Il sole 24 ore: Così l’università perde autonomia a favore del presidente del consiglio

| 30 Ottobre 2016 | Comments (0)
Diffondiamo un editoriale de Il sole 24 ore del 30 ottobre 2016
Il progetto “Cattedre del merito Natta” costituisce il più violento attacco all’autonomia dell’università e della ricerca in epoca repubblicana. Per la prima volta avremo professori universitari selezionati da commissioni i cui presidenti sono nominati motu proprio dal Presidente del Consiglio di turno, e i componenti scelti insindacabilmente dal presidente stesso. Non esistono paralleli per un’avventura di questo genere. Perfino la regina d’Inghilterra e il suo primo ministro si sono spogliati da qualche tempo della prerogativa di nominare i titolari delle poche “cattedre regie” di fondazione sovrana.

Colpiscono di questo progetto la volontà di calpestare le regole basilari dell’autonomia accademica e insieme la palmare inutilità. Per prima cosa etichettare “del merito” queste 500 cattedre da associato e ordinario relega automaticamente tutte le 33mila oggi esistenti nella palude del “demerito”: difficile che questo aiuti a pubblicizzare all’estero la prospettiva di spostarsi in un sistema che si proclama tanto squalificato. L’iniziativa, infatti, continua a essere presentata, dopo il suo lancio televisivo l’anno scorso, come rimedio miracoloso per riportare o portare in Italia docenti di prim’ordine. Ma l’Italia già dispone di strumenti ben funzionanti per la chiamata diretta dall’estero, con tempi e modalità che fanno invidia anche ai sistemi più flessibili: è di pochi giorni fa la notizia che Padova ha reclutato in un sol colpo 21 studiosi da vari Paesi, ovviamente senza aspettare le “Natta”. Resta da chiedersi quanti docenti accetteranno di venire in Italia per nomina governativa, specie se poi –altra assurdità- si ritroveranno in tutto e per tutto nell’identico stato giuridico iperburocratizzato dei loro colleghi.

Qui infatti sta il punto: a questa selezione guascona segue poi l’inquadramento nel vecchio regime giuridico, anche se con stipendi uniformemente e irragionevolmente più alti rispetto ai pari grado. Il danno è doppio. Da un lato si opera uno sbrego violento nell’architettura della docenza, ma dall’altro non si fa nessun passo avanti per sperimentare –e sarebbe invece interessante- nuove forme di stato giuridico. I “Natta”, italiani o stranieri, si ritroveranno impantanati, come tutti i più modesti colleghi “normali”, in un sistema con troppe regole e pochi fondi, soggetti in futuro a blocchi stipendiali o improvvise modifiche delle condizioni di lavoro decise qua e là dal Parlamento.

In realtà è improbabile che un numero davvero consistente di docenti stranieri abbocchi all’esca, se non altro perché il sistema di selezione è un pasticcio anche dal punto di vista tecnico e garantisce un contenzioso infinito. Basti pensare che i soli tre membri di ciascuna delle pochissime ed eterogenee commissioni, appena 25 come le aree di ricerca Erc (che servono a tutt’altro), contro le circa 200 previste per l’abilitazione, saranno chiamati a giudicare centinaia di candidati di moltissime discipline diverse.

La gran parte dei concorrenti e dei vincitori sarà quindi probabilmente rappresentata da ricercatori e associati italiani promossi alla fascia superiore, che possono liberamente partecipare, ma con una limitazione bizzarra: se vincono devono cambiare sede. Anche qui il paradosso è duplice. Se uno studioso è davvero in gamba, e per questo meriterebbe magari una promozione o un aumento di stipendio, perché costringerlo ad andarsene? Facile magari per chi abita in una grande città, un po’ meno per gli altri. Più agevole per umanisti e scienziati sociali, assai meno per chi dirige laboratori e gruppi di ricerca. E per contro, perché l’università che ha in casa una star dovrebbe perderla solo perché non può premiarla (il Fondo per il merito, che lo consentirebbe, è fermo dalla nascita), ma può farlo un altro ateneo magari a qualche metro di distanza?

Questo progetto, insomma, distrugge ma non crea: non ipotizza nuove forme sensate di reclutamento, riproponendo al contrario un centralismo opprimente e per giunta illiberale invece di lasciare maggiore autonomia alle singole sedi, magari a partire da quelle che già vantano politiche affidabili in materia; non incentiva la mobilità interna se non in modo perverso; non potenzia il brain gain dall’estero; non sperimenta nuove forme di inquadramento giuridico; non istituisce la “classe eccezionale” che esiste in Francia per rimeritare i migliori docenti senza ovviamente costringerli a fare le valigie; non istituisce cattedre di ricerca come per esempio in Canada o in Spagna. È solo uno spot, ma uno spot pericoloso e costosissimo: con questi 75 milioni si sarebbero potuti per esempio promuovere quasi 3mila ricercatori abilitati, la seconda parte del piano straordinario 2011-16 previsto per legge ma non più finanziato dopo il primo triennio.

Perché nasce, allora? A parte la tentazione di lanciare slogan anziché rifinanziare in modo organico il sistema (al netto di questa misura il Fondo 2016 è in ulteriore calo rispetto al 2015), forse s’intende anche rimediare a qualche problema specifico. I “Natta”, infatti, non dovranno passare attraverso le strettoie dell’abilitazione scientifica nazionale, appena rimessa in moto, che prevede specifiche soglie di qualificazione scientifica. Potremo quindi avere peones abilitati e genii non abilitati, bocciati che assurgono a una cattedra lussuosa e abilitati che attendono la chiamata per anni. Inevitabile il sospetto che questa scorciatoia sia stata escogitata, tra l’altro, per sanare qualche bocciatura eccellente o favorire qualche trasloco illustre ma altrimenti difficile. Il regolamento predisposto dal Governo, che inizia ora il suo iter tra Parlamento e organismi di controllo, presenta vistosi profili di illegittimità e probabilmente di incostituzionalità. Si può solo sperare che le Camere riflettano con coraggio e facciano pesare il loro parere (i primi segnali, va detto, non sono incoraggianti), e che la Conferenza dei Rettori si mobiliti per salvare principio e prassi dell’autonomia anche a costo di perdere per strada qualche soldo. A volte, pecunia olet.

 

 

Category: Politica, Scuola e Università

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