Romeo Pisano: Una storia di Benevento. La comitiva Caruso, briganti o ribelli?

| 22 Aprile 2016 | Comments (0)

 

Foto in alto: Il brigante Caruso con sciabola e fucile e la banda Schiavone

 

In quel poco che resta del cimitero monumentale di Benevento, mimetizzata tra innumerevoli cappelle di dubbio gusto, sopravvive una stele dedicata ai 17 soldati di fanteria caduti il 24 febbraio 1863 in combattimento contro le bande Caruso – Schiavone.

Scorrendo i nomi e la provenienza (peraltro in buona parte di Bologna e dintorni) viene da chiedersi come siano capitati in un luogo così distante da qualsiasi evento storico del periodo post-unitario e soprattutto, trattandosi di soldati, quale maledetta guerra, ai più sconosciuta, ne abbia ingoiato le giovani vite.

In genere ritengo che l’Archivio di Stato sia la migliore fonte per soddisfare ogni desiderio di conoscenza degli eventi ed in effetti, anche stavolta, mi capita di avere a disposizione una documentazione ampia, dettagliata, nonchè discretamente catalogata su un periodo storico che, nella mia immaginazione, ritenevo fosse scivolato su quei luoghi in modo indenne.

In realtà la stele, da cui siamo partiti, ricorda un episodio peraltro marginale all’interno di una guerra, mai dichiarata né tantomeno annotata sui libri scolastici, che insanguinò per oltre un ventennio una zona dell’entroterra, situata tra le provincia di Benevento, Avellino,Caserta, Campobasso e Foggia.

In questo territorio, che qualcuno ha definito enfaticamente la nazione Sannio, per lo più costituito da terre aspre ed impervie, tra il 1860 ed il 1880 si annovera una delle pagine più infami e cruente della storia dell’Italia unitaria, con crimini commessi da ambo i contendenti, che gettano una luce sinistra sul tributo di sangue che i poveri e diseredati pagarono loro malgrado per soggiacere ad una idea di stato, ai più sconosciuta e forse mai accettata.

In quegli anni ed in quella zona con la caduta del regime borbonico e l’annessione all’Italia, la situazione economica si presentava disastrosa; la ricchezza concentrata nelle mani di un ristretto numero di latifondisti a fronte di masse di braccianti ridotti alla fame.

Da secoli si annoverava la presenza stabile in zona di bande che indotte dalla povertà praticavano l’abigeato ed il furto, le razzie ai danni dei proprietari terrieri, considerati responsabili della miseria dilagante e della mancanza di mezzi di sostentamento da una popolazione essenzialmente composta di braccianti, pastori o carbonai.

Andando indietro nel tempo tra la fine del XVII secolo e l’inizio del successivo, la zona diventò teatro delle imprese di briganti comuni, le cui gesta suggestionarono l’immaginazione popolare fino al punto da entrare a far parte più della leggenda, divulgata poi dai cantastorie, che della storia vera e propria.

Con la parentesi della Repubblica Partenopea – durata appena 5 mesi – il brigantaggio assunse connotati politici ed in prevalenza politico fu anche il brigantaggio nel cosiddetto Decennio francese, tra il 1806 e il ’15, allorché sul trono di re Ferdinando, al solito rifugiatosi in Sicilia, sedettero, Giuseppe Bonaparte e, dopo di lui il cognato, Gioacchino Murat.

In quegli anni Benevento –scrisse il governatore– era “le centre des trames qui ont agité la Province voisine”

Dopo il ritorno del Borbone sul trono di Napoli, non mancarono, nel venticinquennio successivo, le occasioni per un brigantaggio comune, ma negli anni ‘40 lo stato di equilibrio, reso più fragile dalla carestia, si compromise in modo irrimediabile; tanto che nel 1847 Onorato Gaetani, consigliere di Stato, ammetteva che il malcontento popolare conseguente alla crisi agraria andava degenerando in brigantaggio e proponeva riforme amministrative in grado di “provvedere ai bisogni e ai giusti desideri del popolo”.

La questione agraria è il cardine attorno a cui ruota la ineccepibile diagnosi dello storico pasquale Villari, che in “Lettere meridionali” affrontò il tema dei mali che affliggevano il meridione dell’Italia negli anni dell’unificazione: “ Il brigantaggio è il male più grave che possiamo osservare nella nostre campagne ….. può dirsi conseguenza di una questione agraria e sociale…”

Ora nella crisi dell’unificazione nazionale il fattore destabilizzante sembra avere carattere politico ed ideologico, quindi borbonico – clericale, ma in realtà (cfr. De Agostini e Vergineo ne “ Il Sannio Brigante…)” la causa politica è una causa occasionale, in un senso speciale, cioè non fortuito, casuale, accidentale, giacché c’è sempre qualcosa di pregresso che storicamente crea le occasioni….  E come tale appare in primo piano: più vistosa, rumorosa, scandalosa. Ma non per questo più importante”.

Certo non si deve sottovalutare l’evidenza di uno scontro tra due sistemi antitetici che diventa manifesto già  nel periodo, prima repubblicano poi bonapartista..

Da una parte il sistema paternalistico dei Borboni con un suo equilibrio ed una sua rete, oggi diremmo stato sociale, costituita da istituzioni di beneficenza, monti di pietà, casse agrarie, frumentari, ospizi per orfani, infelici e diseredati, un apparato spesso gestito da malversatori, ma sempre in grado di svolgere una qualche funzione di contrappeso e bilanciamento.

Dall’altra un sistema che rompeva con la tradizione, con le forme collettive comunitarie o corporative dei beni materiali, professava una idea di modernità, ai più incomprensibile, preannunciato dall’abbattimento dell’impianto medievale con la soppressione di istituti ecclesiastici, conventi, confraternite e corporazioni nel 1799 e del sistema feudale nel 1806.

In quella occasione una enorme massa di beni demaniali si riversò sul mercato, conducendo al tramonto il principio dell’uso civico della terra, in ragione del quale ognuno aveva usato la terra demaniale per le colture, il pascolo e far legna.

Con il sistema delle quote veniva avviato un tentativo di trasformare il servo della gleba in coltivatore diretto, ma il processo venne vanificato dalla legislazione stessa che prevede la corresponsione del canone enfiteutico e della fondiaria sin dal momento dell’assegnazione e non al sopraggiungere del primo raccolto.

Anche distrutto come ceto, il sistema baronale sopravvisse a lungo come forza sociale in grado di condizionare i rapporti produttivi e di conservare, soprattutto nelle campagne, i modelli di relazione e i rapporti politici propri del vecchio mondo feudale. In molti casi anche i ceti borghesi emergenti ereditarono culture e comportamenti politici che erano stati caratteristici del “baronaggio”.

I beni demaniali alienati ed effettivamente quotizzati e ripartiti furono quindi abbastanza esigui, rispetto alle previsioni. Il patrimonio fondiario della vecchia nobiltà, accresciuto illegittimamente a spese degli usi civici contadini, non solo non fu interessato dalle quotizzazioni, ma in molti casi aumentò ulteriormente. Anche quando prevalse la legge, le famiglie contadine che versavano in condizioni di indigenza e di precarietà, furono costrette spesso a liberarsi delle terre ricevute, svendendo le proprie quote alle classi privilegiate.

E’ in quegli anni che si mette in moto un movimento “comunista”, che fa della questione dei beni “comuni” il suo campo di battaglia, di fronte ad un destino inesorabile che ne trasferisce in mano privata quasi l’intero volume.

Il ritorno del regime borbonico significò la restaurazione di tante cose inutili del passato, ma non il sistema demaniale e, nonostante i buoni propositi, non riuscì a fermare il processo di usurpazione legale delle terre; anzi la burocrazia amministrativa in quegli anni forma con le consorterie degli usurpatori un sistema di connivenze che sottrae dagli usi civici le terre per affidarle in locazione e successivamente in proprietà, a danno di qualsiasi spazio vitale per i poveri e diseredati.

In questo contesto gli stessi conducono una lotta tremenda per la vita (vale la pena ricordare che la vita media dura circa 28 anni), sempre pervasi da un impulso cieco di ribellione.

Con l’avvento del governo piemontese fu gioco facile per i Borboni alimentare l’idea di un nuovo soggetto cui imputare colpe e responsabilità; ed in realtà i Savoia nulla fecero, successivamente, per smentire questa idea, imponendo a queste popolazioni nuovi balzelli, la leva obbligatoria ed un opprimente sistema di centralità amministrativa.

Nel disordine generale conseguente al crollo del Regno borbonico alla richiesta di terra da parte dei contadini nullatenenti del Mezzogiorno -cui erano seguite le occupazioni abusive dei terreni dei ricchi proprietari nobili e borghesi – l’esercito delle “camicie rosse” e subito dopo quello piemontese avevano risposto con le fucilazioni in massa e gli incendi dei villaggi, politica proseguita dal governo italiano dopo l’unificazione. Ciò spinse centinaia di contadini e braccianti compromessi ad unirsi alle bande di briganti già esistenti sul territorio

Già nell’autunno del 1860, sulla base di queste premesse di facile reclutamento, si formarono centinaia di bande di ribelli, che annoveravano tra le fila i personaggi storici del brigantaggio, oltre ad ex soldati borbonici ed ex garibaldini delusi; decine di migliaia di persone che si diedero alla macchia nelle zone più inaccessibili dando inizio ad una guerriglia finalizzata ad un duplice scopo, continuare le razzie nei confronti dei latifondisti e combattere l’esercito piemontese.

Nel 1861 la forza dei ribelli in quella zona assunse dimensioni gigantesche, circa 250 bande con consistenze che variavano da poche decine fino a 300 componenti, con tendenza ad un progressivo reclutamento, con la persuasione o con la forza, tra le masse di contadini, presso cui, i ribelli o briganti che dir si voglia, godevano di una incondizionata simpatia, considerati veri e propri eroi, una sorta di Robin Hood contro vecchi e nuovi soprusi.

Il fenomeno ebbe proporzioni dilaganti tanto da indurre il governo piemontese da impiegare nella zona oltre 15.000 tra soldati,  carabinieri e Guardia Nazionale ed avvalersi delle norme straordinarie promulgate nel 1863 (legge Pica), di conseguenza la dichiarazione dello stato d’assedio, la giurisdizione militare sull’intero territorio e l’autorizzazione a compiere ogni sorta di azione contro i briganti.

 



Le foto della disfatta: a sinistra Cadavere di brigante esposto come trofeo, Cadavere di brigante esposto dopo la fucilazione. Al  centro il brigante Caruso dopo la cattura con la camicia di forza e il cadavere della brigantessa Michelina De Cesare denudato ed esposto dopo l’uccisione. A destra civili morti a Pontelandolfo.

 

Le rappresaglie dell’esercito furono addirittura più atroci e sanguinarie di quelle dei ribelli, dirette contro popolazioni e paesi, a torto o ragione, considerati fiancheggiatori: paesi rasi al suolo, fucilazioni senza processo, stupri ed uccisioni indiscriminate di donne e bambini.

Una di queste bande, formatesi con elementi di Casalduni, Campolattaro, Morcone e con soldati sbandati del disciolto esercito borbonico, il 7 Agosto 1861, si diresse a Pontelandolfo dove, devastato il corpo di guardia e bruciato il tricolore, issò la bandiera borbonica, proclamando l’instaurazione del governo provvisorio borbonico. La trionfale protesta popolare si estese a macchia d’olio ai paesi circostanti, destando la preoccupazione del vicino governatore di Campobasso, che inviò immediatamente un gruppo soldati ad arginare le bande che operavano nel territorio.

I soldati, dirigendosi verso Casalduni, stanchi per la forzata marcia, furono accerchiati dal sergente borbonico Angelo Pica e dai suoi uomini, e furono condotti a Casalduni, dove furono fucilati.
Immediata fu la reazione del Generale Enrico Cialdini alla notizia giunta a Napoli, dell’uccisione del tenente Bracci e dei suoi uomini.

Si decise così che “il doloroso ed infame fatto di Pontelandolfo e Casalduni “ dovesse essere castigato, in modo che “di quei due paesi non rimanga più pietra su pietra”.

Il 14 Agosto 1861, cinquecento bersaglieri si diressero verso Pontelandolfo, mentre un’altra colonna di quattrocento uomini si diresse verso Casalduni per compiere un’azione repressiva – punitiva.

Fu tale la brutalità dell’azione militare che l’on. Giuseppe Ferrari, deputato milanese, ne fece oggetto di apposita discussione nella seduta parlamentare del 2 dicembre 1861.

A Pontelandolfo e Casalduni i morti furono sicuramente più di mille, anche se le cifre reali non furono mai rese note dal governo.

La più temibile delle bande che agisce nella zona tra il 1861 ed il 1863 è quella capitanata da Michele Caruso,  al quale è riuscita l’impresa di stringere rapporti ed alleanza con centinaia di bande, che con tecnica di guerriglia tengono in scacco esercito, carabinieri e guardia nazionale.

Il colonnello Caruso, nonostante la giovane età, solo 23 anni, dimostra una notevole abilità di stratega, sposta continuamente la sua truppa e colpisce in maniera imprevedibile esercito e guardia nazionale che tentano invano di localizzare un nemico abilissimo nel muoversi in un territorio impervio e insidioso.

In questo contesto il Sannio diviene lo scenario di una guerra che alla fine conterà migliaia di morti tra i briganti e civili inermi e altrettanti nelle file dell’esercito mandato a mettere a ferro e fuoco una regione, pur di debellare una ribellione che poteva mette in seria discussione la stabilità dello stato neounitario.

L’esercito lo fece sulla base di leggi speciali che, come abbiamo detto, fornirono copertura e impunità per i crimini commessi, la cui eco giunse sino in Inghilterra, alla camera dei Lord; uno stato di assedio permanente che disattivando ogni garanzia di diritto, attuò un potere poliziesco e giudiziario che affidava ai tribunali militari la competenza a giudicare i briganti o ritenuti tali.

Uno di questi tribunali, dopo la cattura di Caruso avvenuta il 6 dicembre 1863, lo condanna alla fucilazione sulla piazza del mercato di Benevento insieme ad un complice Francesco Testa, appena diciassettenne.

Una annotazione particolare, come già accennato, merita l’età dei contendenti, siano essi soldati o ribelli, una guerra tra ventenni che in breve cancellò in quella regione più di una generazione. Non sfuggirono a questa tragedia i bambini uccisi a centinaia nelle rappresaglie o fucilati dai soldati a seguito di infami sentenze emesse dai tribunali militari; uno per tutti Orsolino Antonio, 12 anni, giudicato dal tribunale di guerra di Caserta il 2 marzo del 1864 per il reato di brigantaggio secondo gli articoli 596 § 1 e 247 § 1 del Codice Militare e fucilato il 2 marzo 1864.

In questo contesto matura anche il dramma delle “brigantesse”, che è dramma della rottura dell’equilibrio familiare, dramma di madri senza più figli, di ragazze orfane dei genitori, di vedove: è dramma di donne disperate che, ribaltando un ruolo stereotipo di rassegnazione e sudditanza, si dimostrano capaci di affiancare con coraggio i propri uomini e partecipare attivamente alla rivolta.

Emblematica è la vicenda di Filomena Pennacchio, una tra le più note “brigantesse”; dopo il primo incontro con Giuseppe Schiavone, famoso capobanda della zona, vendette il poco che aveva e lo seguì nella latitanza. Con Schiavone partecipò a furti di bestiame ed a sequestri di persona, trovando modo di meritarsi il rispetto e la simpatia di tutta la banda. La vita brigantesca la rese subito un’intrepida combattente e non si sottrasse nemmeno all’omicidio, avendo preso attiva parte all’eccidio di nove soldati del 45° Reggimento di Fanteria nel luglio del 1863.

Nel biennio successivo il fenomeno andò scemando nelle forme organizzate sin qui annotate e, soprattutto, perse i connotati di ribellione  contro lo stato centrale sabaudo, per finire relegato nella cronaca giudiziaria e di ordine pubblico.

Successivamente, in quegli stessi luoghi battuti dai briganti nel anni 1860 – 63 la banda del Matese riaccende la scintilla delle rivolte contadine animate da una coscienza politica meno acerba, siamo nel 1877 e la povera gente di Solopaca, San Lupo, Pontelandolfo, Cerreto, Pietraroia, Cusano, rialza la testa al soffio del nuovo vangelo anarchico di Enrico Malatesta e di Carlo Cafiero; la rivolta non solo venne repressa ma fu l’occasione per rinnovare lo stato di assedio con conseguenti arresti e domicili coatti.

Da allora quei luoghi scontano una condizione di schiavitù post feudale, in cui i modi di concepire i rapporti tra proprietario e contadino, tra l’uomo e la terra, ritornano nel cerchio fatale che aveva contraddistinto i secoli precedenti; si rinnovano i codici di sottomissione in virtù dei quali il proprietario, con la benedizione del parroco e sotto la protezione del carabiniere, era dominus assoluto della vita e della morte di braccianti e contadini.

In quegli anni nasce il fenomeno della migrazione, migliaia di persone affrontano viaggi impossibili sui bastimenti diretti verso il Sudamerica prima, poi ad inizio secolo verso Stati Uniti e Australia, flussi ininterrotti che continueranno nel dopoguerra verso paesi europei e, con il boom economico, verso il norditalia: ne deriva un abbandono dei territori senza precedenti che nel giro di pochi decenni vedrà scomparire intere comunità, tanto da far dire ad uno storico dell’epoca che sono ridotte alla metà della popolazione d’un tempo dall’emigrazione (ci sono più paesani a Waterbury, nel Connecticut, che qui).

Questa condizione si protrae sino agli anni 70 del secolo scorso, con l’estinzione dell’ultimo contratto di mezzadria, cadendo definitivamente antichi retaggi, quali l’obbligo per i contadini di presenziare contriti, nel giorno dei morti e dall’alba al tramonto, le tombe di famiglia dei proprietari, di chinare la testa al loro passaggio ed usare il termine Signoria.

Nel 1971, in occasione del Censimento nazionale, incaricato della rilevazione in una delle zone più povere del territorio, nella stalla di una sperduta masseria ho visto un uomo vestito di cenci consumare un misero piatto di patate lesse, accanto alle bestie, seduto sul suo giaciglio di spoglie di granoturco.

Il proprietario non riusciva a convincersi che anche quell’essere umano dovesse essere compreso nel censimento della popolazione e solo con la minaccia di intervento della forza pubblica aveva lasciato che il suo schiavo declinasse nome e cognome.

Di quegli anni ricordo ancora le carovane di diseredati che a piedi si avviavano verso la puglia per la mietitura, percorrendo centinaia di chilometri e portandosi dietro miseri bagagli ed un destino di braccianti disperati.

Lungo la strada si fermavano per qualche giornata di lavoro e proseguivano di notte riposando a turno sui carri al seguito per il trasporto degli attrezzi; tra essi ricordo Cosimo, si fermava a casa mia  per vangare l’orto in cambio di un pasto e di una modesta paga e nelle pause raccontava del suo essere comunista e di quanto questa convinzione gli derivasse dal suo nascere in terra di briganti o anarchici, termini che usava alternativamente e senza distinzione.

Nella consultazione degli atti del Casellario Politico fascista, di recente liberalizzato ed accessibile a studiosi e non, sembra confermata la teoria di Cosimo: dei 157 oppositori al regime fascista, una parte consistente era di estrazione anarchica e proveniva dalle zone sin qui citate come terre di briganti.

Resta il dibattito, mai sufficientemente approfondito, su quanto la storia di quello scorcio di secolo sia stata manipolata a proprio vantaggio dal vincitore piemontese prima e, successivamente, dal regime fascista, sino al punto di cancellarne la memoria politica e sociale.

Un secolo e mezzo dopo i fatti, il 14 agosto 2011Giuliano Amato, presidente del comitato per le celebrazioni del centocinquantenario dell’Unità d’Italia, ha commemorato quella strage, porgendo a tutti gli abitanti di quella che è stata definita «città martire», le scuse dell’Italia.

E’ notizia di questi  giorni che il Comune di Cerreto Sannita intende epurare la toponomastica della città di tutti i riferimenti piemontesi riconducibili alle note vicende, sostituendoli con l’intitolazione ad eroi locali, non ultimo Cosimo Giordano, uno dei protagonisti della lotta contro l’esercito sabaudo.

Credo, invece, sia venuto il momento di ammettere che il regno sabaudo è nato con tutti i presupposti di uno stato totalitario e sanguinario e che la cosiddetta guerra di unificazione nazionale, peraltro mai avvenuta,  altro non sia che aggressione ad uno stato sovrano ed indipendente.

Questo il filo conduttore della storia di questo paese senza soluzione di continuità sino alla fine della sciagurata avventura fascista.

Alla fine è sempre troppo poco, ma forse partendo da questo…….

 

Bibliografia:

  • DeAgostini – Vergineo. Il Sannio Brigante…-  Ricolo Editore
  • Sangiuolo:   Il Brigantaggio nella provincia di Benevento – De Martini Editore

 

Category: Fumetti, racconti ecc.., Osservatorio Sud Italia

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About Romeo Pisano: Romeo Pisano, 62 anni, nell’altra vita: laurea in filosofia con tesi in storia delle Istituzioni Parlamentari presso l’Università di Napoli ai tempi di Galasso e D’Agostino, capitato per caso a Bologna a lavorare nel campo della gestione del patrimonio pubblico, impegnato, forse inutilmente, per decenni in politica; in questa vita: si occupa di cinema, con predilezione per i documentari degli anni 50, e di ricerche di archivio su personaggi e fatti della politica passata e recente; quando capita ne scrive. In questa e nell’altra vita una grande passione: il Rugby

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