Simone Ramilli: Il partito di internet e il nodo dell’impossibilità della politica della modernità

| 24 Ottobre 2013 | Comments (2)

 

 

Il disegno che illustra questo intervento è tratto dalla copertina del nuovo disco del pianista Marco Dalpane Sound Form (A Simple Lunch 2013) disponibile per l’acquisto su iTunes (www.marcodalpane.com)


l mercato che molto tempo fa si allargò a comprendere i rapporti di produzione, si è ora allargato a comprendere tutte le relazioni

Barbara Ehrenreich – Deidre English

 

Che ci troviamo di fronte alla necessità di elaborare un nuovo paradigma di conoscenza che spieghi l’evolversi della società degli uomini rispetto ai paradigmi del passato, è un dato sentito da tutti. Esiste casomai discordanza tra chi ritiene che siamo di fronte ad una cesura storica, tale da rendere inservibili per lo più i vecchi paradigmi e le organizzazioni sociali che hanno viaggiato sullo stesso binario della storia e chi, in modo più prudente, pensa sia ancora possibile ricostruire una verità sul “come vanno le cose” riadattando all’oggi vecchi ma solidi modelli di conoscenza.

Nel campo della politica come dell’economia, le due scienze entrate maggiormente in crisi per via della nebulosa che avvolge i cambiamenti repentini dei fenomeni sociali ed economici in corso, l’inadeguatezza ad ancorarsi a vecchie visioni del mondo è molto forte, quanto diffusa è la convinzione di essere ancora a metà del guado del rinnovamento necessario.

In questo quadro d’incertezze, e di fronte agli enormi interrogativi aperti dalla modernità -uno tra tutti il pericolo di collasso dell’ecosistema per mano dell’uomo- si corre il rischio sia dell’indeterminatezza delle nuove teorie che si pongono l’obiettivo di cogliere la complessità attuale, tuttavia sempre sfuggente, quanto del “riduzionismo” operato da altre teorie che propongono modelli utopici di convivenza civile che si rifanno a visioni autarchiche, nostalgiche o apocalittiche, frutto nella maggior parte dei casi del terrore e del rifiuto della modernità.

Altre visioni, che raccolgono più di altre la sensibilità di chi non si riconosce nella sconfitta dei valori fondativi, giungono quasi disarmate ad affrontare questi nodi irrisolti della modernità, cogliendo lo stridore tra necessità di ancorarsi a tali valori e la loro inadeguatezza nel far presa sul tema, ad esempio, dei diritti (di cittadinanza, dello stato sociale), di fronte alle urgenze poste dalla crisi sul piano dei bisogni materiali. Il piano della necessità si spiega da sé, mentre l’inadeguatezza è dovuta alla consapevolezza che diritti e valori, in passato, sono stati il frutto di conquiste conseguenti a determinati rapporti di forza, di potere e composizione tecnica della forza lavoro (nonché di determinazioni antropologiche) oggi irrimediabilmente mutati.

In un momento storico come quello attuale, di forte concorrenza tra i lavoratori nel mercato globale, infatti, il ceto medio si trova spinto ai margini delle opportunità economiche. Contrastare questa tendenza significa anche avere la forza di ripristinare le condizioni di rigidità salariali e contrattuali tipiche della seconda metà del Novecento e, basandosi su questa forza, rivendicare diritti. Tali condizioni sono state la risultante della conoscenza sulla totalità del processo produttivo detenuta dalla classe lavoratrice. Grazie a questa conoscenza era possibile per i lavoratori dipendenti e i sindacati fare ostruzionismo e difendere salari e consumi, diritti e piena occupazione, crescita economica e welfare. Tutto questo avveniva all’interno di una visione bipolare del mondo che è definitivamente tramontata con la caduta del Muro di Berlino.

Del resto uno dei nodi più aggrovigliati della modernità è proprio l’assenza di una dimensione collettiva unificante che ieri si giocava sulla dimensione politica di lotta e presa del potere -in sostanza su presupposti identitari e di appartenenza- mentre oggi la collettività è frammentata e divisa, e il potere appare incontrovertibilmente in mano a lobby mediatico/mercantili, e ciò che unifica si svolge soltanto su di un piano di frivolezza o inconsistenza e, paradossalmente, su quello della litigiosità sociale: basti pensare alle dinamiche di interazione sui social network.

Un aspetto, quest’ultimo, di cui si fanno interpreti in Italia esperienze come quella dei “5 Stelle”. Il Movimento 5 stelle, guidato da una sapiente regia, è infatti spinto dalla consapevolezza che non è più necessario sostenere una visione politica coerente (una volta si sarebbe detto programmatica), bensì alimentare lo scontro e la litigiosità sociale fine a se stessa o porre temi divisivi al fine di alimentare il consenso su una dimensione altrettanto tipica della modernità: l’antipolitica.

Se per esempio analizziamo i fatti recenti sul tema del disastro umanitario che sta avvenendo nel Mediterraneo, con i boat people, i disperati che fuggono da povertà, guerre e distruzioni ambientali, e le contraddizioni aperte sul tema nel Movimento 5 stelle, è facile notare come ciò che sembri contare per Grillo & Casaleggio è il consenso, e non una questione di coscienza che si pone al confine tra umano e inumano. Seguendo questa logica potremmo dire che, per Grillo & Casaleggio, se gli italiani sono sociologicamente pronti al nazismo, che nazismo sia.

Del resto, l’affermarsi di Internet come nuova finestra sul mondo sta creando una sorta di “brodo primordiale” nel mondo delle idee, conseguenza di una sovrapproduzione e bombardamento incessante di informazioni, da cui può scaturire in modo ambivalente un nuovo mondo e nuovi modi di pensare, come anche un ritorno a una sorta di Medioevo ipertecnologico.

Ciò che c’è di nuovo oggi tuttavia, è proprio questo sgretolamento del quadro di certezze verso il futuro che accomuna uomini e donne di ogni età e attraversa ogni strato sociale, sconquassa vecchi pregiudizi e mina fortemente alle basi le contrapposizioni ideologiche del passato, e soprattutto, l’ombrello protettivo offerto dall’adesione a un corpo sociale e a un modus vivendi che proprio con la fine delle ideologie sembrava essere diventato una condizione perenne senza passato e futuro: una sorta di eterno presente, o eterno ritorno, alle stesse condizioni di riproduzione della vita, a stili e abitudini consolidate, modi di pensare, che nel recente passato si traduceva in una legittimità dello status quo per certi versi totalizzante.

Tale condizione di eterno ritorno in realtà si deve proprio ad una dimenticanza, o meglio ad una rimozione collettiva. Le religioni prima, l’Illuminismo poi, e soprattutto le sorti progressive dell’economia conseguenti alla rivoluzione industriale, hanno fatto dimenticare all’uomo una verità tanto semplice quanto fondamentale: l’uomo è un animale, e pertanto la sua vita è regolata in misura maggiore di quel che comunemente egli crede dalle stesse dinamiche che regolano la convivenza tra gli animali. Ciò dà origine ad una sorta di invarianza biologica (a determinate condizioni sociali) dei comportamenti individuali e all’interno del corpo sociale (o meglio corpo biopolitico) che spiega più di ogni teoria le problematiche e i conflitti che regolano la vita in società.

Solo per fare un esempio possiamo menzionare la logica del profitto che governa il mercato, la politica e lo scambio all’interno delle relazioni umane, e che sottintende alle innovazioni di sistema e dei modi di produzione cha fanno capo alle diverse società e forme politiche. La logica del profitto, piuttosto che caratterizzare l’epoca dell’economia capitalistica, è una costante del comportamento animale all’interno di una percezione di scarsità di beni materiali e affettivi, che spinge l’uomo ad ottimizzare i propri comportamenti al fine di accaparrare risorse e accumulare beni per affrontare quella che dalla notte dei tempi è la paura più grande: la paura di morire di fame.

Così l’accumulazione compulsiva di beni e ricchezze è ancora oggi ciò che performa comunemente il senso della vita di molte esistenze, intorno cui organizzare abitudini consolidate e tentare la scalata sociale. Tutto questo oggi è portato al parossismo dalle urgenze della crisi che attraversano i corpi e le abitudini di vita, come dalla percezione che l’attuale modo di produzione non ha più bisogno dei ceti medi per sostenere il consumo di merci, e neppure dell’ideologia del capitale che portava con sé la premessa di un miglioramento delle condizioni di vita. Oggi la produzione, per sostenersi, non ha bisogno né dell’ideologia né del miglioramento delle condizioni di vita per continuare a produrre, ma solo di tempo indisturbato per consolidare un dominio totalizzante sulle vite e il controllo della riproduzione della specie umana e tradurre ogni alternativa al massimo in una nicchia di mercato.

 

Dunque ci domandiamo: Esiste un’alternativa in un momento caratterizzato proprio dall’assenza di alternative?

Gli scambi umani di beni materiali e affettivi, e dunque le relazioni a essi sottese, sono ciò che dà vita alla costituzione di soggettività. È nello scambio relazionale che l’individuo precostituito rispetto ai rapporti sociali diviene un soggetto consapevole di sé e di appartenere ad un mondo fatto di bisogni e desideri condivisi dagli individui appartenenti alla stessa specie. Tuttavia esiste una differenza fondamentale a seconda che l’habitat entro cui avvengono gli scambi relazionali venga percepito come un contesto di privazione oppure di abbondanza.

Nel primo caso gli scambi avvengono su un piano dominato da dispositivi biologici che spingono all’accaparramento compulsivo, a limitazioni territoriali (proprietà privata), a limitazioni delle sfere di appartenenza (identità), all’inimicizia, alla proliferazione di status e differenziali gerarchici allo scopo di misurare il proprio benessere in base alla distanza che separa gli uni dagli altri.

Non essendocene per tutti, si rinuncia al godimento psicologico che può dare lo scambio corale di un’esperienza, e si tende ad accumulare senza sosta, tuttavia senza raggiungere mai un “principio di piacere” nel qui e ora ma sempre nell’altrove. Si perde in questo modo la relazione con l’altro, e quando questo quadro di relazioni viene spinto dalle dinamiche sociali al parossismo dilaga la solitudine, vera e propria malattia sociale della nostra epoca, che colpisce indistintamente poveri e ricchi.

In questo contesto di privazione gli scambi di beni materiali e affettivi avvengono sotto l’egida dello scambio di potere, che in una logica temporale dello stesso deve perdurare e trasmettersi attraverso i legami di sangue. È quest’idea di potere, in fondo, ad essere la cifra della logica del profitto ancora oggi in vigore e a performare le forme di governo e di conduzione degli affari. Il carattere predatorio della specie umana in questo quadro di relazioni è portato alle estreme conseguenze fino a mettere in pericolo l’ecosistema.

Tuttavia qualora si trattasse solo di un problema di percezione tra scarsità o abbondanza, e dunque, in buona sostanza, di convincimento, la questione della costruzione di alternative a questo eterno presente di povertà si porrebbe su di un piano etico senza scalfire in alcun modo la logica del profitto predatoria. Ciò che contraddistingue invece il tempo presente è che la logica del profitto in auge è in piena sintonia con la dimensione biologica della vita, e dunque lo sviluppo della società attuale non è un’aberrazione dell’etica ma il progresso tipico dei rapporti sociali a determinate condizioni di riproduzione della vita (nella scarsità).

Per questo il modello sociale occidentale è visto come eccellenza, buono per tutte le latitudini e in grado di soppiantare culture millenarie ad ogni capo del mondo.

La logica del profitto è in grado di spingere l’uomo a cercare incessantemente la creazione di nuovo valore, e dunque opportunità di scambio in ogni dove, tanto da essere considerata la “mano invisibile” che regola il mercato.

Così, dopo aver depredato tutto ciò che poteva esserlo sul piano dei beni materiali, la ricerca di valore nella specie umana ha trovato nuovi territori per lo scambio economico nella messa a valore dei beni immateriali: scambio di servizi, conoscenze, affetti, emozioni, sentimenti. È questo fare che ha portato con il tempo il processo di produzione ad essere inglobato interamente nella rete di relazioni umane fisiche e virtuali, dando vita ad un salto di paradigma che abbiamo chiamato capitale connettivo.

Questo aspetto della modernità, è il tema principale affrontato nel saggio Connectedness: lo spirtito del tempo, di prossima uscita, e si spiega con il fatto che oggi il tempo di lavoro impiegato nel processo produttivo è prevalentemente lavoro relazionale, e una quantità sempre maggiore di ricchezza deriva dallo scambio di relazioni piuttosto che dallo scambio di merci fisiche.  Inoltre, se consideriamo che Internet non è solo un supporto in cui avvengono in misura sempre maggiore gli scambi di informazioni e la distribuzione di prodotti ma soprattutto è un supporto per gli scambi finanziari, nel suo complesso la dimensione dello scambio virtuale di relazioni oggi costituisce la forma prevalente in cui operano i processi di accumulazione e, al contempo, di assoggettamento degli individui a un dominio totalizzante.

Crediamo sia possibile ragionare e discutere di alternative solo a partire dalla considerazione che questo cambio di paradigma sia visto come un presupposto della modernità, e avviando in base a ciò un ripensamento della politica. Vediamo il perché.

Il capitale connettivo è costituito dalle relazioni fisiche e virtuali che intercorrono tra individui a supporto della trasmissione di conoscenze, narrazioni, cognizioni, competenze, background, idee, progetti, produzioni, scambi materiali e affettivi. Poiché le relazioni fisiche e virtuali si danno su un piano illimitato, e in potenza danno origine a un’infinità di scambi, ci troviamo di fronte al fatto che, almeno in potenza, per la prima volta nella sua storia la specie umana si trova nella condizione di stabilire un’abbondanza basata non sulla disponibilità di risorse ambientali (sempre per natura scarse, soprattutto in un ottica di sovrappopolazione) o su un’idea, ma sull’abbondanza di scambi cui la rete di relazioni umane può dare vita. Infatti, grazie alle tecnologie nel campo della comunicazione sviluppate soprattutto negli ultimi 30 anni, l’universo di relazioni che si possono instaurare in potenza è rappresentato da un numero che corrisponde a circa 7.000.000.0007.000.000.000: tanti quanti sono gli abitanti sulla terra elevato per le possibilità di relazionarsi tra di loro. Questa prospettiva come detto, si affaccia per la prima volta nella storia dell’umanità, e questo aspetto non deve sfuggire nell’analisi politica ed economica.

In quest’ottica di abbondanza di scambi garantita dal capitale connettivo delle relazioni umane fisiche e virtuali, è possibile immaginare un superamento di tutte le ideologie polarizzanti (tra buoni e cattivi, proletari e borghesi, di una nazione contro un’altra) concepite all’interno di una logica di scarsità, e quindi di divisione del sovrappiù e spartizione asimmetrica, per abbracciare l’appartenenza ad un’unica specie animale con la quale condividere bisogni e sogni comuni.

È in quest’ottica che è possibile pensare a un’alternativa a questo presente totalizzante: aprendo un varco nell’ideologia della scarsità e alimentare una visione del mondo aperta all’abbondanza, come anche creando un piano immanente di costituzione delle soggettività a partire da questa opportunità storica.

Tutt’altro dall’essere una visione edulcorata ed estrapolata dal conflitto, questa visione del mondo evidenzierà sempre di più, malgrado tutto, la contrapposizione violenta tra quella parte di uomini consapevole dei limiti e, al contempo, dei potenziali della specie umana, con quella parte che nel frattempo avrà esasperato il carattere predatorio della nostra specie. Tuttavia, mano a mano che questo piano di abbondanza intersecherà i rapporti sociali, spinto in avanti dal consolidamento del nuovo modo di produzione del capitale connettivo, non si tratterà più di una contrapposizione ideologica ma di una contrapposizione tra attitudini e sviluppo della coscienza che attraverserà tanto l’esistenza del singolo individuo che le nazioni e che non troverà un nemico nell’altro ma sarà risolta in un processo evolutivo, quanto contradditorio, della coscienza di una specie animale che nell’osservazione di se stessa scopre i propri limiti e potenziali nella ricerca della ricchezza e nella pratica della libertà in un contesto di abbondanza di relazioni e scambi, e quindi sul piano molteplice della vita, piuttosto che nell’identificazione con una massa, nell’unità ideologica e nella scarsità.

Aspetto questo oggi non più possibile da perseguire al fine di cercare una ricomposizione politica in una società in cui manca ogni collante sociale, e la dimensione prevalente sul piano antropologico è quello di individui tanto isolati gli uni dagli altri quanto totalmente connessi.

 

Che fare?

Fino ad ora abbiamo cercato di cogliere un tratto fondamentale della modernità: il passaggio dal modo di produzione post-industriale al modo di produzione del capitale connettivo. Tale passaggio per via della sua repentinità e velocità di trasformazione delle dinamiche sociali, può essere paragonato senza forzature sul piano storico agli effetti prodotti sull’organizzazione sociale e della produzione nella società feudale dall’avvento della macchina a vapore. Non va dimenticato che ogni trasformazione dettata da importanti cambiamenti tecnologici, ieri come oggi, porta con sé un cambiamento di paradigma nella conoscenza. E di questo abbiamo fino adesso abbiamo ragionato.

Detto ciò, la società industriale, non diversamente dalle precedenti organizzazioni sociali, pur avendo rotto con il modo di produzione feudale e liberato in questo modo energie e capacità produttive e ideative fino ad allora inimmaginabili, non è stata altrettanto in grado di cogliere appieno, nei due secoli successivi alla prima rivoluzione industriale, il potenziale che scaturiva da queste innovazioni, e pertanto si è trovata di fronte a continue crisi da sovrapproduzione, con conseguente rottura nell’equilibrio dell’ecosistema.

Tuttavia si può dire che, come nel passaggio dal modo di produzione feudale a quello capitalistico sono state le prerogative di libertà di un soggetto produttivo (la borghesia) a determinare la crisi prima, e il superamento poi, di quel vecchio modo di produzione, oggi sono le prerogative di libertà dei nuovi soggetti produttori, protagonisti dell’economia delle connessioni, a determinare la crisi e, in futuro, il superamento del vecchio modo di produzione obsoleto versus il modo di produzione del capitale connettivo. Non ci sarà nessuna consequenzialità evolutiva o automatismo senza crisi in questo passaggio ma, come in passato, saranno le determinazioni soggettive in cerca di nuove libertà di produrre e lavorare che grazie a una massa critica di eventi di rottura saranno in grado di provocare questo passaggio.

Un altro paradosso della modernità è dato dal fatto che chi oggi collabora attivamente e professionalmente al rinnovamento dell’immaginario collettivo, adeguato a questa realtà terrificante, (ci riferiamo ad esempio ai lavoratori dell’industria creativa, ai ricercatori scientifici, come anche ai makers e agli imprenditori attenti alle produzioni bio-compatibili), sono al tempo stesso i più critici verso l’immaginario di povertà e assenza di opportunità sopra descritto, quanto coloro che questo immaginario creano attraverso il proprio lavoro. Sono questi i nuovi produttori  antropologicamente e costitutivamente individualisti, post-ideologici e post-politici. Questo è un dato di fatto che va considerato altrettanto un presupposto della modernità.

Chi invece oggi detiene ancora un armamentario critico e conserva strutture e mezzi organizzativi, per esempio il sindacato e il mondo della cooperazione, o alcuni settori della società civile, non riesce ad incidere nella società per via dell’assenza di dialogo con le nuove generazioni, e anche per l’impossibilità nella modernità di intaccare i rigidi meccanismi di potere consolidati e la formazione del consenso che attraversano, dominandolo, il discorso politico.

Per via dei limiti sopra descritti, la politica oggi è imprigionata nelle forme del passato e appare una mera trasposizione dei rapporti di forza in vigore nella società, espressione terrena della brutalità anziché del bello che pure in epoche passate la politica è stata in grado di esprimere.

Nonostante ciò, in Internet assistiamo a quei modelli avanzati di cooperazione umana non soggetti alla logica del profitto attuale (intrisa di scambio di potere) che si esprimo nell’open source e grazie ai quali, in modo acefalo, molteplici intelligenze collaborano con profitto al bene comune, ricavando vantaggi tecnologici e conoscenza utile per sé e per tutti.

Tra i tanti e tra i più conosciuti modelli di conoscenza in open source citiamo Linux, il software libero da copyright, Arduino, un computer di piccole dimensioni in grado di dare movimento a macchine autocostruite, le stampanti tridimensionali e le tecnologie che stanno alla base della manifattura digitale, promessa di un superamento dell’economia di scala, così come il progetto di libera università “Corsera” e “Wikipedia”, l’enciclopedia autogenerata dagli internauti, e tutte le forme di cooperazione del sapere scientifico che incentivano gli internauti ad aiutare gli scienziati nell’elaborazione di modelli matematici e statistici e nella classificazione del piano molteplice dei corpi celesti e delle espressioni della vita nel mondo vegetale, minerale e animale.

Da qui si ricava la domanda: è possibile esportare nella politica un modello acefalo come i corrispondenti modelli che vigono nell’open source e per questa via operare per edificare forme di governance che favoriscano il bene comune? In pratica è possibile fare politica al di fuori delle logiche dello scambio di potere?

Se cerchiamo la risposta su un piano etico o comunque volontaristico o di riproduzione d’identità, la risposta è senza dubbio no. Così come la risposta è no qualora edulcorassimo l’analisi estromettendo il piano dei rapporti di forza e del monopolio della violenza racchiusi nelle espressioni statali del fare politica o in quelle del fare affari. Questi piani volontaristici in politica oggi sono ridotti all’impotenza di fronte all’efficienza del mercato e alla violenza che sostiene la logica del profitto attuale.

Tuttavia parlando di soggettività va detto che il capitale connettivo è in grado di produrre soggettività autonomamente dalla forme politiche o dall’organizzazione sociale in cui la soggettività si esprime attraverso la moda (intesa in senso statistico): anzi, è il capitale connettivo che, organizzando intorno a esso la produzione, dà vita a forme di organizzazione sociale autonome, in grado di comprendere la sovrapproduzione sociale e produrre incessantemente oltre i limiti posti dalla norma e dalle convenzioni in auge. Infatti lo sviluppo del capitale connettivo è in grado di connettere le diverse individualità a una rete di connessioni preservandone le caratteristiche di unicità, e di discostare il paradigma sociale dalla società massificata alle singolarità nella molteplicità.

Nella logica del profitto che opera nel capitale connettivo, risulta più vantaggioso conservare la propria specificità di individuo e il proprio punto di vista, e al contempo relazionarsi ad altri e incrementare in questo modo la propria ricchezza e il bene comune, valorizzando le differenze, piuttosto che operare con fini egoistici o appiattire le proprie differenze in comportamenti massificati. È precisamente questo ciò che avviene nell’open source.

Dunque quale forma partito al tempo di Internet e conseguentemente come battere la crisi?

Abbiamo detto che le connessioni in quanto tali sono il ganglio, vero e proprio sistema nervoso del modo di produzione e di socializzazione attuale, ben oltre la dimensione mercantile dell’economia. Dentro la rete di connessioni l’individuo è un terminale di un processo di conoscenza che genera ricchezza a ogni scambio. Ogni tentativo di limitare l’estensione e l’intensità delle connessioni e l’accesso ad esse, come anche le eccedenze nella produzione sociale (economiche e non), si riflette direttamente in una perdita di ricchezza per il sistema nel suo complesso. Ed è su questo aspetto che si misura il ritardo o l’adesione allo “spirito del tempo” nella nostra epoca.

Siamo a questo punto in grado di comprendere quale forma partito sia in grado oggi di liberare la società e l’uomo dalle arcaiche forme della politica volte a sostenere lo scambio di potere, anziché la dimensione molteplice in cui si esprime la vita. Sarà tale quella forma di partito in grado di dare corpo e progetto all’economia delle connessioni con il minore scarto possibile dalle forme autonome con cui la produzione si organizza intorno all’economia delle connessioni.

Infatti nell’open source a creare cooperazione non è tanto un’ideologia comunitaria o una qualsiasi propensione ideologica, ma il profitto che ciascuno consegue dal cooperare alla produzione comune per poi trarne vantaggio per sé e fare un passo avanti nella propria conoscenza, o per applicare i frutti di questa ricerca al ricavarne un profitto senza detrimento per gli altri soggetti cooperanti.

Dunque parliamo di una forma partito che sia di ausilio alla cooperazione produttiva che scaturisce dalle connessioni: una forma partito al servizio del capitale connettivo, esattamente come nacque la forma partito di massa tra l’800 e il ‘900 per difendere gli interessi delle grandi masse che dalle campagne si spostavano nelle città. Tuttavia ciò che manca alla cooperazione nell’open source e che si riflette nella produzione di soggettività sta proprio nell’assenza di quel collante sociale che in passato era garantito dalle ideologie. Ancora una volta, per trovare un qualche collante adatto a questa espressione di creatività, è sufficiente attingere dalle forme di cooperazione che in modo autonomo si organizzano all’interno del capitale connettivo, e precisamente da quelle forme di cooperazione nate dal basso e che per loro natura sfuggono alla verticalizzazione operata dai grandi hub di Internet (motori di ricerca, social network, ecc.) proprio perché si danno su una dimensione localistica e di valorizzazione del patrimonio di conoscenze e produzioni che attinge direttamente dal territorio. Modalità di cooperazione territoriale che in ragione dell’economia di scala su cui operano i grandi hub, sfugge alla loro capacità di radicamento. Mentre per questa via, in Internet, è possibile ancora creare i presupposti per fare economia in rete, e rappresenta dunque una grande opportunità di lavoro per le nuove generazioni, se non fosse per la totale mancanza di servizi e finanziamenti allo sviluppo di questa cooperazione connettiva e territoriale.

Occorre in buona sostanza connettere le intelligenze politiche e le organizzazioni sindacali, cooperative e l’associazionismo, in uno sforzo comune e senza precedenti, per realizzare un servizio per le connessioni che offra analisi, forum, dibattiti sul tema dell’economia delle connessioni, e soprattutto, strumenti utili per agevolare la cooperazione del lavoro in Internet creando in questo modo nuove opportunità di lavoro. Come del resto fu in passato quando i lavoratori si riunivano in cooperativa per creare lavoro laddove non c’era. In questo senso il mondo cooperativo come quello sindacale e l’associazionismo possono fare ancora molto per cambiare lo stato di cose insoddisfacente del tempo presente ed è certo che a questo sforzo risponderanno positivamente i lavoratori dell’economia delle connessioni.

 

 

Questo intervento è tratto dal saggio di prossima pubblicazione dal titolo Connectedness: lo spirito del tempo.

Simone Ramilli è libero ricercatore e studioso di filosofie orientali, medicine olistiche e sistemi sociali. Nel 2005 ha fondato la Psicobiotica, disciplina che studia le correlazioni tra malattia e conflitti biologici. Tali ricerche sono poi approdate allo sviluppo di un nuovo approccio alle interconnessioni tra uomo, ambiente e contesto sociale, al cui interno si generano la maggior parte dei fenomeni patologici.
Nel campo delle scienze sociali la sua ricerca è confluita nell’elaborazione della “Teoria delle connessioni” o Connectedness, che si occupa di indagare le potenzialità degli scambi umani, potenziati dall’utilizzo delle nuove tecnologie e da Internet, nella creazione di ricchezza sociale, affettiva ed economica. Dal 2009 è in società con l’attore americano John Malkovich con cui porta avanti progetti culturali e artistici in Italia e all’estero tra cui la promozione di Technobohemian, linea di abiti maschili disegnata e prodotta dall’attore americano. L’attore ha curato tra l’altro la prefazione di un suo romanzo (ancora inedito) “The Roqk” (dove si narra della storia del movimento Technobohemian). Nel 2007 ha pubblicato un saggio intitolato “Le origini della malattia” (ed. Tecniche nuove, Milano). Nel 2008 ha pubblicato “I conflitti psicosomatici secondo la Psicobiotica” (ed. Tecniche nuove, Milano).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Category: Nuovi media, Politica

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About Simone Ramilli: Simone Ramilli è nato a Rimini il 5 agosto del 1967 e risiede a Bologna, è libero ricercatore e studioso di filosofie orientali, neurobiologia e sistemi sociali. Nel 2005 ha fondato la Psicobiotica, disciplina che studia le correlazioni tra malattia e conflitti biologici. Tali ricerche sono poi approdate allo sviluppo di un nuovo approccio alle interconnessioni tra uomo, ambiente e contesto sociale, al cui interno si generano la maggior parte dei fenomeni patologici. Nel campo delle scienze sociali la sua ricerca è confluita nell’elaborazione della “Teoria delle connessioni” o Connectedness, che si occupa di indagare le potenzialità degli scambi umani, potenziati dall’utilizzo delle nuove tecnologie e da Internet, nella creazione di ricchezza sociale, affettiva ed economica. Dal 2009 è in società con l’attore americano John Malkovich con cui porta avanti progetti culturali e artistici in Italia e all’estero e collabora con il prof. Philipe Daverio nella Fondazione Italy. Mecenati del bello. L’attore americano ha curato tra l’altro la prefazione di un suo romanzo (ancora inedito) “The Roqk” (dove si narra della storia del movimento Technobohemian). Nel 2007 ha pubblicato un saggio intitolato “Le origini della malattia” (ed. Tecniche nuove, Milano). Nel 2008 ha pubblicato “I conflitti psicosomatici secondo la Psicobiotica” (ed. Tecniche nuove, Milano). È in attesa di pubblicare il saggio “Connectedness: lo spirito del tempo”, dedicato alla politica, alla filosofia e all’economia delle connessioni cercando di cogliere lo spirito del tempo presente e dell’imminente futuroSimobe

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