Marco Marzi: 25 febbraio 1915 a Reggio Emilia. Un eccidio dimenticato

| 24 Febbraio 2015 | Comments (0)


 

Cento anni fa: la manifestazione contro la guerra del 25 febbraio 1915 a Reggio Emilia in cui furono uccisi dalle forze dell’ordine due giovani pacifisti: Mario Baricchi e Fermo Angeletti. Due vittime dimenticate. Il 25 febbraio a Reggio Emilia alle ore 18 alla Camera del Lavoro di Via Roma 53  un dibattito coordinato da Luciano Berselli con interventi di Alberto Ferraboschi, Gianluca Fruci, Massimo Storchi, Guido Mora.

 

La sera del 25 febbraio 1915, la città di Reggio Emilia fu sconvolta dalla prematura morte di due giovani lavoratori, Mario Baricchi e Fermo Angioletti, uccisi dai colpi di arma da fuoco delle forze dell’ordine di fronte al teatro Ariosto durante una manifestazione contro la guerra. Si tratta di un pagina drammatica della nostra storia, mai entrata tuttavia a far parte della memoria collettiva. A differenza di altre vittime reggiane – come ad esempio i morti del 7 luglio 1960 o le vittime del nazifascismo – il ricordo di Mario e Fermo è infatti completamente sprofondato nell’oblio e alla loro tragica scomparsa non sono stati dedicati né monumenti, né targhe commemorative, né i nomi di vie o piazze.

Le ragioni di tale silenzio si possono rintracciare nell’evoluzione storico-politica e culturale del Paese dopo la fine della prima guerra mondiale, il conflitto contro cui manifestarono i due ragazzi. Combattuta e vinta dall’Italia, la Grande Guerra divenne negli anni posteriori al 1918 un vero e proprio mito della nazione[1], ampiamente celebrato dalle sue classi dirigenti e in particolar modo dai fascisti, che da lì a poco si sarebbero insediati ai vertici dello Stato e imposto la propria cultura violenta e bellicista. È naturale che, nel trentennio di esaltazione nazionalista delle glorie militari della patria compreso tra l’inizio della Grande Guerra e la liberazione dal nazifascismo, il ricordo di figure come quelle di Mario e Fermo, che contro una simile mentalità guerrafondaia avevano lottato, non abbia trovato spazio alcuno. Quasi a voler sancire la sconfitta delle loro aspirazioni ideali, la stessa piazza in cui manifestarono, è stata successivamente dedicata proprio alla vittoria nella Grande Guerra, assumendo il nome di piazza della Vittoria e ospitando il monumento al milite ignoto[2].

Dovranno passare trent’anni perché il mito della guerra crolli insieme al regime fascista; tuttavia, anche dopo la Liberazione, la vicenda non è riemersa dai meandri della storia e sono stati piuttosto i protagonisti dell’antifascismo e della Resistenza a divenire l’oggetto delle commemorazioni pubbliche dell’Italia repubblicana.

A quasi un secolo dalla scomparsa di Mario e Fermo, è giunto il momento di restituire loro il posto che meritano nella memoria pubblica della nostra città affinché la diffusione del loro ricordo possa contribuire al consolidamento del valore della pace nel nostro Paese. Questa breve analisi della vicenda vuole rappresentare un punto di partenza per il raggiungimento di questo ambizioso obiettivo, che alcune associazioni locali riunite nella Scuola di pace di Reggio Emilia hanno recentemente deciso di perseguire.

 

Il contesto storico. L’anno della neutralità italiana

Chi erano Mario Baricchi e Fermo Angioletti? I dati in nostro possesso sono assai scarsi: di loro si conosce l’età, rispettivamente 17 e 18 anni, e l’attività lavorativa, il primo bracciante, il secondo muratore. Fortunatamente, maggiori informazioni sono disponibili sui fatti che li videro tragicamente protagonisti[3]. Prima di descriverli tuttavia, e allo scopo di comprenderli meglio, è necessario inquadrare la vicenda nel contesto storico dell’epoca.

L’episodio si colloca nel periodo della neutralità italiana, cronologicamente compreso tra l’inizio della Grande Guerra nell’estate del 1914 e l’ingresso dell’Italia nel conflitto nel maggio dell’anno successivo. In questi dieci mesi, la politica e l’opinione pubblica italiana furono animate da un acceso dibattito fra favorevoli e contrari all’intervento. La fazione neutralista contava su una convergenza piuttosto eterogenea di forze politiche, che andava dai socialisti a una parte del mondo cattolico, passando per quei liberali che facevano riferimento a Giovanni Giolitti. Dalla parte opposta si battevano invece i nazionalisti, i liberal-conservatori, la sinistra radicale-repubblicana e alcuni transfughi del partito socialista. I rapporti intercorsi tra gli opposti schieramenti si caratterizzarono per una contrapposizione radicale, che si concretizzò in una propaganda martellante sugli organi di informazione e in una accesa competizione per il controllo delle piazze; i numerosi episodi di scontro fisico che fecero da corollario a questa conflittualità verbale sono indice di un clima di elevata tensione, generato dalle paure e dagli entusiasmi per la guerra europea[4].

Anche a Reggio Emilia si riscontra la stessa atmosfera inquieta, ma con alcune differenze dal contesto nazionale[5]: mentre quasi ovunque fu la fazione interventista a prendere progressivamente il controllo delle piazze, a Reggio, nonostante il crescere dell’agitazione patriottica, non si arrivò mai, se non molto tardivamente, a una supremazia dei sostenitori della guerra. Questa peculiarità si doveva in particolare a due fattori: in primo luogo al forte radicamento in provincia del partito socialista – che a Reggio rappresentava l’unica forza a sostegno della neutralità, mentre cattolici e liberali locali si posizionarono per la stragrande maggioranza a favore dell’intervento –; in secondo luogo, alla presenza al vertice della prefettura fino alla metà di aprile di Giulio Rossi[6], uomo di fiducia dell’anti-interventista Giolitti. Di conseguenza, almeno fino alla metà di febbraio, furono soprattutto i comizi contro la guerra a riempire le piazze della provincia reggiana[7], mentre le intemperanze degli interventisti furono attentamente tenute sotto controllo dell’autorità prefettizia e si limitarono a qualche gesto simbolico[8].

Questo acceso dibattito sulla guerra si innestava su una situazione socio-economica molto difficile: l’economia italiana, infatti, dopo aver conosciuto una stagione di intensa crescita nei primi anni del secolo, subì un rallentamento ed entrò nei primi anni Dieci in una fase di ristagno, come conseguenza di alcune crisi finanziarie internazionali[9]. L’aumento della disoccupazione e il peggioramento delle condizioni di vita che ne conseguirono, favorirono la diffusione di uno stato di irrequietezza tra la popolazione. Un esempio significativo dell’atmosfera incandescente respirata in quei giorni è offerto dall’improvvisa esplosione di una rivolta a Scandiano, il 24 febbraio – il giorno precedentemente agli incidenti che avverranno davanti al teatro Ariosto – dove la folla inferocita per il ritardo nell’avvio dei lavori pubblici, unica fonte di occupazione per una parte della cittadinanza, assaltò il municipio scontrandosi con i carabinieri. Il tragico bilancio della giornata – un morto e numerosi feriti[10] – rappresenta una drammatica anticipazione dei ben più gravi fatti di sangue che ebbero luogo il giorno successivo a Reggio.

 

Cesare Battisti a Reggio Emilia

In un simile contesto, alcune associazioni politiche e culturali interventiste decisero di organizzare per la sera del 25 febbraio un comizio a favore della guerra[11]. A parlare fu invitato Cesare Battisti, il leader del partito socialista trentino che si era schierato risolutamente a favore dell’intervento contro gli Imperi centrali nella speranza che la sua città, allora sotto controllo austriaco, potesse essere annessa all’Italia. Battisti si era impegnato in una vera e propria tournée oratoria a sostegno delle ragioni della guerra per le città della penisola, diventando l’esponente di punta del composito schieramento interventista italiano[12].

Il prefetto Rossi, intuita la potenziale pericolosità di un simile comizio per l’ordine pubblico, ne impose lo svolgimento in forma privata con l’intenzione di prevenire disordini e tafferugli. Il comitato organizzatore chiese allora alla Giunta comunale la concessione del teatro municipale ma, incontrando il secco rifiuto degli amministratori socialisti, fu costretto a ripiegare sul più piccolo teatro Ariosto[13].

Il rifiuto a concedere il teatro municipale fu l’unico gesto concreto che i rappresentanti del partito socialista opposero al comizio. Le principali organizzazioni locali del movimento operaio e contadino, infatti, contrariamente a quanto ci si sarebbe potuto aspettare, non organizzarono alcuna forma di protesta e si limitarono a dare indicazione ai propri militanti di trascurare l’iniziativa.

 

Il PSI e la guerra

Per comprendere le ragioni che spinsero i socialisti a non organizzare una manifestazione di protesta al comizio di Battisti è necessario un breve excursus sul rapporto tra il PSI e le questioni del pacifismo e dell’antimilitarismo[14].

Fin dalla sua fondazione, il PSI si era confrontato con i problemi dell’esercito e della guerra secondo quell’approccio moderato e legalitario che contraddistingueva la sua dirigenza riformista. L’antimilitarismo espresso dal partito si era limitato, sopratutto all’inizio del XX secolo, a una lotta parlamentare per la riduzione delle spese militari e del periodo di leva, non giungendo mai alla contestazione dell’esistenza in sé dell’esercito, né all’appoggio di forme illegali di protesta come la diserzione o l’insubordinazione.

Questa scelta si doveva a diverse ragioni: innanzitutto, la battaglia contro guerre ed eserciti fu sempre subordinata ad altri obiettivi, che la dirigenza socialista riteneva prioritari, quali il consolidamento di un sistema democratico e il miglioramento delle condizioni di lavoro; di conseguenza l’antimilitarismo rappresentò più che altro un motivo propagandistico, costantemente sacrificato nell’azione politica concreta all’esigenza tattica della ricerca di un’intesa con le forze più progressiste della borghesia, decisamente meno ostili alle istituzioni militari. Spingeva in questa direzione, in secondo luogo, l’accettazione da parte di molti esponenti socialisti del concetto di patria[15], a cui conseguiva il riconoscimento del ruolo di difesa nazionale svolto dall’esercito.

La linea adottata dall’inizio del secolo dai riformisti non era inoltre capace di opporsi in modo fermo ed efficace a un qualsiasi conflitto. L’inserimento nel gioco parlamentare, il mito di un’ascesa elettorale e organizzativa e il sostegno a Giolitti in cambio di una politica riformatrice, infatti, avevano inevitabilmente condotto il partito su una linea di contrasto decisamente blanda nei confronti del Governo.

A questa impostazione si erano variamente opposti i rivoluzionari e la federazione giovanile del partito (FIGS), favorevoli a forme di lotta più incisive e radicali, come lo sciopero generale, la diserzione di massa o l’insurrezione. La FIGS, in particolare, era una delle più convinte assertrici di un antimilitarismo e di un pacifismo militanti; una scelta comprensibile, se si considera che proprio i giovani erano i primi a essere richiamati in caso di guerra[16]. Queste posizioni, però, rimasero sempre minoritarie. Perciò, anche se il PSI fu l’unico tra i grandi partiti socialisti europei a porsi l’obiettivo del contrasto alla guerra nel 1914[17], non si può certo dire che l’impegno in questa direzione sia stato particolarmente intenso: la maggiore organizzazione politica dei lavoratori italiani, infatti, disapprovò qualsiasi forma di protesta illegale, compreso lo sciopero, e, dopo il 1915, si trovò più volte a collaborare con il Governo in opere civili di soccorso alla popolazione in difficoltà. Un indirizzo che – ben riassunto nella formula «né aderire, né sabotare», coniata per l’occasione dal segretario nazionale Costantino Lazzari – rappresentò una scelta nobile ma priva di conseguenze pratiche, e che, in fin dei conti, non faceva che il gioco del Governo. Si deve tuttavia considerare che questa impostazione, sostanzialmente incerta e arrendevole, trovava una parziale giustificazione nell’analisi della forza reale del partito. I socialisti disponevano, infatti, di un largo seguito nei centri industriali del Nord e nelle campagne della valle padana ma non altrettanto nel resto d’Italia[18]; non era quindi assolutamente detto che una protesta più dura, come uno sciopero o un’insurrezione, avrebbe avuto qualche possibilità di successo, anzi era altamente improbabile. La strada di una mobilitazione generale fu d’altra parte già percorsa durante la guerra di Libia, nel 1911 – pur senza troppa convinzione da parte degli organi dirigenti del partito – ma fallì in tutta Italia ad esclusione di alcune zone dell’Emilia-Romagna[19].

 

I socialisti reggiani

A tale indirizzo moderato si uniformavano anche i socialisti reggiani[20], appartenenti per la stragrande maggioranza alla corrente riformista; la predilezione per gli strumenti di lotta legalitari era qui rafforzata dagli insegnamenti di Camillo Prampolini, il cui pensiero politico di matrice umanitaria si caratterizzava per un convinto rifiuto della violenza[21]. Prampolini aveva sempre contrapposto alle politiche degli attentati o dell’insurrezione armata mezzi più pacifici e concreti, quali un impegno assiduo nell’educazione del proletariato e nella sua organizzazione in associazioni e cooperative. Una simile impostazione agevolò l’adozione di un’opposizione «morbida» alla guerra, maggiormente attenta a limitare i danni che un possibile conflitto avrebbe arrecato alla popolazione piuttosto che a contrastarlo con fermezza. Indubbiamente, la propaganda antibellicista fu intensa anche nel reggiano, sia sui giornali sia nelle piazze, ma non abbastanza da andare oltre un’innocua battaglia d’opinione.

Quasi del tutto assente era invece a Reggio la sinistra rivoluzionaria e internazionalista. I socialisti che espressero una posizione dissidente nei confronti della linea approvata dal partito furono pochi e con scarsa influenza. Tra essi vale la pena ricordare la federazione giovanile locale, allora guidata da Alberto Simonini[22], il cui comitato centrale propose nel mese di marzo del 1915 un ordine del giorno a favore dello sciopero generale in caso di guerra, ponendosi così in aperto contrasto con le direttive del partito. Simonini, che non era nuovo a sostenere simili posizioni e per le quali fu arrestato nel 1912 a Brescia, fu duramente criticato dagli organi dirigenti e costretto alle dimissioni[23]. Altro oppositore interno fu il futuro leader della corrente massimalista Antonio Piccinini[24], che, fedele alle dottrine internazionaliste, era uno dei pochi sostenitori di una lotta radicale e con ogni mezzo alla guerra. Tali proposte trovarono però uno scarsissimo eco nel collegio provinciale del partito che, nel novembre del 1914, approvò alla quasi unanimità un ordine del giorno di adesione alla linea riformista[25]. Risulta perciò chiaro perché la federazione socialista reggiana avesse preferito invitare i propri militanti a disertare il comizio di Battisti piuttosto che a contrastarlo con decisione.

 

Gli scontri del 25 febbraio 1915

La conferenza, in assenza della principale forza di opposizione politica alla guerra, non si preannunciava come un evento a rischio di disordini. Durante la giornata del 25, tuttavia, si diffuse tra la popolazione e tra gli operai delle Officine meccaniche «Reggiane», un volantino anonimo che invitava a una contromanifestazione di protesta[26]. Non è stato possibile individuare gli autori del documento, ma si può ragionevolmente avallare l’ipotesi che siano stati alcuni operai della cooperativa dei tipografi[27], molti dei quali aderivano alla corrente rivoluzionaria e intransigentemente antimilitarista del partito, come ad esempio Piccinini. In ogni caso, a prescindere da chi ne sia stato il responsabile, questi proclami tipici di un antinterventismo militante trovarono un terreno fertile tra i lavoratori reggiani, un centinaio dei quali accorse all’appuntamento davanti al teatro, disobbedendo alle indicazioni del partito socialista, la cui linea di opposizione alla guerra era evidentemente giudicata inefficace da una parte dei suoi iscritti e simpatizzanti. Così, un’ora prima dell’inizio della conferenza, alle 20:00, una folta schiera di operai e contadini si radunò di fronte all’ingresso del teatro nel tentativo di impedire l’accesso al relatore e al pubblico. Ad attenderli, una massiccia presenza di militari: un reparto di fanteria schierato in via Monzermone, uno di cavalleria ai lati dei giardini pubblici e un buon numero di carabinieri a difesa del teatro. I dirigenti locali del PSI e della Camera del lavoro, colti di sorpresa dalla notizia della dimostrazione, accorsero rapidamente nell’intento di sedare la folla e prevenire incidenti; a nulla servirono, però, i tentativi del sindaco Luigi Roversi e di Giovanni Zibordi di calmare i manifestanti.

L’assembramento costrinse in breve tempo i carabinieri a intervenire per consentire l’accesso a teatro; per un’ora si assistette a un continuo susseguirsi di cariche, mentre i manifestati lanciavano grida e accuse al pubblico del comizio e protestavano per l’elevata presenza di militari. La situazione si stabilizzò temporaneamente intorno alle ore 21:00, quando le forze dell’ordine presero definitivamente il controllo della piazza e formarono un cordone di sicurezza tra il teatro municipale e l’angolo dei portici della Trinità, relegando i manifestanti nell’area di fronte alla chiesa di san Francesco.

Nel frattempo, Giovanni Zibordi tentò di sedare gli animi improvvisando, in cima a una panchina dei giardini pubblici, un contro-comizio a favore della pace. Uno sforzo che si rivelò ancora una volta vano, dimostrando come i maggiori dirigenti del partito avessero perso, almeno in quel frangente, il controllo sui propri militanti.

La situazione degenerò poco dopo, in seguito al lancio di sassi da parte di alcuni manifestanti all’indirizzo delle forze dell’ordine; i carabinieri risposero alla sassaiola aprendo il fuoco ad altezza d’uomo, ferendo una decina di manifestanti che, prima di essere trasportati all’ospedale cittadino, ricevettero assistenza da alcuni medici presenti sul luogo. Per uno di loro, Mario Baricchi, colpito alla testa, non ci fu nulla da fare e morì prima di giungere al nosocomio cittadino. Anche tra le forze di sicurezza si contarono una ventina tra feriti e contusi, molti dei quali necessitarono di cure mediche. Pur senza altri spari o scontri, la città rimase in uno stato caotico per tutta la notte; Battisti e il suo pubblico riuscirono a raggiungere le proprie abitazioni soltanto grazie alla scorta dei soldati.

Alla morte di Mario Baricchi si aggiunse, due giorni dopo, quella di un altro ferito, Fermo Angioletti.

 

Le ragioni profonde della protesta

È del tutto evidente come non sia possibile ascrivere la protesta del 25 febbraio all’iniziativa del PSI in favore della neutralità, ma vada piuttosto interpretata secondo una diversa chiave di lettura. Si trattò, infatti, di un fenomeno che sfuggì completamente di mano alla stessa dirigenza socialista che, pur opponendosi alla guerra, non riuscì a farsi interprete di quelle reazioni emotive elementari scatenate dalla paura del richiamo al fronte. Né i riformisti né i rivoluzionari, infatti, furono interamente responsabili della protesta: i primi intervennero in piazza solo in un secondo momento e lo fecero più per sedarla che per assecondarla; i secondi, pur avendo probabilmente delle responsabilità nella stampa e nella diffusione dei volantini, accesero soltanto la miccia che portò all’esplosione di una situazione già di per sé altamente instabile. Non è dunque corretto classificare la manifestazione del 25 febbraio come l’espressione di un’opposizione alla guerra di natura interamente politica. Molto probabilmente i manifestanti militavano quasi tutti nelle file socialiste, così come sicuramente erano stati influenzati dalla propaganda antimilitarista che gli organi di stampa del PSI portavano avanti, pur senza troppa convinzione, da diversi anni; l’analisi degli eventi fornisce, tuttavia, l’immagine di un’esplosione spontanea di rabbia collettiva nei confronti di una guerra rifiutata in quanto tale. Le ragioni che contribuirono a spingere i manifestanti a scendere in piazza vanno dunque ricercate anche al di fuori della collocazione politica, la quale sicuramente rafforzò l’avversione alla guerra, ma non ne rappresentò la sola e unica fonte.

In primo luogo, tra le ragioni che contribuirono a originare la protesta si deve considerare la difficile condizione socio-economica, che impoverendo le classi meno abbienti agiva da stimolo a forme di opposizione più radicali. In secondo luogo, si deve necessariamente indagare il ruolo svolto dal tradizionale antimilitarismo delle masse popolari, catalogabile come istintivo e prepolitico. Numerosi studi sull’argomento rivelano l’esistenza di una diffusa avversione al servizio di leva tra la popolazione, in special modo nella sua parte più povera, durante gli anni dell’Italia liberale. Fenomeni di ribellione individuale alla coscrizione militare, quali la renitenza e l’emigrazione, sono presenti in forma endemica in tutta la storia dei primi cinquant’anni dell’Italia unita, e pur non rappresentando una opposizione organizzata e incisiva, sono indice di un esteso e radicato sentimento di ostilità nei confronti del richiamo alle armi. Ciò si spiega, in particolare, con il ritardo con cui il processo di nazionalizzazione e di integrazione delle masse nello Stato si completò in Italia dove, ancora nel 1914, una buona parte della popolazione stentava a identificarsi con le istituzioni nazionali, ritenendo inaccettabile sacrificare il proprio tempo e rischiare la propria vita per una causa avvertita come lontana, se non del tutto estranea, come quella della grandezza della patria[28].

Infine, la presenza di Mario Baricchi, Fermo Angioletti e di altri diciottenni fra i feriti negli scontri di piazza[29] fa supporre anche l’esistenza di una causa di natura anagrafica: i giovani, probabilmente, dimostrarono una maggiore sensibilità alle ragioni della manifestazione perché consapevoli che proprio loro sarebbero stati i primi a essere richiamati in caso di guerra[30]. Si può dunque considerare la protesta come l’espressione di un rifiuto assoluto e categorico della guerra, forse rafforzato da letture ideologiche, ma la cui origine fu più profonda. La dimostrazione del 25 febbraio del 1915, perciò, può essere letta e interpretata come una manifestazione di quella spontanea avversione agli obblighi militari imposti dallo Stato unitario, tipica della cultura popolare dell’epoca e probabilmente inasprita dal clima creato dal conflitto europeo. Questo sentimento contribuì a condurre una parte del movimento operaio a non accettare più i compromessi e le mediazioni della dirigenza riformista del partito socialista, prefigurandone la sconfitta negli anni del dopoguerra a favore della corrente massimalista[31].

 

Questo saggio è stato pubblicato in RS Ricerche Storiche, 113, aprile 2012


 


[1] Sul mito della Grande Guerra si vedano: M. Isnenghi, Il mito della Grande Guerra, Il Mulino, Bologna 2007; Id., La Grande Guerra, in Id. (a cura di), I luoghi della memoria. Strutture ed eventi dell’Italia unita, Laterza, Roma-Bari 1997. Sulla mitologia patriottica in Italia in generale si veda E. Gentile, La grande Italia. Il mito della nazione nel XX secolo, Laterza, Roma-Bari 2006.

[2] Sull’erezione del monumento al milite ignoto si veda A. Cazzotti, A. Marchesini, «O Soldato d’Italia – O Vittoria». Il monumento ai caduti della Prima Guerra Mondiale a Reggio Emilia, in M. Carrattieri, A. Ferraboschi (a cura di), Piccola patria, grande guerra. La Prima Guerra Mondiale a Reggio Emilia, Clueb, Bologna 2008.

[3] Per una ricostruzione della vicenda si vedano gli articoli di giornale: Il tragico comizio di ieri sera in Piazza Cavour, in «Giornale di Reggio», 26 febbraio 1915; La tragedia sanguinosa di ieri sera, in «La Giustizia», 26 febbraio 1915; Dopo i fatti di Reggio Emilia, «Avanguardia», 14 marzo 1915; ulteriori informazioni sono presenti nelle testimonianze dirette: R. Marmiroli, Storia amara del socialismo italiano, Nazionale, Parma 1964, p. 276; A. Balletti, Storia di Reggio Emilia. Seconda parte. 1859-1922, a cura di M. Festanti, Diabasis, Reggio Emilia 1996, p. 194. Ricostruzioni storiografiche dell’accaduto si trovano invece in: Ferraboschi, La nazione nella patria del «socialismo integrale». Irredentismo e nazionalismo a Reggio Emilia dalla «Grande armata» alla grande guerra (1904- 1915), in Carrattieri, Ferraboschi (a cura di), Piccola patria, grande guerra, cit., pp. 64-65; M. Pellegrino, Il socialismo reggiano dal 1914 al 1918, in «Ricerche Storiche», n. 13-14/1971, p. 76; M. Isnenghi, L’Italia in piazza. I luoghi della vita pubblica dal 1848 ai giorni nostri, Mondadori, Milano 1994, p. 256; N. Odescalchi, Quel febbraio di sangue del 1915, in «L’Almanacco», n. 7/1985.

[4] Sul periodo della neutralità si vedano: B. Vigezzi (a cura di), Il trauma dell’intervento, Vallecchi, Firenze 1969; più specificatamente sulla conflittualità politica di questa fase storica: G. Sabbatucci, La grande guerra come fattore di divisione, in L. Di Nucci, E. Galli Della Loggia (a cura di), Due nazioni, Il Mulino, Bologna 2003.

[5] Per un inquadramento generale di Reggio Emilia negli anni della prima guerra mondiale si veda Carrattieri, Ferraboschi (a cura di), Piccola patria, grande guerra, cit.

[6] C. Prampolini, Improvviso trasloco del prefetto, in «La Giustizia», 18 aprile 1915.

[7] Per un elenco dei comizi neutralisti in provincia di Reggio si veda A. Zavaroni, I socialisti reggiani e la Grande Guerra, in «L’Almanacco», n. 37/2001 (cd rom allegato).

[8] L’unica manifestazione interventista degna di nota è la commemorazione della morte del patriota triestino Guglielmo Oberdan nel dicembre 1914; cfr. La manifestazione patriottica di ieri. La solenne commemorazione di Guglielmo Oberdank, in «Il Giornale di Reggio», 21 dicembre 1914.

[9] Sulla situazione economica italiana del periodo in esame si vedano: V. Castronovo, Storia economica d’Italia. Dall’Ottocento ai giorni nostri, Einaudi, Torino 2006; G. Toniolo, Storia economica dell’Italia liberale. 1850-1918, Il Mulino, Bologna 1998. Per un approfondimento sull’economia reggiana si vedano: G.L. Basini, L’industrializzazione di una provincia contadina. Reggio Emilia 1861-1940, Laterza, Reggio Emilia 1995, pp. 133-253; U. Bellocchi, B. Fava, F. Moleterni (a cura di), Un secolo di economia reggiana, Camera di Commercio Industria e Agricoltura di Reggio Emilia, Reggio Emilia 1962.

[10] Per un resoconto dell’episodio si vedano: Il grave e sanguinoso conflitto di Scandiano, in «Il Giornale di Reggio», 25 febbraio 1915; Le agitazioni in provincia, in «La Giustizia», 25 febbraio 1915.

[11] All’interno del comitato organizzatore vi erano le organizzazioni locali dei partiti nazionalista, liberale e radicale, alcuni socialisti non neutralisti, gruppi e fasci interventisti, il comitato provinciale del Battaglione volontari, le associazioni «Trento Trieste» e «Dante Alighieri», la Lega navale e l’Associazione studentesca; cfr. La conferenza di questa sera al Politeama, in «Giornale di Reggio», 25 febbraio 1915.

[12] Sulla figura di Cesare Battisti si veda: S. Biguzzi, Cesare Battisti, UTET, Torino 2008; Atti del Convegno di studi su Cesare Battisti. Trento, 25-26-27 marzo 1977. Il tour di Battisti per le città italiane fu documentato dalla moglie Ernesta Bittanti Battisti, la quale scrisse della condizione di angoscia vissuta dal marito a seguito della morte dei due ragazzi; cfr. E. Bittanti, Con Cesare Battisti attraverso l’Italia, Treves, Milano 1938. p. 367.

[13] Si vedano gli articoli: Per la conferenza di domani sera, in «Giornale di Reggio», 24 febbraio 1915; La conferenza di questa sera al Politeama, in «Giornale di Reggio», 25 febbraio 1915.

[14] Su antimilitarismo e pacifismo nel socialismo italiano si vedano: G. Oliva, Esercito, paese e movimento operaio. L’antimilitarismo dal 1861 all’età giolittiana, Franco Angeli, Milano 1968; R. Giacomini, Antimilitarismo e pacifismo nel primo Novecento. Ezio Bartalini e “La Pace”. 1903- 1915, Franco Angeli, Milano 1990; L. Strick Lievers, L’antimilitarismo socialista e la questione della rivoluzione borghese nel primo decennio di vita del PSI, in Prampolini e il socialismo riformista. Atti del convegno di Reggio Emilia, ottobre 1978, vol. II, Istituto socialista di studi storici, Firenze 1981; L. Scoppola Jacopini, I socialisti italiani di fronte al bivio della pace e della guerra, in Guerra e pace nell’Italia del Novecento, Il Mulino, Bologna 2006; A. Alosco, L’antimilitarismo socialista da Turati a Matteotti, in G.B. Furiozzi (a cura di), Le sinistre italiane tra guerra e pace. 1840-1940, Angeli, Milano, 2008, pp. 146-155. Sulla storia del PSI prima e durante la Grande Guerra si vedano: L. Valiani, Il PSI nel periodo della neutralità, Feltrinelli, Milano 1977; G. Arfè, I socialisti, in Vigezzi (a cura di), Il trauma dell’intervento, cit.

[15] È ormai acclarato che molti esponenti del socialismo italiano abbandonarono l’ideologia internazionalista per approdare a forme di patriottismo o, comunque, cercarono una sintesi fra questi due elementi. Si vedano in proposito: M. Fincardi, Le bandiere del «vecchio scarpone». Dinamiche socio-politiche e appropriazioni di simboli, dallo stato liberale al fascismo, in F. Tarozzi, G. Vecchio (a cura di), Gli italiani e il Tricolore. Patriottismo, identità nazionale e fratture sociali lungo due secoli di storia, Il Mulino, Bologna 1999; Gentile, La grande Italia, cit., pp. 109-134; R. Pertici, Il «ritorno alla patria» nel sovversismo del primo Novecento. Percorsi politico-culturali di una generazione di intellettuali italiani, in «Ricerche di Storia Politica», n. 2/2008. Sul patriottismo socialista a Reggio Emilia non esiste un’opera esaustiva sull’argomento, tuttavia è possibile trovare alcuni spunti in Carrattieri, Ferraboschi (a cura di), Piccola patria, grande guerra, cit. e, relativamente al periodo del primo giubileo della patria nel 1911, in M. Marzi, A. Montanari, «L’essere socialisti non ci fa dimenticare di essere italiani» Contromemoria e patriottismo socialista a Reggio Emilia nel cinquantenario dell’Unità d’Italia (1909-11), in «L’Almanacco», n. 57/2011.

[16] Di fronte alla conflagrazione del conflitto europeo i giovani del PSI si erano risolutamente schierati a favore del neutralismo, sostenendo dapprima la proposta di disarmo simultaneo delle parti e poi, a guerra iniziata, la diserzione e la disobbedienza tra i ranghi dell’esercito. Per maggiori informazioni sulla FIGS si vedano: Arfè, Il movimento giovanile socialista. Appunti sul primo periodo. 1903-1912, Del Gallo, Milano 1966; P. Dogliani, La scuola delle reclute. L’Internazionale giovanile socialista dalla fine dell’Ottocento alla prima guerra mondiale, Einaudi, Torino 1983; G. Gozzini, Alle origini del comunismo italiano. Storia della federazione giovanile socialista. 1907-1921, Dedalo, Bari 1979; Alle origini del PCI. Atti del Convegno su Gastone Sozzi, Circolo A. Gramsci, Cesena 1980.

[17] Non si deve cadere nell’errore di una troppo facile identificazione tra socialismo e pacifismo, solo per il fatto che il PSI si attestò su posizioni neutraliste; esso fu infatti il solo partito socialista d’Europa, insieme a quello svizzero, a fare questa scelta, mentre tedeschi e francesi diedero il proprio appoggio alla nazione di appartenenza, decretando di fatto la fine della Seconda internazionale. Il marxismo, e il socialismo in genere, ebbero d’altra parte sempre un rapporto piuttosto ambiguo con il tema della guerra. Sul pacifismo della Seconda internazionale in merito al tema della guerra si vedano: A. Salvatore, Il pacifismo, Carocci, Roma 2010, pp. 50-59; N. Bobbio, Il problema della guerra e le vie della pace, Il Mulino, Bologna 1997 (4 ed), p. 145; R. Diodato, Pacifismo, Bibiliografica, Milano 1995, pp. 35-36; M. Reberioux, Il dibattito sulla guerra, in Storia del marxismo, vol. II, Il marxismo nell’età della Seconda Internazionale, Einaudi, Torino 1979, p. 897-935. Sull’analisi del pensiero di Marx ed Engels in merito alla guerra si veda W.B. Gallie, Filosofie di pace e di guerra. Kant, Clausewitz, Marx, Engels, Tolstoj, Il Mulino, Bologna 1993, pp. 109-153; ; Marxismo e nonviolenza, Lanterna, Genova 1977; Nonviolenza e marxismo, Feltrinelli, Milano 1981.

[18] Per un quadro dettagliato del consenso ricevuto dal PSI nelle varie regioni d’Italia si veda M. Ridolfi, Il PSI e la nascita del partito di massa. 1892-1922, Laterza, Bari 1992.

[19] Sulle proteste contro la guerra Italo-turca si veda A. Genua, Forme di propaganda tripolina in Emilia-Romagna: i casi di Forlì, Parma e Reggio Emilia, in «Annali della fondazione Ugo La Malfa. Storia e politica», n. XXV, 2010. Per un inquadramento della posizione del PSI durante la guerra di Libia si veda M. Degl’Innocenti, Il socialismo italiano e la guerra di Libia, Editori riuniti, Roma 1976.

[20] Sulla storia del socialismo reggiano prima e durante la guerra si vedano: Pellegrino, Il socialismo reggiano dal 1914 al 1918, in «Ricerche Storiche», n. 12/1970; Id., Il socialismo reggiano dal 1914 al 1918, in «Ricerche Storiche», n. 13-14/1971; Id., Il socialismo reggiano dal 1914 al 1918, in «Ricerche Storiche», n. 15/1971; Zavaroni, La linea, la sezione, il circolo. L’organizzazione socialista reggiana dalle origini al fascismo, Quorum, Reggio Emilia 1990, pp. 95-103.

[21] Il pensiero prampoliniano si caratterizza per una condanna costante alla violenza, sia che essa provenga dallo Stato o dalla borghesia, sia che sia opera del proletariato. Per una biografia dettagliata si veda S. Bianciardi, Camillo Prampolini costruttore di socialismo, Il Mulino, Bologna 2012. Sul rapporto di Prampolini con i temi della pace e della nonviolenza si vedano: S. Caretti, Prampolini tra pacifismo e riformismo, in Prampolini e il socialismo riformista, cit., M. Marzi, «La vita dei nostri simili ci dev’essere sacra quanto la nostra». L’etica pacifista di Camillo Prampolini, in «RS – Ricerche Storiche», n. 118/2014.

[22] Sulla figura di Alberto Simonini si vedano: M. Donno, Alberto Simonini. Socialista democratico. Da operaio a ministro della Repubblica, Rubettino, Soveria Mannelli 2010; M. Del Bue, Alberto Simonini. Storia socialista di un italiano, in «L’Almanacco», n. 4/1984. La vicenda delle sue dimissioni è trattata anche in Zavaroni, La linea, la sezione, il circolo, cit., pp. 97-98.

[23] Si veda Dimissioni del Segretario Giovanile Socialista, in «La Giustizia», 5 giugno 1915.

[24] Sulla figura di Antonio Piccinini si veda G. Boccolari, G. Degani, Antonio Piccinini. La vita e l’azione politica. Socialismo massimalista a Reggio Emilia. 1914-1924, s.e., s.l. 1981.

[25] Il dibattito interno alla Federazione reggiana è documentato su diversi articoli de «La Giustizia»: Vita reggiana. Risposte chiare, in «La Giustizia», 2 novembre 1915; La Federazione socialista reggiana discute di neutralità, di patria, e di guerra, in «La Giustizia», 7 novembre 1915; La seconda assemblea della Feder. Socialista, in «La Giustizia», 12 novembre 1915; La seconda assemblea della Feder. Socialista, in «La Giustizia», 13 novembre 1915; La Federazione socialista riconferma la avversione alla guerra, in «La Giustizia», 16 novembre 1915; L’interessante discussione e il voto della Federazione Socialista, in «La Giustizia», 17 novembre 1915.

[26] Secondo una ricostruzione del «Giornale di Reggio» il testo del volantino sarebbe stato il seguente: «Compagni lavoratori! Intervenite tutti questa sera alle ore 20 precise dinnanzi al Politeama Ariosto, per riaffermare solennemente la vostra avversione alla guerra. Alla mobilitazione guerrafondaia e antisocialista degli avversari opponiamo la nostra mobilitazione. Abbasso la guerra! Evviva il socialismo!»; cfr. Ancora i gravi fatti di giovedì sera, in «Giornale di Reggio», 27 febbraio 1915. Difficile stabilirne il grado di fedeltà all’originale.

[27] A sostenere questa tesi è Renato Marmiroli in Marmiroli, Storia amara del socialismo italiano, cit., p. 279.

[28] Sull’antimilitarismo istintivo della popolazione italiana si veda Oliva, Esercito, paese e movimento operaio, cit., pp. 11-55. Sulla refrattarietà delle masse popolari all’euforia per l’intervento si vedano: P. Del Negro, La mobilitazione di guerra e la società italiana, in «Risorgimento», n. 1/1992; G. Procacci, Dalla rassegnazione alla rivolta, Bulloni, Roma 1999; G. Volpe, Il popolo italiano nella Grande Guerra, Luni, Trento 1998.

[29] Partecipò alla manifestazione anche Camillo Berneri, coetaneo delle vittime, il quale racconta l’episodio nell’articolo C. Berneri, Dopo i fatti di Reggio Emilia, in «L’Avanguardia», 14 marzo 1915.

[30] Va tuttavia osservato che il mondo giovanile non oppose un rifiuto integrale alla guerra ma, anzi, una sua parte consistente fu entusiasta sostenitrice dell’intervento. Si veda in proposito C. Papa, L’associazionismo studentesco in età liberale, in «Memoria e Ricerca», n. 25/2007.

[31] Sul passaggio dal riformismo al massimalismo alla guida del PSI nel dopoguerra si vedano: Arfè, La crisi del dopoguerra, in Il movimento operaio e socialista, Gallo, Milano 1965; Sabbatucci, I socialisti nella crisi dello Stato liberale, in Id., Storia del socialismo italiano, Vol. III, Poligono, Roma 1980. Sul caso reggiano si veda: F. Galloni, Momenti del movimento socialista a Reggio Emilia dal 1919 al 1921, in «Ricerche Storiche», n. 31/1977.

 

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About Marco Marzi: Marco Marzi (1984) si è laureato in Storia Contemporanea presso l'Università di Bologna con una tesi intitolata Democratici e socialisti dall'opposizione al governo della città. L'Estrema sinistra a Reggio Emilia (1870-1890). Ha successivamente conseguito, presso l'Università di Modena e Reggio Emilia, l'abilitazione all'insegnamento di Filosofia e Storia nei licei e la specializzazione in sostegno didattico per gli alunni con disabilità. Attualmente insegna all'Istituto di istruzione superiore "B. Russell" di Guastalla (RE). Collabora da diversi anni con l'Istituto per lo studio della storia della Resistenza e della Società contemporanea di Reggio Emilia (Istoreco), per cui ha realizzato e pubblicato alcune ricerche storiche sulla rivista "RS – Ricerche Storiche".

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