Mario Tronti: Meriggiare pallido e assorto?

| 17 Luglio 2013 | Comments (0)

 

 

Sullo sfondo di un’estate instabile un intervento su L’Unità del 16 luglio 2013 di Mario Tronti sul PD e i cicloni prossimi a venire.

L’estate è instabile: lo vediamo. La stagione e la politica si somigliano. Siamo sul variabile. Aspettare l’anticiclone, o provocarlo: tema congressuale. Scalfari, domenica scorsa, ha descritto la situazione in modo perfetto. Nulla da aggiungere. Riportare la notizia a contatto con la realtà non è dunque impossibile.

Eppure la settimana passata ci ha fatto toccare con mano l’enorme distanza che corre tra quanto avviene e quanto viene raccontato. Una pioggerella diventa un temporale. Un refolo di vento trattato come un tornado. Ha fatto bene Letta a prendersela con il «vociare»: che sia di chi si oppone, passi, ma se è di chi sostiene, no, non deve passare. Forse ci vuole qualche altolà, qualche alzata di voce, visto che il senso di responsabilità sta diventando merce sempre più rara.

Una cosa che andrebbe recuperata d’urgenza è la gerarchia di importanza tra i problemi. In mancanza di questo, si continua all’infinito a recitare drammi sul nulla. La sospensione, un pomeriggio, «per prassi consolidata», di una seduta parlamentare diventa un atto di tradimento dal proprio elettorato. Un disegno di legge, di puro buon senso, sul conflitto d’interessi, non ad personam viene trattato come una mano data al caimano. All’opposto, la dichiarazione di ineleggibilità del Cavaliere viene presentata come l’obbligazione etica a cui la coscienza moderna non può sottrarsi.

Questo mentre il Paese brucia e il senso delle proporzioni vorrebbe che ci si spenda per contenere l’incendio nei luoghi caldi della crisi, prima che si diffonda nella prateria del Paese. E qui, l’economia, il lavoro, la disoccupazione, il precariato, non sono motivo di discussione, sono luoghi della decisione. C’è un governo che, per qualità. vogliamo dirlo, è migliore della sua forzosa maggioranza. Sta operando tra enormi difficoltà, oggettive e soggettive. Va aiutato da questo partito, con tutti i mezzi, e risorse, di base e di vertice. C’è già, dall’altra parte, chi lo usa per la propria futura campagna elettorale. Da questa parte va incalzato a fare bene, e meglio, strappando misure di risposta efficaci alle gravissime condizioni delle parti sociali più disagiate.

Questa è politica responsabile, non le battutine Andreotti-Andreatta. Il terreno della discussione è altrove. Studiando, riflettendo, mettendo in campo storia passata, esperienza presente, pensiero futuro, c’è da attrezzarsi per quello che sarà, nei prossimi mesi, la madre di tutte le battaglie e quello che sarà…. il padre di tutte le battaglie.

Una: se l’Italia deve passare da una Repubblica semi-parlamentare a una Repubblica semi-presidenziale. Due: se il Pd deve essere partito politico oppure diventare, anch’esso, partito personale. Madre e padre che formano una perfetta coppia di fatto, a cui occorrerà stare attenti a non conferire un punto di diritto. Si tratta, non di una riforma costituzionale, ma di un cambio di Costituzione. E non dello stesso partito, ma di un altro partito. Qui andrebbe allora drammatizzato il passaggio.

Vedo in giro troppa superficiale considerazione della posta in gioco, come se si trattasse di aggiornare un comma della Carta, o di sostituire un articolo dello Statuto. È in gioco l’intero destino politico di questo Paese e di questo partito, di nuovo storicamente intrecciati, come è accaduto in episodi di grande storia passata.

Perché dico, oggi, Repubblica semi-parlamentare? Ma perché è passata in questi anni, in base a una falsa illusione di governabilità, una costituzione materiale in base alla quale ci siamo messi tutti passivamente in fila dietro il nome su una scheda. L’elezione diretta del Capo dello Stato formalizza questa stortura, che i padri costituenti giustamente aborrivano. Qui c’è nello stesso tempo la definitiva delegittimazione della forma del partito, a cui gli stessi padri conferivano un protagonismo collettivo.

Non si può giocare personalisticamente con problemi che riguardano tutti. Bisogna intendersi, fare chiarezza, dire le cose come stanno. Non è vero che la personalizzazione della leadership sia un processo oggettivo delle democrazie contemporanee. Non ce n’è traccia in Europa occidentale, nostro luogo di abitazione. Si vota per i partiti che a volta a volta presentano un candidato premier.

Non è vero che semi-presidenzialismo e doppio turno debbano stare per forza insieme. E uno scambio su questo, sarebbe, esso sì, l’inciucio. Non è vero che i partiti, per rigenerarsi, devono rinunciare ad essere partito, cioè forza politica organizzata, dal basso verso l’alto e non viceversa. E su questo una cosa va detta con determinata nettezza: non è la stessa cosa avere la tessera di un partito, o il non averla. Non è la stessa figura l’iscritto e l’elettore. Non ha lo stesso valore politico essere militante o simpatizzante, fare politica ogni giorno, oppure passeggiando, entrare una domenica in un gazebo. «Fare la tessera» è la libera scelta di appartenenza attiva a una comunità. Un gesto che abbatte la pulsione individualistica, borghese, alla radice della persona una volta si diceva: una scelta di vita.

Di questo bisogna discutere nei congressi di base, prima di aprire la lotteria dei nomi. Diciamo che c’è da eleggere un gruppo dirigente, diciamo che andrà eletto un nuovo Parlamento. Leader e premier rappresentano, non comandano. Sarebbe bene porre su questa linea di divisione il cuore del confronto. Si tornerebbe a respirare aria pura, non inquinata dalle discese in campo.

 

 

Category: Politica

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About Mario Tronti: Mario Tronti (1931) negli anni Cinquanta aderisce al PCI. Cofondatore con Raniero Panzieri della rivista «Quaderni Rossi», dirige – a partire dal 1963 – la rivista «Classe operaia»; partecipa a «Contropiano»; e fonda, nel 1981, la rivista «Laboratorio politico». Ha insegnato Filosofia politica presso l'Università di Siena e per una legislatura (dal 1992 al 1994) è stato Senatore, eletto fra le fila del Partito Democratico della Sinistra. Attualmente presiede la Fondazione CRS (Centro per la Riforma dello Stato), un luogo di studi e iniziative fondato da Umberto Terracini e a lungo presieduto da Pietro Ingrao. È uno dei principali fondatori dell’operaismo italiano. Il suo libro Operai e capitale – pubblicato da Einaudi nel 1966 e ripubblicato, a quarant’anni di distanza, nel 2006 da DeriveApprodi – è unanimente riconosciuto il testo fondamentale di questa originale e radicale componente del marxismo teorico europeo, la cui diffusione, negli anni Sessanta, ha determinato la formazione di una mentalità e di un lessico fortemente innovativi, diventando un libro culto per le giovani generazioni del Sessantotto. Tra i suoi ultimi libri: Con le spalle al futuro (Editori Riuniti, 1992), La politica al tramonto (Einaudi, 1998), Teologia e politica al crocevia della storia (con Massimo Cacciari, AlboVersorio, 2007), Passaggio Obama. L’America, l’Europa, la Sinistra (Ediesse, 2009), Non si può accettare (Ediesse, 2009), Noi operaisti (DeriveApprodi, 2009), Dall’estremo possibile (Ediesse, 2011).

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