Nello Rubattu: Il nuovo sta sbarcando in Sardegna

| 24 novembre 2018 | Comments (0)

 

 

Il nuovo sta sbarcando in Sardegna. In Ogliastra, alle porte del nuorese, folle oceaniche lo hanno atteso per l’apertura di una sede della lega in quella regione della nostra isola. In Sardegna a queste fesserie ci siamo abituati.

Si cominciò on la venuta di non so quale Savoiaalla finedell’ottocento. Per lui si organizzò la sfilata dei costumi dell’isola più lunga della storia. A Sassari, naturalmente. La città che nell’ottocento copiò interi quartieri della Torino sabauda e per fare piacere alla modernità, buttò giù un castello aragonese sostituendolo con una caserma.

La nuova “Italia proletaria”, era De Amicis che la chiamava così, aveva bisogno di colonie e una caserma dalle nostre parti per andare a rompere i coglioni ai libici e ai tripolini era il massimo che si potesse chiedere a un popolo di sfigati come il nostro. Un popolo che già con gli egiziani, nelle guerre contro gli Ittiti, veniva usato quale truppa scelta. Il faraone disse che questi guerrieri che venivano dal grande mare Mediterraneo e usavano una strana daga, che chiamavano sardesca, erano davvero bravi, coraggiosi: non avevano paura dei cavalli ittiti e li misero a dormire per molto tempo.

“In Sardegna non siamo né meglio, ma neanche peggio degli altri. Abbiamo solo la sfiga di essere diversi dagli italiani”, afferma un nostro comico locale. Ognuno ha le sue, insomma.
Ma seguire quello che sta accadendo in Sardegna in questi giorni è interessante. Mi sto “godendo” (si fa per dire) l’arrivo del nuovo salvatore del mio popolo: questa volta si chiama Salvini.

Appena qualche anno fa il suo nome era Grillo.

La Sardegna e coloro che la abitano sono da molto tempo alla ricerca di un centro di gravità (forse 2000 anni) e proprio non lo trovano. 
Siamo sfigati: non riusciamo ad avere il coraggio di prendere il destino nelle nostre mani e affrontare la nostra diversità.
Un mio amico una volta mi diceva che l’isola, come per incanto, si dovrebbe svuotare e questa massa di frustrati quali noi per lui siamo e se ne dovrebbero andare a farsi per un anno un bel salutare giro del mondo. Forse solo allora avrebbero il tempo di capire il baratro delle fesserie in cui sono affondati in questi secoli.

L’insularità forse ha dei pregi, ma certamente produce brutti sogni.
Qual’è la forza oscura che ci spinge a cercare un padrone? Un salvatore che ci tolga dai nostri problemi e ci porti oro incenso e mirra? 
I re Magi dalle nostre parti sono da sempre stati apprezzati. 
Ogni tanto ne individuiamo uno: abbiamo cominciato con i romani, che anche se i teorici della “costante resistenziale” non l’approveranno, stupirono il nostro popolo, con le loro città ordinate, i loro acquedotti e le loro strade. Ci cascammo come pere cotte, li lasciammo vagare tranquillamente per l’isola senza fare chissà quale opposizione. Se con le loro coorti, conquistavano un pezzo di territorio, i vicini non protestavano. Spesso erano contenti…. e, forse, dalla sconfitta dei vicini “pensavano” potesse venirne fuori un guadagno per loro. 
Così, grazie ai romani, i sardi fuggirono in massa dalle coste, peggiorarono in impaludamento dei litorali, favorendo l’arrivo di quella zanzara anofele che la sua parte di casino sul nostro Dna lo ha provocato. 
Molti sardi, comunque, si ribellarono. Si racconta che i romani dovettero intervenire una settantina di volte per calmarci a suon di stragi e altre fesserie. Ma i sardi, per tradizione maledetta, non fondarono un esercito unitario, ma tanti piccoli eserciti. Così persero ogni volta e ogni volta il nemico risultava più forte di prima. 
Con i giudicati, qualche secolo dopo, con l’indebolimento dell’impero romano d’Oriente, ci andò meglio: i grandi imperi non erano interessati a questa nostra isola e allora i sardi furono costretti a organizzare a malavoglia la loro diversità: costituirono i giudicati e persino la religione non era né di rito romano né dichiaratamente orientale. Era sarda.
Ma poi, siccome di unirsi fra di loro i sardi sembra non ne abbiano proprio voglia, per derimere le controversie fra i giudicati, intorno al mille, chiamarono ancora una volta qualcuno da fuori: provenzali, pisani, genovesi, catalani vennero in Sardegna e si fecero a porco. Di noi si vendettero persino le mutande e loro si arricchirono. Fine della storia.
Ogni tanto i sardi cercarono di ribellarsi, ma come al solito erano così disorganizzati che riuscivano a vincere qualche battaglia ma la vittoria alla fine era degli altri: a Sanluri, come a Macomer ci tentarono, ma ogni volta le hanno prese, e male.
Anche nel settecento la solfa non è che fosse cambiata, Angioy ci tentò ma gli andò male. Come dopo finì in una strage il tentativo di riconquistare la Sardegna da parte di Cilocco. 
Come al solito, si erano fidati dei francesi illuministi che avevano garantito truppe fresche. Andò che i sardi li passarono tutti a fil di spada, come si diceva allora. Anche quella volta i sardi si erano fidati di chi (i francesi) dicevano di essere più generosi del previsto e volevano aiutare questo “petit peuple” che vagava fra le acque agitate del Mediterraneo. 
ma i sardi, come al solito, si trovarono un altro sogno: si allearono con i Savoia che prima cacciarono e poi li accolsero nella loro terra, quali profughi dalle batoste napoleonine. I Savoia si insediarono a Cagliari e si ricordarono di essere persino “re di Sardegna”. La nobiltà sarda, fu così contenta di avere un re straniero che dedicarono a quelle mezze seghe il loro “Deus salvet su regnu sardu”.
E così ancora una volta, i sardi, se la trovarono nel didietro.
La migliore delle nostre follie, la combinammo con la prima guerra mondiale. Se non ci fossero stati i sardi, gli italiani non sarebbero riusciti neanche a ritirarsi dal Piave e quindi a riorganizzarsi. Tutti a dire “come sono bravi i sardi combattendo”, però tutti a dimenticarsi dei sardi quando si trattò di guadagnare qualcosa alla fine della guerra. “Troppo ignoranti” dicevano.
Lo stesso Mussolini,quando finì le bonifiche cominciate dai sardi alla fine dell’ottocento, ci mandò una troppa di veneti, ferraresi e friulani a “insegnarci” a coltivare la terra.
Lussu cercò di far diventare il partito sardo d’azione una specie di esercito antifascista e si inventò le camice grigie. Ma, dicono gli storici, era stato un grande comandante, ma come politico, valeva una cippa. 
Alla fine della seconda guerra, sempre Lussu ne combinò una delle sue: visto che i tedeschi nel ’43 si ritiravano, gli indipendentisti sardi ripresero le armi e proclamarono la repubblica sarda. Però Lussu, per ordine del Cln, arrivò in Sardegna e disse che era una follia, che si dovevano allineare alle direttive italiane. Lussu aveva grande prestigio e riuscì a convincerli. 
Fu così che i sardi guadagnarono la loro “regione a statuto speciale”, dove anche per la costruzione di una strada dovevano chiedere il permesso al governo italiano.
Ora siamo arrivati agli ultimi settanta anni: le nostre più fervide intelligenze sono diventate, a turno, democristiani, comunisti, socialisti, grillini e ora leghisti. 
Il partito sardo, come sua abitudine, si è alleato con il più forte e oggi ama sentirsi sodale di Salvini.
Gli indipendentisti, invece, continuano a farsi del male: quando dovrebbero pestare i piedi, ballano e quando dovrebbero cercare alleanze, le rifiutano.
Ora sarebbe il momento delle alleanze, perché se così non sarà vincerà Salvini e il sardo-leghismo.
Perché la Sardegna non guadagnerà nulla da questa alleanza con i leghisti: all’inizio diranno che interverranno con i loro potenti mezzi, confermeranno che le strade e i trasporti fanno schifo e che i sardi non devono emigrare; ma alla fine, chiusa la campagna elettorale, i loro interessi si dirigeranno verso altre battaglie, semmai contro l’Europa. Senza ovviamente smetterla di bastonare quegli africani sui gommoni che ogni giorno che Dio regala al mondo, mandano a fare in culo… e per i giorni che avanzano, li usano per pulire dalla merda le porcilaie del nordest, dal momento che ai loro figli, impasticcati di gratta e vinci, televisioni, telefonini e Black friday, certi lavori fanno schifo. 
E di questa isola in mezzo al Mediterraneo se ne dimenticheranno. 
D’altronde i sardi, per campare hanno imparato a dormire il sonno dei giusti: emigrano; non si lamentano per le basi militari più di tanto; se devono vendere i terreni costieri lo fanno contenti; se il pecorino sardo lo chiamano romano, chi se ne frega; se mettono su qualche petrolchimico vuol dire che ci sarà lavoro per molti. L’importante per noi è bisticciare per la lingua sarda, parlare di folclore e dire al nostro vicino che noi siamo più sardi di loro. 
Auguri e figli maschi

Category: Osservatorio Sardegna, Politica

About Nello Rubattu: Nello Rubattu è nato a Sassari. Dopo gli studi a Bologna ha lavorato come addetto stampa per importanti organizzazioni e aziende italiane. Ha vissuto buona parte della sua vita all'estero ed è presidente di Su Disterru-Onlus che sta dando vita ad Asuni, un piccolo centro della Sardegna, ad un centro di documentazione sulle culture migranti. Ha scritto alcuni romanzi e un libro sul mondo delle cooperative agricole europee. Attualmente vive a Bologna

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