Roberto Dall’Olio, Vladimiro Longhi: I piccoli comuni dopo Monti

| 20 Gennaio 2013 | Comments (0)

 

 


Pubblichiamo questo dialogo tra Roberto Dall’Olio Assessore alla cultura (A) e Vladimiro Longhi sindaco (S) di Bentivoglio (comune in Provincia di Bologna con più di 5000 abitanti) per capire la situazione dei piccoli comuni dopo Monti anche in regioni considerate tra le più ricche come l’Emilia Romagna.

 

S. Penso che il governo Monti, l’esecutivo dei Professori, non abbia avuto un’idea precisa di quella che avrebbe potuto essere l’architettura dello Stato e di quelle che avrebbero potuto essere le funzioni che i vari enti hanno e avrebbero dovuto svolgere. Altrimenti non sarebbero stati proposti aggiustamenti parziali e contraddittori come quelli sul riordino delle Province o sulle funzioni associate dei comuni più piccoli che, alla fine, incidono solo parzialmente e producono più danni che benefici. Sarebbe stato invece necessario considerare un disegno complessivo di riordino che comprendesse anche i ministeri e le regioni affinché tutta la macchina amministrativa potesse funzionare in modo sinergico e produrre i migliori servizi per i cittadini e per le imprese.

A : Perché?

S: Dico questo perché solo una macchina amministrativa efficiente che coopera sinergicamente può contribuire alla rinascita del Paese. La necessità della quadratura dei conti pubblici che l’Europa ci impone e che il Governo Monti ha cercato di attuare è stata caratterizzata, in continuità col governo Berlusconi, principalmente da tagli indistinti alla spesa pubblica che hanno gravato pesantemente sugli enti locali quali province e comuni a scapito della spesa delle regioni e soprattutto dei ministeri. Inoltre tagli indistinti hanno finito per penalizzare gli enti virtuosi, quelli che hanno servizi di qualità per i cittadini e un appropriato livello di spesa di investimento; cioè quelli che fanno opere pubbliche per la comunità amministrata. In Italia ci sono 8.100 comuni di cui la gran parte, circa 6.500, ha meno di 5.000 abitanti. Il cosiddetto Patto di Stabilità ha paralizzato di fatto da anni la spesa per opere pubbliche dei comuni maggiori e dal 2013 sarà esteso a tutti i comuni. Come si fa a non capire che questo provvedimento paralizza, di fatto, l’edilizia pubblica aggravando la crisi di un settore, l’edilizia appunto, che negli ultimi tre anni ha perso 500.000 posti di lavoro. Non bisogna mica essere un genio per sapere che l’edilizia è uno dei principali motori dell’economia e che un posto di lavoro creato in quel settore ne produce mediamente tre nell’indotto. Non parlo di cementificare ma di costruire scuole, asili, mense scolastiche, fare manutenzione alle strade e al patrimonio pubblico, che è immenso. Il tutto senza fare altri debiti perché i soldi li abbiamo in cassa. Avremmo bisogno di rilanciare la crescita per creare occupazione e il Ministro per lo Sviluppo Economico del governo Monti si è concentrato sulle grandi opere invece che sugli interventi minori. Per fare le grandi opere servono decenni mentre i comuni e le province potrebbero appaltare e realizzare opere pubbliche in pochi mesi. La conseguenza di questa miopia è che la crisi del Paese ha continuato ad aggravarsi.

A : La ragione fondamentale?

S : Ci sono molti fattori. Il motivo principale mi pare il fatto, gravissimo, che da troppo tempo non si investa più sul capitale umano e più in generale sulla comunità. Compito delle istituzioni dovrebbe essere, principalmente, quello di costruire, sviluppare la comunità dei cittadini investendo prima di tutto sul senso di appartenenza alla comunità sia essa locale, regionale, nazionale; insomma educare alla cittadinanza. In questi anni il centrodestra ha lavorato molto per dividere la comunità nazionale a cominciare dalle Istituzioni. Si è operato molto contro i comuni, le province, le regioni che sono la spina dorsale dello Stato. E’ aperto da tempo un conflitto permanente con la Magistratura e i suoi organi fino alla Corte Costituzionale e alla Presidenza della Repubblica. Parimenti si è molto alzato il conflitto sociale contro il sindacato e i lavoratori con un attacco senza precedenti al sistema dei diritti : lavoro, previdenza, scuola, ricerca, salute. Nulla è stato trascurato in questa guerra al sistema democratico. L’obiettivo di fondo era ovviamente la Costituzione e le regole della partecipazione democratica e della rappresentanza politica in essa contenute. I danni sono stati gravi e ricostruire sarà lungo e complicato. E’ chiaro che un paese diviso internamente non fa sistema e non cresce.

A : Dopo Berlusconi pensi che ci sia stata una volontà di punizione? Non di rado l’atteggiamento di molti ministri e notabili del Governo Monti è stato di disprezzo nei confronti delle istituzioni pubbliche tacciate ossessivamente di essere il nucleo di ideologie oltranziste della sinistra storicamente intesa?

S : Certo c’è stato anche questo. Un misto di calcolo e incompetenza insieme. Principalmente perché si pensa che il mercato e l’impresa siano il dominus a cui qualunque organizzazione debba sottostare. Quindi, invece di intervenire per aggiustare quello che non funziona nella macchina pubblica si preferisce limitarne i poteri e il funzionamento, specie in tema di controlli, senza sapere poi bene cosa fare. In un momento in cui tutti perdono le certezze nella liquidità sociale dominata dal mercantilismo e i legami fra i soggetti delle comunità si allentano ci sarebbe bisogno di istituzioni pubbliche più autorevoli, capaci cioè di poter essere il motore, il collante della crescita della comunità e invece ce le troviamo delegittimate o svuotate di effettivi poteri.

A : In che senso?

S : Nel senso che nelle fasi di recessione solo lo Stato ( chi altri sennò ) può essere il motore dello sviluppo ambientale, socio-culturale, economico della comunità stessa. In generale l’idea che si vuole far passare è quella di un “Sistema il Pubblico” molto peggiore di quello privato che è il completo rovesciamento del pensiero socialdemocratico degli anni del secolo breve. Il pubblico come impresa che delegittima le istituzioni pubbliche. Paradossalmente questa crisi gravissima non ha fatto che evidenziare come le nazioni che hanno istituzioni pubbliche autorevoli a livello di competizione crescono più di noi all’interno del consesso democratico occidentale.

A : La crisi esplosa nel 2008 cosa ha dimostrato in questo senso ?

S : Ha dimostrato soprattutto che dove le democrazie sono deboli i tessuti economici sono fragili, i Paesi sono maggiormente esposti alle scorribande dei mercati, i danni prodotti maggiori e la crisi più acuta. Non è un caso che Grecia, Spagna, Portogallo, Irlanda, Italia siano i Paesi più fragili anche in conseguenza di un percorso democratico più recente, meno strutturato.

A : E la situazione locale?

S : La destrutturazione delle istituzioni pubbliche ha colpito in particolar modo i Comuni che insieme alle Provincie e le Regioni hanno pagato (fatto salvo le situazioni autonome comunque minate anche loro alle radici) il contributo più pesante per il risanamento dei conti pubblici. Contributo che peraltro non è finito poiché per il 2013/2014 si annunciano per questi enti il grosso dei sacrifici; tagli alla spesa e mancati trasferimenti quantificabili in 9,5 miliardi di euro. E questo nonostante che negli anni precedenti gli enti locali, i comuni e le province in particolare, abbiano contribuito in grandissima parte al contenimento della spesa.

A : Non tutti ovviamente…

S : Certo abbiamo avuto i casi di Catania, di Palermo, di Parma e più recentemente di Alessandria e altri meno clamorosi dove l’esecutivo è intervenuto per ripianare disavanzi pubblici da voragine e un ragionamento simile è stato fatto per Roma ove gli stanziamenti aggiuntivi per “Roma Capitale” sono arrivati solo col sindaco Alemanno. Ora, con il governo Monti, la situazione di precarietà delle finanze locali non è certo migliorata perché si è continuato a tagliare e irrigidire i vincoli amministrativi.

A : E’ una vecchia teoria di Carl Schmitt, quella di concepire le categorie del politico all’interno dell’ottica amico – nemico disgiungendo la politica democratica dalla costituzionalità. Che poi in Italia ha il suo lato costante nella tenzone tra Guelfi e Ghibellini nelle loro varie versioni storicamente determinatesi…

S : E’ questa la strada che è stata seguita negli anni del centrodestra al governo, del berlusconismo. Perseguendo parimenti una progressiva erosione dei diritti e delle tutele conquistate, specie quelle dei più deboli, di cui la Costituzione è il massimo garante. Siccome i tentativi di attaccarla frontalmente sono falliti si è tentato di svuotarla dall’interno, come molti studiosi italiani e stranieri hanno messo in evidenza.

A : L’Italia ha inventato i comuni, l’Italia rischia di distruggerli…

S : Li vuole distruggere in una visione dello Stato concepito come solo controllore, come un cane da guardia, appunto un guardiano notturno che , mi insegni anche tu, è tipica di un liberismo di vecchio stampo, ma mai spentosi nelle vene dell’Europa. L’azione di destrutturazione dei comuni si manifesta in due modalità. La prima attuata attraverso un nuovo centralismo che espropria i comuni della capacità di acquisire e gestire le risorse economiche del territorio amministrato; vedi l’abolizione dell’ICI sulla prima casa e il blocco del trasferimento del catasto ai comuni. La seconda azione si concretizza nei limiti imposti al bilancio comunale sulla spesa e sulla stessa organizzazione dei servizi ; vedi il “Patto di Stabilità” o gli assurdi limiti alle assunzioni uguali per ogni ente a prescindere dalla sua dimensione.

A : Articoliamo quindi il processo appena illustrato da te

S : Ricordiamo che l’abolizione dell’ICI sulle abitazioni principali che Prodi introdusse su pressione di Rutelli per le rendite catastali più basse è stata estesa dal Governo di centrodestra, praticamente a tutti i possessori indipendentemente dal valore dell’immobile occupato. In cambio i comuni avrebbero avuto trasferimenti pari alla mancata entrata. In realtà i trasferimenti promessi sono stati falcidiati da tagli di importo perfino superiori. Insomma abolendo l’ICI sulla prima casa si toglieva ai comuni gran parte della loro autonomia impositiva e li si faceva dipendere progressivamente dai contributi centrali. Centralismo anziché federalismo, con buona pace della Lega. Logico che se il disegno era quello di togliere autonomia bisognava evitare ai comuni la gestione del Catasto, uno degli obiettivi principali del secondo governo Prodi.

Io : Poi ci sono i vincoli al bilancio …

S : Senza entrare in tecnicismi che sarebbe stucchevole esporre, ti voglio dire che il cosiddetto “Patto di Stabilità”, per come viene concepito, costringe gli enti annualmente ad accantonare risorse e le leve utilizzabili sono : le razionalizzazioni di gestione, i tagli alla spesa corrente e di investimento, l’aumento delle imposte e del costo dei servizi, la vendita del patrimonio dell’ente ( terreni, immobili non utilizzati, partecipazioni azionarie in aziende, etc. ). Fin qui niente di male ma se un comune come il mio, che ha un bilancio di circa 7.000.000 euro, ha un obiettivo annuale di patto pari a 900.000 di euro tu capisci che la cosa alla lunga diventa insostenibile. Considera che la spesa cosiddetta comprimibile, cioè quella diversa da stipendi, utenze e servizi essenziali acquisiti esternamente, è al massimo il 30% del totale. Sono gli obiettivi irrealistici più che il meccanismo in sé ad essere deleteri per i nostri bilanci, l’economia locale e nazionale.

A : Ma ci sono, da che mi risulti, anche dei precisi limiti di spesa. Capitolo non certo secondario della vexata questio potere centrale autonomie locali…

S : Tutto è stato tagliato. Tagliate spese per missioni del 50%, per la formazione del personale -50%, spese per i mezzi di servizio -20% ( non abbiamo auto blu ), mostre, informazione, cultura -80%. Sono tutti tagli lineari con riferimento alla spesa storica del 2009.

A : Non si è guardato agli indici dunque e alle specificità con cui è necessario misurare l’efficacia e l’efficienza della amministrazioni.

S : Assolutamente no. Tagli uguali per tutti secondo un vetusto centralismo che finisce per negare l’esistenza degli enti che non sprecano. Noi nel 2009 abbiamo speso per rappresentanza del sindaco circa 400 euro che subendo i tagli suddetti diventano 32 euro. Insomma una pizza e una birra… . Lo stesso vale per il periodico comunale, considerato spesa pubblicitaria e non strumento di informazione alla cittadinanza che, tagliato dell’80%, non possiamo più produrre. Alla fine questi tagli indistinti e miopi finiscono per produrre perfino maggiori costi.

A : Abbiamo affrontato il tema della spesa corrente. Ma gli investimenti? Una delle camicie di forza di questa erosione è il cosiddetto Patto di stabilità. In che cosa consiste in generale e per un Comune come quello che tu amministri?

S : Il cosiddetto Patto di stabilità a cui deve sottostare tutta la contabilità degli enti locali impedisce di fatto di contrarre mutui a medio lungo termine che rappresentavano la principale fonte di finanziamento delle opere pubbliche per i Comuni e costringe alle alienazioni del patrimonio pubblico come unica modalità per poter recepire le risorse necessarie agli investimenti. La contraddizione sta nel fatto che le entrate dalla vendita di patrimoni attraverso le alienazioni e le uscite legate alla realizzazione delle opere pubbliche debbono avvenire all’interno dello stesso esercizio, quindi nell’annualità, e ciò considerata la complessità dell’iter amministrativo legato all’evidenza pubblica sia in fase di vendita che in fase di affidamento degli appalti rende molto difficoltoso l’espletamento delle procedure nell’arco temporale dell’annualità dell’esercizio.

A : Il risultato dunque qual è di questo mix?

S : Il risultato espropria gli amministratori pubblici di ogni autonomia gestionale e li rende praticamente dei meri esecutori delle disposizioni governative. Ingessa l’attività amministrativa e paralizza l’economia. Tra le conseguenze di questa espropriazione c’è in primo luogo un aumento delle distanze tra i cittadini e l’amministrazione che non riesce a restituire ai cittadini le priorità di cui hanno bisogno, case, scuole, strade, manutenzione, inoltre c’è l’impossibilità da parte delle amministrazioni di onorare gli impegni presi con gli elettori nei programmi di mandato.

A : Tutto questo alimenta sfiducia nella politica, disaffezione verso l’impegno civile, la cosa pubblica…

S : Esattamente e le tensione sociali che montano perché chi ha bisogno si trova in estreme difficoltà . E dalle difficoltà si esce se si è uniti, se si ha un’idea omogenea di fondo del progetto Paese, come avviene nelle grandi democrazie. Noi siamo ormai sommersi dalla cultura dell’emergenza. La logica dell’emergenza fa parte di un disegno che è servito soprattutto a regolarizzare comportamenti scorretti ed illegali. In primo luogo il riferimento è ai condoni di cui Tremonti è stato il principale interprete. Gli onesti vengono vessati e i cittadini che hanno vissuto nell’illegalità fiscale vengono regolarizzati.

A : In questi anni sono state fatte delle scelte di razionalizzazione?

S : Certo, abbiamo cominciato a gestire insieme con gli altri comuni, attraverso le Unioni, molti servizi per i cittadini. Noi questo lo facevamo già dal 2001. Però, ribadisco, i tagli indiscriminati, senza un disegno preciso, determinano un danno alla stabilità dei comuni e su scala nazionale portano a un impoverimento generalizzato. Tra l’altro le nostre difficoltà di comuni e di unioni di comuni potrebbero innestare un effetto domino che porta alla paralisi l’intera pubblica amministrazione.

A : E il consumo del territorio?

S : E’ purtroppo un’altra delle conseguenze della mancata autonomia finanziaria degli enti che, affamati di risorse, utilizzano le entrate derivanti dalle urbanizzazioni alla spesa per i servizi, indifferibile, anziché agli investimenti, alimentando così il consumo di suolo e di territorio. Credimi o risolviamo in modo stabile il problema della finanza locale o rischiamo di precipitare nel baratro che altri, vedi la Grecia, stanno vivendo.

A : Come valutazione finale si può affermare che al di là delle importanti novità succedutesi a livello governativo con il cambio di governo tra Il Presidente Berlusconi e il Presidente Monti, molti dei problemi sul tavolo degli enti locali sono restati i medesimi perché, a nostro avviso, affrontati in una logica di liberoscambismo e di mercato globale che penalizza gli stati nazionali europei, e i più fragili fra essi.

 

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Category: Politica

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About Roberto Dall'Olio: Roberto Dall'Olio (1965) è attualmente Assessore all'intercultura, valorizzazione dei beni culturali e sport del Comune di Bentivoglio (Bologna). È membro del direttivo bolognese dell'Anpi. Poeta e autore dal forte impegno civile, insegna Storia e Filosofia al Liceo Classico "Ariosto" di Ferrara. Ha vinto il concorso nazionale di poesia va pensiero a Soragna (Parma).Tra le sue pubblicazioni: Entro il limite. La resistenza mite in Alex Langer (La Meridiana, 2000); Per questo sono rinato (Pendragon, 2005); La storia insegna (Pendragon, 2007); Il minuto di silenzio (Edizioni del Leone, 2008), La morte vita (Edizioni del Leone, 2010).

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