Bruno Giorgini: Topologia dell’Europa infranta

| 30 Gennaio 2016 | Comments (0)

 

 

L’Unione Europea si regge e cammina su tre gambe. L’asse franco tedesco inaugurato in forma quasi ufficiale da Mitterand e Kohl; l’abolizione delle frontiere interne tra stati membri con la libera circolazione di persone e merci su tutto il territorio dell’Unione, regolata dal trattato di Schengen; una moneta comune, l’euro, per 19 stati sui 28 che compongono l’Unione.

Tra guerre del terrore, grandi migrazioni, e destre nazionaliste xenofobe razziste sempre più trionfanti, l’asse franco tedesco è spezzato se non in briciole: né la Francia né la Germania hanno la forza politica, e neppure economico sociale, per tenerlo in piedi. Hollande è sempre più debole stretto tra stato di polizia e trattato della paura, con il suo governo in crisi dopo le dimissioni di Taubira, la ministra della giustizia, ultima esponente di sinistra – adesso sono tutti adepti di Valls, pseudosocialista, vero uomo forte, autoritario per politica e vocazione. Merkel circoscritta e con le mani legate dentro il suo partito, la CDU, la DC tedesca, e il suo alleato bavarese, l’Unione Cristiano Sociale un po’ più a destra di Salvini, deve fare i conti con il movimento xenofobo Pegida sempre più aggressivo e numeroso, e coi neonazisti molto attivi. Per non dire della catastrofe Volkswagen, dove l’eccellenza tecnica e l’onestà tanto sbandierate sono state annichilite da una volgare, per quanto colossale, truffa; e anche la tradizionale efficienza delle forze di polizia si è immelmata nella notte di Colonia, quando i poliziotti non hanno visto né sentito e neppure sono intervenuti contro gli atti di violenza a sfondo sessista  che centinaia di maschi – molti profughi e/o nord africani dicono le cronache – esercitavano in pubblica piazza su moltissime donne e ragazze.

A livello internazionale la cancelliera ha perso presa, peso e carisma sulla sua tradizionale area di influenza, gli stati dell’Europa dell’Est  che tengono in nullo conto le sue parole, tanto da doversi rivolgere alla Turchia per fare il lavoro sporco antimmigrati in cambio di tre miliardi di euro, cosa che ha scandalizzato persino Renzi.

La Turchia dove molti oppositori, in specie kurdi, scompaiono nottetempo, e i giornalisti finiscono in carcere – due oggi alla sbarra in quanto colpevoli di  avere documentato il passaggio di un carico di armi turche nelle mani di Daesh, secondo il PM dovrebbero essere condannati all’ergastolo.

Merkel e Hollande ugualmente inabili a fronte del problema dei problemi, l’ondata di migranti e profughi, e infatti la cancelliera, dopo l’apertura delle frontiere a “tutti i profughi” ha dovuto fare marcia indietro tornando arcigno difensore dei confini, e adepta delle espulsioni.

Qui si frattura e cade il secondo pilastro, la libera mobilità nell’area dell’Unione secondo il trattato di Schengen, ormai poco più che carta straccia. Si va dalle esclusioni e limitazioni per gli stranieri anche comunitari decretate dal governo conservatore inglese, alla deportazione per 80.000 richiedenti, cui è stato rifiutato l’asilo, decisa dalla Svezia – come ci riusciranno gli svedesi non si sa, forse coi treni piombati come già accadde, perché via charter ci vorrebbero circa 800 voli, con una media di un carico di 100 persone al giorno impiegando oltre due anni. E che dire della Danimarca che vota una legge per espropriare i profughi richiedenti asilo dei loro beni e danari. Misura adottata dai nazisti rispetto agli ebrei, ben tornata vecchia Europa. Gli episodi sono molti come i fili spinati, i muri, gli armati a schiera contro i poveri del mondo: in Francia s’arriva, sub specie di terrorismo, fino alla privazione della cittadinanza su segnalazione dei servizi di sicurezza se vieni considerato nemico o ostile o sovversivo della patria, nel caso tu abbia due nazionalità, oltre tre milioni di persone, guarda caso in genere di origine maghrebina, ben tornata vecchia Francia coloniale.

Così rimane in piedi solo l’euro, almeno finché reggerà il firewall alzato da Draghi con il quantitative easing, stampare moneta per rifornire le banche e tenere lontana la speculazione finanziaria – meglio: l’aggressione finanziaria – globale.

Ma può l’Unione sperare di proseguire il suo cammino su una gamba sola, per giunta la moneta, l’astratto equivalente universale (Marx), ma equivalente di cosa? Di lavoro che non c’è – in Francia i disoccupati aumentano di 90.000 unità l’anno –  o di industrie che chiudono?

Con una consapevolezza. La forza dell’Unione europea stava nell’avere garantito settanta anni di pace  a un continente e a popoli che dal 1870 al 1945 hanno sperimentato e sofferto almeno tre guerre devastanti: la guerra franco prussiana del 1870 e le due guerre mondiali del ‘14 e del ’39, nonché  il nazifascismo con i campi di concentramento, lavoro e sterminio, per comunisti, oppositori democratici, zingari e omosessuali tra gli altri, la shoah e il genocidio del popolo ebraico.

Mai più Auschwitz mai più guerra, fu la parola d’ordine dopo la sconfitta dei nazisti tedeschi e dei fascisti italiani con le loro varie appendici statuali come il governo del maresciallo Petain in Francia, o quelli similnazifascisti dei paesi baltici e di alcuni stati dell’Est europeo. Ma – dobbiamo saperlo – se le gambe dell’Unione si spezzano, tornando ai nazionalismi con ogni stato contro l’altro armato e le frontiere irte di fili spinati, ebbene la guerra, le guerre d’Europa ridiventano un orizzonte possibile, se non probabile. D’altra parte è già avvenuto su scala ridotta nella ex – Jugoslavia, in una lunga e feroce guerra con campi di concentramento, pulizie etniche,  etnici stupri, stragi di civili come a Srebrenica – oltre 8000 trucidati/e, donne, bambini, uomini – che i soldati dell’ONU, col casco blu e la nazionalità olandese avevano promesso di difendere, solennemente. Invece vergognosamente  di fronte alle milizie serbe del generale Mladic si ritirano, lasciando gli abitanti inermi nelle mani del boia Mladic.

E’ già avvenuto e potrebbe ripetersi su scala continentale.

Quando la dinamica di rete per le fratture si estende e moltiplica fino a occupare tutto lo spazio disponibile, può avvenire che l’intera rete imploda o esploda in un fenomeno molto simile al terremoto. Più precisamente avremo uno sciame sismico che può convergere a un sisma globale, cioè su tutto lo spazio. In due modalità: con un punto, una zona limitata, dove si sprigiona una grande quantità di energia che poi si diffonde, oppure con una serie di sommovimenti contemporanei, di onde di materia che si sprigionano da più sorgenti sparse in tutto lo spazio. Diciamo: una guerra che origina da un solo focolaio per poi propagarsi se non si mette riparo, o una miriade di focolai che danno luogo a una collezione di guerre, per esempio tra stati – guerra tradizionale – e  dentro gli stati – guerre civili.

Ma se questa è la situazione di frattura attuale – diciamo contingente – tentiamo ora di descrivere le linee di frattura soggiacenti che attraversano la Unione Europea.

La prima fu al cominciamento tra l’ispirazione ideale e politica del “Manifesto di Ventotene” di Spinelli e Rossi, scritto a Ventotene luogo di detenzione nel 1941, dove in un tempo di ferro e di fuoco quando i nazifascisti dilagano, si prefigura un’Europa libera, democratica e federale, e l’Europa delle nazioni definita da De Gaulle.

La definizione gaullista, poi assunta come comune, impedisce a priori un processo federale. Le nazioni europee non sono come gli stati americani che compongono gli USA, e neppure come i cantoni svizzeri che compongono la confederazione elvetica. Le nazioni europee si sono costituite in un percorso di guerre l’una contro l’altra armata, quella dei trent’anni, quella dei cent’anni, le due guerre mondiali, e in un pullulare di guerre civili e religiose terribili un anno sì e l’altro pure per secoli. Questa frattura ne genera altre, tra cui quella tra i popoli, i/le cittadini/e europei,  e le istituzioni europee, che sono per costituzione ademocratiche se non antidemocratiche, perché emanate dai governi nazionali  e da qui deriva il complicato maccanismo decisionale di tipo burocratico oligarchico. In particolare la Commissione Esecutiva Europea (CEE) veleggia tra la antipatica prepotenza che manifesta ogni volta che apre bocca, e la totale ottusità rispetto ai problemi dei cittadini; meglio, per loro i burocrati commissari europei, non esistono proprio i cittadini europei. Né basta a moderare l’oligarchia il Parlamento Europeo che, per ora, non ha lasciato nessun segno neppure sulla sabbia, salvo qualche discorso e baruffa. E infatti quando si è trattato di schiacciare la Grecia di Tsipras, il cosidetto Parlamento europeo ha taciuto senza neppure diventare rosso di vergogna. Insomma non pare essere certo questo il terreno per una autentica democrazia europea, che, se mai nascerà, dovrà trovare altrove forme e mezzi d’azione politica.

Un’altra rete di fratture si dirama dalle spinte autonomistiche e all’autodeterminazione più o meno forti di alcuni popoli, i Baschi, i Catalani, i Gallesi, gli Scozzesi, i Sardi, persino i Veneti, e meno seriamente i Padani (che non esistono), in alcuni casi come in Catalogna con procedure referendarie già in avanzato stato progettuale  che non potranno essere fermate, salvo l’utilizzo di una quota di violenza statuale ingiusta e pericolosissima. A questo si collega la frattura più o meno latente a seconda delle fasi politiche, tra Gran Bretagna e resto d’Europa che troverà un primo punto di svolta col referendum prossimo venturo, decidendo i cittadini britannici se vogliono rimanere nella UE oppure separarsi in modo più o meno brusco.

E un’Europa senza british citizens è forse fattibile, ma certamente difficilmente pensabile. Durante la seconda guerra mondiale fu quell’isoletta al di là della Manica a rimanere libera dai nazisti resistendo, sola in Europa assieme all’URSS, fino all’arrivo degli americani che sbarcano prima in Italia quindi in Normandia (1943-44).

Sempre sul piano generale, ecco emergere la frattura sociale, anzi le fratture con differenze salariali, di orario di lavoro, di diritti sociali, di legislazione sul lavoro molto forti. Con Schengen e l’euro non nacque anche un’Europa sociale. Mitterand la invocò più volte ma Germania e Gran Bretagna si opposero, sconfiggendo l’ipotesi di un’Europa dei diritti del lavoro, dell’istruzione, della previdenza, della sanità, né si riuscì a costruire una comune fiscalità europea, lasciando così al Lussemburgo per esempio lo spazio per costituirsi in paradiso fiscale favorendo i grandi evasori che esportavano i capitali dai vari paesi europei verso il Lussemburgo, attività che Juncker, oggi presidente delle CEE, favorì egregiamente quando fu premier di quello stato. Eppure s’insegna persino a scuola, che una delle condizioni necessarie per la democrazia è l’equità fiscale: laddove non c’è, la democrazia viene a mancare, o almeno zoppica assai rischiando di cadere a ogni piè sospinto.

Un’altra linea di faglia, che qualcuno vorrebbe antropologica – chi si crogiola al sole nuotando nell’acqua azzurra, e chi tira la carretta lavorando e producendo ricchezza tra le brume – è quella tra Nord e Sud. Linea di faglia che qualcun altro declina in senso religioso, cattolici contro protestanti, e potrei continuare. Linea di frattura forse più figlia dell’immaginario che di concreti comportamenti, epperò spesso tirata in ballo specie quando i nodi vengono al pettine, per esempio contro la Grecia quanto l’abbiamo sentita, stupidamente anche fatta propria da molti media italici dediti al servile encomio verso il forte stato germanico.

E che dire delle linee di frattura tracciate dal mare sulla frontiera per esempio italica, quando con l’operazione mare nostrum la marina militare italiana ha salvato migliaia di profughi e migranti, mentre oggi con Frontex, l’operazione europea per il controllo delle frontiere, muoiono a decine giorno dopo giorno nelle traversata dell’Egeo, un braccio di mare: l’Europa incarnata da Frontex è omicida, o almeno certamente colpevole di omissione di soccorso. Una frattura ethica che propone il seguente paradosso: io che pure a lungo fuor d’Italia ho vissuto e lavorato, pensandomi sempre come cittadino europeo, in questo contesto preferisco dirmi italiano, ma non vorrei diventare nazionalista.

L’Europa che lascia affogare i migranti mi fa semplicemente schifo, e penso vada combattuta, eppure europeo vorrei restare, anzi diventare.

La questione è come. Perché vorrei vivere in un’Europa unita multietnica e multiculturale, evitando che fratture e esclusioni la devastino fino a distruggerla. Ora le crepe che la costellano possono infittirsi fino  sbriciolarla come una vecchia statua, oppure allargarsi fin quando cada a pezzi o ancora eccetera, e in genere una dinamica delle fratture è altamente non lineare, ovvero basta un niente perché precipiti lungo una soluzione catastrofica o una famiglia di soluzioni catastrofiche fino a una voragine che se la ingoi tutta intera l’Europa, per risputarla fuori in una eruzione vulcanica come quella che cancellò Pompei.

Insomma che fare, ammesso che qualcosa si possa ancora fare per cambiare rotta, riadattare la nave dallo scafo alle vele e cambiare equipaggio nonché il capitano, possibilmente senza gettare a mare nessuno. Già come e che fare, per giunta senza Lenin.

 

 

Category: Osservatorio Europa, Politica

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About Bruno Giorgini: Bruno Giorgini è attualmente ricercatore senior associato all'INFN (Iatitutp Nazionale di Fisica Nucleare) e direttore resposnsabile di Radio Popolare di Milano in precedenza ha studiato i buchi neri,le onde gravitazionali e il cosmo, scendendo poi dal cielo sulla terra con la teoria delle fratture, i sistemi complessi e la fisica della città. Da giovane ha praticato molti stravizi rivoluzionari, ha scritto per Lotta Continua quotidiano e parlato dai microfoni di Radio Alice e Radio Città. I due arcobaleni - viaggio di un fisico teorico nella costellazione del cancro - Aracne è il suo ultimo libro.

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