di logica polacca (in particolare Lukasiewicz, Lesniewski e Tarski). Lo studio delle categorie semantiche e delle grammatiche categoriali rappresenta uno dei temi centrali della sua attività di ricerca. Tra le sue ultime pubblicazioni: L'occhio della mosca e il ponte di Brooklyn – Quali regole per gli oggetti del second'ordine? (in «La regola linguistica», Palermo, 2000), Why Artificial Intelligence is not a science (in Stefano Franchi and Güven Güzeldere, eds., Mechanical Bodies, Computational Minds. Artificial Intelligence from Automata to Cyborgs, M.I.T. Press, 2005). Ha svolto il ruolo di coordinatore di numerosi programmi di ricerca di importanza nazionale con le Università di Pisa, Salerno e Palermo. Fra il 1983 e il 1985 ha collaborato con la IBM e, a partire dal 1997, ha diretto diversi progetti di ricerca per conto della società FST (Fabbrica Servizi Telematici, un polo di ricerca avanzata controllato da BNL e Gruppo Moratti) riguardo alle tecniche di sicurezza in informatica, alla firma digitale e alla tecniche di crittografia. È tra i promotori del gruppo «Docenti Preoccupati» e della raccolta firme per abrogare la riforma Gelmini.

Comments (1)

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  1. Federico Leva ha detto:

    Non riesco a capire il ragionamento: il “corpo elettivo” esercita il suo controllo attraverso il potere di rinnovo/rielezione (o no) dei membri dell’organo, senza vincolo di mandato, come quasi sempre accade (è invece esclusa anche questa modalità per il rettore, che non è rinnovabile, per garantirne l’autonomia, dal momento che è già elettivo).

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