Luigi Vinci: Il secondo comma e il Presidente della Repubblica

| 27 Maggio 2018 | Comments (0)

Diffondiamo il testo di Luigi Vinci scritto il 27 maggio 2018

’Articolo 92 della nostra Costituzione recita come segue:
“Il Governo della Repubblica è composto del Presidente e dei Ministri, che costituiscono insieme il Consiglio dei Ministri.
Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei Ministri e, su proposta di questi, i Ministri.”

La situazione (in questo momento) sembra caratterizzata da una tensione, probabilmente da un conflitto, tra maggioranza politica alle Camere e Presidenza della Repubblica. Credo occorra valutare il complesso di ciò che questa tensione implica, non solo contestualmente ma anche in prospettiva. Inoltre occorra, questa valutazione, tenerla prima di tutto sul piano dei suoi significati istituzionali, in altre parole, dei suoi significati democratici. Occorra, cioè, evitare che la parte politica a cui si possa appartenere agisca in modo improprio sulla qualità primariamente istituzionale e democratica della tensione, o del conflitto che sia. Credo che di questa qualità dovrebbero essere le prese di posizione della nostra sinistra politica.
Che (primo comma dell’Art. 1) siano della competenza sostanzialmente esclusiva del Presidente della Repubblica la scelta e la nomina del Presidente del Consiglio è chiarissimo, certo avendo egli consultato i Presidenti delle Camere e ascoltato i rappresentanti delle forze politiche presenti in Parlamento. Il Presidente della Repubblica non è neppure tenuto a nominare un candidato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri di gradimento o di espressione diretta della maggioranza parlamentare. Può addirittura tentare, anzi, un governo che vada a cercarsi una maggioranza in Parlamento e che, se essa non avverrà, governerà per un periodo in ordinaria amministrazione, sarà poi seguito da un governo diverso dotato di maggioranza, oppure da elezioni anticipate ecc.

Invece (secondo comma dell’Art. 1) che cosa comporti la “proposta” del candidato Presidente del Consiglio al Presidente della Repubblica è (fu voluto così dal lato dei Costituenti) meno preciso, consente quindi un certo margine di discrezionalità. Solo al Presidente della Repubblica? Questa è la tesi che va per la maggiore sia nella sinistra politica che sui mass-media. Il Presidente Mattarella avrebbe dunque potere pieno di veto, in sostanza, riguardo alla partecipazione di questa o quella figura al futuro Governo. Il nome che viene fatto è quello dell’economista Paolo Savona, candidato al Ministero dell’Economia e delle Finanze, ma altri nomi potrebbero incorrere in veti, stando a tale posizione. Ciò significa che i rappresentanti della maggioranza parlamentare non dispongono di altra possibilità, discutendo con il Presidente della Repubblica, che di proporgli il ministero.

Io non credo che sia esattamente così. Credo, cioè, che quest’interpretazione di questa parte dei poteri della Presidenza della Repubblica sia forzata. Credo che ciò sia l’effetto di posizioni politiche che fanno premio, essendo ostili alla maggioranza parlamentare, rispetto al significato istituzionale, e come tale democratico, della questione. Precisamente, cioè, ritengo che la Presidenza della Repubblica abbia pieno diritto di contestazione, e di conseguente richiesta di cancellazione, di candidature al Consiglio dei Ministri non dotate delle competenze necessarie, o sul piano del profilo morale, ecc. Non ritengo, invece, che la Presidenza della Repubblica abbia diritto, fatta salva una discussione in cui essa rappresenti proprie riserve, all’esercizio della cancellazione a carico di candidature di figure competenti e, per così dire, pulite. Altrimenti, a che cosa servono le elezioni, in una repubblica parlamentare? Solo in una repubblica presidenziale ciò, sui modo, legittimamente avviene. Ma non siamo una repubblica presidenziale.

Quel che mi sento di ulteriormente precisare è questo. Gli esponenti della maggioranza parlamentare hanno forzato (inappropriatamente, cioè contro il dettato costituzionale; brutalmente, da parte del semifascista Salvini) sul versante del Presidente Mattarella: che non poteva non reagire rivendicando le sue prerogative e i suoi poteri. Inoltre il Presidente non poteva fermarsi a una rivendicazione tutta di principio: per darle consistenza era obbligato a indicare l’inapproprietà alla partecipazione al futuro Consiglio dei Ministri da parte di una o più candidature. E però ciò è avvenuto prendendo di mira una delle poche candidature competenti. E questo significa che a carico di questa candidatura è scattato un veto di natura squisitamente ed esclusivamente politica. Cosa questa, in realtà, esorbitante le prerogative presidenziali.

E cosa molto pericolosa. Può darsi che la tensione, o il conflitto, venga nei prossimi giorni mediato e risolto ed entri in carica un governo che duri per un po’. C’è solo da sperarlo. E’ chiaro che il ricorso a nuove elezioni registrerebbe, con larga probabilità, la scomparsa della sinistra dal Parlamento, e che questo dispiace. Ma soprattutto, se si è “sinistra di governo” per davvero, occorre guardare a quanto di più generale avverrebbe nel nostro paese: la stravittoria della Lega di Salvini, la radicalizzazione quanto meno per iniziativa della Lega del conflitto con la Presidenza della Repubblica, una crisi istituzionale, un radicale passaggio istituzionale. Non ci si illuda della capacità di tenuta del nostro attuale assetto istituzionale: la mobilitazione rabbiosa di una larga maggioranza sociale non potrebbe essere contrastata da alcunché.

Forse da sinistra occorrerebbe consigliare al Presidente Mattarella, invece che di allinearglisi acriticamente, di rientrare nelle sue reali competenze, di evitare così di fare da sponda, di fatto, alla cagnara neoliberista massmediatica ed europea, dunque di contentarsi, per così dire, della situazione parlamentare uscita dalle recenti elezioni anche se non gli piace.

Ancor meno accettabile, a parer mio, sarebbe l’eventuale richiamo a vincoli europei a giustificazione dell’intenzione di escludere Paolo Savona. Intanto perché i vincoli europei di bilancio sono da riscrivere, essendo il fiscal compact venuto a scadenza il 31 dicembre scorso, non essendo stato a tuttora sostituito da qualcosa che gli assomigli, essendo rientrato quindi in fragile vigore il Trattato di Maastricht (che prevede l’obbligo degli stati non già al pareggio di bilancio, bensì a non portare il deficit oltre il 3% rispetto al PIL), essendo improbabile, infine, che un ripristino o un analogo del fiscal compact riesca ad avvenire, data la scomposizione in corso e a questo momento di ardua reversibilità dell’intero assetto dell’Unione Europea. Vero è che l’Italia (unica in tutta l’Unione Europea) ha posto il fiscal compact addirittura in Costituzione: da cui però andrebbe espulso per indegnità, essendo i suoi contenuti organicamente neoliberisti e antisociali ergo incostituzionali.

Ma, soprattutto, l’intenzione di escludere Paolo Savona richiamando veri o presunti vincoli europei è inaccettabile per il fatto che gli assetti totalmente illiberali e burocratici di comando appropriati ormai organicamente dalla Commissione Europea e le disposizioni e le intrusioni di quest’ultima in materia economica e di bilancio anche al livello del dettaglio confliggono radicalmente con i contenuti democratici e sociali della nostra Costituzione. Anche questo, penso, andrebbe considerato (oltre che, nel nostro piccolo, dalla nostra sinistra politica) dalla Presidenza della Repubblica in vista della sua discussione prossima ventura con gli esponenti della maggioranza parlamentare: perché, quali che siano le posizioni, gli strafalcioni, le pericolosità di questa maggioranza, la difesa della Costituzione, cioè, in concreto, il suo ripristino funzionale, effettivo, pratico si pone, proprio per il passaggio critico generale del nostro sistema politico, proprio per la crisi in cui versa l’Unione Europea, tra gli indubbi urgenti doveri istituzionali anche della Presidenza. Essa ha tra le sue prerogative l’invio di messaggi alla nazione. Sarebbe importante che cominciasse a farlo trattando proprio queste questioni. Tra l’altro ciò potrebbe rafforzarla più che adeguatamente.

Category: Osservatorio Europa, Politica

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About Luigi Vinci: Luigi Vinci (Roma, 1939) è un politico italiano, esponente di Avanguardia Operaia, di Democrazia Proletaria, di Rifondazione Comunista e già parlamentare europeo.È stato eletto deputato europeo alle elezioni del 1994, poi riconfermato nel 1999, per la liste del PRC. È stato vicepresidente della Commissione per le libertà pubbliche e gli affari interni; membro della Commissione per i problemi economici e monetari e la politica industriale; della Commissione temporanea per l'occupazione e della Delegazione per le relazioni con i paesi membri dell'ASEAN, il Sud-Est asiatico e la Repubblica di Corea. Ha aderito al gruppo della Sinistra Unitaria Europea - Sinistra Verde Nordica (GUE/NGL). Tra i suoi libri: Il problema di Lenin (Edizioni Punto Rosso, 2014), Sinistra alternativa e costruzione europea (Edizioni Punto Rosso, 2004)

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