Se l’Università si autofinanzia (coi vostri soldi)

Francesca Coin | 4 dicembre 2011 | Comments (0)

1. Liberalizzare le tasse: un desiderio antico

Qualche giorno fa gli studenti dell’Università di Pavia hanno vinto un ricorso al Tar di Milano: pagano tasse troppo alte, ha detto il Tar. Di norma, le tasse universitarie non possono superare il 20% del finanziamento statale all’Università pubblica, ma i tagli degli ultimi anni hanno portato le tasse a superare il 20% nonostante a volte siano rimaste inalterate. Com’è noto, il T.A.R. di Milano ha richiesto all’Università di Pavia di rimborsare gli studenti, mettendo in allarme gli Atenei italiani alla luce di una possibile catena di ricorsi. Sono 33, infatti, gli Atenei che impongono contributi studenteschi superiori al 20% del finanziamento ministeriale. Dopo la sentenza del Tar di Milano ci sono state diverse reazioni. Molte chiedevano non tanto di ridurre le tasse, ma di cambiare la regola del 20%, e “rimettere mano a una norma che così concepita ha poco senso”, argomentava Il Sole 24Ore. La liberalizzazione delle tasse universitarie è un ritornello antico. Da tempo “l’Università praticamente gratuita” è considerata la maggiore perversione dell’Università italiana. Beninteso che l’Università italiana gratuita non è, anzi secondo il rapporto OECD, Education at Glance, 2011,l’Italia è terza in Europa per costo delle tasse universitarie dopo il Regno Unito e l’Olanda, da anni oramai leggiamo della necessità di liberalizzare le tasse universitarie sopprimendo la regola del 20%, aumentandone radicalmente l’importo e introducendo su larga scala prestiti d’onore agli studenti. Un passo rilevante in questa direzione l’ha fatto il 18 maggio 2011 l’interrogazione presentata ai ministri dell’Economia e dell’Istruzione dai Senatori Ichino, Ceccanti, D’Alia, Germontani, Leddi, Marino, Morando, Poli Bortone, Rossi, Rusconi, Rutelli, Tonini, Treu, Valditara, interrogazione della quale abbiamo già ampiamente discusso qualche mese fa. Com’è noto, l’interrogazione parlamentare proponeva di sperimentare in Italia il modello Browne, contestato in Inghilterra all’unisono tanto dalla comunità accademica quanto dagli studenti, alzava a 9.000 sterline (10.000 euro) la retta universitaria annua per studente, proponeva agli studenti meno abbienti di pagarne i costi avvalendosi di mutui bancari con interessi al 2,2/3%. Oggi, l’articolo a firma di Andrea Ichino e Daniele Terlizzese “Prestiti per studenti condizionati al reddito: finanza pericolosa o gioco a somma positiva?” ci riprova. L’articolo di Ichino e Terlizzese è egualmente problematico. Tuttavia, data la sua lunghezza, l’analisi richiede un pò di pazienza.

2. La proposta Ichino-Terlizzese: i nodi in breve

Per comodità del lettore riassumo qui i nodi principali della proposta.

1. L’articolo di Ichino e Terlizzese propone di triplicare le tasse universitarie, e di indebitare gli studenti per quarant’anni.

2. Propone di sostituire il diritto allo studio con prestiti d’onore in un processo che ignora e svuota di significato l’Articolo 34 della Costituzione.

3. Tutto l’articolo si regge su una relazione causale acrobatica secondo cui la crescita dell’indebitamento studentesco consentirebbe di aumentare, a un tempo, i redditi degli studenti migliori, l’eccellenza universitaria e le immatricolazioni, tutte cose ampiamente smentite dai fatti.

4. Al fine di dimostrare che l’indebitamento consentirebbe di aumentare, a un tempo, redditi, eccellenza e immatricolazioni, propone simulazioni discutibili nel metodo e nel merito.

5. La proposta suppone che, qualora tale processo virtuoso non si realizzasse, la causa sarebbe da ricercarsi non tanto negli azzardi teorici degli autori, bensì nei “comportamenti perversi” (p. 51) di atenei e studenti, ragione per cui su di loro bisognerebbe rivalersi.

6. La proposta presenta l’intero modello come un processo a somma positiva, in cui, dunque, guadagnano tutti, in un’operazione intellettualmente disonesta, perchè gli effetti negativi semplicemente non vengono discussi.

7. A fronte di un guadagno diretto e indiretto di atenei e Stato, che si avvantaggerebbero di tasse triplicate e di un finanziamento pubblico all’Università fortemente ridotto, non vi è cenno agli effetti che tutto questo avrebbe sugli studenti e i risparmi delle famiglie.

8. A p. 51 l’articolo ammette che qualora l’insolvenza studentesca superasse del 50% le simulazioni, sarebbero necessarie “correzioni di rotta” come ad esempio l’introduzione della regola bonus-malus. Ma trascura di dire che gli effetti del bonus malus coinciderebbero necessariamente con una più stringente selezione degli studenti che possono accedere al prestito (e dunque alle immatricolazioni e all’istruzione terziaria), o con una crescita incontrollata del debito.

9. L’articolo utilizza vezzeggiativi dolciastri per giustificare l’utilizzo dei risparmi delle famiglie per finanziare i prestiti, sottolineando il valore simbolico di tale “solidarietà generazionale”, ma non dice che in ultima analisi ciò significherebbe non solo che i risparmi delle famiglie andrebbero a finanziare l’università pubblica in parte al posto dello Stato, ma che gli studenti sarebbero costretti a indebitarsi per fruirne.

10. Non dice che negli Stati Uniti lo strumento dei prestiti d’onore ha portato il debito totale degli studenti a quote tali da superare il debito generato dalle carte di credito, al punto che la stessa Moody’s da tempo annuncia l’inevitabile scoppio della bolla del debito studentesco, come ben spiega Giuseppe de Nicolao.

11. Descrive l’intera proposta come uno strumento capace di “autofinanziare” l’università, dimenticando che dietro alla mano invisibile del finanziamento ci sarebbero studenti costretti a indebitarsi per quarant’anni.

12. Mistifica il concetto di equità, suggerendo che l’Università pubblica grava eccessivamente sulle famiglie meno abbienti, dimenticando che tutti i cittadini contribuiscono al finanziamento dell’Università tramite la fiscalità generale, ma le aliquote fiscali crescono con il reddito, il che significa che sono già differenziate per il reddito.

13. Dimentica che l’equità non si raggiunge triplicando le tasse, ma consentendo a tutti coloro che contribuiscono al finanziamento all’Università pubblica di accedervi, finanziando il diritto allo studio, garantendo una borsa di studio agli aventi diritto, e reintegrando tutte le risorse che negli ultimi anni sono state tagliate in modo scellerato.

14. Mistifica il concetto di efficienza, la qual cosa pone un problema complesso, in quanto i benefici dell’istruzione non si misurano sulla base del reddito nè sui “fattori produttivi” o gli “effetti sulla tecnologia”. Piegare le finalità dell’educazione ai soli fattori produttivi significa attenersi a un concetto di istruzione arido, riflesso di una visione distorta della società che ignora l’importanza di tutto ciò che la abita: la salute delle persone, l’autonomia intellettuale, la partecipazione politica, la vitalità culturale, la pedagogia o la cura. Tutte cose oramai condivise, anche se agli autori non passano per la mente.

3. Triplicare le tasse: un gioco a somma positiva? La proposta in breve

L’articolo di Ichino e Terlizzese “propone l’introduzione in Italia di prestiti condizionati al reddito futuro dei laureati e ne valuta la sostenibilità finanziaria “ e suggerisce: “(i) di aumentare la capacità di scelta degli studenti meritevoli, facilitando in particolare l’investimento in istruzione terziaria di quelli meno abbienti, altrimenti inibiti dall’incertezza di quell’investimento; (ii) di convogliare maggiori risorse agli atenei più meritevoli e aumentare la qualità del sistema universitario italiano, grazie alla pressione concorrenziale esercitata dalle scelte degli studenti”.

Procedendo per sommi capi, la proposta richiede anzitutto di selezionare i migliori studenti attraverso un test nazionale da superare nell’ultimo anno delle superiori, cosicchè i migliori studenti possano accedere a un finanziamento che li metta nelle condizioni di frequentare gli atenei migliori e di pagare alte tasse. Propone di aumentare l’autonomia degli atenei, consentendo loro alzare le tasse universitarie e offrire corsi di laurea di eccellenza. Servono poi ulteriori incentivi, risorse addizionali in grado di migliorare l’offerta formativa e attrarre i migliori studenti. A quel punto, se tutti gli elementi si sostengono vicendevolmente, gli studenti meritevoli innescano un meccanismo virtuoso: gli studenti sono chiamati a scegliere gli atenei migliori, gli atenei sono chiamati a scegliere i migliori studenti, e la “salutare concorrenza” che ne deriva consente un incremento dei redditi tale da giustificare “un consistente indebitamento iniziale per pagare le maggiori tasse” (p. 35). Insomma, triplicando le tasse aumenterebbero insieme le immatricolazioni, i redditi e l’eccellenza universitaria, sostengono gli Autori.

I costi: la proposta dunque è di aumentare le tasse a 7.500 euro annui, erogare prestiti per 15.000 euro annui per cinque anni (che equivale a un debito totale di 75.000 euro al giorno della laurea) con tassi di interesse reale al 2%; prelievo del 10% al reddito post-laurea che superi la soglia di 15.000 euro lordi; vita media potenzialmente utile per il rimborso pari a 40 anni, e numero massimo di studenti beneficiari pari a 50 mila. A questo punto l’articolo prevede due possibili scenari: uno ottimista, con insolvenza pari al 12%, trattandosi di prestiti per l’appunto “income contingent”, e uno pessimista, dove i casi di insolvenza sono il 15%.

 

4. I dati e il Mago Silvan

Gli autori propongono due simulazioni per capire quale sarebbe il tasso di insolvenza e il beneficio generato dall’indebitamento degli studenti sugli Atenei. Nella migliore delle ipotesi ipotizziamo che “il meccanismo concorrenziale e il reperimento di risorse addizionali derivanti dall’aumento delle tasse universitarie [inneschi] un miglioramento qualitativo degli atenei capace di generare un aumento dei redditi futuri dei neolaureati” (p. 35). In questo caso per gli autori è ovvio che “l’aumento delle tasse universitarie è funzionale a reperire le risorse addizionali necessarie per consentire l’incremento dei redditi”, poichè “solo questo incremento dei redditi giustifica un consistente indebitamento iniziale per pagare le maggiori tasse”. Calcolare i benefici sul reddito generati dall’indebitamento, tuttavia, non è cosa semplice, in quanto effettivamente “non possiamo sapere oggi con certezza quale sa rebbe l’aumento dei redditi che avrà luogo, ma possiamo formulare delle ipotesi”. L’ipotesi più ragionevole secondo gli autori (che difendono proiezioni future sostenute da uno stuzzichevole ottimismo) è che “i redditi saranno quelli che osserviamo già oggi tra i laureati di Università italiane che assicurano un migliore inserimento nel mondo del lavoro” (p. 35). L’ipotesi meno ragionevole è che “le prospettive di reddito dei futuri laureati siano determinate nel nostro Paese da una strutturale debolezza di domanda da parte del sistema delle imprese e da distorsioni corporative e familistiche [...] In questo caso sembrerebbe più cauto [...] ipotizzare che i redditi dei laureati italiani rimangano simili a quelli attualmente osservati nel nostro Paese” (p. 36).

Soffermiamoci su questo punto. Secondo gli autori è lecito supporre con ragionevolezza che la crescita della concorrenza tra gli atenei determinerà una crescita dei redditi futuri dei laureati. Ci credono a tal punto che il loro problema è stabilire “di quanto” i redditi aumenteranno. Considerano allora due ipotesi. L’ipotesi “più ragionevole” è che i redditi futuri rispecchieranno i redditi lordi rilevati tra i migliori studenti di una delle migliori Università italiane. L’ipotesi meno ragionevole è che la situazione rimarrà eguale a quella descritta dall’indagine della Banca d’Italia sui bilanci delle famiglie italiane del 2008 (IBFI). In breve: scenario positivo, redditi alti. Scenario negativo, redditi stazionari. È interessante che gli autori escludano sin d’ora la possibilità di una deflazione dei redditi, nonostante il contesto sociale prossimo alla recessione. È certamente un caso di invidiabile ottimismo, il loro , anche se ogni tanto pare fare a pugni con la realtà. Comunque sia, nello scenario migliore, abbiamo detto, i redditi futuri rispecchiano la distribuzione dei redditi lordi rilevati tra gli studenti di una delle migliori università italiane nel 2004. Quale? Per una questione di riservatezza non si sa (nota 38, p. 36), nè gli autori dicono su quanti casi statistici è costruita la distribuzione dei redditi lordi del 2004. Sarebbe utile chiedere agli Autori di esplicitare entrambe le cose, altrimenti è impossibile verificare la plausibilità dei loro calcoli. Dunque al momento attuale sappiamo solo che la percentuale di insolvenza sarà limitata al 12% dei casi, nel qual caso l’importo medio del mancato rimborso sarebbe compensato dalle risorse aggiuntive derivanti dalle tasse universitarie, sia essa una stima attendibile o meno.

Veniamo al secondo caso. Nello scenario peggiore la situazione rimane eguale a quella descritta dall’indagine della Banca d’Italia sui bilanci delle famiglie italiane del 2008 (IBFI). Tradizionalmente è prassi lavorare sui dati di Banca d’Italia, che sono campionari ma ritenuti maggiormente rappresentativi della situazione di tutte le famiglie italiane, mentre i dati dell’Agenzia delle Entrate sono soggetti a fenomeni di elusione e di erosione delle denunce. Tuttavia, poiché i debiti si pagano sui debiti dichiarati, e non sui sondaggi della Banca d’Italia, è bene premettere subito che per avere un’immagine realistica dei tassi di insolvenza è necessario utilizzare i dati della Agenzia delle Entrate, non altri! Questo premesso, nella nota 25 gli autori ammettono che l’IBFI rileva il reddito familiare al netto delle imposte, e che la ricostruzione accurata dei redditi lordi richiederebbe un lavoro complesso per tenere conto della compo sizione familiare e della natura dei redditi. “Data la bassa numerosità campionaria”, pertanto, gli autori hanno considerato medie quinquennali, assumendo che il reddito rimanga costante. Tuttavia, “bassa numerosità campionaria” in questo caso significa una numerosità campionaria davvero bassa, perché la numerosità complessiva del campione della Banca d’Italia nell’indagine sul 2008 è pari a 7.977 famiglie e solo l’11% dei capofamiglia possiede una laurea, il che significa che stiamo utilizzando un campione di 840 famiglie in tutto! E poiché più bassa è la numerosità statistica delle distribuzioni di partenza e più discutibili diventano potenzialmente le stime, è necessario che i nostri autori replichino la loro simulazione basandosi sui dati relativi ai redditi dei laureati della Agenzia delle Entrate, tantopiù che: 1) il possesso di laurea non è un parametro di stratificazione del campione utilizzato ai fini dell’indagine; 2) la reticenza alle interviste può influire anzitutto sulle dichiarazioni relative alle fonti di reddito; 3) c’è un sospetto di autoselezione distorsiva dei rispondenti e dunque c’è il sospetto che a parità di titolo di studio sia più facile intervistare un lavoratore dipendente che un autonomo o un libero professionista. E infine 4), dulcis in fundo, poiché le dichiarazioni medie dei redditi dei lavoratori autonomi della Banca d’Italia tendono ad essere più attendibili dei dati della Agenzia delle Entrate in quanto includono l’evasione fiscale, utilizzare i dati della Banca d’Italia significa supporre che in Italia l’evasione fiscale non esiste!, il che significa che i quartili nei loro calcoli saranno necessariamente sovrastimati, e che di conseguenza la percentuale di insolvenza reale sarà con tutta probabilità sottostimata, il che rende il nostro 15% di insolvenze previste un dato difficilmente attendibile. Per dirla con Sergio Brasini ch e mi ha aiutato preziosamente ad analizzare i dati, l’ipotesi che i dati dei laureati del campione di Banca d’Italia possa rappresentare adeguatamente quelli dei laureati di un’ipotetica università media ci pare “davvero eroica”, ed è necessario chiedere ai nostri autori di replicare il tutto prendendo i dati dei laureati del database dell’Agenzia delle Entrate (che saranno ben di più di 840!).

5. Chiudiamo un occhio e andiamo avanti: i due scenari

Premesso dunque che le stime del 12% e del 15% hanno un valore alquanto discutibile, proviamo comunque ad andare avanti e guardiamo meglio ai due scenari. Nel primo caso, quello migliore, caratterizzato da un’insolvenza assestata al 12%, “ci sembra di poter affermare che [...] la nostra proposta risulterebbe ampiamente sostenibile dal punto di vista finanziario, generando un aumento non trascurabile delle risorse a disposizione degli atenei. E l’aumento sarebbe ancora più grande per quegli atenei che, risultando maggiormente convincenti, riuscissero ad attirare un numero più elevato di studenti (p. 41). Nel primo caso, pertanto, tutti gli elementi si sostengono virtuosamente, e gli studenti meritevoli innescano un “processo di salutare concorrenza” che aumenta, a un tempo, immatricolazioni, eccellenza e redditi. A quel punto, nonostante un 12% previsto di default, la CDP potrà finanziare con tranquillità la FM, per un multiplo elevato della gara nzia da quest’ultima offerta. “Il MIUR potrà concedere senza tema l’autonomia necessaria agli atenei che vogliano partecipare”. La domanda degli studenti andrà a sostenere la domanda di atenei eccellenti e porterà loro i fondi necessari per finanziarne l’offerta formativa. Insomma: “tutti potranno partecipare a questo gioco a somma positiva [...] E, soprattutto, tutti gli studenti meritevoli, indipendentemente dalla condizione sociale, potranno accedere a questa scommessa comune con l’ateneo prescelto, sapendo che dovranno restituire il prestito solo se la scommessa sarà stata vinta e quindi il loro reddito lo consentirà”.

Nel caso migliore, dunque, l’aumento delle tasse studentesche porterebbe a una crescita rilevante delle risorse disponibili agli atenei. Pare una tautologia, di fatto, più che una conclusione sorprendente: è evidente che se io triplico le tasse le risorse degli atenei aumentano. Piuttosto, bisognerebbe chiedersi quanto ci guadagnerebbero gli atenei se considerassimo un tasso di insolvenza che tenga conto dell’evasione fiscale e dell’attuale deflazione dei redditi, cosa che gli autori non fanno. Di conseguenza, concludono gli autori, in entrambi i casi gli atenei ci guadagnano. In entrambi i casi, pertanto, gli atenei potrebbero conferire alla Fondazione per il Merito (FM) parte del loro FFO da utilizzare a garanzia dei prestiti, e ottenere dalla Cassa Depositi e Prestiti (CDP) un finanziamento molto più grande per finanziare gli studenti migliori. Ogni ateneo vedrebbe comunque aumentato del 40% circa il suo conferimento, perchè da un lato riceverebbe l̵ 7;incentivo della CDP, e dall’altro rimarrebbero le fortuite entrate derivanti da tasse universitarie assestate a 7.500 euro l’anno. Nonostante il 15% di insolvenza, pertanto, anche nel secondo caso “le risorse a disposizione degli atenei originate dalle tasse universitarie portate dagli studenti aumenterebbero, come nello scenario precedente, di quasi 1.5 miliardi (19.4% dell’FFO). L’effetto netto sarebbe di un aumento di circa l’11% dell’FFO (circa 830 milioni), e anche in questa ipotesi più pessimistica, la proposta configurerebbe un gioco a somma positiva, finanziariamente sostenibile e dal quale tutti possono guadagnare” (p. 36).

6. Il fantastico mondo di Amélie

Se tutto va bene, dunque, tutto bene. E se tutto va male? Anche. A prescindere dal tasso di insolvenza lo Stato potrebbe ridurre enormemente l’FfO, e gli atenei aumenterebbero comunque le proprie risorse. Chi ci perderebbe, dunque? Nessuno, scrivono gli Autori, tantomeno gli studenti, perchè se alla fine del gioco si ritrovassero in debito per 75 mila euro e proprio non riuscissero a trovare un lavoro, potrebbero dichiararsi insolventi. Chi ci perderebbe, dunque? Ripeto, perdere non è contemplato! Il pessimismo non corrisponde alla realtà, non è supportato dalle simulazioni, e soprattutto non ha ragion d’essere: si tratta di gioco a somma positiva, punto. Al limite, ma proprio al limite, qualora i tassi di disoccupazione conducessero a un’insolvenza tale da superare anche la garanzia offerta alla CDP dal patrimonio della FM, gli anni negativi potrebbero essere compensati dagli anni positivi, scrivono gli Autori in risposta all’obiezione 19. Oppure potrebbero rendersi necessarie “correzioni di rotta per le erogazioni successive dei prestiti”.

7. Un gioco a somma positiva dunque… ma per chi?

“Correzioni di rotta”: questa è una frase interessante. “Correzioni di rotta sulle erogazioni successive di prestiti” significa, infatti, che qualora i tassi di insolvenza fossero tali da superare la garanzia offerta alla CDP dal patrimonio della FM, il debito potrebbe ricadere sulla CDP, e dunque sulla Cassa Depositi e Prestiti che raccoglie e gestisce il risparmio postale. Al fine di mantenere l’esperimento a costo zero o a somma positiva, bisognerebbe dunque intervenire con delle “correzioni”, il che significa, immaginiamo giacchè gli autori non ne parlano, che bisognerebbe porre ai prestiti condizioni più restrittive, ad esempio alzando il tasso di interesse reale, il tasso di prelievo sul reddito post-laurea, o riducendo il numero massimo di studenti che avrebbero i requisiti per accedere al finanziamento. Ecco che, qualora la quota di rischio superasse del 50% le previsioni, bisognerebbe prevedere un sistema bonus-malus, scrivono gli autori a p. 51.

Devo fare una parentesi. Il concetto di bonus-malus era previsto, infatti, anche nell‘Interrogazione Parlamentare del 18 Maggio, che prevedeva, ai fini di evitare una percentuale troppo alta di default, di “introdurre una disposizione che autorizzi lo Stato a rivalersi sugli atenei che facessero registrare una frazione troppo elevata di studenti inadempienti rispetto all’obbligo di restituzione del mutuo”. In altre parole, laddove ci fosse la possibilità di una percentuale troppo alta di studenti insolventi, l’interrogazione proponeva un meccanismo di selezione volto ad escludere gli studenti “a rischio” dall’accesso al prestito, e dunque dall’accesso agli studi superiori, alla luce del fatto che la logica del bonus malus avrebbe altrimenti avuto un potenziale effetto boomerang sullo Stato e gli atenei, facendo ricadere su questi il peso eventuale dell’insolvenza degli studenti meno abbienti.

Per ovviare all’effetto boomerang su atenei e Stato, la nuova proposta prevede dunque una novità rilevante. Chi scommette sul “futuro dei giovani”, infatti, non è lo Stato nè gli atenei, ma “la generazione dei padri” (p. 7). A un primo sguardo, questa potrebbe sembrare una scelta bizzarra, visto che gli autori si fanno promotori dell’autonomia studentesca: uno dei pregi dell’indebitamento, secondo gli autori, è propriamente sganciare le loro opportunità dalle generazioni dei padri e scommettere sulle proprie capacità. Sulla ragione di questa scelta rifletteremo tra poco. Fatto sta che la proposta suggerisce di far leva sull’azione congiunta della Fondazione per il Merito (FM), recentemente istituita con il Decreto Sviluppo, e della Cassa Depositi e Prestiti (CDP), cosicchè le generazioni precedenti, acquistando i titoli emessi dalla CDP e dunque investendo nel risparmio postale, mettano la CDP nella condizione di finanziare la FM, la quale offre a garanzia i contributi che le sono conferiti dagli Atenei e a sua volta eroga i prestiti agli studenti, utilizzando i rimborsi che da loro riceverà per rimborsare il finanziamento della CDP. Per il tramite della CDP, dunque, la generazione dei padri investe in quella dei figli e dei nipoti, in un meccanismo, scrivono gli Autori, dall’elevato valore simbolico: “il valore simbolico di questo scambio generazionale è indubbiamente elevato. Esso non richiede, tuttavia, un’adesione affettiva o altruistica e non presuppone comportamenti irrazionali: ha le sue fondamenta nel fatto che l’investimento in istruzione è redditizio, per chi lo compie e per la società nel suo insieme, e tutti hanno un interesse a che esso venga effettuato”.

Mordiamoci la lingua per un istante e torniamo brevemente al nostro bonus-malus, e supponiamo che tutti gli elementi, invece di sostenersi vicendevolmente, aprano a un’insolvenza per il 50% superiore alle previsioni. Allora, scrivono gli Autori, “nella misura in cui il mancato rimborso imprevisto sia il risultato di comportamenti perversi da parte degli atenei [...] con la complicità degli studenti, senza migliorare la qualità dell’offerta formativa, la nostra proposta prevede un sistema “bonus malus” di partecipazione degli atenei al rischio di mancato rimborso, per la parte di questo rischio che superi del 50% le previsioni” (p. 51). Mettiamo bene in ordine questa frase: qualora l’equilibrio complesso di questo sistema non riuscisse a innescare la spirale virtuosa tanto decantata, bisognerebbe rivalersi sugli atenei e sugli studenti insieme, perchè loro sarebbe la responsabilità, e introdurre la logica del bonus-malus. Qualora l’insolvenza superasse del 50% le previsioni e giungesse al 22,5% dei casi, infatti, significherebbe che gli studenti non hanno stimolato gli atenei a migliorare l’offerta formativa, “e dunque” ad innalzare insieme eccellenza, immatricolazioni e redditi. E poiché una crescita dell’insolvenza ridurrebbe i benefici di tutto l’esperimento per gli atenei, potenzialmente rendendo l’intera elucubrazione vana se non dannosa, gli atenei dovrebbero rivalersi sugli studenti, e introdurre una maggiore rigidità nella selezione dei beneficiari dei prestiti per correggere la rotta, utilizzando maggiore cautela nella selezione degli studenti meno abbienti per ridurre la percentuale di insolvenza. È evidente che poichè in tutti gli scenari l’unica costante è che le tasse triplicano, una maggiore rigidità nell’erogazione dei prestiti finirebbe immediatamente per inibire le immatricolazioni universitarie degli studenti maggiormente privi di mezzi. Di conseguenza, se l’assunto di partenza dei due Autori è la necessità di rendere più equo nelle diverse fasce sociali l’accesso all’istruzione terziaria, dobbiamo concluderne che l’applicazione delle loro proposte finirebbe per avere un effetto precisamente opposto a quello dichiarato.

In tutto questo, tuttavia, vi è un’altra questione problematica. È interessante notare, infatti, che lungo l’intero ragionamento i due autori non amano molto prendere in considerazione il potenziale effetto negativo della loro proposta. Certo, di questi tempi l’ottimismo è dote squisita, vero è però che, a fronte dell’ammessa complessità del modello proposto, tra le righe gli Autori suggeriscono sin d’ora che l’eventuale responsabilità della fallacia del loro modello sarebbe da imputarsi non tanto ai limiti del modello proposto, ma ai “comportamenti perversi da parte degli atenei, finalizzati a ottenere risorse, con la complicità degli studenti, senza migliorare la qualità dell’offerta formativa”. Ora, è evidente che qualora l’insolvenza superasse il 15%, tale esubero sarebbe attribuibile più ai limiti del modello proposto, o chessò, al contesto di recessione che attanaglia il mercato del lavoro, più che al comportamento perverso di chicchessia. Ma supponiamo, come non è, che le simulazioni siano attendibili: chi l’ha detto che l’innalzamento delle tasse dovrebbe avere un effetto positivo sulla crescita delle immatricolazioni, sulla crescita dell’eccellenza universitaria o sulla crescita dei redditi? È bene sottolineare che la relazione tra questi fattori è ben lungi dal rappresentare una relazione di causa e effetto! Come vedremo tra poco, nonostante i desideri degli autori, l’esperienza ci dice esattamente l’opposto, ovvero che l’indebitamento non aumenta le immatricolazioni, bensì le riduce, né tantomeno contribuisce ad aumentare i redditi.L’obiezione 19, in questo senso, è da considerarsi maliziosa, perchè malizioso è il tentativo di trovare una altrui responsabilità preventiva nell’eventualità realistica in cui un modello pieno di induzioni disinvolte si rivelasse inattendibile.

Da questo punto di vista c’è una terza questione problematica che vorrei far notare. Dove ricadrebbe il debito qualora il mancato rimborso superasse il 50% delle previsioni, e non si correggesse subito la rotta limitando l’erogazione dei prestiti ai soli studenti abbienti in grado di ripagarli? Certamente sugli studenti, come abbiamo visto, che si troverebbero comunque quantomeno a pagare tasse triplicate. Ma qualora, nella peggiore delle ipotesi, l’esposizione studentesca superasse la garanzia della FM alla CDP, allora le conseguenze potenzialmente ricadrebbero anche sulla CDP, e dunque su quella Cassa di Depositi e Prestiti che gli autori affettuosamente identificano con il risparmio dei padri. Anche qui, bisogna dire, è piuttosto sorprendente il procedere dei due autori. Come si fa a non considerare che cosa accadrebbe se il tasso di insolvenza fosse del 25% o del 30%? Nelle operazioni finanziarie è spesso più importante sapere qual è la perdita nello scenario peggiore, piuttosto che ipotizzare la perdita media! Occorre fare una seria sensitivity analysis, prima di proporre esperimenti creativi. Senza queste informazioni, infatti, non è possibile valutare il rischio dell’operazione finanziaria per la CDP e quindi per i “padri”, nè dal punto di vista della CDP si può comprendere l’eventuale convenienza di tutta l’operazione, una convenienza che generalmente si basa sull’assunto che l’investimento in formazione è redditizio, ma sappiamo bene che di questi tempi un conto è l’idealismo, e un conto è la realtà.

Stanti così le cose, dunque, non è chiaro perchè la CDP dovrebbe partecipare a tale acrobatico esperimento. Si capisce una cosa sola: che il reale “valore simbolico” dello scambio generazionale tra la generazione dei padri e quella dei figli sta nel fatto che, in questa proposta, da padri e figli verrebbero pressochè tutte le risorse volte a finanziare l’Università pubblica, con una forte conseguente deresponsabilizzazione statale. È simbolico, perchè l’unica cosa chiara in questa analisi è l’intento di esternalizzare il finanziamento dell’Università pubblica sui risparmi dei padri, obbligando i figli ad indebitarsi per fruirvi, in un intervento che svuoterebbe di significato pressochè per intero l’Articolo 34 della Costituzione, secondo cui “I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi. ?La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso”. Dove va questo diritto se le borse di studio diventano prestiti d’onore finanziati dalle famiglie, cui i figli possono accedere tramite la Fondazione per il Merito? E di converso, abbiamo realmente bisogno di un ragionamento così contorto per sostenere il desiderio di triplicare le tasse e tagliare ulteriormente il contributo statale all’istruzione?

8. In che mondo viviamo

Ma non è finita qui.

Si dirà a questo punto: d’accordo, però discutere solo degli scenari negativi non vale. È vero, ma per la stessa ragione non vale discutere solo degli esiti positivi. Tantopiù che di questi tempi, quando si parla di debiti, siamo tutti consapevoli dell’enormità dei rischi ad essi sottesi. Infondo, la crisi del debito si è avvitata su se stessa precisamente quando la contraddizione tra salari stagnanti e indebitamento crescente si è fatta insostenibile. In questo senso, questo modello è a rischio, in quanto propone precisamente un indebitamento crescente a fronte di un contesto conclamato di recessione. Se la logica di fondo è che la diffusione del prestito d’onore consente di aumentare le tasse, e di conseguenza (secondo gli autori) l’eccellenza, le immatricolazioni e il reddito, è bene sottolineare che stiamo utilizzando una relazione causale assai spericolata. Alla luce della situazione socio-economica in essere, è bene, infatti, ragionare un istante su quanto sta avvenendo negli Stati Uniti. Sebbene il caso statunitense sia in buona misura differente, non possiamo dimenticare che negli Stati Uniti, dove pure il mercato del lavoro è più vivace, è stata proprio la forbice tra il costo sempre più alto degli studi universitari e l’impossibilità di trovare impieghi che consentano di ripagarlo, a portare l’esposizione complessiva del debito studentesco a quote tali da superare il debito generato dalle carte di credito. A questo punto si obietterà che il prestito d’onore statunitense non è income contingent come quello qui proposto: è assolutamente vero, ma che il prestito sia contingente o meno, rimane limpido che in assenza di un mercato del lavoro florido o di genitori abbienti, il prestito d’onore è inevitabilmente destinato all’insolvenza. Il che significa che se il prestito è contingente al reddito e il mercato del lavoro è fermo, tale proposta è ben più rischiosa, non meno! Ciò che rende il prestito d’onore peculiare rispetto agli altri prestiti, del resto, è che esso è un investimento sulla persona. A meno che i genitori non siano ricchi, l’unica soluzione possibile in caso di disoccupazione è “perseguitare gli studenti sino alla tomba”, come il governo Federale degli Stati Uniti richiede all’Agenzia di Garanzia. Si ripeterà a questo punto che i prestiti proposti sono income contingent precisamente per non perseguitare gli studenti. Ma sappiamo tutti che questa non è un’obiezione sufficiente, in quanto la conseguenza dell’insolvenza sarebbe inevitabilmente la contrazione dei prestiti e delle immatricolazioni, oppure l’esternalizzazione del rischio sugli atenei, sullo Stato o potenzialmente sui risparmi delle famiglie.

In questo vicolo cieco, non è un caso che gli studenti statunitensi si siano fatti promotori di una campagna per il diritto all’insolvenza, e stupisce, francamente, che gli autori non ne abbiano sentito parlare, al punto da affermare che “negli Stati Uniti non viene messa in discussione, neanche da chi lamenta l’onere eccessivo del debito sugli studenti, l’idea che chi guadagnerà dall’aver acquisito un’istruzione superiore debba anche sopportarne, prima o poi, una parte rilevante del costo” (p. 46). È evidente che quest’affermazione non trova riscontro nella realtà, tant’è che non son pochi gli studenti che fanno causa ai propri atenei per aver venduto loro un titolo di studio cui non è corrisposto alcun impiego. Non è affatto certo, dunque, che chi lamenta l’onere eccessivo del debito guadagnerà dall’aver acquisito un’istruzione superiore, perchè al contrario, in Italia come negli Stati Uniti, la forbice tra il numero dei laureati e la saturazione del mercato del lavoro non fa che crescere. Non è affatto detto, dunque, che l’innalzamento delle tasse avrà effetto sull’occupazione. Anzi, se guardiamo alla situazione statunitense, dovremmo concluderne che l’aumento delle tasse universitarie non ha portato affatto a un aumento dei tassi di occupazione. La bolla del debito studentesco negli Stati Uniti, tant’è, è destinata a scoppiare proprio perchè a fronte di tanta eccellenza c’è sempre più disoccupazione, come conseguenza precisamente di politiche di liberalizzazione disinvolte come questa.

Alla luce di ciò, bisognerebbe usare una certa prudenza nel proporre di introdurre anche in Italia il prestito d’onore. È inevitabile, infatti, che a fronte di un tasso di disoccupazione giovanile al 30%, l’emissione di prestiti nel medio periodo non potrebbe portare ad altro con tutta probabilità che a una crescita del debito, o, di converso, a una contrazione dei prestiti d’onore e delle immatricolazioni. A questo punto è necessario fare un’altra digressione, in quanto ciò che parimenti manca a questa analisi è alcuna riflessione sulle conseguenze di tutto questo sulle persone. Vi sono, infatti, innumerevoli potenziali conseguenze sugli studenti: la letteratura statunitense ci dice, ad esempio, che molti laureati dopo aver contratto debiti sino a 75 mila euro (come sarebbe nel caso italiano) in età pre-lavorativa, cadono in situazioni di depressione, isolamento, esaurimento, si parla addirittura di tentativi di suicidio correlati all’angoscia da indebitamento precoce.

Non farebbe male nemmeno soffermarsi sulle conseguenze sociali di tutto questo. In un contesto caratterizzato, come ricorda da tempo Tullio de Mauro, da elevati tassi di analfabetismo di ritorno e da un numero troppo basso di laureati rispetto agli alti paesi europei, ove ancora peraltro l’accesso all’istruzione terziaria è fortemente condizionato al background sociale dei genitori, in quanto solo il 9% dei laureati ha genitori non diplomati nè laureati, è evidente che un sistema di prestiti d’onore andrebbe ad aggravare l’iniquità sociale, e non a risolverla. Se andiamo a guardare gli effetti della Browne Review in Inghilterra, a seguito della liberalizzazione delle tasse e dei prestiti, le iscrizioni sono calate di circa il 12% in un solo anno. Similmente, la funzionalità del titolo di studio rispetto al salario ha contribuito a cambiare drasticamente l’orientamento degli studi dei nuovi immatricolati, favorendo la scelta di discipline maggiormente spendibili sul mercato del lavoro, col risultato di una polarizzazione della distribuzione dei futuri laureati sul mercato del lavoro. La conseguenza estrema di questa tendenza la vediamo in Cina, ove il Ministro dell’Istruzione ha annunciato questa settimana che chiuderà i corsi di laurea in cui una percentuale inferiore al 60% dei laureati trovi lavoro, a causa precisamente della saturazione asimmetrica di alcuni settori del mercato del lavoro rispetto ad altri. In questa direzione sta andando anche l’Inghilterra, ove la strumentalità dell’istruzione al reddito futuro sta portando all’indebolimento e alla soppressione di intere aree disciplinari. In questo senso, non possiamo sottovalutare che la necessità di capitalizzare sul titolo di studio andrebbe a trasformare radicalmente l’organizzazione e le finalità stesse dell’istruzione. L’unico mio dubbio è che sia precisamente questo ciò che gli Autori vogliono, ovvero un modello d’istruzione eccellente ed esclusivo, finalizzato, come insegna Abravanel, a creare la futura classe dirigente a prescindere dal fatto che l’eccellenza dei pochi si costruirebbe sull’analfabetismo di ritorno dei molti. È piuttosto evidente, del resto, che questo scenario rappresenterebbe la conseguenza inevitabile di questa proposta, perchè le sue premesse teoriche considerano l’istruzione un mezzo e non un fine, e la competizione un fine e non un mezzo, tutte cose inquietanti quando diventano proposte politiche, emanazioni di un pensiero estraneo al benessere collettivo e di quello antagonista.

In ultima analisi, mi sento di dire che la “salutare iniezione di concorrenza all’università italiana” prospettata dalla proposta in oggetto con tutta probabilità non sarebbe salutare per nulla. Nè essa consentirebbe di innescare alcun circolo virtuoso che aumenti a un tempo magicamente l’eccellenza, il reddito e le immatricolazioni. Ancora, chi l’ha detto che tasse universitarie più alte contribuiscono ad alzare i redditi? E similmente, chi l’ha detto che tasse più alte contribuiscono ad alzare le immatricolazioni? Se vogliamo essere intellettualmente onesti, dobbiamo ammettere che l’esperienza ci dice esattamente l’opposto, in quanto la liberalizzazione delle tasse universitarie e dei prestiti d’onore non aumenta il numero degli iscritti, ma lo riduce. Secondo C. Callander (2008), l’avversione al prestito ha forti implicazioni nelle politiche sociali, perchè più gli studenti vivono in condizioni economiche difficili, più sono avversi a indebitarsi. E se non è sufficiente il calo delle immatricolazioni nell’università inglese a un anno dalla Riforma Browne per dimostrarlo, si consideri quanto va ripetendo da tempo Federica Laudisa, dell’Osservatorio Regionale per il Diritto allo Studio del Piemonte. In Italia, infatti, i prestiti d’onore sono già stati introdotti: nel 2003, all’interno del Fondo per il sostengo per i giovani; nel 2004, all’interno del Fondo per la concessione di prestiti fiduciari per il finanziamento degli studi introdotto dalla Legge Finanziaria; nel 2007, all’interno del progetto “Diamogli Credito”, o nel 2010, all’interno del progetto “Diamogli Futuro”. In totale, però, solamente 1.800 studenti circa ne hanno usufruito, cioè lo 0.1% degli stude nti totali. E perchè solo lo 0,1%? Per riprendere quanto ha affermato Laudisa al convegno di Cagliari nel Settembre 2011, tra le ragioni per cui i prestiti non hanno funzionato c’è il fatto che semplicemente “la prospettiva occupazionale degli studenti è critica. L’ultimo rapporto Almalaurea ci dice che sono aumentati i tassi di disoccupazione per tutti i tipi di laurea, è diminuito il lavoro stabile, è cresciuto il lavoro nero, e il guadagno medio si è contratto a 1.100 euro a un anno dalla laurea. Inoltre l’Istat ci dice che nel primo trimestre del 2011 la disoccupazione sfiorava il 30%. Ora, di fronte a un mercato del lavoro così, perchè uno studente si deve assumere il rischio di prendere un prestito?” Già, perchè?

In attesa di risposte convincenti a questa domanda, è tempo di ammettere che se tutto questo modello è pensato per aumentare le immatricolazioni, esso va ripensato. Se tutto questo modello è stato pensato per facilitare “in particolare l’investimento in istruzione terziaria di quelli meno abbienti”, bisogna rifinanziare il diritto allo studio, garantire una borsa di studio agli aventi diritto, integrare il Fondo previsto per il 2012 e gli anni a venire e sopperire ai tagli sciagurati che sono stati fatti negli ultimi anni. Se la finalità è aumentare l’eccellenza, dobbiamo invece chiederci: siamo veramente disposti a scambiare l’università di massa con l’eccellenza d’élite? E di converso, siamo disposti a ridurre il tasso di immatricolazioni universitarie, rendere iniquo l’accesso alla pubblica istruzione, e indebitare un’intera generazione, a favore di un’università eccellente ed esclusiva a fronte di un paese sempre meno scolarizzato? Sono queste le domande da porre, perchè sono queste le conseguenze logiche della proposta in discussione. In questo senso, bisognerebbe forse imparare a esplicitare bene i concetti che si desidera esprimere. Presentare la liberalizzazione delle tasse studentesche a partire dallo slogan “l’Università si autofinanzia”è intellettualmente scorretto, perchè dietro alla mano invisibile del finanziamento ci sono tasse triplicate sino a 7.500 euro l’anno, previsioni di indebitamento pre-lavorativo sino a 75.000 euro per quarant’anni, e l’utilizzo del risparmio postale delle famiglie per il finanziamento dell’istruzione. Bisogna dirlo chiaramente: la proposta è triplicare le tasse, disimpegnare lo Stato dal finanziamento pubblico all’università, e scaricare il costo dell’istruzione pubblica sugli studenti e sul risparmio privato. Siete d’accordo? Forse gli Autori sapevano che la risposta non gli sarebbe piaciuta.

 

*** Un rigraziamento particolare va a Sergio Brasini, Alessandra Durio, Guido Mula, Silvia Pasqua, Francesco Sylos Labini e Massimiliano Tabusi per i commenti alle versioni precedenti di questo scritto e le preziosissime considerazioni.

 

L’articolo è stato pubblicato su «ROARS» il 2 dicembre 2011.

 

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Category: Scuola e Università

Francesca Coin

About Francesca Coin: Francesca Coin è sociologa e ricercatrice presso l'Università "Cà Foscari" di Venezia. Si occupa di lavoro, diseguaglianze e movimenti sociali. Durante gli anni dell'amministrazione di George W. Bush viveva ad Atlanta, dove insegnava «Race and Ethnic Relations» alla Georgia State University, nella terra di MLK e dei movimenti neri. Ha lavorato per diversi anni con i campesinos e i migranti agricoli, dal Messico all'India, cosa che l'ha avvicinata nel tempo alle questioni del debito e della terra, e alle culture indigene, tra shamanesimo e bramacharia. Dal 2008 si occupa in particolare di conoscenza: studia il rapporto tra la conoscenza e il mercato, tra il pensiero neoclassico che guida le riforme dell'istruzione e la pedagogia. Autrice de «Il Produttore Consumato» (2006), è tra i portavoce nazionali della Rete 29 Aprile, il movimento di ricercatori che difende l'Università come bene comune. Tiene corsi di «Sociologia delle Migrazioni e delle Culture» a Cà Foscari e alla Cà Foscari Harvard Summer School. Ha un blog su Il Fatto Quotidiano, è nella redazione della rivista Loop e di Roars: Return on Academic Research.

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