Bruno Giorgini: Gli altri giocano, i tedeschi vincono

| 15 Luglio 2014 | Comments (1)

 

 

 

Riceviamo questo testo da Bruno Giorgini scritto a  Drace Croazia il 15 luglio 2014

 

Mezzo mondo si augurava perdessero i tedeschi, l’altra metà sperava che l’Argentina diventasse campione del mondo. Solo i tedeschi tifavano per i tedeschi. Invece la Germania ha vinto – confermando l’autorevole detto di Gioanbrerafucarlo: gli altri giocano, i tedeschi vincono

. L’Argentina è stata sconfitta in larga parte da sé stessa. Il Brasile annichilito, con 10 (dieci!) goal subiti in due partite e uno solo segnato.  Dopo la finale una parte dell’establishment si è precipitato a pararsi il culo omaggiando i nuovi padroni. Svetta in questo sport il Corsera del 14 luglio che in prima pagina titola: Campioni (anche) del mondo, e sotto – rincarando la dose – una foto degli esultanti calciatori in maglia bianca dopo il gol segnato nei supplementari. Mai più servile encomio fu fatto, con quell’anche ammiccante a ben altri primati, attuali e futuri.

D’altra parte si sa il calcio, moderno oppio dei popoli, dio mio quanto bello quando è bello, è legato a filo doppio con la politica, assai più di ogni altro sport, non foss’altro che per il volume di spettatori i quali si contano a miliardi.  Bastava guardare con attenzione le manifestazioni di giubilo a Berlino – la TV croata dove mi trovo, le ha trasmesse con dovizia – per accorgersene. Quando le folle italiche sono scese in strada per la conquista della coppa Rimet festeggiavamo palesemente una vittoria calcistica di cui giustamenete andare orgogliosi, nulla più e nulla meno.

L’altra notte a Berlino il popolo in piazza  festeggiava invece palesemente una vittoria della Nazione Tedesca – con le maiuscole tutte – di molto trascendente il fatto sportivo. Il calcio da sempre rappresenta una metafora di qualcosa che va oltre il campo di gioco, in questo caso l’ordine che regna a Berlino – l’austerità, la disciplina del  fiscal compact, il pareggio di bilancio, e verso l’estero l’occupazione finanziaria di altri paesi (adesso le banche tedesche e finanzieri vari sono sbarcati in Croazia, recentemente declassata a un rating spazzatura, dove comperano a man bassa un po’ di tutto a prezzi di saldo) – un ordine che qualcuno auspica mondiale.

Merkel lo ha detto in mille modi durante le sue apparizioni ai mondiali, in un inequivocabile linguaggio del corpo e dei gesti. Così come la nazionale tedesca ha scelto, nel confronto col Brasile, di bastonare il cane che affoga, che se molto sportivo non è come atteggiamento, però mette in soggezione se non paura gli avversari presenti e futuri. In primis l’Argentina.

Così due suoi calciatori – taciamone i nomi per carità di patria – hanno fallito clamorosamente due occasioni in solitudine a pochi passi dalla porta tedesca, tirando addirittura fuori. Di fronte a tali svarioni era quasi ovvio che Eupalla, il dio del pallone, si indignasse abbandonandoli al loro destino. Leo Messi, di gran lunga il migliore dell’intero torneo, si è messo questa squadra sulle spalle, portandola in finale nonostante i molti mediocri e i pochissimi bravi che lo accompagnavano.

Per questa bisogna ha dovuto dismettere le scarpe da ballo della leggerezza per indossare i pesanti scarponi da montagna,  trasformandosi da snello purosangue in pesante cavallo da tiro. Fin quando ha potuto contemperando il guizzo geniale e il dribbling imprendibile con il lavoro al traino, poi nella partita della vita – come egli stesso disse alla vigilia – a confronto con la paura che paralizzava i suoi compagni nonchè a alcuni errori del ct argentino che sbagliava un paio di cambi, almeno visti i risultati – il lampo di genio di altre volte non è arrivato lasciandolo mortificato.

Come sempre avviene il giorno dopo si sono sprecate le critiche degli invidiosi piccoli piccoli, ma pure Maradona – forse anch’egli invidioso non del genio calcistico, si spera, ma della giovinezza di Messi – ha, come si dice a Bologna, cagato fuori dal vaso  lasciandosi andare a parole acide e velenose del tutto destituite di fondamento (anche qui per carità di patria verso qualcuno che fu grande sui campi da gioco, non citiamo).

Arriviamo ora alla catastrofe della squadra brasiliana. Certo indebolita anche nel morale dalla mancanza di Neymar, l’unico autentico fuoriclasse del mazzo, abbattuto da un proditorio attacco alla schiena con ginocchia unite da un giocatore (si fa per dire) colombiano, un fallaccio a freddo da espulsione almeno, che invece non è stato neppure ammonito, epperò un tracollo di tale portata lascia interdetti, oltreche tristi. Il Brasile è stato per decenni, anche quando perdeva, un riferimento per il bel gioco, per il tocco di palla e le geometrie imprevedibili, per la fantasia e i goal capolavoro. Una scuola di scienza e arte pedatoria, la prima al mondo. Che sia stata cancellata dalla carta geografica dell’universo del pallone non solo fa stringere il cuore, bensì obbliga a interrogarsi, perchè nemmeno basta la feroce determinazione  tedesca a spiegare, seppure bene ha fatto la Presidente del Brasile in tribuna d’onore con Putin et alia, a ignorare la cancelliera Merkel non degnandola nè di uno sguardo nè di una stretta da mano.

Azzardo un’ipotesi, buttandola in politica. Questi mondiali sono stati organizzati in un clima di grande tensione sociale con manifestazioni che dilagavano da Sao Paulo a Rio su un insieme di questioni acute dai trasporti alla scuola e università, il lavoro, la sanità e quant’altro, spendendo molti pubblici danari per opere quali i grandi stadi destinate a diventare luoghi degradati e inutili nel breve volgere di qualche mese, probabilmente sottraendo questi fondi a molte necessità e bisogni primari nonchè con l’incremento della corruzione.

Non solo ma secondo l’imperativo categorico della finanza globale che i poveri non esistono, essendo tutt’al più una illusione ottica e/o frutto dell’ideologia (sovversiva e/o violenta e/o antistatuale ecc..), i poveri di Rio come di Sao Paulo sono stati rimossi manu militari, spinti chissà dove purchè non inquinassero con la loro presenza lo skyline delle Eccellenze di mezzo mondo, delle TV e dei media di tutto il mondo, nonchè dei numerosi uomini d’affari e finanzieri in visita per l’occasione fino ai turisti spettatori.

Ma, tornando al calcio, la nazionale brasiliana ha sempre avuto un rapporto quasi simbiotico col suo popolo, ne era sostenuta e lo sosteneva, lo permeava e ne era permeata. Sempre, ma non questa volta. Questa volta la nazionale di calcio gareggiava su un terreno da cui il popolo era stato escluso, cacciato; era una nazionale estranea al popolo,  a gran parte del popolo, forse considerata ostile dal popolo,  uno specchietto per le allodole, onde nascondere il marcio che c’è in Danimarca (e a Rio). Questo clima di forte contestazione dell’evento e quindi della stessa squadra che probabilmente i giocatori hanno avvertito forse ha influito pesantemente sui cuori e sulle teste, tanto da farli letteralmente andare nel pallone quando il gioco si è fatto duro. Chissà, forse la loro vera e propria abulia in campo contro la germania è stata il frutto di una sorta di sciopero e di rifiuto inconsci a essere la foglia di fico per un potere politico che si era mostrato duramente impopolare e antipopolare. Oppure questi giocatori brasiliani erano e sono soltanto dei tremendi brocchi della cui broccaggine nessuno s’è accorto in tempo.

Ma finire bisogna ora con la Germania, dopotutto campione del mondo di football. Con una considerazione. Quel che mi è piaciuto di più è stato il portiere che forse per naturale inclinazione, forse per scelta tattica dell’allenatore, ha combinato la funzione di colui che para tra i pali con il ruolo di libero, l’ultimo uomo della difesa coi piedi, uscendo spessissimo dalla sua area fino alla tre quarti campo per rilanciare e persin contrare, velocizzando così il gioco di rimessa in modo da togliere il tempo sia al centrocampo che alla difesa avversaria, che rimaneva spesso sguarnita e attonita. Poi c’è Klose, con alcuni colpi di genio mentre Müller faceva l’indemoniato scadendo spesso nella vanità capricciosa. Ultimo ma non ultimo, Götze, il ragazzo che veloce come una scheggia ha infilato la porta argentina con sbarazzina allegria e perfetta scelta di tempo. Chapeau.

 

Category: Osservatorio America Latina, Politica, Sport e giochi

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About Bruno Giorgini: Bruno Giorgini è attualmente ricercatore senior associato all'INFN (Iatitutp Nazionale di Fisica Nucleare) e direttore resposnsabile di Radio Popolare di Milano in precedenza ha studiato i buchi neri,le onde gravitazionali e il cosmo, scendendo poi dal cielo sulla terra con la teoria delle fratture, i sistemi complessi e la fisica della città. Da giovane ha praticato molti stravizi rivoluzionari, ha scritto per Lotta Continua quotidiano e parlato dai microfoni di Radio Alice e Radio Città. I due arcobaleni - viaggio di un fisico teorico nella costellazione del cancro - Aracne è il suo ultimo libro.

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  1. Avatar Lorenzo ha detto:

    Giorgini che discetta pure calcio. Questa mi mancava

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