Gabriella Covri: Scuola e nuovi media

| 23 maggio 2016 | Comments (0)

 

Se il governo Berlusconi aveva posto l’accento sulle tre I (informatica-inglese-italiano), l’attuale governo, pur non dimenticando l’inglese (leggi CLIL), concentra quasi esclusivamente l’attenzione sulla prima I.

Sia La buona Scuola che il Piano Nazionale Scuola Digitale mettono al centro la digitalizzazione delle strutture scolastiche, con relativa applicazione di tale metodologia alla didattica. C’è stato un enorme sforzo comunicativo da parte del Ministero, con il coinvolgimento massiccio delle singole scuole che, per digitalizzarsi, hanno dovuto e devono partecipare ai famigerati Pon, progetti finanziati con  fondi europei, investendo tempo, energie progettuali di docenti e di un personale amministrativo sempre più oberato, se non paralizzato( causa assenza di turn over e conseguente mancanza di personale) dalla montagna burocratica legata a tali progetti (gestione, monitoraggio e rendicontazione).

C’è da chiedersi: perché tanta enfasi? Non bastava prevedere un piano nazionale che garantisse a TUTTE le scuole una adeguata dotazione senza obbligarle a partecipare a gare che alla fine hanno il solo scopo di attribuire alla scuola quegli strumenti che dovrebbe avere di default? Se sarebbe ridicolo immaginarci oggi scuole senza riscaldamento o senza luce elettrica, allo stesso modo è ridicolo pensarle senza wi-fi, banda larga, tablet e pc, dato che si tratta di strumenti ormai di uso comune, nonché di un servizio per la collettività.

La ragione è semplice: i soldi per tutti non ci sono, per cui si selezionano alcune scuole addossando loro la responsabilità di saper ben progettare e il compito di accollarsi un sacco di lavoro extra, mostrando, però, l’enorme sforzo del ministero per dare ad alcuni quello che in realtà spetterebbe a tutti.

Si potrebbe obiettare che non avrebbe senso dotare tutte le scuole di tecnologie se poi non tutte sono in grado di  utilizzarle. In effetti i dati dell’indagine OCSE TALIS 2013 rilevano che almeno il 36% dei docenti  non è sufficientemente preparato per la didattica digitale. L’Italia è inoltre il primo Paese dell’OCSE, con distanza rispetto agli altri, per percentuale di docenti oltre i 50 anni – il 62%, rispetto a una media OCSE del 35% nella scuola secondaria (Fonte: OECD Education at a glance, 2014).

Infatti quello che non torna è proprio questo: una cosa è fornire alla scuola strumenti operativi che rientrano ormai nella normalità quotidiana, un’altra è enfatizzarne l’uso, come se apprendimento e nuovi media fossero sinonimi. Così il quadro attuale è quello di una scuola di vecchi che devono venir coinvolti e convinti ad usare le nuove tecnologie non solo per mail, registro scolastico ecc. ma nella didattica quotidiana. Di questo si deve occupare l’animatore digitale,  nuova figura che il dirigente  nomina fra i docenti (sperando appunto che ci sia qualcuno che ne abbia la competenza, sia tecnologica che didattica), destinata a sollecitare, a invogliare, a spronare i colleghi ad utilizzare massicciamente le nuove tecnologie.

Non dimentichiamo, però, che  in molte scuole permane un’edilizia scolastica fatiscente, spesso in violazione delle norme di sicurezza: in pratica molte di esse somigliano  ai condomini sbrecciati del terzo mondo, con al balcone le antenne paraboliche e lo smartphon in tasca ai loro abitanti.

Non dimentichiamo neppure i banchini e le soggioline in cui per sei ore devono star fermi e seduti dei ragazzoni sul metro e ottanta, in dispregio ad ogni regola ortopedica. Ma perché occuparci di simili inezie? L’ enfasi posta sulla scuola digitale serve anche a questo, a dimenticare una infinita serie di problemi strutturali che affliggono ancora oggi le scuole italiane.

Ma quello che è più grave è la mancanza di riflessione critica preliminare sulle conseguenze antropologiche dell’uso massiccio delle nuove tecnologie. Quello che i docenti dovrebbero avere, prima di usare i nuovi media in classe, non è solo un sapere critico sulla propria disciplina congiunto a un sapere tecnico-informatico: occorre che siano formati anche e soprattutto in modo critico sull’uso stesso delle nuove tecnologie e che ne discutano con i propri studenti, che ne sono gli utilizzatori.

Si dice: la generazione 2.0 vive ormai sempre collegata; sfruttiamo dunque questa modalità per l’apprendimento. Ora, senza ovviamente tener conto dei danni fisici che può provocare il passare tempi prolungati davanti allo schermo, Nicholas Carr (1) nei suoi studi ha dimostrato come l’utilizzo massiccio della rete ci renda sempre più incapaci di concentrarci, di leggere un testo lungo, di connettere le informazioni. Questo perché avere tutte le informazioni a portata di click fa si che non siamo tenuti a memorizzarle, dunque a farle nostre. Come ci insegnano i neurobiologi (2), noi siamo in grado di cogliere una nuova informazione solo se le prestiamo molta attenzione e se siamo in grado di collegarla con quelle che si sono già fissate nella nostra memoria. In rete troviamo troppe nazioni e poco pensiero, cosa che diminuisce, invece che aumentare, le nostre capacità di apprendimento. Le nuove tecnologie, inoltre, non tengono conto della centralità delle emozioni nell’apprendimento: solo queste,infatti, permettono il trasferimento dei concetti appresi sui banchi nella vita individuale (3).

Sappiamo bene che, se il ragazzo prova empatia per il docente, studierà anche una materia che non ama. Viceversa, una materia che ama insegnata da un docente non empatico verrà memorizzata, ma non “imparata”

Se questo non bastasse, Sherry Turkle(4) punta il dito sul fatto che la tecnologia ci separa: siamo tutti connessi, ma sempre più soli davanti al nostro smartphon, meno disponibili a passare il nostro tempo con gli altri, a socializzare nel tempo reale. Non dimentichiamo che la scuola oggi, soprattutto per gli adolescenti, resta uno dei pochi luoghi di socializzazione rimasti.

I media digitali sviluppano sicuramente il sapere analogico-intuitivo, ma a scapito di quello logico- critico e razionale; non favoriscono la progettualità temporale, dato che tutto può essere svolto in ogni dove e in qualsiasi momento.

Con questo non voglio dire che le nuove tecnologie vadano bandite dalla scuola, né negare che siano un utilissimo strumento per socializzare conoscenze e raccogliere informazioni: dico semplicemente che dobbiamo insegnare ai ragazzi come usarle criticamente, mostrandone i limiti oltre che i vantaggi.

Ad esempio non possiamo pensare che assegnare agli studenti una ricerca in rete sia semplicemente un modo più comodo rispetto al mandarli in biblioteca.  In biblioteca c’è il bibliotecario, che ha il compito di indicare testi adeguati all’età degli utenti. In rete c’è di tutto, valanghe di informazioni che, per i non esperti su un argomento specifico, appaiono poco comprensibili e disorientanti. Certo dovrebbe essere il docente ad indicare le linee di selezione, ma questo prevede che il docente faccia in anticipo la ricerca, e in pratica ne dia i risultati ai ragazzi. L’unica cosa sensata che il docente può fare è selezionare un elenco di siti didattici adeguati in cui far navigare i propri studenti, cosa utilissima, ma non così rivoluzionaria. Chi scrive, quando propone ai propri studenti questi materiali, spesso si sente dire: no prof, per favore spieghi lei! Certo in caso di ragazzi malati, ospedalizzati o assenti, o nel ripasso, oilprojet, teded ed altri sono validi aiuti, ma niente di meglio rispetto ad una buona lezione. Sarebbe ottimo saper fare buone ricerche in rete, ma prima di iniziare occorre sapere cosa si cerca, diversamente si perde una valanga di tempo visitando siti inutili. In sintesi, niente può sostituire la lezione del docente, anche se poi alcuni approfondimenti possono essere fatti utilizzando la rete: senza un sapere pregresso, la rete diventa molto poco utile.

La scuola è emozione, incontro con l’altro, sia esso il docente o un compagno, dialogo, ascolto, narrazione: che fine farà tutto ciò con docenti che condividono documenti in drive, aspettano un feedback scritto, correggono, reinviano ecc? E’ questa la scuola che vogliamo? Ognuno seduto davanti al suo tablet in attesa di ordini?

La relazione studente-docente non può essere sostituita dal tablet, dallo smartphon o dalle classroom: non si comunica amore e passione per la propria disciplina assegnando compiti in rete e controllando passo passo il loro svolgimento. Aggiungo che non tutti gli studenti a casa possiedono collegamenti illimitati di internet, ragion per cui alcune didattiche tendono a divenire discriminanti.

Si dice: oggi tutti passano un sacco di tempo giocando on line. Applichiamo allora le tecniche dela Gamification per invogliare i ragazzi a studiare utilizzando le strategie del gioco. Ma ci siamo chiesti quale ideologia veicoli la gamification? Semplice: fa leva su meccanismi di dipendenza, si basa sulla competizione e non sulla collaborazione e vincere (sconfiggendo gli altri) diventa l’unico obiettivo finale.

In sintesi, quello che trovo pericoloso è questa fiducia acritica nelle nuove tecnologie, questo volerne fare un nuovo imperativo categorico per tutti i docenti e per la scuola. Pur non avendo rimpianti per la tradizionale lezione frontale, che fa dell’allievo un semplice ripetitore, trovo pericoloso il positivismo acritico con cui viene presentata la scuola digitale.

Non occorre essere né apocalittici, né integrati: le nuove tecnologie in sé non sono né buone, né malvagie, spetta a noi farne un uso corretto e critico, perché siamo noi i responsabili dell’utilizzo che ne facciamo.

Se le inseriamo nel quadro di una didattica inclusiva, basata sul rispetto dei tempi di ciascuno, sul dialogo, sulla lezione attiva e partecipata, nel quadro di una didattica in cui le emozioni giocano un ruolo fondamentale,  in cui si parla e si discute insieme e così si costruisce la conoscenza, allora i nuovi media sono certamente utili per costruire didattiche flessibili in cui ogni studente possa trovarsi a proprio agio.

In un’ottica di didattica inclusiva, maieutica e sincretica, che sa utilizzare approcci diversi a seconda delle situazioni in cui ci si trova ad operare, le nuove tecnologie rappresentano uno strumento fra gli altri, sicuramente positivo se mantenuto entro certi limiti. Pensare che il miglioramento della didattica e della scuola passi prioritariamente attraverso la quantità di nuove tecnologie utilizzate, non è solo sbagliato, è anche dannoso.

 

Note

1)    Nicholas Carr: Internet ci rende stupidi? Cortina  2011

2)    Eric Kandel,Larry Squire:Come funziona la memoria. Meccanismi molecolari e cognitivi. Zanichelli 2010

3)    Antonio R.Damasio: Emozione e coscienza. Adelphi, 2000

4)    Sherry Turkle: Insieme ma soli. Perché ci aspettiamo sempre più dalla tecnologia e sempre meno dagli altri. Codice 2012

 

Category: Nuovi media, Scuola e Università

About Gabriella Covri: Gabriella Covri. Dopo la laurea in filosofia, conseguita a Bologna nel 1983 con una tesi su M.Foucault, si è trasferita a Parigi per seguirne lezioni presso il Collège de France. Qui ha conseguito il diploma di studi approfonditi in Storia delle società occidentali. Docente di Teoria della comunicazione e di Linguaggio filmico e radiotelevisivo presso la facoltà di Filosofia di Pola (Croazia), ha svolto ricerche in collaborazione con la Facoltà di pedagogia di Bologna sulla percezione dei media audiovisivi nel bambini bilingui. Si è occupata di didattica in contesti di bilinguismo, di teoria della differenza e di rapporto con la diversità, partecipando a diversi convegni internazionali. Ha poi insegnato presso la Washington University di St.Luois (Missouri), tenendo corsi di italiano, e corsi monografici su Machiavelli e Guicciardini. Di ruolo nella scuola italiana, ha scelto di lavorare negli istituti professionali per poter utilizzare al meglio le proprie competenze, data la composizione multietnica degli studenti di tali istituti. Come funzione strumentale per l’intercultura, ho organizzato e tenuto diversi corsi di formazione sul tema della didattica interculturale, in collaborazione con il CDLEI, con la Facoltà di Scienze della formazione di Bologna e con la rivista Educazione interculturale. Si è occupata dell’inserimento dei ragazzi stranieri al primo arrivo nella scuola italiana, organizzando piani di intervento che univano i corsi di italiano L2 con il lavoro dei mediatori linguistici e dei mediatori culturali. Ha stilato un protocollo di accoglienza ormai adottato in molte scuole. Attualmente si occupa di strategie didattiche inclusive e di flipped classroom. Una sua unità di apprendimento è appena stata pubblicata nel volume a cura di Cecchinato e Papa "Flipped classroom. Un nuovo modo di insegnare e apprendere" Utet edizioni.

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