Riccardo Verrocchi: Bisogna fermare Israele

| 25 Luglio 2014 | Comments (0)

 

 

 

Sin da quando ero ragazzino la causa dei “popoli senza stato” mi ha sempre affascinato: Kurdi, Baschi, Chiapatechi (meglio conosciuti come Zapatisti, dal gruppo che ne rivendica l’autonomia), Ceceni, Sharawi. Ma un posto di prim’ordine l’hanno da sempre avuto i Palestinesi. Ho cominciato a documentarmi, a studiare, a leggere anche romanzi ambientati in quella realtà. Un libro su tutti mi è stato illuminante per capire da dove nasce la “Questione Palestinese”: Palestina 1947: una spartizione mai nata di Alain Gresh e Dominique Vidal, pubblicato da Rubbettino nel 1990.

In questo libro si traccia un resoconto di come non è avvenuta quella spartizione pensata e votata dal Comitato delle Nazioni Unite costituito ad hoc: questo aveva dovuto prendere atto della situazione creatasi dopo il rientro degli Ebrei nella loro “terra promessa” e aveva escogitato la soluzione migliore – diplomaticamente parlando –  per tutti: due popoli, due stati.

A oggi, a 67 anni da quella “spartizione mai nata”, la situazione sembra precipitare nuovamente in una spirale incontrollata di violenza, anche se la soluzione migliore sembra essere sempre la stessa.

La stampa embedded ci dice che l’operazione militare israeliana in corso oggi contro Gaza, denominata “Barriera protettiva”, è stata pensata come risposta ai continui razzi Qassam lanciati dal braccio militare di Hamas verso alcune città israeliane e quasi sempre intercettati dall’aviazione israeliana, oltre che causata dal rapimento e dall’uccisione di tre ragazzi israeliani da parte di alcune brigate palestinesi non meglio precisate.

La vera informazione però ci dice che questa non è altro che una azione militare pensata a tavolino e che covava da tempo tra i “falchi” del governo israeliano. Da anni, nel silenzio totale della Comunità Internazionale (ad eccezione di pochissimi), Israele ha costruito un muro divisorio con la Palestina (considerato illegale e condannato dalla Corte Internazionale di Giustizia nel 2004), ha pensato, attuato e finanziato il massiccio insediamento di colonie illegali in territorio palestinese, sta negando il diritto all’acqua a interi villaggi e il diritto all’esistenza e al futuro a migliaia di giovani (vedi il caso dei due ragazzi della nazionale di calcio palestinese, Jawhar Nasser di 19 anni e Adam Abd al-Raouf Halabiya di 17, feriti in un checkpoint israeliano in Cisgiordania lo scorso gennaio). Non basta questa continua violazione dei diritti umani a dire che Israele sta sbagliando, che va condannato, che deve fermarsi e che i Palestinesi hanno tutti i diritti di questo mondo a vedersi riconosciuto uno stato tutto proprio.

Adesso, in queste settimane, non è bastato uccidere a calci e pugni un ragazzo palestinese qualche giorno fa, come “contropartita” delle forze di polizia di Tel Aviv per vendicare i tre ragazzi di cui sopra: era proprio necessaria una azione militare di aria, di terra e di mare. Una aggressione che si sta rivelando un vero e proprio massacro di civili, un genocidio: mentre vi scrivo (giovedì 24 luglio, prima di cena) sono ben 783 le vittime palestinesi, di cui l’80% civili, il 30% minorenni e molti ancora senza nome perché non identificati. Una vera e propria mattanza, una crudeltà inaudita, spaventosa e inutile: secondo Oxfam a Gaza muore un bambino ogni 90 minuti. Intere città e quartieri sono distrutti: Khan Younis, Gaza City, Jabalia, Rafah, al-Shujayeh dove nei giorni scorsi si è consumato un vero e proprio massacro. Nella lista – continuamente aggiornata – fornita dall’agenzia di stampa specializzata in Medioriente Nena News, diretta dal giornalista Michele Giorgio, balzano agli occhi 4 vittime senza nome morte sepolte tra le macerie dell’Al Aqsa Martyrs Hospital a Deir al Balah, al centro della Striscia di Gaza. Numeri spaventosi, che sicuramente supereranno quelli della Operazione “Piombo Fuso” (2008-2009), raccontataci dal sempre vivo Vittorio Vik Arrigoni.

Colpisce, come sempre e come ha scritto qualche giorno fa Ascanio Celestini, la sproporzione dei morti, delle forze in campo (la Palestina non possiede un esercito), delle disponibilità economiche, delle informazioni di cui disponiamo su Israele e sulla Palestina.

Cosa fa la Comunità Internazionale di fronte questo genocidio? Sembra impotente: appelli alla pace si susseguono dal Papa, dal Segretario Generale dell’Onu, da alcuni Capi di Stato arabi e del Medioriente, dai capi di Stato Latinoamericani (solo l’Ecuador di Correa ha agito fortemente dal punto di vista diplomatico ritirando il proprio ambasciatore da Israele in segno di protesta). Si offrono tregue (come si fa a parlare di tregua quando si è di fronte ad una operazione militare unilaterale?), ci si appella al buon senso e al diritto internazionale (continuamente violato da Israele), il più delle volte ci si schiera al fianco di Israele contro i razzi palestinesi (vedi la Ministra degli Esteri italiana, Mogherini, e gli Usa, nonostante Kerry, a microfoni spenti, abbia dichiarato l’assurdità di questo genocidio).

In sostanza, però, i bombardamenti continuano senza freni e nel frattempo Tsahal ha invaso la Striscia di Gaza anche via terra. Credo che quando vengono colpiti ospedali (il ministro della Salute palestinese ha dichiarato che le forze d’occupazione hanno distrutto, parzialmente o completamente, 25 istituti di cura), sedi di organizzazioni non governative, asili nido (La Terra dei Bambini, gestito dalla italiana Vento di Terra ONG Onlus e quello dell’Agenzia Onu Unrwa) l’indignazione debba trasformarsi in impegno, in azioni concrete. Cosa fare allora? La Palestina e i palestinesi hanno bisogno di noi, della nostra solidarietà dal basso, di gesti concreti. Ce lo chiedono loro, ce lo chiede la popolazione di Gaza e della Cisgiordania.

Di fronte a questo scenario la solidarietà dal basso è l’unica via possibile e realmente praticabile ed è quella che si rivela sempre più efficace di altre. Tre sono le azioni che tutti noi possiamo e dobbiamo fare per arginare l’avanzata israeliana:

1. La prima, da concretizzare in vari gesti e comportamenti, è boicottare economicamente Israele aderendo alla Campagna Internazionale BDS – Boicottaggio, Disinvestimento, Sanzioni. La Campagna BDS raccoglie l’appello che la società civile palestinese ha lanciato nel 2005 «alle coscienze degli uomini di tutto il mondo – Israele compreso [nda] – di imporre ampi boicottaggi e realizzare iniziative di disinvestimento contro Israele simili a quelle applicate al Sud Africa nel periodo dell’apartheid». Questa campagna non violenta, antirazzista e antidiscriminatoria ha visto l’adesione di 170 organizzazioni di palestinesi provenienti dai campi profughi, dalla Cisgiordania e da Israele. Ha riscosso negli anni un grosso successo a livello internazionale e accademico. Questo è un metodo molto importante che potrebbe aiutare il popolo palestinese al raggiungimento dell’autodeterminazione: la Storia ci ha insegnato che il boicottaggio funziona. Noi popolo di consumatori, nel mentre gli Stati decidono il da farsi, possiamo boicottare tutti i prodotti che provengono da Israele, riconoscendoli attraverso il codice a barre: i prodotti il cui codice identificativo comincia con il 792 sono da boicottare. Come definiscono i rappresentanti della Campagna BDS «è una tattica ampia che mira a fare pressione su questo stato perché cambi». Ma sono da boicottare anche le aziende che sono implicate direttamente nell’occupazione dei Territori Palestinesi traendone grossi benefici. Alla campagna hanno aderito centinaia di organizzazioni dei diritti umani, associazioni, enti e istituzioni, università di tutto il mondo, anche in Israele.

2. Un’altra azione da intraprendere è aderire all’appello di 100 personalità del mondo culturale, premi Nobel,  artisti, musicisti che chiedono un embargo militare nei confronti di Israele. Questo paese trae grossi benefici dalla cooperazione militare con i suoi alleati: fino al 2019 gli Stati Uniti forniranno ad Israele aiuti militari per un totale di 30 miliardi di dollari; negli ultimi anni, i paesi europei hanno esportato in Israele miliardi di euro in armi e l’Unione Europea ha concesso alle imprese militari e alle università israeliane fondi per la ricerca militare del valore di centinaia di milioni di euro. Anche i paesi emergenti India, Brasile e Cina, nonostante le dichiarazioni a favore dei palestinesi, avviano progetti militari con Israele. L’Italia non è esente da questo discorso: secondo i dati dell’Osservatorio Permanente sulle Armi Leggere e Politiche di Sicurezza e Difesa siamo il primo fornitore UE di sistemi militari dello Stato israeliano, con un volume di vendite che eguaglia quello di Francia, Germania e Regno Unito insieme; oltre il 41% degli armamenti regolarmente esportati dall’Europa verso Israele sono di aziende italiane. Secondo la Rete Italiana per il Disarmo, mentre era già in corso l’offensiva israeliana su Gaza, il gruppo italiano Alenia-Aermacchi (gruppo Finmeccanica) consegnava a Tel Aviv due M-346. Nell’appello si legge che «I governi che esprimono solidarietà con il popolo palestinese a Gaza, il quale subisce il peso del militarismo, delle atrocità e dell’impunità israeliani, devono cominciare con l’interrompere tutti i rapporti militari con Israele. I palestinesi hanno bisogno oggi di solidarietà efficace, non di carità». Tra gli altri, hanno sottoscritto l’appello: Adolfo Peres Esquivel, Desmond Tutu, Ascanio Celestini, Betty Williams, Brian Eno, Etienne Balibar, Frei Betto, Giulio Marcon, Judith Butler, Ken Loach, Luisa Morgantini, Noam Chomsky, Rigoberta Menchú, Roger Waters, Slavoj Zizek. Uniamoci a loro.

3. In ultimo, possiamo fare una donazione in denaro per far entrare medicine, materiali sanitari e altri beni di primissima necessità nella Striscia di Gaza. All’iniziativa aderiscono tutte le Ong italiane presenti in Palestina e bisogna versare la cifra desiderata sul conto di Terre des Hommes Italia (via banca: IBAN: IT53Z0103001650000001030344; via posta: c/c postale 321208. Causale: Medicine Gaza).

Bisogna arginare e fermare lo strapotere di Israele, per affermare la dignità del popolo palestinese e per avviare un vero percorso di pace. Possiamo farlo ora, con piccole azioni concrete che possono valere tanto.

Restiamo umani.

 

 

 


Category: Osservatorio Palestina

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About Riccardo Verrocchi: Riccardo Verrocchi è nato nel 1984 tra i monti abruzzesi e nel 2010 si è laureato in Scienze Politiche Internazionali Europee e delle Amministrazioni presso l’Università di Teramo. Successivamente ha conseguito un Master in Economia della Cooperazione presso l’Università di Bologna e attualmente lavora nell’ambito del Terzo Settore e della Cooperazione Sociale. Tra i suoi interessi ci sono lo studio della storia, della canzone sociale e della politica, nazionale e internazionale. Sua grande passione e argomento di indagine, approfondimento, ricerca e studio è l’America Latina. Ha pubblicato vari saggi e articoli sulla storia contemporanea, sul canto sociale e sull’America Latina e ha pubblicato due libri: “Eccidi proletari e canti sociali (1945-1968)” [Ires Abruzzo Edizioni 2008], e “Le utopie sono possibili. Le Madres de Plaza de Mayo nell’Argentina di ieri oggi e domani “ [Sensibili alle foglie, 2014]

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