«Ché perder tempo a chi più sa più spiace». I tempi morti della ricerca in Italia

| 9 Novembre 2011 | Comments (1)

Ché perder tempo a chi più sa più spiace

(Purgatorio, III, 78)

 

 

 

Ricevo una lettera di una ricercatrice “precaria”, una persona cioè che ha conseguito il dottorato di ricerca, ha condotto attività di ricerca presso università tedesche e spagnole, e il cui legame con l’università attraversa le fasi alterne della presenza e della assenza delle borse post dottorato. Rosanna Lamboglia è una medievalista.

La questione che la lettera pone è molto semplice: nel lungo arco di tempo caratterizzato dalle varie forme di precariato, la carriera del ricercatore è fatta di alternanze di tempi riconosciuti e di tempi morti. Che effetti hanno, e che costi hanno, questi tempi morti?

Rosanna: «Cosa fa un ricercatore tra un assegno di ricerca e l’altro, cosa dovrebbe fare, cosa può fare e cosa non può fare? Il verbo consono a tutti i quesiti sovraesposti è uno solo: aspettare. La differenza consiste unicamente nel “non” o nei “non” che premette ad “aspettare”. La riposta è infatti sostanzialmente che deve “aspettare”. Aspettare cosa? Attendere i tempi tecnici di sbroglio della macchina burocratica universitaria che poi fa accedere concretamente al concorso. Perché “aspettare” e non “non aspettare”? Semplice: se si è in lizza per un assegno di ricerca, qualcuno ha riconosciuto il tuo valore e ti mette in gioco. Il problema è che nessuno sa quanto lunghi siano i tempi burocratici. Ergo, nell’attesa, che cosa il ricercatore dovrebbe fare e cosa non può fare? Logica vorrebbe che continui nella propria ricerca, ma come può farla o continuarla senza un inquadramento professionale, strutture, laboratori, uno stipendio per sopravvivere, non potendo venire meno spese quali casa/affitto, alimentazione, bollette essenziali relative al consumo energetico anche del proprio PC? Vista così, ecco che al fatidico verbo dell’aspettare si parano innanzi molteplici “non”».

La prima questione che si pone è dunque quella sociale, o dell’equità nelle opportunità: la via maestra della risposta è ovviamente che il giovane ricercatore dovrebbe continuare a studiare. Teniamo presente che qui si parla del periodo in assoluto più proficuo per lo studio: la persona ha già raggiunto l’età adulta, ed ha la massima tensione verso la conoscenza, e la massima resa nello studio. E tuttavia appare evidente che la auspicata, naturale continuità nella ricerca è un lusso che non è alla portata di tutti, ma esclusivo appannaggio di coloro che si possono permettere periodi più o meno lunghi di autosussistenza.

Rosanna: «L’aspettare del ricercatore non è tempo da far passare nell’attesa dell’assegno, ma è tempo perso. È tempo perso per l’Università, che ha investito sul ricercatore: se consideriamo quanto è costato alla comunità quel ricercatore fino al dottorato incluso, raggiungiamo cifre assolutamente ragguardevoli, dell’ordine delle centinaia di migliaia di Euro. La comunità ha infatti investito pesantemente sul ricercatore, ma poi lo perde nei meandri della sostenibilità della vita; è tempo perso per il ricercatore che nella maggior parte dei casi, se non interrompe, vede comunque rallentati i propri progetti di ricerca e dunque la propria capacità produttiva; è tempo perso per il mercato del lavoro in generale, che non ha a disposizione quella persona nella sua completa qualificazione. Infine, può produrre danni irrimediabili, quando arriva a indurre la scomparsa della motivazione, la demoralizzazione, e, non raramente, l’abbandono».

La lettera è molto lunga, e tocca molti altri aspetti, più tecnici, sui quali ora non mi soffermo, Ma almeno un’altra cosa va detta. È questa la situazione tipica in cui matura la famosa decisione di cui tanto si parla: «Prof., vado via».

Che vuol dire una serie di altre cose: c’è chi crede in me; c’è chi è disposto a darmi mezzi decorosi di sussistenza; c’è chi è disposto a darmi gli strumenti di cui la ricerca ha bisogno. L’Italia no.

È un momento che ho vissuto, purtroppo, parecchie, troppe volte. È un momento di reciproco, grande imbarazzo. Per il ricercatore, che si sente costretto a compiere il parricidio, e per il docente, che si sente la responsabilità, come avesse una divisa addosso, di rappresentare l’inadeguatezza di uno Stato miope e cialtrone. Uno Stato che, oltre a tutto, al di là dei moralismi e dei sentimentalismi, non sa fare bene i suoi conti: ha speso per regalare la competenza agli altri.

Chi parte ha la speranza della gioventù: in una parte del cervello, o forse solo del cuore, si annida il “tornerò ricco e famoso”; chi resta sente tutta la tristezza e la rassegnazione di avere seminato nel campo di un altro, di chi ha costruito su un terreno che gli viene poi ingiustamente espropriato per costruirci un tunnel per i neutrini. Ed è costretto a mentire, a fingere di credere all’utopia: tornerai, sì, tra un quarter e un altro, per le vacanze, perché qui non cambierà un bel nulla.

 

Category: Precariato, Scuola e Università

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About Maurizio Matteuzzi: Maurizio Matteuzzi (1947) insegna Filosofia del linguaggio (Teoria e sistemi dell'Intelligenza Artificiale) e Filosofia della Scienza presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Bologna. Studioso poliedrico, ha rivolto la propria attenzione alla corrente logicista rappresentata da Leibniz e dagli esponenti della tradizione leibniziana, maturando un profondo interesse per gli autori della scuola di logica polacca (in particolare Lukasiewicz, Lesniewski e Tarski). Lo studio delle categorie semantiche e delle grammatiche categoriali rappresenta uno dei temi centrali della sua attività di ricerca. Tra le sue ultime pubblicazioni: L'occhio della mosca e il ponte di Brooklyn – Quali regole per gli oggetti del second'ordine? (in «La regola linguistica», Palermo, 2000), Why Artificial Intelligence is not a science (in Stefano Franchi and Güven Güzeldere, eds., Mechanical Bodies, Computational Minds. Artificial Intelligence from Automata to Cyborgs, M.I.T. Press, 2005). Ha svolto il ruolo di coordinatore di numerosi programmi di ricerca di importanza nazionale con le Università di Pisa, Salerno e Palermo. Fra il 1983 e il 1985 ha collaborato con la IBM e, a partire dal 1997, ha diretto diversi progetti di ricerca per conto della società FST (Fabbrica Servizi Telematici, un polo di ricerca avanzata controllato da BNL e Gruppo Moratti) riguardo alle tecniche di sicurezza in informatica, alla firma digitale e alla tecniche di crittografia. È tra i promotori del gruppo «Docenti Preoccupati» e della raccolta firme per abrogare la riforma Gelmini.

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  1. Avatar Ginetta Scaldaferri ha detto:

    La “fuga dei cervelli” è diventata, nella nostra epoca, un’espressione conosciuta anche da persone poco elevate culturalmente e che niente hanno a che fare con la ricerca e l’università.Conosco un giovane uomo brillantemente laureato che, dopo vari anni di “gavetta” nel nostro Paese all’interno dell’università, ha deciso di continuare in America il suo dottorato di ricerca. I genitori, miei amici, sono entusiasti dei suoi progressi e dei suoi traguardi professionali, ma, in particolare, sono felici dello suo stato di benessere fisico, psichico ed intellettuale.
    Mi chiedo: perchè questi nostri giovani seri, volenterosi, preparati, devono emigrare per perseguire i loro obiettivi e realizzare i loro sogni? Ed ancora: perchè privarci di giovani professionisti che potrebbero dare lustro alla nostra nazione, portandola a traguardi di eccellenza in tutti i campi? Senza entrare nel merito degli aspetti economici e pratici relativi alla ricerca, voglio esprimere il mio disappunto per una miope visione dello Stato che non riesce a programmare ed a mettere in atto una riforma universitaria valida, efficiente e lungimirante.

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