Simone Ramilli: Parrebbe la fantasia di nuovo al potere

| 9 Novembre 2013 | Comments (1)

 

 

 

Che un governo di larghe intese non avrebbe avuto la forza di mettere a punto una nuova manovra economica in grado di smobilitare le risorse necessarie a fronteggiare la recessione che affligge il nostro paese, e’ una ovvietà, oggi quanto ieri, al tempo della formazione del governo. I diversi schieramenti politici interni alle larghe intese, infatti, pur essendo un unico blocco di potere, rappresentano a livello elettorale blocchi sociali contrapposti tra loro della società italiana, in conflitto ormai da più di 30 anni: dunque tali schieramenti hanno politiche e ricette alternative che si annullano reciprocamente, al fine di colpire per esempio i mille sprechi, i giochi di interessi incrociati delle varie lobby di potere e del capitalismo di relazione, i ritardi produttivi e di innovazione e le farraginosità burocratiche, la corruzione endemica e le posizioni di rendita; così come gli stessi blocchi sono contrapposti circa le soluzioni da adottare verso altri fattori endogeni che impediscono la crescita economica nel nostro paese. In questo quadro certamente pesa l’assenza degli Stati Uniti D’Europa (come anche e soprattutto di politiche monetarie audaci) ma a meno che non auspichiamo una nuova occupazione -di fatto- dell’Italia da parte della Germania, questi problemi ce li dobbiamo risolvere da noi mobilitando le risorse interne al paese.

E allora ci domandiamo: perché sono state fatte le larghe intese?

Domanda più che legittima oggi di fronte alla deludente legge di stabilità 2013, aggravata dalla considerazione che il quadro politico giudiziario di Berlusconi era noto da tempo, e dunque era noto pure che la litigiosità interna alle larghe intese avrebbe, anche solo per questa ragione, inficiato qualsiasi azione riformatrice. Larghe intese per strette scorciatoie. Di quale grave irresponsabilità politica è malata la nostra classe dirigente?

Le ragioni che hanno dato vita alle larghe intese vanno ricercate nella profonda spaccatura esistente tra apparati e linee di potere interne al Partito Democratico. Tale spaccatura, presistente alle elezioni del 2013, e rappresentata plasticamente da un parlamento di nominati, ha impedito l’elezione di un Presidente della Repubblica con una diversa maggioranza e, probabilmente, anche di vincere le elezioni. Questa spaccatura è tutt’ora esistente nel Partito Democratico al di là della retorica di partito. Ed è possibile scommettere, senza troppo indugiare, sul fatto che l’analisi appena svolta sia condivisa dalla maggioranza dell’elettorato potenziale di sinistra come anche, per altri versi, da quello di destra.

Dunque quale altra soluzione politica si presenta oggi diversa dal voto anticipato? Vogliamo credere piuttosto alla fantasiosa menzogna che i danni per l’instabilità’ politica derivanti dall’incertezza dell’esito elettorale siano oggi meno gravosi per i cittadini italiani dell’impossibilità di risolvere in nodi reali della crisi che attanaglia il nostro paese passando da un governo di larghe intese? Il mantra della stabilità è la fantasia al potere del potere, dietro cui si nasconde la volontà di stabilizzare tutto ciò che in questo paese non va e che di fronte al precipizio in cui ci troviamo rappresenta un crimine che un giorno dovrà trovare necessariamente i suoi giudici.

Di quali nodi stiamo parlando? Una nuova rivoluzione globale sta attraversando il modo di produzione, soprattutto nelle economie occidentali, che da società industriali stanno diventando società finanziario/digitali/tecnico/scientifiche e che possiamo riassumere con il concetto di capitale connettivo.1

I maggiori esperti e analisti concordano che i ritardi tecnologici e di innovazione del nostro paese siano almeno di un paio di decenni di sviluppo rispetto alla competizione globale. Si pensi, solo per fare un esempio, ai ritardi tecnologici nello sviluppo delle “autostrade digitali” su cui viaggiano le connessioni di internet. Per fare un paragone verosimile, sarebbe come dire che lo sviluppo relativo al boom economico degli anni 60’ sarebbe stato possibile senza le infrastrutture e la rete autostradale costruite in quegli anni a sostegno della produzione industriale. Senza queste innovazioni non sarà possibile creare i milioni di posti di lavoro necessari alla ripresa dei consumi e delle dinamiche salariali, e soddisfare così l’offerta occupazionale giovanile. L’economa più dinamica gira nella rete di connessioni virtuali, e ogni ritardo nell’implementazione di infrastrutture a sostegno delle connessioni verrà pagato in ulteriori ritardi nello sviluppo dell’economia nel nostro paese. Tra gli altri ritardi va segnalata l’assenza di un’Agenzia web nazionale per la promozione del turismo che metta al centro della ripresa quella che è la maggiore risorsa italiana e che invece vede oggi l’Italia superata nelle presenze turistiche dalla Germania (Berlino ha più turisti di Roma caput mundi).

A quanto detto sopra, si consideri il dato che alla tipica resistenza della burocrazia verso le dinamiche sociali ed economiche più innovative, a dire il vero comune a tutti i paesi europei che hanno preservato nel loro impianto burocratico le strutture e il funzionamento tipico degli stati autoritari, si aggiunge il fatto che in Italia le assunzioni nella burocrazia sono state viste dalla politica come un mezzo per favorire il clientelismo e uno strumento di sostegno al reddito. Inoltre, il sistema dei finanziamenti pubblici, dei concorsi e degli appalti, è interamente pilotato in modo spregiudicato da poteri consociativi/mafiosi, locali e nazionali, di cui anche la magistratura può dirsi complice laddove non interviene come dovrebbe nel reprimere questo costume nazionale: questo lo sanno tutti, sia chi beneficia di questi privilegi che chi ne è escluso. Del resto chi non potrebbe denunciare più di un caso vissuto sulla propria pelle di questo mal costume? La contraddizione che si è venuta a creare grazie a questa miscela di arretratezze è che la burocrazia, in Italia, produce in modo abnorme norme contra la società, principalmente allo scopo di giustificare l’esistenza di questi apparati e posti di lavoro, e non per altro, e creando in questo modo un circolo vizioso della burocrazia ben più sclerotizzato di quelli individuati in passato dagli studiosi della materia.

Inoltre, l’invecchiamento della popolazione, ha portato a squilibri nel sistema pensionistico tali per cui i giovani occupati devono lavorare precariamente per garantire la pensione alle forze non più produttive, senza nessuna garanzia di percepirla loro stessi e senza più essere garantiti dall’investimento pensionistico alternativo in acquisti immobiliari (i nostri genitori a quarant’anni avevano già una o due case di proprietà, noi forse frazioni di eredità. E i nostri figli?). Quanto potrà durare questo scandalo? E quanto profonda sarà la spaccatura intergenerazionale quando questi nodi verranno finalmente al pettine? Va considerato a tal proposito che il problema coinvolge già oggi le generazioni dei quarantenni.

Del resto in Italia, tramite la cassa integrazione e, in passato, anche per mezzo delle pensioni di invalidità, si è sostenuto, e ancora oggi si sostiene, il reddito di sussistenza: spendendo per questo quanto altri paesi europei spendono in reddito di cittadinanza. Tuttavia, lo squilibrio del sistema pensionistico e il regime clientelare ancora in vigore, così come le rendite di posizione, impediscono di introdurre una prospettiva di questo genere nel nostro paese. E ancora, la riduzione di garanzie per un posto di lavoro a tempo indeterminato ha favorito il proliferare di posizioni di lavoro autonomo (il cosiddetto popolo delle partite iva), senza modificare in modo sostanziale il sistema contributivo e la tassazione, determinando come conseguenza una imposizione fiscale e una redistribuzione del reddito a favore dei blocchi di potere sopra menzionati, a scapito delle nuove generazioni, ben disposte a scambiare il posto di lavoro fisso di fronte a prospettive certe di esercizio di professioni alternative. Altro che retorica del posto fisso. Il fenomeno chiamato “evasione di sussistenza” non è un fenomeno marginale in Italia ma coinvolge in modo drammatico, ricattandoli, milioni di nuovi lavoratori autonomi e precari, che per competenze invece sono i soggetti più adatti ad interpretare le esigenze di rinnovamento economico e produttivo sopra menzionato e che, al contrario, sono penalizzati e ridotti alla povertà e alla marginalità dalla crisi economica del sistema. Così l’immigrazione è tornata la prospettiva più aurea per un’ intera generazione. Chi rappresenta i diritti di questi soggetti tra le forze politiche e sindacali in campo?

Del resto in questo quadro di incertezze nessun posto di lavoro in Italia può dirsi davvero a tempo indeterminato, e l’erosione del potere di acquisto dei salari non potrà più essere recuperata tramite la lotta sindacale, a causa della perdita di potere dei lavoratori italiani di fronte alla competizione globale.

Anche se dal punto di vista degli indicatori macroeconomici il nostro paese uscirà dalla crisi, la perdita di sicurezze e la disparità di reddito acuitasi in questi anni con la crisi medesima non verranno più recuperate, e le profonde disuguaglianze in seno alla distribuzione di ricchezza, tra posizioni di rendita e relativi privilegi versus i nuovi poveri, resteranno plasticamente rappresentate per decenni nella società italiana.

In questo quadro drammatico, ciò che impedisce di vedere in nuove elezioni una risposta risolutiva ai problemi sopra menzionati, è che l’unica alternativa al politicismo delle forze politiche tradizionali attualmente è il Movimento 5 Stelle. Tuttavia è sempre più evidente che questo movimento è attraversato da correnti xenofobe e populiste, tipiche dei movimenti della nuova destra che stanno recuperando terreno politico un po’ ovunque in Europa. Appare anche evidente come, osservando le dinamiche interne al web, posizioni che in passato appartenevano a gruppi neofascisti come Terza posizione (che dispongono ancora oggi dell’appoggi di lobby finanziarie e dei servizi segreti, e che condividono posizioni sostenute da importanti gruppi bancari americani, per esempio la JP MORGAN, che recentemente ha dichiarato a mezzo stampa senza mezzi termini di essere a favore del fascismo nei paesi mediterranei)2 sono oggi maggioritarie anche in elettori di estrazione di sinistra, accomunati da un quadro di incertezze disarmante e di disoccupazione crescente, nel vedere nella forza lavoro immigrata un pericoloso competitor: la fame genera mostritudini.

Se guardiamo all’epoca attuale dal punto di vista dell’analisi storica, troppe sono le preoccupanti analogie e coincidenze fattuali tra la Repubblica di Weimar che fu anticamera del nazismo, e la situazione politica ed economica che sta attraversando il nostro paese; e soprattutto il quadro di impotenza che attraversa chi vede questa prospettiva ma si sente attonito spettatore. Quanto sta accadendo oggi è utile a comprendere finalmente quell’interrogativo che ognuno di noi a suo tempo si è posto sui banchi di scuola (che si richiama al materialismo storico): cioè come sia stato possibile che un intero popolo si sia affidato a fantomatici ed eclettici salvatori della patria, tanto quanto lo erano i fascisti alle loro origini.

Tuttavia il fascismo è solo un utile spauracchio e per nulla l’unica forma politica in cui si può esprimere il totalitarismo nel terzo millennio e verso cui il Movimento 5 Stelle appare ben attrezzato con la sua retorica di metasinistra e metadestra. Senza conquistare le innovazioni di sistema sopra descritte, e proiettando le contraddizioni in nuce, ciò a cui andremo incontro sarà una sorta di proposizione di un medioevo ipertecnologico: differenze di classe consolidate in privilegi di casta; un potere tecnocratico e di intelligence che controlla in modo verticistico la rete di connessioni, inibendo le potenzialità degli scambi economici; riduzione drastica della mobilità sociale e dunque, distribuzione iniqua di ricchezza; il ritorno di molti alla campagna per procacciarsi la sopravvivenza; il misticismo come forma di credo prevalente eletto a religione politica (vedi a tal proposito il video Gaia della Casaleggio & Associati); individualismo e contrapposizione dell’uno contro l’altro, amplificato dalle forme verticistiche di relazione nei social network che non faranno altro che aumentare la solitudine al cospetto della macchina; guerre mondiali giocate su teatri di guerra locali della durata di cent’anni (basti pensare come termine di paragone che al di là della retorica di pace, la guerra in Iraq sta durando da ventitrè anni e quella in Afghanistan, se facciamo partire il conflitto dall’invasione sovietica, anche di più); controllo della riproduzione della vita tramite le biotecnologie; creazione di sistemi nervosi artificiali e macchine bioniche che svolgeranno molta parte dei lavori, lasciando agli uomini in carne ed ossa solo i lavori più degradanti, o al contrario, specializzati; divaricazioni nella durata della vita in base al censo e così via. Questo quadro degradante sarà accompagnato da alternative, tuttavia sempre più circoscritte, asfittiche e antistoriche.

Tale prospettiva ai più apparirà come un mero esercizio di narrazione fantascientifica, poiché è arduo al giorno d’oggi, nell’inebetimento generale, possedere un quadro di insieme, e soprattutto i più, ignorano come tali innovazioni scientifiche e tecnologiche saranno entro dieci anni disponibili sul mercato.

Senza assumere questa prospettiva e lavorare “a testa bassa” per il cambiamento, la strada verso un nuovo totalitarismo all’orizzonte non potrà essere scongiurata. Nessuno potrà dire: non lo sapevo. La storia, ahimè, si ripete.

Come fare fronte a questo quadro inquietante già pronto per l’imminente futuro? Esiste una pars construens, una via d’uscita? Se non cambiano i presupposti sopra menzionati la risposta è no.

Le alternative possibili ci sono, e quello che segue è un ragionevole elenco programmatico, per così dire, e di altrettanto ragionevole fattibilità soprattutto sul profilo dei costi. Un primo passo sarebbe quello di investire nelle infrastrutture per le connessioni veloci ad internet. Il costo dell’investimento si aggirerebbe attorno ai venti miliardi, quanto previsto per la TAV TorinoLione, con una crescita del Pil prevista, però, dell’ 1,5 3%: un risultato che non si potrebbe conseguire con nessun altro investimento di pari importo e in grado da solo di far uscire l’Italia dalla recessione).3 In secondo luogo, sarebbe auspicabile la creazione di un portale per assistenza e servizi a sostegno dell’economia delle connessioni e della cooperazione produttiva (tramite il sostegno al self employement si darebbe una prospettiva occupazionale alle giovani generazioni, poiché alle condizioni attuali, pensare a una ripresa di altri settori dell’economia capaci di generare occupazione appare un miraggio). Altra soluzione per un altro nodo critico, quello della burocrazia: fiscalità e burocrazia zero per 5 anni per l’avviamento di nuove attività per chi ha redditi inferiori ai 15.000 euro (queste misure esistono da anni in molti paesi europei, la perdita di introiti fiscali è molto ridotta poiché questi contribuenti partecipano in misura limitata alla fiscalità complessiva). Quarto, la creazione di un’agenzia web nazionale e agenzie locali per il turismo e la valorizzazione del Made in Italy permetterebbe l’assunzione di migliaia di giovani esperti nella comunicazione social (si pensi che il successo del Movimento 5 Stelle si deve ad appena una decina di assunzioni di queste figure professionali alla Casaleggio & Associati). Infine impieghi dirigenziali pubblici e nell’ambito delle professioni nella formazione esclusivamente a contratto (con commissione di selezione del personale composta da professionalità europee, visto l’alto grado di corruttibilità ambientale in Italia). Queste proposte, insieme ad altre, costituiscono l’ossatura di politiche economiche e culturali in grado di ammodernare il nostro paese, contrastare la sclerotizzazione degli interessi precostituiti nei blocchi di potere sopra menzionati, far emergere una nuova soggettività produttiva capace di interpretare la rivoluzione del modo di produzione che si sta delineando e per questa via fare dell’Italia un paese culturalmente ed economicamente dinamico.

Tuttavia quello che farà la differenza sarà comprendere che senza la costruzione di una prassi di lotta e di una teoria post ideologica in grado di intercettare i bisogni e le esigenze di questi nuovi soggetti produttori, non vi sarà nessuno nel nostro paese in grado di contrastare le tinte fosche che si stagliano all’orizzonte.

 

Note:

1 . Sul concetto di capitale connettivo si vedano i precedenti articoli dell’autore pubblicati su Inchiesta online: “E’ tempo di connettersi!” e “Il partito di internet e l’impossibilità della politica della modernità”.

2. vedi: http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/06/19/ricetta-jp-morgan-per-uneuropa-integrata-liberarsi-delle-costituzioni-antifasciste/

3. Secondo stime fornite dalla Commissaria europea per l’Agenda digitale, Neelie Kroes

 


Category: Nuovi media, Politica

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About Simone Ramilli: Simone Ramilli è nato a Rimini il 5 agosto del 1967 e risiede a Bologna, è libero ricercatore e studioso di filosofie orientali, neurobiologia e sistemi sociali. Nel 2005 ha fondato la Psicobiotica, disciplina che studia le correlazioni tra malattia e conflitti biologici. Tali ricerche sono poi approdate allo sviluppo di un nuovo approccio alle interconnessioni tra uomo, ambiente e contesto sociale, al cui interno si generano la maggior parte dei fenomeni patologici. Nel campo delle scienze sociali la sua ricerca è confluita nell’elaborazione della “Teoria delle connessioni” o Connectedness, che si occupa di indagare le potenzialità degli scambi umani, potenziati dall’utilizzo delle nuove tecnologie e da Internet, nella creazione di ricchezza sociale, affettiva ed economica. Dal 2009 è in società con l’attore americano John Malkovich con cui porta avanti progetti culturali e artistici in Italia e all’estero e collabora con il prof. Philipe Daverio nella Fondazione Italy. Mecenati del bello. L’attore americano ha curato tra l’altro la prefazione di un suo romanzo (ancora inedito) “The Roqk” (dove si narra della storia del movimento Technobohemian). Nel 2007 ha pubblicato un saggio intitolato “Le origini della malattia” (ed. Tecniche nuove, Milano). Nel 2008 ha pubblicato “I conflitti psicosomatici secondo la Psicobiotica” (ed. Tecniche nuove, Milano). È in attesa di pubblicare il saggio “Connectedness: lo spirito del tempo”, dedicato alla politica, alla filosofia e all’economia delle connessioni cercando di cogliere lo spirito del tempo presente e dell’imminente futuroSimobe

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  1. Avatar Vittorio Capecchi ha detto:

    Massimo Fusini (amico di Gino Rubini) ha commentato un link di Inchiesta Edizioni Dedalo.
    Massimo ha scritto: “Ho letto velocemente il testo di Simone Ramilli. Mi piace e a caldo è un contributo sul quale dovremo riflettere per la visione di prospettiva del lavoro. Anche la Cgil regionale E.R., attraverso l’IRES ha avviato approfondimenti e riflessioni sul cambiamento del lavoro. Qui si tratta di andare oltre alla divisione tra lavoro tradizionale e lavoro precario flessibile sfruttato …. o tra la divisione tra lavoro tutelato e lavoro non tutelato, più o meno sfruttato, ed entrare nell’ottica della differenza tra lavoro cognitivo e lavoro manuale. La Cgil di Rimini ha sviluppato, con la Csdl di San Marino e con il contributo dell’Ires, una ricerca indagine sul lavoro dello spettacolo “IL LAVORO NEL LOISIR”. L’IRES ha inoltre sviluppato e realizzato, con la Cgil lombardia, una ricerca nazionale sul lavoro dell’editoria “IL LAVORO INVISIBILE” presentata a Milano e commentata con la presenza di Susanna Camusso. Un altra indagine è avviata, e si completerà con la fase congressuale della Cgil,ed è sempre sviluppata con l’utilizzo di questionari on line, si chiama “ELABORAZIONE”. ognuuna delle indagini richiamate è recuperabile su internet o posso fornire i siti se si ritiene di aprire un dibattito. L’approccio intrigante e coerente con la globalizzazione, potrebbe essere questo: l’oriente ed i paesi emergenti diventano la fabbrica del mondo e l’Occidente , all’interno del quale l’Europa e l’Italia, cioè noi ci specializziamo nel lavoro di elaborazione e progettazione cognitiva. Riflettere su questa possibile visione dii prospettiva potrebbe essere interessante , sia per gestire la fase di cambiamento, che per costruire nuove forme di tutela del lavoro e di sostegno al reddito …. Credo però che occorrerebbe in ogni caso mantenere parte dell’attuale produzione manifatturiera (l’Italia è il secondo paese manifatturiero dell’Europa, dopo la Germania), a partire da nicchie di qualità e da produzioni favorite dalle nuove scelte delle nostre comunità (gestione in ottica di riciclo e riuso dei rifiuti; riqualificazione energetica, ambientale, idrogeologica, sismica ed antincendio del territorio e degli edifici; produzione di attività manifatturiere legate a turismo, servizi, commercio e agricoltura ottica km zero ….). Se ritenete possibile che l’argomento interessi mi piacerebbe aprire un dibattito partendo dai contenuti di Simone Ramilli. In caso opposto, cordiali saluti.”

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