Nello Rubattu: Pastori

| 14 Febbraio 2019 | Comments (0)

 

 

Il rapporto dei sardi non è certamente non solo politico, tanto meno sindacale. In qualche maniera, i pastori, rappresentano l’anima profonda del mio popolo. Che lo si creda o no, nell’immaginario dei sardi, sono figure intoccabili “E’ come se prendendosela con loro, si tocchi il culo a mamma”, dice un comico delle mie parti parlando di loro.

Perché questo accade non lo so, so che è così e che il rispetto per chi ancora svolge un’attività che ha a che fare con pecore, capre e mucche, ha quasi del mistico. I pastori nelle nostre barzellette fanno sia la parte degli uomini iper primitivi, e poco importa se super dotati o cornuti, che dei furbi e degli intelligenti. Rappresentano allo stesso il bene e il male del nostro popolo. Spesso sono mitizzati, diventano figure eroiche del nostro immaginario: quando Mesina, bandito e pastore, scappò dal carcere, per tutta la Sardegna la gente fece festa, le macchine strombazzarono per tutta la notte e molti si sbronzarono dalla felicità. I pastori per noi, hanno la stessa valenza che per gli americani hanno i cowboy.

Molti giovani, ancora oggi, ne imitano la parlata e i loro modi di vestire. Molti ragazzi si tagliano i capelli come loro: usano i pantaloni di velluttino e le scarpe grosse da campagna e indossano camicie a quadrettoni. Sono la parte profonda del modo di intendere la vita di tutti i sardi. Perciò non deve stupire se quando loro scendono in piazza, è come se manifestasse l’intera isola.

Se fanno un blocco stradale, occupano le strade più importanti fra quelle che congiungono il Nord al Sud dell’isola, gli automobilisti non si lamentano. Semmai, mentre li vedi costretti a sorbirsi ritardi di ore in chilometrici ingorghi e qualcuno li intervista per conto di qualche televisione, nella stragrande maggioranza dei casi, con orgoglio, sono lì a confermare che: “i pastori hanno ragione a bloccare le strade”. I loro problemi di categoria è come se in qualche maniera assorbissero le speranze di un intero popolo. Non chiedetemi perché, posso solo dirvi che è così ed è un sentimento molto più diffuso di quanto non si creda.

Basta solo pensare che proprio in questi giorni per loro di lotta, i primi a scendere in piazza sono stati gli studenti, tutte le scuole dell’isola hanno proclamato uno sciopero di solidarietà: un corteo di migliaia di giovani ha proprio in queste ore bloccato Cagliari: uno dei tanti striscioni ricordava nella nostra lingua “Pastores no t’arrendas”, pastori non arrendetevi. A Sassari, gli studenti erano tremila (c’erano tutti quelli delle medie superiori), si sono aggiunti cento minatori di una miniera di Olmedo e tutti i commercianti del centro della città hanno affisso alle vetrine manifesti di solidarietà “Io sto con i pastori”. E quando dico tutti, dico proprio tutti.

I minatori di Olmedo sono stati ancora più specifici “Siamo tutti figli di pastori”, hanno scritto in un lungo striscione. L’arcivescovo della città è invece andato in delegazione a incontrare i pastori che hanno il loro gregge alle porte di Sassari. A Badesi, un paesino della Gallura, tranquillo e neanche messo così male, avendo a disposizione un lungo litorale, frequentato da un turismo che va in parte oltre i mesi estivi, ha permesso che un gruppo di pastori incappucciati fermassero e riversassero per strada il contenuto in latte di un camion cisterna. I camionisti che trasportano prodotti alimentari che vengono fermati ai blocchi stradale dei pastori, si fermano tranquillamente e si lasciano ispezionare i loro mezzi, senza un minimo scatto di rabbia. “Anzi, si capisce bene che sono solidali con la loro lotta”, ha affermato un poliziotto che non ha voluto dire il suo nome.

Le stesse forze dell’ordine, non stanno intervenendo: si limitano a deviare il traffico… e neanche di fronte a violazioni pesanti intervengono. Loro sanno che se toccano i pastori, la gente dei nostri paesi e di quelle quattro città della nostra isola, si ribellerebbe, farebbero blocco non solo pacifico e allora sarebbero dolori molto più pesanti. La loro lotta sta diventando quella di un intero popolo. Se vogliamo è un avviso ai naviganti, a coloro che per tanti anni – politici per primi – hanno lasciato che le cose nella nostra isola marcissero, peggiorassero.

I pastori sono stufi di dover ritualmente ogni anno ridiscutere il prezzo del latte al ribasso: non è economicamente possibile tenere in forse un settore come il loro in condizioni di così grande precarietà. Il tavolo delle trattative sul prezzo del latte li ha portati alla linea dura: gli industriali non vogliono pagare il latte oltre i sessanta centesimi al litro e i pastori, conti alla mano dicono che a quel prezzo proprio non ce la fanno a starci dentro.

I pastori, hanno allora cominciato con i blocchi stradali, con i porti bloccati e fermo dei camion provenienti dalla penisola che sono stati aperti e i contenuti rovesciati in strada, soprattutto le confezioni di latte. Hanno addirittura scoperto che stava arrivando in Sardegna della carne (dall’Olanda, dalla Romania, dalla Germania? Mica si sa ancora), mezzo andata e l’hanno fotografata, inviata su internet e buttata anche quella in strada. Ettolitri e ettolitri di latte sono andati perduti: “Non ci guadagniamo neanche da vivere che se la bevano i cani!”, hanno gridato.

E’ stato triste per me, che di certo non sono cattolico, vedere alcuni di loro piangere mentre versavano il prodotto del loro lavoro per protesta e vedere mentre facevano quel gesto così estremo, farsi il segno della croce. Anche per loro versare il latte è un gesto insopportabile. Contro natura. E’ il contrario maledetto di tutti i loro sogni e delle loro speranze. Il brutto della faccenda è che in questa faccenda maledetta, tutti hanno maledettamente ragione: con sessanta centesimi di euro al litro non si riescono a pagare neanche i costi del foraggio.

Gli industriali, però replicano che un costo maggiore non se lo possono permettere. I mercati non accetterebbero il “pecorino romano” (che si chiama romano ma è prodotto in Sardegna) ad un perzzo maggiore di quello attuale. Tutti sanno che la materia prima in Romania, la acquisterebbero a neanche trenta centesimi al litro. E loro, industriali, non possono rimanere con magazzini di invenduto. Fallirebbero, indubbio. Perciò, anche loro hanno ragioni da vendere. I mercati del Nord America, loro maggior mercato, non accetterebbe un prodotto aumentato del triplo del prezzo attuale. si rivolgerebbero da altre parti.

Tutti, pastori e industriali, chiedono per questo un aiuto dalla mano pubblica e, bisogna dire, non può essere altrimenti. Il pecorino romano, prodotto stagionato – che può aspettare anche anni prima di essere venduto – ha un prezzo internazionale e le catene di supermercati, come i grandi esportatori, oltre una certa cifra non vanno di certo. E’ così e le leggi in un libero mercato sregolato come quello attuale, questo producono.

Che fare allora?

E’ da anni che si chiedono a gran voce meccanismi compensativi e una attenzione particolare da parte degli organi comunitari: “L’unica cosa che hanno imposto di fare alla nostra categoria è che dobbiamo trattare il prodotto con regole così dispendiose che il prezzo di base aumenta anche del doppio”. Dicono tutti i pastori. E anche su questo hanno ragione da vendere.

Queste regole europee incidono pesantemente su tutta la catena di produzione e in buona parte, sono legate al trattamento igienico: mungitura, conservazione e – guai solo a pensarla – trasformazione in formaggio, sono complicate e una singola famiglia di pastori non ce la fanno con le spese a starci dentro. Basta solo pensare che per superare i blocchi di sicurezza alimentare, il latte deve essere conservato in apposite celle frigo e, nel caso si voglia traformarlo in formaggio per la vendita, lo si deve lavorare in ambienti piastrellati e puliti come nurserie d’ospedale.

I pastori, proprio non ce la fanno. Non sono così ricchi. A simili regole possono ottemperare solo gli industriali… e mica tutti.

“Soldi, soldi, ci vogliono solo soldi”, ha gridato uno di loro che veniva intervistato, imitando il ritornello della canzone che ha vinto quest’ultimo festival di san Remo, cantata da uno che ha un padre egiziano e una madre sarda. Corsi e ricorsi, si potrebbe ricordare..

Un pastore amico mio di Asuni, un piccolo paesino del centro dell’isola, prima, negli anni sessanta, per mantenere la famiglia, gli bastavano cento pecore da latte e una decina di ettari da piantare a erbaio; ora ha dovuto aumentare il gregge fino a cinquecento pecore e affittare in parte e in parte acquistare, una proprietà di oltre cento ettari. E’ pieno di debiti e sta rischiando grosso. Ma una proprietà di quel genere non può essere tenuta, come in passato, solo da una persona. Bene che vada ci vogliono dai tre ai quattro addetti nei periodi normali, mentre in altri periodi – quando figliano le pecore o devono essere tosate – le persone impiegate diventano come nulla una decina: “Chi le paga? Se mi scoprono il nero (e da noi, nelle campagne, vi posso assicurare che i carabinieri fanno bene il loro lavoro) mi ammendano anche per dieci mila euro. Chi li ha tanti soldi?”

Un vero rebus, un maledetto dilemma che non sembra avere soluzione.

Molti dei tecnici di settore dicono che la colpa è anche del fatto che come settore è troppo polverizzato: “Sono troppi i pastori, in alcuni momenti troppa la produzione e non c’è assolutamente uno studio su possibili altre linee di prodotto”. Vero. Come è vero che quando fanno queste analisi, i tecnici si avvalgono di dati che loro estraggono dalla Francia, dove a quanto pare, le cose vanno molto meglio. Il problema è che questi tecnici, si dimenticano che la struttura di comando e quella burocratica, del nostro vicino francese, si dimostra di gran lunga più efficiente di quella italiana, che come al solito, viaggia nel mare incerto del pressapochismo: “E’ come se uno indossasse Armani mentre va alla mungitura”, ha gridato un pastore, rivolgendosi al solito che pensava di dire cose intelligenti.

Le pecore in Francia sono percentualmente molte di meno che in Sardegna: su un territorio di cinquecento mila chilometri quadrati vi pascolano quattordici milioni di pecore. In Sardegna su un territorio di ventiquattro mila chilometri quadrati ve ne sono quasi tre milioni e mezzo. I pastori francesi, per vivere decentemente non hanno necessità di aumentare a dismisura le loro greggi: per certe produzioni, a loro bastano anche cinquanta pecore. Una unità di misura che in Sardegna sarebbe impossibile e che si possono permettere solo i pensionati che usano la loro esperienze nel campo dell’allevamento, solo per integrare le loro pensioni.

No, il problema è pesante e non può essere risolto dai soliti soloni che dispensano saggezza libresca senza capire che la realtà è molto, ma molto diversa.

La protesta dei pastori, sicuramente continuerà: hanno addirittura minacciato di bruciare in piazza le schede elettorali della competizione regionale di questo prossimo 24 febbraio. Se si girano le scatole lo potrebbero fare. Dietro di loro, molti dei nostri leader, sembrano non accorgersi che i pastori, dalla loro parte, hanno un intero popolo. L’unico che invece ha dimostrato attenzione alla questione è stato Salvini che ha proclamato pubblicamente che il problema lui lo risolverà entro i prossimi giorni e si è impegnato con il suo Governo di mettere una pezza al problema. Come al solito è stato più attento lui che tutti i rappresentanti di questa sinistra sarda che sembra stia facendo di tutto per affondare in un mare di letame.

Salvini, e il leader sardista, candidato per la lista del centrodestra, si sono subito recati dai pastori e con loro hanno cominciato a ragionare e con loro sono stati precisi: “La prossima settimana io resterò in Sardegna fino a quando la vertenza non sarà conclusa”.

Dove era, invece, il giovane leader del centrosinistra sardo? A un dibattito organizzato dal quotidiano la nuova Sardegna, sulle tematiche elettorali. Nella sala dove si teneva la conferenza, moderata dal direttore del quotidiano, oltre i leader delle altre cinque liste, si trovavano in sala solo i loro supporter. Un dibattito trito melenso e senza senso. La sinistra, i suoi leader sarebbero invece dovuti stare con i pastori, portare non solo la loro solidarietà, ma diventare parte in causa. Ma la nostra sinistra è la cosa meno sinistra che vi sia sulla faccia della terra: sembrano fantasmi che, a malapena, rispuntano fuori ad ogni competizione elettorale. Ma della mia terra, di quello che accade sotto la traccia del pressapochismo televisivo, non ne hanno proprio sentore.

Una rabbia, pensare che in Sardegna potrebbe vincere la lega e i suoi sgherri locali. Eppure, i pastori, da noi sono una categoria che ha sempre votato a sinistra. E’ quasi un secolo che votano a sinistra. Possibile che le leadership di questa parte politica non se ne siano accorte? Se Salvini risolve il problema del prezzo del latte, anche se fosse un accordo dalla durata effimera, avrà conquistato la Sardegna… E questi imbecilli che controllano le formazioni della sinistra sarda non si meriterebbero umanamente neanche un voto.

Category: Cibi e tradizioni, Culture e Religioni, Osservatorio Sardegna, Politica

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About Nello Rubattu: Nello Rubattu è nato a Sassari. Dopo gli studi a Bologna ha lavorato come addetto stampa per importanti organizzazioni e aziende italiane. Ha vissuto buona parte della sua vita all'estero ed è presidente di Su Disterru-Onlus che sta dando vita ad Asuni, un piccolo centro della Sardegna, ad un centro di documentazione sulle culture migranti. Ha scritto alcuni romanzi e un libro sul mondo delle cooperative agricole europee. Attualmente vive a Bologna

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