Rossella Ercolano: Intervista a Mario Capanna sul ’68

| 5 giugno 2018 | Comments (0)

Introduzione

Caratterizzato dall’esplosione di grandi movimenti sociali di massa, quello degli studenti innanzitutto, il Sessantotto ha visto l’affermazione dei giovani sulla scena politica, sociale e culturale in Occidente.
La caratteristica peculiare di quella stagione così tumultuosa è che i giovani, negli Stati Uniti così come in Europa, erano mossi dagli stessi motivi: essi manifestavano contro la società dei consumi e contro la guerra in Vietnam, attuando una critica radicale alle democrazie occidentali del secondo dopoguerra.1
Sui muri della Sorbona di Parigi e su quelli delle università italiane riecheggiava lo stesso slogan: Il est interdit d’interdire. Come nota Marica Tolomelli:
«Un movimento sociale è, così come ci ha spiegato la sociologia dei movimenti, un attore collettivo animato da un forte senso di coesione interna e dunque di appartenenza, che nasce e si consolida nella mobilitazione su questioni attinenti al mutamento, in un processo di azioni volte ad espandere progressivamente la base sociale della mobilitazione […] L’esistenza di un comune sentire o, meglio, di un comune orientamento cognitivo rispetto all’ordine culturale sociale esistente, e dunque una auto rappresentazione condivisa, è alla base di ogni processo di formazione di un movimento collettivo» (Tolomelli 2008, p. 35).
La prima rivolta studentesca scoppiò nel campus dell’Università di Berkeley, in California, già nel 1964, dove aveva avuto origine un movimento studentesco noto come Free Speech Movement (FSM), fortemente legato sin dai suoi inizi al movimento per i diritti civili.2
Il primo ottobre di quell’anno il rettore Clark Kerr, il quale non voleva che all’interno del campus venissero distribuiti volantini, raccolti fondi o si tenessero comizi con i megafoni, aveva ordinato l’arresto di un giovane; si trattava di Jack Weinberg, un giovane laureato del campus, impegnato nella lotta per i diritti civili, che quella mattina aveva allestito un tavolino per fare propaganda al Congress of Racial Equality (CORE), infrangendo le regole di Kerr.3 Quando gli agenti della sicurezza fermarono il giovane scoppiò una rivolta senza precedenti capitanata dal leader del FSM, Mario Savio, un ragazzo di ventidue anni figlio di un emigrato italiano. Una folla di studenti pacifisti accorse in sostegno di Weinberg, che fu rilasciato dopo una trattativa con gli agenti durata trentadue ore, ovvero fino a quando il rettore non accettò di lasciarlo libero.4
La volontà di ribellione alle regole e di cambiamento, manifestata dagli studenti americani, si diffuse ben presto tra gli studenti dei paesi europei; in Italia la protesta giovanile, nelle aule universitarie, scoppiò nel gennaio 1966 all’Università di Trento, nella Facoltà di Sociologia.
Le prime rivendicazioni degli studenti trentini erano accademiche. Essi richiedevano di poter partecipare maggiormente alla gestione dell’ateneo e proponevano la revisione dei piani di studio non adeguati alla società che stava cambiando.5
Il 1967 fu l’anno in cui il movimento studentesco, in Italia, crebbe e attuò occupazioni in molte altre università italiane. Il 1967 fu anche l’anno in cui gli studenti uscirono dalle aule universitarie per scendere in piazza, lanciare slogan e protestare contro la Guerra in Vietnam, spesso affiancati dagli operai. I motivi per aprire una stagione di contestazione non mancavano; l’immigrazione al Nord era ripresa e il momento economico non era in grado di soddisfare le richieste di masse tanto numerose di immigrati. Nelle fabbriche la nuova organizzazione industriale era caratterizzata dalla crescente meccanizzazione e dall’aumento dei ritmi di lavoro e all’interno della stessa classe operaia aveva accentuato le differenze: per esempio, in quel periodo era stata introdotta la figura del caposquadra addetto a sorvegliare i lavoratori in fabbrica. I salari medi, inoltre, erano più bassi rispetto a quelli degli altri paesi occidentali (Brambilla 1994, pp. 88-89).
Il primo novembre, a Trento, fu di nuovo occupata la Facoltà di Sociologia.
Il diciassette novembre, a Milano, ad essere occupata fu l’Università Cattolica. I giovani criticavano la struttura carente dei contenuti didattici protestando inoltre contro l’aumento delle tasse universitarie e rivendicando forme di democrazia: la pubblicazione degli atti dell’ateneo, la possibilità di partecipare al governo dello stesso, l’abolizione della censura preventiva sui giornali degli studenti (Crainz 2003, pp. 225-226).
A quasi cinquant’anni di distanza da quell’evento, il ventidue febbraio, a Napoli, presso la Libreria Io Ci Sto, è stato possibile intervistare proprio colui che animò le proteste all’Università Cattolica nonché uno dei principali leader del ’68: Mario Capanna, incontrato in occasione della presentazione del suo ultimo libro dal titolo “Noi Tutti”. Capanna, da studente all’Università Cattolica di Milano, fu espulso in seguito all’occupazione del novembre 1967; in seguito all’espulsione si iscrisse alla Statale di Milano, dove riuscì a laurearsi in Filosofia e a guidare il Movimento Studentesco, diventandone il principale leader.
Insieme a Capanna è stato possibile ripercorrere, purtroppo brevemente, le vicende che hanno dato vita alle proteste studentesche del ’68; più che di un’intervista vera e propria si è trattato infatti di una chiacchierata avvenuta a presentazione finita.

L’intervista

Com’è iniziato il Suo impegno politico? Prima all’Università Cattolica e, poi, alla Statale di Milano? Cosa l’ha spinta a “fare il Sessantotto”?
Prima io non avevo alcuna esperienza politica. Sono, tra virgolette, nato alla politica sui marciapiedi dell’Università Cattolica; nel senso che quando di colpo ci aumentarono le tasse, senza le motivazioni, di giustificazione, rendendo di colpo l’Università Cattolica l’Università più cara d’Italia, noi chiedemmo di vedere i bilanci e ovviamente, figurati, questa richiesta fu ritenuta come assurda. Da quel momento cominciano i perché. Perché l’aumento delle tasse? Perché non ci dicono la verità? Perché non ci fanno vedere i bilanci? Perché non ci fanno vedere se realmente erano necessarie oppure no? E da quel momento comincia la politica, diciamo, comincia la crescita e il coinvolgimento sempre più largo degli studenti.

Guardandolo, storicamente da oggi, cosa è stato il “Sessantotto”? Cosa ha significato quel periodo storico? Vorrei capire quali erano effettivamente i bisogni degli studenti.
Soffrivamo di varie contraddizioni: primo, la percentuale di diplomati e di laureati, rispetto alla popolazione, era allora del 3,8% e circa il 90% di questo 3,8% erano figli delle classi superiori professionisti, ceti abbienti e così via. Figli di lavoratori, di braccianti eccetera praticamente nessuno. Io ero un po’ l’eccezione, in quel momento, perché venivo da una famiglia non abbiente. E allora eravamo, in qualche modo, poi, nati perché si stava esaurendo il boom economico a una prospettiva di disoccupazione. E allora si cominciò a dire: aspettate un momento, la Costituzione prevede il diritto allo studio e noi adesso ci mobilitiamo, perché ne pretendiamo la realizzazione. E, poi, dopodomani vogliamo un lavoro e, così, di nuovo, si mettono in moto i perché e quindi si allarga la presa di coscienza a Macchia d’olio.

I vostri bisogni quali erano? Poter avere il diritto di studiare?
Certamente, ma soprattutto di studiare in modo tale che lo studio ci permettesse di capire il mondo per cambiarlo, non solo per descriverlo e contemplarlo. Per cambiarlo e risolvere queste contraddizioni.

Ora, storicamente, come analizza questa fase che stiamo vivendo? Che ne pensa?
Io la trovo una situazione molto pericolosa e molto, anche, dannosa. Nel senso che i poteri attraverso i media, attraverso i meccanismi sociali, culturali lavorano indefessamente per “cloroformizzare” le menti dei cittadini. “Cloroformizzare” ovvero addormentarli, assuefarli. E questo è pericolosissimo, perché crea una incapacità nelle persone a reagire. Fortunatamente il 2018 è l’anniversario del ’68. Ce lo manda la divina provvidenza, nel senso che, è esattamente l’opposto dice: “guardate che solo se ci svegliamo, come avvenne allora, riusciamo a essere protagonisti del nostro futuro”. Quindi, anche lì, di essere padroni di sé, di essere felici, di essere contenti e di costruire un modo di maggiore equità, maggiore giustizia e libertà.

 

Per concludere

Al fine di comprendere meglio quali sono stati i motivi del fermento scoppiato tra i giovani “sessantottini” è bene concentrarsi su quello che era il contesto economico, sociale di quegli anni e fare anche riferimento al sistema scolastico e universitario italiano.
Nell’Europa occidentale degli anni Sessanta del Novecento, nei paesi attraversati dal “miracolo economico”, Francia, Germania e Italia, i sistemi nazionali dell’istruzione secondaria e superiore erano oggetto di significative trasformazioni dovute al fatto che, in ambito economico, dai settori produttivi più dinamici vi era una maggiore richiesta di potenziamento della qualificazione professionale dei giovani. Le politiche scolastiche, nella prima metà degli anni Sessanta, per rispondere alla domanda di tali settori avevano liberalizzato gli accessi e insediato anche in luoghi periferici vari nuovi atenei. Nelle università era possibile comprendere come si stesse modificando il sistema in base alle esigenze della modernizzazione poste dallo sviluppo economico. Accanto alle Facoltà di giurisprudenza, filosofia, medicina da tempo luogo di formazione delle èlites emergevano quelle di economia, ingegneria, sociologia, scienze politiche volte alla formazione di quadri professionali di livello intermedio.
Da parte dei giovani, anche di quelli provenienti dagli strati sociali più bassi, vi era una maggiore tendenza a perseguire obiettivi di ascesa sociale attraverso l’istruzione. L’impulso lanciato dall’economia e dallo sviluppo del mercato del lavoro aveva fatto si che aumentasse l’aspirazione al diploma di scuola superiore e alla laurea. Se i docenti erano disponibili ad accogliere le nuove trasformazioni delle università richieste dal sistema economico, gli studenti cominciavano a manifestare il loro malcontento; percepivano la subordinazione del sapere alle leggi del mercato e sono queste le premesse che porteranno poi, alla fine degli anni Sessanta, ad innescare la protesta (Tolomelli 2008, pp. 23-28).
Per quanto riguarda proprio la subordinazione del sapere alle leggi del mercato, a far esplodere la rabbia degli studenti, nel 1967, era stato il progetto di riforma dell’università che prendeva il nome dell’allora ministro della Pubblica Istruzione, Luigi Gui noto anche come “progetto 2314”. La riforma proponeva la creazione dei dipartimenti, l’aggregazione degli insegnamenti, l’istituzione dei tre gradi di laurea e non prevedeva strumenti di promozione del diritto allo studio (Brambilla 1994, p. 12).
In un documento del movimento studentesco dell’Università Cattolica di Milano si leggeva: «l’esigenza del sistema capitalistico di riorganizzare l’istruzione universitaria per dare agli studenti diversi tipi di preparazione adeguati ai nuovi ruoli professionali e alle nuove tecniche del lavoro» con quella di «controllare e di smussare le lotte degli studenti con l’eliminazione delle storture più evidenti […] e l’offerta di “partecipazione” […]. Aumentavano quindi la subordinazione del sistema scolastico alle esigenze del sistema sociale attuale e la subordinazione degli studenti alle scelte produttive del capitale» (Flores, De Bernardi 1998, p. 207).
Tra gli animatori del movimento un ruolo di primo piano è stato svolto dal mondo cattolico. Un parroco del Mugello, don Lorenzo Milani, aveva pubblicato sempre nella primavera del 1967 Lettera a una professoressa (Milani, 1996). Nella lettera, che era ormai quasi un manifesto per credenti e non, tanto che girava nella università, don Milani contestava il ruolo dei docenti, la loro autorità, denunciava la selezione di classe caratteristica della scuola dell’obbligo, accusava la scuola italiana di classismo. Il sistema scolastico era rimasto uguale a quello progettato da Gentile, in cui le scuole superiori si dividevano tra i licei rivolti alla formazione delle èlites, impartendo una educazione umanistica, e gli istituti tecnici e professionali per i giovani destinati all’inserimento nel mercato del lavoro con ruoli tecnici. La critica che il parroco faceva alla selezione è il fatto che essa negava un fondamentale diritto democratico che doveva garantire le pari opportunità e rimuovere gli ostacoli culturali (Flores, De Bernardi 1998, pp. 178-186).
Il movimento aveva raggiunto il suo massimo sviluppo tra l’autunno del 1967 e i primi mesi del 1968. A maggio 1968 i centri delle società industriali erano scenario di imponenti proteste sociali. Alle università si affiancavano, a seconda del contesto, le fabbriche, i ghetti, i teatri, anche settori della stampa della radio e della televisione (Tolomelli 2008, p. 21).
In tutta Italia l’annus mirabilis produceva i suoi miti e i suoi leaders.
La forza rivoluzionaria degli studenti che manifestavano contro le contraddizioni proprie della società borghese del boom economico aveva portato alla proliferazione di numerosi gruppi extraparlamentari. Si calcola che quelli nati in quella stagione siano stati all’incirca cento. I movimenti extraparlamentari di maggiore spicco, che hanno dettato la linea politica in quegli anni, sono stati principalmente: Movimento Studentesco, Lotta Continua, Avanguardia Operaia, Potere Operaio. Leaders carismatici come Adriano Sofri, Mario Capanna, Michelangelo Spada, per citarne alcuni, erano in grado di raccogliere il consenso di gran parte degli studenti e di dare linee politiche con le quali tutto il mondo giovanile si doveva confrontare (Brambilla 1994, pp. 71-74).

Bibliografia

Brambilla M. (1994), Dieci anni di illusioni. Storia del Sessantotto, Bologna, Il Mulino.
Crainz G. (2003), Il Paese mancato. Dal miracolo economico agli anni Ottanta, Roma, Donzelli.
Flores M., De Bernardi A. (1998), Il Sessantotto, Bologna, Il Mulino.
Milani L. (1996), Lettera a una professoressa, Firenze, Libreria Editrice Fiorentina.
Tolomelli M. (2008), Il Sessantotto. Una breve Storia, Roma, Carocci.
http://www.instoria.it/home/sessantotto.htm
http://www.europaquotidiano.it/2014/10/01/storia-di-mario-che-inizio-il-sessantotto-nel-64/
http://www.europaquotidiano.it/2014/10/01/storia-di-mario-che-inizio-il-sessantotto-nel-64/
http://www.ilpost.it/2014/10/05/mario-savio/
http://www.raistoria.rai.it/articoli/il-68-in-italia/25792/default.aspx

1http://www.instoria.it/home/sessantotto.htm

2http://www.europaquotidiano.it/2014/10/01/storia-di-mario-che-inizio-il-sessantotto-nel-64/

3http://www.europaquotidiano.it/2014/10/01/storia-di-mario-che-inizio-il-sessantotto-nel-64/

4http://www.ilpost.it/2014/10/05/mario-savio/

5http://www.raistoria.rai.it/articoli/il-68-in-italia/25792/default.aspx

Category: Guardare indietro per guardare avanti, Politica

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