Marco Revelli: Draghi. Il buio che stiamo attraversando

| 8 Febbraio 2021 | Comments (0)

 

 

 

Diffondiamoda Volere la luna del 5 gennaio 2021 la versione lunga dell’articolo pubblicato da Marco Revelli su il Manifesto

E’ impressionante il coro di giubilo che ha accolto la chiamata di Mario Draghi al Colle, già la sera del 2 febbraio. Ma chi ha la voglia di guardare oltre le prime pagine dei quotidiani – che come si sa dal giorno dopo servono solo a incartare il pesce -, e di pensare un po’ più lungo delle proprie ciglia sa che quella di martedì scorso è stata una giornata nera. Una data da segnare nigro lapillo per almeno due buone ragioni, non contingenti né di superficie.

In primo luogo perché in quelle poche ore che passano tra il prolungamento ormai stucchevole del tavolo nella Sala della Lupa e la resa di Fico, è stato inferto un colpo mortale alla politica.

Non a un governo, o a una coalizione già di per se stessa boccheggiante, ma alla politica tout court. E’ stato certificato il dissolvimento di tutti i suoi linguaggi, divenuti via via privi di senso di fronte ai capovolgimenti e alle triple verità, e insieme il fallimento di tutti i suoi protagonisti, di maggioranza e di opposizione, incapaci di uscire dal labirinto nel quale un pirata politico senza scrupoli come Matteo Renzi li aveva cacciati, annunciandone il commissariamento da parte di un “uomo di Banca” quale Mario Draghi nella sua sostanza è.

Se è vero l’assunto che nello “stato d’eccezione” si rivela il vero Sovrano, ebbene in questo drammatico stato d’eccezione in cui pandemia sanitaria e follia politica ci hanno gettato, Sovrana si rivela, infine, la potenza del Denaro, nella forma antropizzata dei suoi sacerdoti e gestori.

Ma c’è una seconda ragione per considerare foriera di sciagure la giornata del 2 di febbraio: ed è che quella sera si è aperto un vaso di Pandora. Si è messa in moto una reazione a catena che forse già nell’immediato ma sicuramente nel tempo medio è destinata a colpire al cuore (quasi) tutte le forze politiche che compongono il già ampiamente lesionato sistema politico italiano. Tutte fragili, attraversate da un reticolo di fratture, di contrasti personali, di conflitti di piccoli gruppi e comitati d’affari, nessuna saldata da una qualche cultura politica forte capace di prevalere sui personalismi, a cui il gioco al massacro inaugurato dal demolitore di Rignano ha impresso un’accelerazione folle, senza freno né direzione, innescando una potenziale esplosione centrifuga di ognuna. Dei 5Stelle di certo, a cui l’onda di piena crescente aveva portato un patrimonio elettorale enorme e un personale politico raccogliticcio, destinato oggi a disperdersi con la fase calante.

Ma anche il Pd, il cui arcipelago di frazioni teneva insieme con lo sputo, pieno com’era delle mine vaganti disseminate da Renzi al suo interno, ma in cui l’ultimo azzardo del suo ex segretario non potrà che rinfocolare ripicche e rancori vecchi e nuovi. E la Lega stessa non potrà reggere l’urto del cambio di paradigma politico senza vedere le proprie linee di faglia allargarsi, nell’impossibilità di tenere insieme un eventuale sostegno (diretto o indiretto) all’uomo-simbolo dell’ “Europa della Finanza” con la militanza sul fronte del sovranismo etnocentrico. Forse solo Fratelli d’Italia si potrà salvare dal maelstrom restandone ai bordi. Può darsi che nell’immediato si trovi una qualche formula capace di salvare la faccia ai principali players: una riedizione della maggioranza giallo-rosa a guida Draghi anziché Conte, magari con la benedizione dello stesso Conte; una “maggioranza Ursula” con dentro anche il caimano rimesso miracolosamente al mondo; un ibrido o un cyborg metà politico metà tecnico.

Qualcosa insomma che permetta alla legislatura di restare in piedi allontanando l’Armageddon delle elezioni anticipate e il salto nel buio prima dell’elezione del Presidente della Repubblica, e di offrire all’Europa una faccia rassicurante a cui affidare i miliardi del Recovery fund e un simulacro di equilibrio istituzionale per sedare le ansie di chi sa di essere sull’orlo di un abisso… Ma la tendenza è e resta al generale dissolvimento di ogni possibile quadro politico il che equivale, tecnicamente, a una “crisi di sistema” che potrebbe rivelarsi una voragine nelle urne del 2023. Sappiamo benissimo che quella deriva dissolutiva era in corso da tempo, da almeno due lustri: per lo meno da quando nel 2011 l’esplosione esponenziale dello spread aveva determinato il default dell’ultimo governo Berlusconi e – anche in quella circostanza – la fuga di tutte le forze politiche dalle proprie responsabilità per nascondersi dietro lo scudo dei tecnici di Mario Monti (un altro Mario!) a cui lasciar svolgere il lavoro sporco della macelleria sociale che l’Europa “ci chiedeva”.

Sappiamo anche che da quel tunnel il sistema dei partiti italiano era uscito completamente trasformato, con l’emergere del corpaccione penta-stellato, gonfiato da un esodo biblico degli elettori in fuga fuori dai tradizionali contenitori di centrodestra e di centrosinistra. Esodo continuato nel quinquennio successivo, fino al fatidico 2018, quando l’ircocervo “populista” gialloverde calamitò quasi il 50% di un elettorato in piena evaporizzazione, disposto a votare chiunque purché non fosse né ricordasse ciò che aveva governato prima. Era – possiamo ben dirlo oggi, a distanza di qualche anno – un composto spaventosamente instabile, un magma attraversato da pulsioni e domande diverse con l’unico denominatore (minimo) di una disperata domanda di discontinuità, che prima si agglutinò provvisoriamente sull’asse di centro-destra con l’alleanza “contrattuale” con la Lega (ossimorico nel costume, mettendo insieme l’autoritarismo egotico di Salvini e il libertarismo trasgressivo di Grillo, e nei contenuti con gli uni fissati sulla flat tax e gli altri con il reddito di cittadinanza). Poi – dopo il suicidio del Papeete – virò sul giallo-rosa, e fu un miracolo di equilibrio e di equilibrismo che lasciò sperare almeno di salvarci dal rischio di nuove elezioni che avrebbero segnato una vittoria potenzialmente travolgente delle destre e la possibilità che queste mettessero le mani su Presidenza della Repubblica e revisione costituzionale. E soprattutto che permise di gestire in modo ragionevole la Pandemia, risparmiandoci le follie alla Trump e Johnson. Ma non esorcizzò la tendenza all’evaporazione e alla scomposizione di tutti gli aggregati, anche perché quella difficile e precaria alleanza si era nutrita in seno, come detentore della golden share, un partner velenoso e intrinsecamente (caratterialmente) distruttivo come Matteo Renzi, che infatti, come detto, aspettò il momento più delicato e difficile per aprire quel vaso che, secondo il racconto mitologico, conteneva gli “spiriti maligni” della gelosia, della malattia, della pazzia e del vizio. E per rilanciare in grande stile il processo dissolutivo che, conoscendo l’uomo, si può ben immaginare quanto gli piaccia, liberando spazio, tra le maceria, al dispiegarsi di un Ego che i pur precari equilibri di un qualunque edificio politico inevitabilmente obbligherebbero a limitarsi. Così “in alto”. Ma poi c’è “il basso”, quello che si chiama “il Paese”, che è allo stremo: in questi giorni, dum Romae consulitur, per ogni ora che passa si perdono 50 posti di lavoro. Per ogni giorno di stallo sono 1200 disoccupati in più. Dalla famosa conferenza stampa di Matteo Renzi in cui annunciava il ritiro delle sue due ministre e apriva in modo corsaro una crisi incomprensibile al giorno della resa di Fico sono trascorsi esattamente 20 giorni (compreso quello in cui il principale responsabile di quello stallo se ne è andato a guadagnare i suoi 80.000 dollari con un atto di asservimento a uno dei peggiori despoti del mondo), nel corso dei quali se ne sono andati 24.000 redditi da lavoro.

Milioni di lavoratori, dipendenti e autonomi, sono naufragati: 393.000 contratti a termine non sono stati rinnovati, 440.000 in prevalenza giovani hanno perso il posto, altre centinaia di migliaia lo perderanno se il blocco dei licenziamenti non verrà prolungato. Tutti aspettano una boccata d’ossigeno, i benedetti “ristori”, per poter continuare a respirare. A cominciare dalle quasi 350.000 imprese attive nel settore della ristorazione e dei bar, che occupa più di un milione di persone e in cui si prevede una moria di più del 60%; e tutto il settore artigiano, delle piccole e piccolissime imprese che non hanno la voce potente di Confindustria per dettare o condizionare l’agenda governativa e che annaspano nell’indifferenza pubblica. Sono una grande parte di società che senza interventi immediati – “a pioggia”, quelli che non piacciono a Carlo Bonomi e a tutti i tecnocrati mercatisti – non tireranno più su le saracinesche abbassate. E tuttavia, bene che vada, se la crisi di governo non si avvita ulteriormente, occorreranno settimane prima che l’Esecutivo ritorni operativo. E se fosse, come è possibile, un governo “tecnico”, sappiamo bene quale sia la sensibilità sociale dei tecnici… Anche se si chiamano Mario Draghi (del cui alto profilo professionale non si può dubitare, ma sulla cui disponibilità solidaristica è lecito interrogarsi).

E qui veniamo alle sue molteplici “vite”.

Ho detto che Draghi è un “uomo di banca”. Ma sono stato impreciso. Avrei dovuto dire uomo di banca nell’epoca in cui le banche – le Grandi Banche, quelle di dimensione globale – assumono responsabilità dirette di governance universale. Poteri non forti ma fortissimi, da cui dipendono vita e morte dei popoli (“sovrani” nell’epoca post-democratica potremmo dirli). E il profilo di Draghi si dipana per buona parte all’interno di quell’universo. Dopo la sua (precoce) prima vita accademica, in cui allievo di Federico Caffè ha conosciuto e condiviso i principii keynesiani, è passato, con una certa rapidità, al ruolo di grand commis di Stato come Direttore del Ministero del Tesoro sotto tutti i governi succedutisi dal 1991 in poi (da Andreotti ad Amato a Berlusconi a D’Alema) distinguendosi in perfetto stile neoliberista nel ruolo di grande privatizzatore di quasi tutto (Iri, Eni, Enel, Comit, Telecom, per un totale di quasi 200.000 miliardi di lire). E’ a quel punto che emigra per un rapido passaggio nell’universo globale di Goldman Sachs come Managing Director per le strategie europee e membro del Comitato esecutivo del gruppo per poi tornare, rigenerato, alla guida della Banca d’Italia (2005) e nel 2011 a capo della BCE: appena in tempo per firmare insieme a Trichet la “terribile” lettera al Governo italiano che apre la stagione delle lacrime e sangue. Salva certo l’Euro con il fatidico whatever it takes nel luglio del 2012 ma nello stesso anno tiene a battesimo il compact fiscal e nel luglio del 2015 non si farà scrupolo di spingere sott’acqua la Grecia di Alexis Tsipras togliendo la liquidità d’emergenza alla sue banche e, l’anno dopo, di ispirare il Jobs Act renziano.

La Pandemia gli suggerisce un sostanzioso allentamento dell’austerità, ma non ne attenua la vocazione privatistica e l’ostilità nei confronti della funzione redistributrice dell’intervento pubblico. Non stupisce l’immediato riflesso di Confindustria che saluta il suo incarico chiedendo la liquidazione del reddito di cittadinanza e di quota 100 oltre al ritorno alla libertà di licenziare. Se venisse ascoltato, quell’appello, sarebbe foriero di ulteriore minaccia nel già fosco scenario italiano perché oltre alla dissoluzione della mediazione politica si rischierebbe un ulteriore sprofondamento sociale. E un forse definitivo divorzio tra istituzioni e popolo. Per questo resto pessimista. Di un pessimismo – come direbbe Piero Gobetti – “veterotestamentario”, ovvero “senza palingenesi”, con la sensazione di essere da tempo avviati su un piano inclinato che assottiglia sempre più i margini di sopravvivenza del nostro modello democratico, con la sgradevole sensazione che quelle che ci sembrano, al momento, possibili soluzioni siano in realtà potenziali dis-soluzioni. Ed in cui lo sfuggire a un pericolo comporti, in qualche misura, la possibilità d’incontrarne un altro altrettanto grave se non peggiore.

Per questo capisco perfettamente la preoccupazione di Domenico Gallo (Tempi di Draghi) su ciò che comporterebbe, oggi, l’alternativa delle elezioni anticipate in caso di fallimento del tentativo di Draghi: sono state il mio incubo in tutti questi mesi, per lo meno dall’agosto dello scorso anno. Ma ce lo vediamo noi un governo di emergenza come quello che si prospetta, con tutti i partner politici acciaccati e le rispettive leadeship ulteriormente infragilite metter mano a quella riforma elettorale che non sono riusciti a fare in sedici mesi per superare quell’obbrobrio tecnico e politico che è il “Rosatellum” (parto di quel Rosato portatoci in regalo dal solito ineffabile Renzi)? E riusciamo a immaginarci cosa ci porterà il voto nel ’23 (centenario della famigerata Legge Acerbo) se si svolgerà con quella legge elettorale e con un Parlamento ridotto di più del 30%? Chi di noi può, da oggi in poi, sentirsi sicuro? E, d’altra parte, sul piano economico, so benissimo che il tesoro promesso dall’Europa è meglio trovarlo che perderlo. E che nessuno ha le competenze tecniche (ma anche politiche) di una figura come quella di Mario Draghi, a casa sua in ogni cancelleria d’Europa e in ogni Consiglio d’amministrazione del mondo. Ma che produrranno quelle competenze economiche, sul piano sociale? A chi andranno i vantaggi di una sia pur più efficiente gestione delle risorse (a parte il vantaggio “ultimo” di non finire tutti schiacciati sotto il default dell’intero Paese)? Finora il paradigma prevalente ha favorito spudoratamente chi sta in alto. E nemmeno la svolta post-austerity ai piani alti europei ha interrotto quella tendenza. Il ritornello che ascoltiamo sempre, sul debito buono e quello cattivo, sospettiamo, ma a ragion veduta, significhi che il primo (il “buono”) sia quello che premia lo sviluppo delle imprese, il secondo (il “cattivo”) quello che dovrebbe assistere la sopravvivenza delle persone e delle famiglie. Mentre l’idea che sta dietro anche al riformismo (asociale) dei tecnocrati – anche questo lo sappiamo – resta ancora e sempre quella del trickle down, dello “sgocciolamento”, ovvero la favola bella secondo cui favorire l’afflusso della ricchezza in alto prima o poi si risolverà in un vantaggio anche per chi sta in basso per effetto, appunto, della ricaduta a cascata delle briciole.

Non sento né vedo segnali che mi dicano che a quei livelli le cose siano cambiate sostanzialmente… Eppure si è parlato sempre più spesso, negli ultimi tempi, di “bomba sociale”. E l’espressione non è fuori luogo. Le società hanno un punto critico oltre il quale perdono il proprio principio di ordine (entrano in una condizione che i sociologi chiamano di “anomia” in cui le regole stabilite perdono di senso). Si potrebbe parlare di una “soglia”, al di sotto della quale non solo si perde quella possibilità di “resilienza” di cui molto si parla (intendendo la capacità di un corpo di ricuperare la condizione precedente dopo aver subito un urto), ma la lotta per la sopravvivenza rischia di prevalere sul vivere civile. E la pressione del bisogno può trasformarsi, alternativamente, o in depressione e apatia o all’opposto in furia. Beh, ho l’impressione che quella “soglia” si sia avvicinata pericolosamente, e forse che sia stata in ampia parte superata, senza che nessuno tra quelli che si affaccendano intorno alle macchine del potere e dell’amministrazione vi facciano gran caso. E neppure tra quelli che in qualche modo contribuiscono a “fare opinione”.

Rispetto dunque chi, nonostante tutto, spera. Io, personalmente, dispero.

Category: Politica

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About Marco Revelli: Marco Revelli (Cuneo 1947) è uno storico e sociologo italiano titolare della cattedra di Scienza della politica dell'Università degli studi del Piemonte Orientale. Ha scritto, con Peppino Ortoleva, Storia dell'età contemporanea e La società contemporanea (Edizioni scolastiche Bruno Mondadori 1982, 1983). Tra i suoi ultimi libri: Poveri noi (Einaudi 2010), I demoni del potere (Laterza 2012), Non solo un treno.. La democrazia alla prova della Val di Susa , con Livio Pepino, (Gruppo Abele 2012), Finale di partito (Einaudi 2013)

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