Cavallo Pazzo: Cronache da Piazza Verdi, i diritti si conquistano a spinta.

| 29 Maggio 2013 | Comments (0)

 

 

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Con l’ironico soprannome di Cavallo Pazzo l’autore veniva chiamato in tempi  lontani dal mai troppo compianto   Roberto Dionigi, filosofo autentico cercatore di verità, che partecipò in prima persona, e nelle prime file, al ’68 parigino e bolognese.

 

Vuoi mai che a Bologna qualcosa cambi. Dopo i 50.000,  e scusate se vi sembran pochi, che hanno votato per la scuola pubblica e costituzionale contro l’intero establishment nonchè nomenklatura dalle gerachie ecclesiali a quelle del PD, in sintonia con PDL e CISL tutti per la scuola privata, il 28 arrivo in Piazza Verdi trovandola vuota di cops, flic, polizia, carabinieri, sbirri, chiamateli come volete, che comunque non stazionano più qui.

Invece risuona una musica a tutto volume, mentre nugoli di ragazze e ragazzi si godono il poco sole e la ritrovata libertà, senza l’asfissiante presenza delle divise. La piazza è anche pavesata da un volantone titolato: i diritti si conquistano a spinta, con la foto del ruzzolone di un carabiniere, vestito da marziano, la chiamano tenuta antisommossa, per fortuna senza conseguenze per lui, che magari si sarà sentito tornare all’infanzia quando giocava a palla prigioniera con gli amichetti. Interessante è anche lo spostamento linguistico.

Ho sentito con le mie orecchie Milena Naldi, persona per altro stimabile, riferirsi al rispetto delle regole, credo evocando un divieto comunale a usare le casse d’amplificazione nello spazio pubblico, in riferimento a un’assemblea da tenersi in piazza Verdi, e quindi giustificando l’intervento delle forze di polizia e dei vigili urbani per sciogliere la suddetta assemblea, che esprimeva/rappresentava il diritto a riunirsi pacificamente e la libertà di parola, free speech movement si diceva nel 1964 a Berkeley, e così cominciò il ‘68.

Gli studenti parlano di diritti, che sono altra cosa dalle regole. Le regole sono normative, i diritti sono liberali e/o democratici, vettori di libertà insomma. Infatti non si dice regole costituzionali, ma, per la prima parte della Carta, quella inamovibile speriamo, diritti  e doveri costituzionali, stupisce lo abbia dimenticato Milena Naldi che da un pezzo fa politica, e nel campo della sinistra.

Ma è ormai costume richiamarsi alle regole, per violare i diritti. Marchionne lo fa ogni giorno nelle sue aziende, dove vige la regola che la FIOM non ha diritto di rappresentanza, cioè vige una regola in senso proprio FASCISTA,  però nel suo piccolo anche il Rettore dell’università di Bologna tenta l’emulazione.

Ovvero Bartleby non si attiene a alcune regole più o meno amministrative, ragion per cui viene scacciato dallo spazio dentro l’università, venendo così violato il diritto di un gruppo di studenti a svolgere una attività culturale e sociale che, coi tempi che corrono, un Rettore e una gerarchia accademica appena decenti dovrebbero benedire. Adesso viene per i giovani studenti del collettivo,  e gli altri, il difficile, cioè mantenere la piazza libera  e insieme vivibile da tutti. Intendo in un rapporto di civile convivenza anche coi cittadini che lì abitano, nel rispetto dei diritti di ciascuno. In bocca al lupo.

 

Chi era Cavallo Pazzo

Tashunka Witko (nome che significa “cavallo che si impenna” , da cui il nome più noto “cavallo pazzo) è stato un capo sioux della tribù Lakota Oglala (1840-1877). Da giovane era chiamato Capelli Chiari e fu allevato in maniera tradizionale: gli fu insegnato a cavalcare, a cacciare piccoli animali e con i racconti della storia della loro grande nazione.

In quegli anni i Lakota erano impegnati a combattere i molti vicini per mantenere il controllo dei territori di caccia del fiume Powder, e intanto cominciava il confronto con l’espansione americana.

Nell’agosto del 1854 assiste all’assassinio del capo Orso Che Conquista da parte dei soldati comandati dal tenente Grattan. 
L’anno successivo è testimone del massacro della gente Sicangu ad Ash Hollow. 
Questi episodi gli rimarranno impressi nella memoria a ricordo della crudelta’ dei bianchi.
Dopo aver salvato una bambina Cheyenne, Capelli Chiari comincio’ a frequentare quel popolo amico e anche negli anni a venire trascorse con loro molti mesi all’anno.

La prima spedizione di guerra cui partecipo’ avvenne nel luglio 1855, insieme agli uomini di Coda Chiazzata. Qualche tempo dopo Capelli Chiari ebbe la visione che influenzo’ la sua vita futura e che lo rese un uomo dalla profonda spiritualità venata però da una grande tristezza e da una certa malinconia.

Vide un guerriero con i capelli lunghi e chiari che si gettava a cavallo tra i nemici e una folla del suo popolo che gli si stringeva intorno. Alcuni dei suoi tentavano di afferrarlo e lo sfioravano ma lui riusciva a divincolarsi e continuava la lotta tra i nemici, mentre veniva sfiorato, senza essere colpito, da una miriade di pallottole e frecce. Dietro la testa aveva un piccolo falco rosso impagliato, una sola penna tra i capelli e il corpo ricoperto da chicchi di grandine“. 
Da quel momento quella sarebbe stata la sua acconciatura di guerra. 
Qualche tempo dopo venne ferito accidentalmente a un ginocchio da un compagno e tra la sua gente si diffuse la credenza che Capelli Chiari poteva essere colpito solo da quelli del suo popolo.
 Partecipò alla spedizione contro la tribù del fiume Wind. Durante l’assalto il giovane si comporto’ come nella sua visione e caricò da solo a cavallo il nemico. Nonostante la tempesta di pallottole, arrivò in cima e uccise un nemico. Poi tornò indietro incolume e ritornò alla carica. Stessa scena: tra pallottole e frecce, senza essere colpito, uccise un altro nemico. A questo punto scese da cavallo per prendere gli scalpi dei nemici uccisi, ma al secondo fu raggiunto al ginocchio da una pallottola cosa che gli fece capire che, secondo la sua visione, non doveva prendere gli scalpi. Abbandonò quello che aveva preso e tornò tra i suoi che lo accolsero in maniera trionfante.

Al ritorno al villaggio la sua famiglia diede una grande festa per onorare il figlio e il padre gli diede il proprio nomeTasunka Witko (letteralmente: Cavallo che si impenna), che era stato anche del nonno e di altri antenati prima di loro.

Quelli furono anni di recrudescenza degli scontri con le altre tribù per il controllo dei territori del fiume Yellowstone.

In quegli anni il suo carattere apparve sempre piu’ originale agli occhi della sua gente: il nome con cui veniva spesso chiamato, il Nostro Strano Uomo, veniva inteso alla lettera sia da molti suoi seguaci, sia da molti discendenti dei suoi nemici.

Cavallo Pazzo non aveva nulla del guerriero Sioux adorno di penne e assetato di sangue quale era andato cristallizzandosi nella fantasia popolare.
Anzitutto aveva la pelle chiara e capelli morbidi e biondi e, diversamente dalla maggior parte degli altri Sioux, non aveva interesse per cose come le pitture sul viso e sul corpo, gli ornamenti di penne, il canto, la danza e il racconto delle imprese di guerra.

In battaglia però si mostrava invincibile in prima fila nella lotta contro l’esercito americano.
 In tutte le battaglie cui partecipava si metteva in luce per il coraggio e per lo spiccato senso strategico che mostrava in ogni occasione.

Durante la guerra di Nuvola Rossa con i suoi guerrieri si impegnò assiduamente e, dopo alcuni successi minori, nella battaglia contro Fetterman guidò il gruppo che attiro’ in trappola i soldati, che furono tutti uccisi, e, a seguito di questo, la sua fama aumentò più che mai.

Nel 1870 si innamorò, corrisposto, di Donna Del Bisonte Nero, una nipote di Nuvola Rossa che però era stata promessa a Senz’Acqua, un Oglala di buona famiglia ma intrigante e arrivista.

La donna abbandonò il marito e se ne andò con Cavallo Pazzo. Il marito, invece di richiedere una riparazione materiale come consuetudine, li inseguì e sorprese Cavallo Pazzo nella sua tenda mentre era a mangiare con alcuni amici, attorno al fuoco. Senz’Acqua gli sparò in faccia, ferendolo gravemente. La pallottola attraversò la mascella e usci, ma lasciò sul suo viso una cicatrice.

Nel 1870 suo fratello Piccolo Falco fu ucciso durante una spedizione di guerra e morì anche il suo amatissimo zio Kanku Wakantuya (Alta Spina Dorsale o Gobba), famosissimo e valoroso capo di guerra.

Vista la profonda depressione in cui era caduto, nel 1871 parenti ed amici lo convinsero a prendere in moglie una donna Oglala Scialle Nero, in quello che fu un matrimonio felice allietato dalla nascita di una bambina di nome Hanno Paura Di Lei, che purtroppo morì nel 1873 portando il padre a una disperazione ancora piu’ profonda.

In memoria della piccola fondò una nuova società, la “Societa’ degli Ultimi Nati”, dedicata ai figli più giovani delle famiglie indigenti.

Gli anni settanta videro il deterioramento dei rapporti tra la nazione Lakota e il governo americano.
Nonostante il trattato di Laramie garantisse loro il diritto di cacciare indisturbati nei loro territori, l’avanzata della frontiera non lasciò scampo agli Indiani che furono costretti a combattere nuovamente per difendere le loro tradizioni e il loro modo di vita.

Cavallo Pazzo non accettò mai nessun trattato e il suo villaggio divenne, con quello di Toro Seduto, il fulcro della resistenza.

Nel 1876 con la vittoria del Rosebud dimostrò con quale autorita’ sapesse tenere in pugno i guerrieri, cosa che a nessuno era mai riuscita prima con un numero tanto grande di uomini.

La determinazione dimostrata contro l’invasore accrebbe la forza del villaggio del Powder, permettendo agli Indiani di affrontare il 7° Cavalleria di Custer con un’ampia superiorità numerica.

Durante la battaglia del Little Big Horn la presenza e l’abilita’ tattica di Cavallo Pazzo furono decisive per l’annientamento dei soldati. Il suo arrivo e i comandi appropriati ai guerrieri, determinarono la disastrosa disfatta del battaglione di Reno e poi, contro le compagnie di Custer, che cercavano di attaccare il villaggio da nord, la manovra aggirante da lui attuata causò la distruzione del centro dello schieramento dei soldati e il definitivo annientamento di Custer.

La guerra però continuò per tutto l’inverno e i Lakota e i Cheyenne furono costretti a dividersi in piccole bande, data la loro attività di cacciatori e a rimanere in continuo movimento. Per mesi gli Indiani non poterono cacciare tranquillamente e quindi rinnovare le scorte di cibo; la fame attanaglio’ le bande che una dopo l’altra si arrendevano.

Entro la fine della primavera 1877 Toro Seduto riparò in Canada e Cavallo Pazzo, convinto che non restasse niente da fare per evitare la distruzione del suo popolo, fu costretto ad arrendersi e si consegnò al presidio militare.
 Il generale Crook gli chiese di aiutarlo a combattere i Nez Percé di Capo Giuseppe, in fuga verso il Canada. Di fronte al rifiuto lo fece arrestare e uccidere il 6 settembre 1877. Fu deposto su una impalcatura lungo un torrente chiamato dai Lakota Canape Opi Wakpala (dove da ragazzo si era ferito al ginocchio).

Nessuno sa come era vestito il capo durante il suo ultimo viaggio, ma ci piace credere che fosse come nella sua visione. Con la pietruzza dietro l’orecchio, il falchetto acconciato sulla testa, i capelli sciolti al vento e le macchioline bianche di grandine sul corpo, ad indicare che la tempesta quando arriva, si può affrontare sempre degnamente, se si ha il coraggio, la dignità la forza di un grande capo

 

Le due foto precedenti sono di Cavallo Pazzo, quella sotto riportata è di un gruppo di Sioux oggi

 


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Category: Bartleby a Bologna, Scuola e Università

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