Vittorio Capecchi: Due città a confronto. Bologna e Napoli trentacinque anni dopo

| 25 Febbraio 2016 | Comments (0)

 

E’ uscito il libro: Stefano Boffo, Enrica Morlicchio, Giustina Orientale Caputo, Enrico Rebeggiani (a cura di), Mezzogiorno, lavoro e società. Scritti in onore di Enrico Pugliese, Liguori Editore, Napoli 2015. Per suggerirne la lettura diffondiamo il testo di Vittorio Capecchi inserito nel libro. I due acquarelli sopra riportati relativi a Bologna e Napoli sono di Simonetta Capecchi e sono stati pubblicati nella rivista mensile “Dove”.

 

 

La  rilettura del testo scritto con Enrico Pugliese “Due città a confronto: Bologna e Napoli”, pubblicato trentacinque anni fa in Inchiesta settembre-dicembre 1978, viene fatta con due finalità: (a) capire se dopo trentacinque anni regge ancora l’interesse nel confrontare due città che sia  Enrico che io continuiamo a seguire; (b) capire quali nuove domande e quali  cambiamenti nella rete concettuale  sono oggi necessari se si vuole scrivere (è una proposta possibile) un aggiornamento di quel lontano saggio.

Ci sono in questa rilettura due diverse “ruote del tempo” che è interessante confrontare. Una prima ruota del tempo cerca di individuare nella storia  delle due città delle loro  epoche particolari, un loro momento “magico”. In altri termini,  seguendo questa prima ruota del tempo, ci si può chiedere quando sia Bologna che Napoli hanno avuto “una loro anima”, quanto a lungo questa loro anima è risultata visibile e condivisa  e come (e quando) è avvenuto che questa loro anima si sia perduta.  Una seconda ruota del tempo è invece molto più cronologica strutturale. Le due città, Bologna e Napoli, sono state  confrontate nel testo del 1978  in base a una serie di indicatori che hanno permesso di rilevare le principali differenze  tra le due città. Ma, se si pensa di aggiornare il saggio, è sufficiente proseguire le serie storiche pubblicate trentacinque anni fa oppure è necessario cambiare gli indicatori? E in quale modo questo confronto cronologico strutturale può contribuire a spiegare la presenza e la successiva assenza di “momenti magici” nelle due città?

 

1. Quando le città hanno avuto un’anima e quando ci si accorge che è stata perduta

Sull’anima delle città ricordo questa affermazione di Giorgio La Pira che, nel 1954 parlando a un convegno della Croce Rossa a Ginevra, ha scritto  che:

Le città hanno una vita propria, hanno un loro essere misterioso e profondo: hanno un loro volto. Hanno, per così dire, una loro anima ed un loro destino: non sono cumuli occasionali di pietra, sono misteriose abitazioni di uomini e più ancora, in certo modo, misteriose abitazioni di Dio. La nostra disattenzione a valori di fondo, che danno invisibilmente ma realmente peso e destino alle cose degli uomini, ci ha fatto perdere la percezione del mistero delle città: eppure questo mistero esiste e proprio oggi – in questo punto così decisivo della storia umana – esso si manifesta con segni che appaiono sempre più marcati e che richiamano alla responsabilità di ciascuno e di tutti.[1]

Questa idea che le città abbiano una loro anima che può essere perduta mi è del tutto chiara pensando a Bologna. Le prime immagini di Bologna che ho avuto venendo da Milano convergevano tutte verso l’immagine di una Bologna “diversa”. A Bologna sono arrivato attraverso Il Mulino di Giovanni Evangelisti e Luigi Pedrazzi. Il Mulino era stato fondato nel 1951 come rivista da un gruppo di intellettuali bolognesi che come ha scritto recentemente Luigi Pedrazzi “eravamo cattolici, ma non democristiani, laici ma non laicisti, aspramente critici dell’Unione sovietica ma non anticomunisti.. il dopoguerra fu il nostro sessantotto: eravamo post fascisti e ci buttammo alla scoperta del nuovo mondo, oltre Croce e oltre Gramsci”[2]. Io ero arrivato da Pistoia a Milano nel 1956 per frequentare la Bocconi e in quella università  ebbi la strana avventura di incontrare la matematica attraverso Brambilla che mi propose, insieme ad altri due ragazzini, di diventare suo assistente da matricola visto che, secondo lui avevo “la passione per la matematica” che andava incoraggiata da subito senza attendere il periodo della tesi. L’incontro con Brambilla significò anche l’incontro con Angelo Pagani, la tesi sulla mobilità sociale come processo stocastico, l’incontro con Paul F. Lazarsfeld alla Columbia University, la direzione e fondazione della rivista di modelli matematici in inglese Quality and Quantity del 1966 (il primo numero fu pubblicato da Marsilio per l’intervento dell’amico Paolo Ceccarelli),  l’incontro con Giovanni Evangelisti come direttore della casa editrice Il Mulino per pubblicarvi una ampia antologia degli scritti di PFL e ii numeri della rivista Quality and Quantity successivi .

Negli  anni ’60  Bologna è stata soprattutto  Il Mulino e l’amicizia con Giovanni che decise  di aiutarmi a trasferirmi da Milano a favorendo il mio inserimento in quella università. Arrivai così nel 1968/69 con un incarico  alla facoltà di Magistero di Bologna e attraverso docenti come Augusto Palmonari, potei conoscere una seconda immagine di  questa città  quella  della “solidarietà” espressa da un sacerdote come   Don Saverio Aquilano che dirigeva allora il Centro Trento e Trieste per aiutare ii ragazzi down con allora un giovanissimo Walter Baldassarri. Una terza immagine di Bologna era alle porte. Gli anni ’60 a  New York alla Columbia University avevano significato non solo l’incontro con Lazarsfeld ma anche quello con la Radical Sociology e la Radical Economy e alla fine degli anni ’60 iniziai a pensare a un progetto di rivista diversa da Il Mulino su cui scrivevo. Il progetto di Inchiesta che uscì come primo numero nel gennaio del 1971 richiedeva l’incontro con una Bologna diversa e questo incontro si realizzò con Claudio Sabattini segretario della FLM di Bologna. Diventai  responsabile dell’Ufficio studi della FLM prima di Bologna e poi dell’Emilia Romagna e Inchiesta divenne la rivista della FLM e delle 150 ore, arrivò a tirare 60.000 copie e divenne un punto di riferimento per una politica di sinistra in cui le diverse anime di Bologna (da quella de Il Mulino a quella della FLM) sembravano convergere verso una “Bologna della creatività e della solidarietà”

Questa situazione in cui Bologna aveva un anima termina l’11 marzo del 1977 con l’uccisione dello studente in medicina  Francesco Lorusso  in seguito agli scontri tra Lotta Continua e Comunione e Liberazione, colpito alle spalle da un carabiniere che, nonostante le testimonianze che lo avevano visto sparare alla schiena dello studente “con le ginocchia flesse ad altezza d’uomo”, fu poi prosciolto per mancanze di prove.  Nel  testo scritto con Enrico nel 1978 c’è una diagnosi  dettagliata di quegli eventi e il poeta Roberto Roversi individua in quella data il passaggio di  Bologna da  “città della solidarietà e creatività” a “città neoliberista” e spiega che quella “perdita di anima” non dipese  da quella morte ma da come le istituzioni al vertice della città (Comune, Pci, FLM) reagirono a quella morte.

Roversi nella poesia  Bologna, marzo 1977 [3] interroga  la città dello studente ucciso: “A che punto è la città?”, “Cosa dice la città?”, “Cosa grida la città?” . Ma la città non gli dà le risposte che sperava. Roversi[4] spiega che, come “cittadino bolognese”, si sarebbe atteso che di fronte all’uccisione dello studente, il Comune rispondesse immediatamente agli eventi e  organizzasse una iniziativa  collettiva “il giorno stesso dell’eccidio per coinvolgere (come si chiedeva) il movimento degli studenti in un’azione che desse un pronto significato politico alla rabbia giusta e all’autentico dolore di questi giovani troppo spesso insultati dalla retorica ufficiale”. Sarebbe poi stato importante “che il giovane ucciso fosse raccolto dalla città tutta intera.” Ma nessuna forza politica (né il Comune, né il Pci, né la FLM) venne incontro agli studenti che in quel pomeriggio del marzo ’77 si raccolsero vicino a Piazza Verdi e , per dare una forma al loro dolore e rabbia, costituirono un corteo, a cui partecipò anche chi scrive, per attraversare senza nessuna presenza istituzionale, il centro della città.

Da quel corteo uscirono studenti che sfondarono alcune vetrine e quell’evento giustificò il totale mascheramento dell’uccisione di Francesco Lorusso e la presenza massiccia delle forze dell’ordine tanto che per più di una settimana le autoblinde in assetto di guerra presidiarono la zona universitaria. Roversi precisa: “Io avrei voluto sentire che Bologna era ancora una volta forte, in un momento di dura necessità. Non una città spaventata, inquieta, incerta, delegante.(..) Avrei voluto che aprisse tutte Ie sue porte invece di  chiuderle in fretta per rassicurarsi e intanarsi”. La conclusione è che “la stagione d’oro di Bologna si è consumata” e la città è “scivolata sul piano inclinato di una imprevedibile mediocrità e su quello dell’uniformità”. Da quello “scivolamento” la città per Roversi (e non solo per lui) non si è più ripresa e in un suo  testo del 2010 dal titolo emblematico “Parole, parole, parole” Roversi[5] vede nel Pd  le stesse difficoltà a capire e a proporre “la città della solidarietà e creatività” del Pci di allora.

Luigi  Pedrazzi in una intervista del  2006 individua ugualmente nel 1977 la fine del “clima un po’ mitico e magico della città” indicando “l’università che è comunque la molla che fa esplodere il dissenso” :

L’anno che segna, a mio parere, la fine di questo clima un po’ mitico e magico della città, è il 1977. Il 1977 è un vero e proprio anno di svolta: la città modello, vetrina d’Italia, dove il gruppo democristiano, più cattolico-dossettiano che democristiano-doroteo, e i comunisti riformisti avevano saputo collaborare, ora mostrava delle crepe. Il 1977 svela che anche la lunga stagione di riforme, di sviluppo sociale ed economico ad un certo punto si esaurisce: diminuiscono le risorse finanziarie, si passa quindi attraverso una serie di crisi economiche più o meno gravi ed il comune comincia a fare più fatica. L’università è comunque la molla che fa esplodere il dissenso. Non sono solo i problemi sociali della città, ma tutti i problemi non risolti del 1968 a produrre con sette o otto anni di ritardo, il  fenomeno del ’77 bolognese[6]

Più recentemente   sia una ricercatrice statunitense, Andrea Hajek[7] che un docente bolognese Franco Farinelli[8], sono ritornati a quel marzo del 1977  sottolineando la rottura  avvenuta in quel periodo con la Bologna mitica degli anni precedenti perché da allora, come scrive Farinelli, non si è stati più capaci di “tenere insieme l’urbs e la civitas, lo sviluppo e la manutenzione della città materiale con  quello della coscienza civica intesa come riconoscimento  di un unico comune sentire, oltre che di comuni concreti bisogni”. E’ poi intervenuta, come sottolinea Andrea Hajek, una specie di amnesia collettiva che ha reso necessaria una contro-memoria anche solo per narrare tutte le trame di una storia interrotta.

La rilettura del testo scritto con Enrico nel 1978, un testo pieno di dettagli e di spunti,  permette di capire e riflettere su come sia avvenuta la frattura tra la classe dirigente di allora e una parte consistente della sua base che credeva in quella sua identità ma lascia molti interrogativi sul  perché quella frattura non si sia più ricomposta. Nel testo del 1978 si riporta  una presa di posizione di Imbeni, allora segretario del Pci bolognese: “Non c’è un modello Emilia esportabile in altre regioni e valido per il futuro.. Il ruolo di questa regione non è quello di approfondire le diversità positive che l’hanno contraddistinta ma di usare e rivalutare in senso qualitativo la sua diversità per risolvere le contraddizioni nazionali”. In quelle parole si può leggere la paura di una città “diversa” con un’anima e l’attrazione verso una “normale” città “neoliberista”?

Si ritrova certamente una contraddizione che era  già presente nel vecchio Pci  messa in evidenza dal mio amico Luciano Leonesi nei suoi libri sul Teatro di Massa[9] sperimentato nel dopoguerra a Bologna. Il teatro Di Massa è stata un’esperienza teatrale fortemente innovativa (ideata da Marcello Santarelli e Leonesi)  con la messa in scena nell’immediato dopo guerra di episodi di storia recente con la partecipazione di operai, contadini e partigiani che li avevano vissuto direttamente. Il massimo successo di questo teatro si ebbe quando venne dedicato uno spettacolo alla resistenza utilizzando più di cinquecento “attori” protagonisti che “recitavano” loro stessi nel prestigioso Teatro Comunale di Bologna. Ma il Pci di allora ebbe  paura di quel teatro “diverso” che esprimeva troppa voglia di cambiamento e così venne fatta terminare  quella sperimentazione “di massa” invitando a mettere in scena rappresentazioni teatrali più “normali”.

E questo  il tipo di contraddizione che portò prima all’entusiasmo e poi alla delusione per il  sindaco Cofferati? Su questo punto ricordo che proprio per presentare la città di Bologna a Cofferati organizzammo (Adele, chi scrive e Massimiliano Geraci) un numero speciale di Inchiesta di  duecento pagine in cui veniva presentata come “città della comunicazione”, la Bologna della “creatività e della solidarietà” nelle sue diverse anime[10]. Fu un lavoro molto ampio e non rituale (più di ottanta pezzi)  in cui vennero presentati  gli spazi comunicativi autogestiti insieme alle iniziative letterarie, di fumetto, teatro, musica insieme  a quelle  sociali e alle sperimentazioni di innovazione tecnologica.   Il numero venne presentato a Cofferati in un convegno organizzato nel salone Di Vittorio della Cgil di Bologna e Cofferati riuscì a entusiasmare tutti i gruppi presenti tanto dal far pensare che Bologna stava per ritrovare una sua anima. Poi probabilmente quella Bologna “con un’ anima”  fece paura e i primi gesti simbolici del neo sindaco furono quelli di impedire i pulivetro abusivi alle fermate e sgomberare i rom da alcuni insediamenti abusivi lungo il fiume Reno. Non un ritorno alla “Bologna della solidarietà e della creatività” ma  una corsa  verso il “centro”, verso la “normalità” alla ricerca di un consenso costruito sulla paura contro i diversi. Furono talmente “simboliche”  quelle azioni di  Cofferati contro i pulivetro e i rom che  con il mio amico Dimitris realizzai e pubblicai  subito  una piccola “Inchiesta” andando a intervistare un gruppo di simpaticissimi rom lungo il fiume Reno in una domenica sotto la pioggia.[11]

Resta come testimonianza di una “possibile” Bologna diversa quel numero speciale di Inchiesta che riletto oggi fa capire come sia impossibile impedire all’anima di una città di esprimersi in tutte le sue direzioni. In quel numero tra le tante testimonianze ce n’è una  profetica scritta dal giallista bolognese Loriano Machiavelli, grande amico di Luciano Leonesi. Machiavelli mette in guardia i “barbari” che vengono da fuori come Cofferati per conquistare Bologna.

So che Bologna, negli anni ’90 è diventata la capitale del giallo. Evidentemente la dimensione del mistero è nel suo Dna. Infatti per quello che ne so, Bologna è tra le città più misteriose (..) Bologna è una città che inganna i superficiali, i presuntuosi: li illude di proteggerli sotto i suoi portici come nel grembo di una madre, ma in realtà non gli permette di guardare dietro le quinte, dove accadono le cose più importanti. Non li ritiene degni. E di superficiali e presuntuosi è piena la politica dei nostri giorni e delle nostre città. (..) Dall’alto della loro superficialità e presunzione, vedono solo i tetti, una stupenda distesa di tetti pallidi e non sanno, non hanno una idea di cosa nascondono: la cultura, il passato la caparbietà e l’onestà di chi l’ha ricostruita dopo il disastro, vissuta, amata.. Ogni strada, ogni pietra, ogni androne ne porta ancora il segno e sarà difficile che l’alterigia del conquistatore possa cancellarlo. Che ne sanno i barbari di Bologna?[12]

Le conclusioni di Machiavelli sono che una città con un anima come Bologna non può mai perderla per sempre perché ci sono sempre vie misteriose che sono nascoste ai barbari. Si può quindi cercare di tracciare la storia dell’anima di una città purché si sia consapevoli dei limiti imposti dalla città al farsi conoscere.

E Napoli? Come dalla Napoli di Valenzi  e dei disoccupati organizzati dl 1978 si è arrivati alla Napoli di Bassolino? E quando la Napoli di Bassolino  é finita perché è finita? E la Bologna di oggi e la Napoli di oggi sono due città irrimediabilmente “senza anima” oppure ci sono ancora bagliori  sotto le ceneri?

 

2. In quali direzioni modificare la griglia concettuale  per confrontare le due città

Nel testo del 1978 venne fatta una analisi molto dettagliata di tutta una serie di indicatori  (dalle caratteristiche demografiche di base ai dati sul mercato del lavoro, dai dati su i servizi sociali e la struttura assistenziale a quelli sulla occupazione e reddito all’interno della famiglia, dalla evasione scolastica e selezione al lavoro  durante gli studi). All’inizio del testo era stata inserita la frase “In Italia tutti hanno un secondo lavoro. Ma spesso nel Mezzogiorno il secondo lavoro è l’unico” e i dati strutturali mettevano in evidenza le profonde diversità di industrializzazione, occupazione e servizi sociali presenti nelle due città.

Queste tavole possono ovviamente essere aggiornate tenendo conto di questi ultimi trentacinque anni ma in quali direzioni andare per capire i mutamenti avvenuti? Penso che non sia sufficiente “aggiornare” i dati. Occorre una documentazione diversa, probabilmente più qualitativa,  sia per approfondire la parte più luminosa delle due città che la parte più opaca, più scura.

La “città della solidarietà e della creatività” presente sia a a Bologna che a Napoli  è sicuramente cambiata. L’orizzonte della creatività e della cultura è stato attraversato dall’innovazione tecnologica con modalità impensabili nel 1978. Per capire questi nuovi orizzonti si  può seguire  il Future Film festival, quello della musica elettronica oppure partecipare ai laboratori del  Visual Institute of Developmental Science diretto da Carlo Ventura (il cui progetto di relazione tra musica e scienza è documentato nell’ultimo numero di Inchiesta) oppure ancora  visitare  i laboratori delle nanotecnologie nel Politecnico o  la stampa di modelli in 3d di Gabriele Carloni frontman di MakeinBo . Accanto alla Bologna della ricerca c’è la Bologna degli artisti e degli scrittori e sono loro che possono indicarci le direzioni più sotterrane in cui la città di sta muovendo. Parallelamente è cambiata anche la  “città della solidarietà”. La presenza di più etnie e più culture a Bologna insieme all’aumento di persone disoccupate, precarie, in cassa integrazione ha portato a innovare anche nella direzione della solidarietà  con strategie che hanno inciso sulla dinamiche di “Piazza grande” o su quelle dei centri anziani.

E nella città di Napoli come emerge questa “città della solidarietà e della creatività”? C’è convergenza con quanto accade a Bologna oppure  le città restano distanti?

E la zona d’ombra? La zona della malavita organizzata e dell’aumento di insicurezza nelle due città? Anche in questa direzione occorre approfondire per non restare prigionieri di immagini del passato. A Bologna attraverso la rivista Inchiesta sono emersi molti episodi che gettano ombre cupe sull’efficienza dei servizi sociali esaltati bel testo del 1978:  dal neonato (venti giorni) morto per il freddo la cui famiglia viveva a Bologna  per strada all’imprenditore bolognese che si impicca nel suo negozio perché aveva pendenze con Equitalia, dalle evasioni e i tentati suicidi nel carcere bolognese minorile del Pratello al disabile psichico ucciso nella casa “protetta” della Cooperativa Casa Dolce a Casalecchio nella provincia di Bologna. E poi la presenza a Bologna, denunciata dal sindacato,  della malavita nella gestione degli appalti e l’area del lavoro “in nero” che si estende nell’area delle cooperative “rosse”.

E a Napoli? Quali scenari possono essere disegnati? C’è una omologazione o resta una specificità napoletana?

Un aggiornamento del saggio del 1978 richiede   interviste a protagonisti  diversi (da ricercatori a scrittori di romanzi gialli, da animatori teatrali a musicisti) che facciano capire le direzioni del cambiamento nelle due città, nel bene come nel male.

 

 


[1] La citazione è disponibile in rete. Sulle posizioni di La Pira sulle città rinvio a  F. Guerrieri, La Pira. La città L’urbanistica, Edizioni Leonardo, Firenze 2012. Per un ricordo di Giorgio La Pira rinvio

[2] L. Pedrazzi, “Quanta farina nei sacchi del Mulino2, Intervista di Simonetta Fiori, La Repubblica 1 aprile 2014

[3] R. Roversi, “Marzo 1977”, in Il cerchio di gesso, n.1 maggio 1977, pubblicazione in Inchiesta , 37, 1979, pp. 2-4

[4] R. Roversi, “Nell’ergastolo delle istituzioni”, Inchiesta, 37, 1979, pp. 5-9

[5] R. Roversi, “Parole, parole, parole” , Il Foglio degli eremiti,  pubblicazione in Inchiesta, 169, luglio dicembre 2010, pp.35-37

[6] L. Pedrazzi, “Ricordando Dossetti”, Intervista di Paola Furlan, 15 giugno 2006 riprodotta in www.inchiestaonline.it

[7] A. Hajek, Negotiating  Memories of Protest in Western Europe: The Case of Italy. Macmillan, Palgrave 2013. L’intervista a Andrea Hajek fatta da Eloisa Betti e Tommaso Cerusici “La contro-memoria del ’77 a Bologna” è riportata in www.inchiestaonline.it, 24 giugno 2014.

[8] F. Farinelli, “Bologna ha perso la memoria”, Il Manifesto, 12 marzo 2014

[9] L. Leonesi, Il romanzo del Teatro di Massa, Cappelli, Bologna 1989

[10] V. Capecchi, A. Pesce, M. Geraci (a cura di ) “Una Bologna diffusa (e talvolta sotterranea)  fa pratica di democrazia”, Inchiesta 144-145, aprile-settembre 2004

[11] D. Argiropoulus V. Capecchi “ Vite nascoste sull’argine del Reno”, Il Manifesto, 15 novembre 2005.  I risultati di questa “inchiesta” furono diffusi in La Repubblica del 13 novembre 2005

[12] L. Machiavelli, “Bologna e Delitti di carta: cosa (non) si vede sotto le due torri”, Inchiesta, 144-145, 2004, p. 92

 

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Category: Arte e Poesia, Osservatorio sulle città, Politica

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About Vittorio Capecchi: Vittorio Capecchi (1938) è professore emerito dell’Università di Bologna. Laureatosi in Economia nel 1961 all’Università Bocconi di Milano con una tesi sperimentale dedicata a “I processi stocastici markoviani per studiare la mobilità sociale”, fu segnalato e ammesso al seminario coordinato da Lazarsfeld (sociologo ebreo viennese, direttore del Bureau of Applied Social Research all'interno del Dipartimento di Sociologia della Columbia University di New York) tenuto a Gosing dal 3 al 27 luglio 1962. Nel 1975 è diventato professore ordinario di Sociologia nella Facoltà di Scienze della Formazione dell'Università di Bologna. Negli ultimi anni ha diretto il Master “Tecnologie per la qualità della vita” dell’Università di Bologna, facendo ricerche comparate in Cina e Vietnam. Gli anni '60 a New York hanno significato per Capecchi non solo i rapporti con Lazarsfeld e la sociologia matematica, ma anche i rapporti con la radical sociology e la Montly Review, che si concretizzarono, nel 1970, in una presa di posizione radicale sulla metodologia sociologica [si veda a questo proposito Il ruolo del sociologo (a cura di P. Rossi), Il Mulino, 1972], e con la decisione di diventare direttore responsabile dell'Ufficio studi della Federazione Lavoratori Metalmeccanici (FLM), carica che manterrà fino allo scioglimento della FLM. La sua lunga e poliedrica storia intellettuale è comunque segnata da due costanti e fondamentali interessi, quello per le discipline economiche e sociali e quello per la matematica, passioni queste che si sono tradotte nella fondazione e direzione di due riviste tuttora attive: «Quality and Quantity» (rivista di modelli matematici fondata nel 1966) e «Inchiesta» (fondata nel 1971, alla quale si è aggiunta più di recente la sua versione online). Tra i suoi ultimi libri: La responsabilità sociale dell'impresa (Carocci, 2005), Valori e competizione (curato insieme a D. Bellotti, Il Mulino, 2007), Applications of Mathematics in Models, Artificial Neural Networks and Arts (con M. Buscema, P.Contucci, B. D'Amore, Springer, 2010).

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